17 febbraio 2008 – Pian del Re e Montebracco

La prima salita di vera montagna della stagione, ormai per tradizione, è quella di Pian del Re. E’ un po’ una “sfida”, ogni anno, provare ad andar su sempre più presto, soprattutto perché la montagna, nei mesi invernali, mi manca da morire. Però, “presto” di solito significa marzo; non mi era mai capitato un attacco di follia tale da tentare l’arrampicata già a febbraio. Però, ci pensavo già da un paio di settimane: e se andassi a dare un’occhiata lassù?

Ho pensato bene di rendere pubblica la mia genialata, che è stata prontamente condivisa da due tra i pochi ciclisti di mia conoscenza che avrebbero potuto unirsi: Matteo, da Genova, e Luca, dalla Langa. Così, bel belli, siamo partiti stamattina, verso le nove e mezza, da Cardè. O meglio: Matteo ed io partiamo da Cardè, senza aver notizia di Luca, che temevamo – malpensanti!!! – fosse ancora a nanna sotto il piumone. Invece, giusto per farci sentire in colpa, e per allungare un po’ il giretto, Luca è partito con anticipo in bici da Savigliano (!!!) e si è fatto millemila km di pianura in più, per poi acchiapparci a Barge. Ma vabbuò… Luca è di un altro pianeta, ormai lo so e non mi stupisco più! Naturalmente, lui pedalava con quello strumento di tortura che prende il nome di pedivelle Powercranks.

Già tra Cardè e Barge, ci superano parecchie auto con gli sci e le tavole da neve sul tettuccio. Evidentemente, i mezzi più adatti per la montagna, oggi, erano quelli!!! Non certo le bici da corsa… Fa un freddo pungente. La giornata è grigia, irrimediabilmente grigia; le previsioni meteo promettevano bel tempo, ancora ieri sera, ma evidentemente chi le ha elaborate era sotto l’effetto di qualche droga pesante… Lo zero termico era previsto per oggi a 900 metri, e su questo sì, mi sa che son d’accordo.

Passiamo Barge, iniziamo la salita della Colletta. Manco a dirlo, Luca e Matteo son già avanti. Fa molto freddo, ho i piedi gelati. La strada è umida e viscida di fango e ghiaia: basta alzarsi in piedi sui pedali per sentire la ruota posteriore che scivola. Tutt’intorno, nebbia. Mi spiace, accidenti: Matteo s’è sciroppato il viaggio fin qui da Genova e non vedrà nulla… Nemmeno il Monviso. Ci credo poco, che oggi si apra. Saremo già fortunati se non finiremo sotto una bella nevicata.

Trovo i miei colleghi in paziente attesa in cima alla Colletta; la breve discesa su Paesana basta per congelarmi le gambe. Chissà che calvario sarà l’intera discesa… Ma per ora non ci voglio pensare. Sono soddisfatta: per essere l’inizio della stagione, le gambe girano bene in salita; bene, ovviamente, per le mie scarse possibilità. Di solito, a stagione avanzata, fatico di più! Sarà che sono anche più cotta…

Ormai questa strada la conosco a memoria, metro dopo metro. Il “drittone” di Calcinere, il bivio per Oncino, i due tornanti, poi la strada ampia verso Crissolo. Intorno, sempre e solo grigio, nebbia, ghiaccio. Ecco il bivio per Oncino:

Tocca fare attenzione a non scivolare, anche in salita! I piedi, ne ho perso traccia… Speriamo che si riprendano, prima o poi!

La salita passa via veloce, in modo quasi sorprendente, per me. I miei compagni di sventura sono già molto avanti, ogni tanto mi aspettano, ma non mi demoralizzo più, ormai: non ho speranza di tenere il loro ritmo; tantovale che mi rassegni e faccia il mio passo. Prima di Crissolo, con qualche fiocco di neve che scende, un bel pezzetto di cioccolato Ritter al latte: che goduria… Una delle poche occasioni in cui posso mangiar cioccolato senza rimorsi! Non so se sto bruciando più calorie per la fatica della salita o più per scaldarmi…

Tornantino nel paese, e via verso Pian della Regina. Sembra strano, ma la strada è asciutta, qui, mentre, più in basso, era umida e viscida. Un po’ di neve scende ancora, ma sono pochi fiocchi. Via via dalla nebbia spuntano le case di Serre, la neve lungo i pendii, il tornante secco poco prima di Pian Regina. Proprio qui spunta un timido raggio di sole: ma è un’illusione, dura un attimo e poi via…

A Pian Regina, tocca fermarsi. Ecco com’è la situazione…



… ed ecco come ci arrivo io!

