17 gennaio 2009 – Notturna a Punta Aquila

La proposta era già stata lanciata qualche giorno fa: un itinerario nella zona di Giaveno, una salita in parte su asfalto ed in parte su neve, con destinazione tale Punta Aquila, a quota 2.100 circa. Leggendo quella mail, mi sono chiesta se Mik si fosse per caso dato all’alcool o all’uso di chissà quale droga pesante: 2.100? A gennaio, con tutta la neve caduta quest’inverno, senza sci, senza racchette, con le sole scarpe? Non so un emerito tubo di montagna invernale, visto che ho sempre accuratamente evitato di andare volontariamente a caccia di freddo; però, sulle prime, l’idea non mi ha affatto entusiasmata. Anzi: la risposta nata nella mia mente è stata molto colorita; poi, lavorando di lima, seghetto, scalpello e martello, si è tradotta in un morigeratissimo “Non mi pare il caso”. Con tanto di argomentazione scientifica: se la neve non fosse gelata, affonderemmo fino alle orecchie, almeno io che concentro un peso massimo su una superficie di scarpa abbastanza piccola; se la neve al contrario fosse gelata, magari riusciremmo a salire, ma sarebbe l’ultima ascesa della nostra vita, perché in discesa prenderemmo senza dubbio alcuno il volo, come gli sciatori che si lanciano dal trampolino. Ma senza trampolino e senza sci. A nulla sono valse le garanzie offerte da Mik: le informazioni del collega scialpinista, la promessa che, in caso di difficoltà, avremmo rinunciato… Il metro con cui lui misura le difficoltà non è lo stesso che uso io! E poi, scherzi a parte, mi spaventano la quota, la possibilità di trovare freddo davvero severo, visto che in pianura, in questo periodo, la temperatura scende parecchi gradi sotto lo zero… Insomma, ho timore di cacciarmi nei guai. Non sono mai stata una persona granché saggia, ma se c’è una regola a cui non intendo contravvenire, è questa: la montagna non va mai sottovalutata… Anche una passeggiata apparentemente innocua può essere pericolosa, se non si è adeguatamente equipaggiati e se non si ha un minimo di esperienza. Ed io non sono un cuor di leone.

Però… Il tarlo, si sa, lavora nell’ombra, senza farsi sentire, nascosto dal tran tran quotidiano. Scava, scava, si fa la sua strada. A me questo no così deciso, in fondo in fondo, non piace… Mi resta un senso quasi di colpa: rinunciare senza aver provato, non è da me… Magari il pericolo è solo nella mia testa. Potrei anche provare; vorrà dire che, prima di finire nei guai fino al collo, me ne accorgerò, no? Sarò sempre in tempo a tornare indietro… Almeno, spero! Insomma, come sempre, non ci vuole poi molto per convincermi a lanciarmi nell’impresa. Beh, lanciarmi è una parola grossa; diciamo, per avvicinarmici in punta di piedi. Detto fatto, si combina l’uscita per un sabato sera, in modo da avere un paio d’ore di nanna in più al mattino successivo. Anche se in realtà non sarà affatto così, visto che, al mattino successivo, la sveglia sarà puntata alle sei e mezza per una fuga ciclistica a caccia del calduccio del mare!
Fagocitiamo nell’avventura anche l’altra immancabile testa matta: da Genova con furore, arriverà anche Matteo. Così, poco dopo le otto di un sabato sera di gennaio, eccoci alla frazione Maddalene, dalle parti di Trana se ho ben capito: in realtà, come sempre, da passeggera, non ho badato alla strada che abbiamo fatto per arrivare fin qui. Matteo arriverà probabilmente con un po’ di ritardo: siamo già d’accordo, Mik ed io ci si avvia, tanto il Genovese non avrà alcun problema a raggiungerci di corsa!
Siamo sulla piazzetta di un paese fantasma: una chiesa, alcune case, nessuna traccia di presenza umana. Solo segni di ex-umanità, gli annunci mortuari proprio davanti al naso. Che effetto strano, il solito pensiero di vederci il mio nome lì sopra: prima o poi succederà… Ma tu guarda cosa devo andare ad elucubrare proprio adesso! Mi pare d’esser mia nonna, quando secoli fa già pretendeva dal fotografo un’immagine “ca vada bin da bütè en s’la tumba”… Ed è ancora perfettamente viva, vegeta e più arzilla di me! Torno precipitosamente alla realtà: Mik ha pensato proprio a tutto! Nientemeno che un paio di ghette ed un paio di ramponi anche per me… Io che, come al solito, non mi sono nemmeno lontanamente preoccupata dell’equipaggiamento, nei giorni scorsi. Sarei partita serena e fiduciosa con le scarpe da trail… Il problema è che i ramponi, nello zaino, non ci stanno più, vista la quantità vergognosa di vestiario che ci ho messo. E pure il telo di sopravvivenza… Si sa mai che ci si perda! Non è poi un’ipotesi così peregrina, visto che mi è già successo. Almeno, fino a domani, sopravviveremo! Appendo i ramponi allo zaino: lo so, è una scelta ben poco saggia, dato il mio equilibrio instabile che, su neve, moltiplica le occasioni di caduta, ma tant’è, non ho voglia di sottilizzare. Così mi ritrovo a percorrere i primi chilometri, su asfalto, con i ramponi che ad ogni passo mi massaggiano la chiappa sinistra: non ho diritto di lamentarmi; c’è gente che paga per farsi fare i trattamenti anticellulite…