Speravo, in cuor mio, che la strada, così pulita fin lì, rendesse possibile avventurarsi ancora un po’ oltre la sbarra; invece, ai quattro km finali bisogna proprio rinunciare. A meno di non avere le racchette da neve!
Contrariamente alle mie abitudini, propongo una sosta al ristorante-bar proprio lì accanto. Non sono nemmeno riuscita a bere, salendo, perché l’acqua nella borraccia è ghiacciata; ho voglia di qualcosa di caldo. Ci godiamo con calma tre cioccolate, e soprattutto il caldo della stufa; poi, però, s’ha da scendere…

Primo mio errore madornale: per pigrizia, non mi cambio la maglia alla pelle, anche se ne ho una asciutta nello zaino. Secondo, ancor più grave: non ho portato un paio di guanti di ricambio. Quelli che ho sono ormai fradici. Capisco, dai primi metri di discesa, che sarà tutt’altro che facile…
Scendo a freni ben più tirati del solito, un po’ perché non vedo nulla – gli occhiali si appannano; ho dovuto levarli, e così son cecata – un po’ perché la strada è sporca e scivolosa. Il freddo mi assale, piedi, gambe, torace, mani. A Crissolo mi devo fermare: le mani sono completamente insensibili; non riesco più a frenare. Se non fosse per Matteo, che mi cede i suoi guanti di lana e quelli più spessi da metter sopra, mi toccherebbe restare qui, perché proprio non potrei pensare di scendere, se non a piedi.
I km che seguono sono un vero tormento. Ho freddo, tremo tanto da non riuscire a tener dritta la bici; mi gira la testa, un po’ per il gelo, un po’ per la paura, che in questi momenti mi prende, assurda ed incontrollabile. Ed è anche la rabbia perché sto rallentando e creando problemi anche ai miei compagni di viaggio. Loro sembrano insensibili al freddo: non so come facciano, davvero… Io mi stramaledico per la fesseria che ho fatto di non portare i guanti di ricambio; mi sforzo di stare calma sperando che arrivi presto Paesana… E Paesana arriva, prima o poi. Luca, poco prima, fora: con somma tranquillità, lui e Matteo risolvono il problema in un attimo. Mi vergogno della mia inutilità, ma non posso nemmeno dare una mano: le mie dita sono ingovernabili! Scendo ancora un po’, torno indietro, ma non basta a togliermi via il freddo dalle ossa. No no, io a Montebracco non vado più… Chi mi tira giù da là sopra, poi? No no, un’altra discesa non la voglio fare!

Già, però… Poi lo so che mi pento… Lo so che mi resta il rimorso… Così rimugino, mentre da Paesana saliamo alla Colletta e in un tempo eterno, sempre per colpa mia, arriviamo giù a Mondarello. Ecco come siamo conciati Luca ed io:

Qui ci separiamo: Luca torna verso Savigliano; poverello, non lo invidio proprio, con tutta quella pianura che gli tocca sciropparsi adesso. No no! Matteo ed io, che nel frattempo ho cambiato idea, giriamo a destra per Montebracco.
Anche qui, Matteo parte a razzo e sparisce subito dalla mia vista; io salgo pian pianino, ma bene, insomma; sono soddisfatta, non fatico più del giusto, speriamo sia un buon auspicio. Solo a metà della salita, una bella tirata da sei km e più di 500 mt di dislivello, mi levo una delle due giacche. Quando mancano due km alla cima, incontro Matteo che sta già scendendo; ovviamente gira e torna su con me, tanto per gradire. Rampa dopo rampa, s’arriva in cima.

La mia discesa è degna delle comiche. Alla mia cronica incapacità in discesa si aggiungono la paura, il freddo, la strada viscida, la pendenza sostenuta di questa strada; scendo ad una velocità che penso stia ben sotto i dieci all’ora e in qualche punto, ebbene sì, scendo dalla bici!!! Penso d’essere l’unica ciclista che pedala in salita e cammina in discesa… Mi spiace per Matteo che aspetta pazientemente, ma non posso farci nulla. Sono sempre in difficoltà in discesa, ma ci sono momenti, come oggi, in cui le circostanze avverse, tutte insieme, mi rendono proprio un disastro, incapace anche di fare le manovre più elementari. Come se non fossi mai salita su una bici. In pratica, la mia salita a Montebracco oggi ha richiesto lo stesso tempo che ho impiegato in discesa, e purtroppo non scherzo e non esagero.

L’arrivo al fondo è una liberazione… Da Barge all’auto, son quindici km di leggera discesa e pianura, in cui ho solo due sogni: il riscaldamento dell’auto ed un piatto di agnolotti. Matteo prova a convincermi a stargli a ruota, ma non ho più né la voglia né la testa: penso solo a pestare disordinatamente sui pedali, per arrivare più in fretta possibile a Cardè. E infine a casa… Gli agnolotti!!! Ce li siamo proprio meritati…

Naturalmente, un GRAZIE al cubo è dovuto a Matteo e Luca, che anche oggi si sono armati di una dose industriale di pazienza per sopportarmi. Alla prossima!!!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!