Ci avviamo al buio, di buon passo, lungo la salita. Per ora siamo su asfalto, in mezzo alle abitazioni, sia pur diradate; in basso, le luci del fondovalle, Superga lassù, in fondo, sulla collina. Tendo l’orecchio: se Matteo è in arrivo, dovremmo sentirlo già a partire da quando uscirà dalla tangenziale. La sua macchinina è tascabile, ma fa più fracasso dello Shuttle al decollo… Mik ed io procediamo di buon passo: così il nemico sarà costretto a correre più forte per raggiungerci, e magari si stancherà un po’ e non ci tirerà il collo per il resto della salita. Pia illusione, secondo me: Matteo è infaticabile, l’ho visto in crisi una sola volta da quando lo conosco, ed anche da quella crisi si è ripreso con un vigore che non so davvero da dove possa essere sgorgato. Intanto elaboriamo il piano d’azione per l’indomani: partenza per il mare, destinazione Savona o dintorni, per un bel giro in bici finalmente al caldo. O “al meno freddo”. Ad essere sinceri, nemmeno qui sembra fare particolarmente freddo stasera. Ma siamo partiti da quota ottocento metri circa; quel che temo io è lassù…

Case sonnacchiose e cani vigili: Mik ricorda con timore gli scatti in bici, in fuga dalle bande di inarrestabili e mordacissimi cagnetti. Però mi sa che questa sera i cagnetti sono in sciopero; ci notano, sì, ma con molta sufficienza.. Passiamo indenni. Mi volto spesso indietro, ma la strada è deserta. Confesso che immaginavo che Matteo arrivasse prima; è vero, ha un sacco di strada da fare, ma questo silenzio mi preoccupa un po’. Va bè, se proprio, alla fine dell’asfalto, non si sarà ancora visto, lo cercherò via telefono. Ma non ce n’è bisogno: non ho ancora finito il pensiero, che Matteo ci spunta a fianco, arriva di corsa su per queste rampe senza neanche il fiatone. No, decisamente il fiato non gli manca! Più o meno è come se avessimo acceso la radio… Mik ed io siamo di norma più taciturni, io non per indole ma per la fatica che mi porta via l’ossigeno; provvede lui a fare il giullare per cavarci la risata! Così, con la cronaca del rocambolesco viaggio da Genova, arriviamo alla fine dell’asfalto ed all’inizio delle mie preoccupazioni. Un enorme piazzale investito di luce e musica di un altoparlante: nientemeno che un ristorante quassù! In questo posto dimenticato dal mondo… E noi che andavamo a caccia di solitudine, quiete e meditazione! Beh, quiete più o meno; anche noi, nel nostro piccolo, riusciamo a creare un bel po’ di sconquasso nell’ecosistema del luogo.

Quando il gioco si fa duro… Si comincia a pestare neve. Da qui in poi, cammineremo sulle tracce degli scialpinisti. Prima qualche tornante dolce dolce, per scaldarci: si affonda, ma non troppo; anzi, direi che la neve tiene discretamente. Non c’è ancora bisogno della luce frontale: stanotte non c’è la luna, ma il riverbero della neve permette comunque di procedere senza perdere la retta via; e poi c’è la luce che emana dalla pianura, nonché dal megaristorante appena sotto di noi. Cielo, anche questa volta, meravigliosamente limpido e stellato; pochi alberi carichi di neve. Tracce, nessuna, se non quelle degli sci. Eppure il sentiero è definito, come se ne stessimo seguendo la proiezione sopra il manto nevoso.

Come immaginavo, perdo terreno rispetto a Mik, da subito. Lui levita come i treni giapponesi, mentre io affondo nelle sabbie mobili, e più cerco di camminare in fretta, più mi areno. Per fortuna a chiudere la fila c’è Matteo, che non mi molla un momento. Ecco. Dal momento che c’è lui, per questa sera ho messo via la paura. Se lo sapesse, probabilmente se ne preoccuperebbe, ma la sua presenza per me fa da parafulmine di qualsiasi preoccupazione, sempre, e soprattutto in montagna, e ancor più questa sera che, con l’aggiunta della neve e del buio, io sono proprio in balia degli elementi. La traccia si fa sempre più ripida; salgo con il naso contro la neve, o meglio ci provo, scivolando di continuo, talvolta affondando fino al ginocchio. Vado giù, appoggio l’altro piede, vado giù anche con quello, insomma sembro una balena spiaggiata… I bastoncini aiutano, ma non molto. Non vedo quasi nulla intorno a me, perché non posso distogliere gli occhi dal punto in cui appoggerò il prossimo passo, e forse è meglio così. La pendenza sostenuta mi fa pensare che, in discesa, sarà vita dura, durissima… Ma non importa, ormai sono qui e non è proprio il momento di fare i capricci, anche se il fiato è sempre più corto, il cuore sempre più affannato, il capocordata sempre più lontano. Ma c’è Matteo…
Un bivio dietro l’altro, e davvero non riesco a capire come Mik riesca a vedere un itinerario in questa distesa di neve senza forme, senza riferimenti. Ogni tanto, alzando lo sguardo, mi par di vedere una sella, ma no, noi non andiamo verso di lì, infiliamo un’altra rampa e poi un’altra ancora. E mi sembra incredibile poter progredire con le scarpe, semplicemente con le scarpe, che si conficcano nella neve quel tanto che basta a stare in piedi, e solo ogni tanto, in qualche punto, affondano più giù. Grazie anche alle ghette, i piedi sono ancora asciutti.

Non mi par vero di veder apparire davanti a me, all’improvviso, un edificio. Forse il rifugio a cui accennava Mik nella mail? Me n’ero dimenticata… E’ lui stesso a rispondermi; si tratta del rifugio a quota circa 1.800 m o poco più. Quindi, facendo due conti, abbiamo percorso seicento metri di salita, dal ristorante, in quel che mi è sembrato un lampo, nonostante la fatica. Per la prima volta alzo lo sguardo e vedo la sterminata distesa di luci dalla pianura: non mi piace, anzi, mi dà immediatamente un senso di vuoto e di vertigine. Mi rendo conto che, scendendo, l’avrò davanti a me, quella vista, e non sarà facile, niente affatto. In cuor mio vorrei scendere, subito, ma, quando Mik propone di proseguire verso la cima, approvo senza indugio. Non posso lasciare che la paura mi fermi qui, non adesso, non stasera, quando proprio non c’è ragione di aver paura. Ci lasciamo alle spalle il rifugio ed il traliccio che credo fosse parte degli impianti di una pista da sci ormai inesistente, riprendendo il nostro viaggio nella neve. Non manca più molto dislivello, ma ci sono alcuni passaggi “in cresta”: probabilmente nulla di che, per chi è abituato a questo genere di esperienze, ma difficilissimi per me che ho il terrore del vuoto. Superare il primo di questi tratti mi costa uno sforzo di volontà non indifferente: cammino su una sottile striscia, mentre il pendio a destra e sinistra si tuffa ripidissimo verso il nero della notte. Non vedo quel che ci sia oltre; potrebbero esserci venti metri di salto o mille, non lo so, non ho nemmeno più gli occhiali, inutili quando si appannano. Ed è meglio così: se fosse giorno, io qui non passerei nemmeno al traino; vedrei il baratro in tutto il suo splendore e tornerei con le pive nel sacco al rifugio, in attesa del ritorno dei miei compagni di avventura. Invece passo. Via la prima cresta, via un tratto di pianoro, un po’ di risalita secca. Scruto il nero davanti a me, ma non riesco ancora a distinguere dove possa essere la nostra meta, la Punta Aquila. Mi limito a seguire Mik, aiutandomi con la frontale che l’immancabile Matteo mi presta, visto che ho dimenticato la mia. Più che prestarmela, mi costringe a mettermela sul cranio, dopo avermi anche derubata dei ramponi appesi allo zaino, per timore che mi faccia male. In altre circostanze, ad un affronto del genere avrei reagito catapultando il malcapitato direttamente sul sagrato della Basilica di Superga… Ma qui sono in condizione di inferiorità, direi di infimità; sto già combattendo una lotta senza quartiere contro i nervi che potrebbero saltare da un attimo all’altro per la paura… E poi sarebbe assurdo, lo so che Matteo si preoccupa davvero. Ed ha ragione, io qui sto camminando su una corda tesa; è più che probabile che prima o poi cada e che le punte dei ramponi, nella migliore delle ipotesi, mi obliterino una chiappa.

Una piccola costruzione, poi ancora un breve tratto di salita. La croce è inequivocabile: questa volta ci siamo. Ci fermiamo un attimo, tiro il fiato. Mi guardo intorno, è bellissimo, ma è una sensazione sgradevole; le luci laggiù in fondo, piccolissime, il silenzio pesante, il vento mi investono in un senso di vertigine quasi immediato. Mi chino sullo zaino per non perdere l’equilibrio; in quel momento, mi ricordo anche che è forse il caso di mettere qualcosa sotto i denti. Ho mangiato una sorta di pranzo/cena alle tre oggi pomeriggio, dopo un giro di corsa piattissimo da venticinque chilometri; è da un po’ che sento la fame, ma la tensione era troppa per fermarmi. Ho un ciucciotto di gel, di quelli che si comprano da Decathlon, disgustosi quanto basta, ma abbastanza efficaci per tappare il buco nella pancia; lo faccio fuori, mentre Matteo imbandisce la tavola per il suo lauto ed abbondante pasto, raccogliendo con cura ogni minima briciola che cade nella neve. Inutile tentare di spiegargli che una briciola fornisce meno calorie di quelle che si sprecano per raccoglierla…

Concluse le operazioni di pieno di carburante e vestizione, litigato un po’ con la luce di Mik che non vuol saperne di stare accesa, ritorniamo sui nostri passi. Ecco, è proprio il momento che avrei voluto vedere più lontano possibile. Ora le luci della pianura sono tutte lì davanti a me, beffarde, a dirmi il salto che c’è tra me e loro, tanto facile da compiere, soprattutto perché in discesa il mio equilibrio è, se possibile, ancora più precario. Il cuore impazzisce, peggio che in salita. Calma Gian, calma. Guarda le punte dei piedi, guarda lo spazio di luce di Mik là davanti, segui le sue orme ed andrà tutto bene. Il silenzio, c’è troppo silenzio qui intorno. E le tracce, mi sembra che si moltiplichino a dismisura. Se fossi sola, qui, avrei già perso completamente l’orientamento. In effetti, qualcosa del genere succede. All’improvviso, ci troviamo davanti ad una chiesetta: all’andata, non l’avevo notata… Semplice: non siamo passati di qua, all’andata. E allora… Mi sforzo di lasciarmi contagiare dalla calma olimpica dei miei due colleghi; “Tracce ce ne sono tante, e vanno in giù”, mi rassicura Matteo… Ma confesso che il panico si impossessa di me all’istante. Giriamo alla ricerca della casermetta che abbiamo visto poco prima della cima; cammina cammina, a me pare che si stia tornando indietro, verso la Punta: mi sembra che si vada troppo indietro… Invece no: è evidente che non ho più alcuna idea di come siamo girati, perché Matteo mi fa notare che la Punta è, com’è giusto che sia, alle nostre spalle. Non me ne sono resa conto, ma siamo tornati sulla retta via. Gaudio e giubilo… Sono talmente sollevata che quasi quasi la discesa mi si spiana. In effetti, non ho ancora trovato nulla di così pauroso come mi aspettavo, nemmeno un tratto di cresta che ci regaliamo in più rispetto all’andata; anzi, la neve è talmente soffice che attutisce le cadute e permette persino di lanciarsi in qualche piccola scivolata. Mik si lancia giù a valanga, ma qualcosa mi dice che non è il caso di imitarlo…

Dopo un tratto di pendenza dolce, ecco spuntare là in fondo, credo almeno cinquecento metri più in basso, il ristorante, ancora illuminato. Una bella picchiata fin laggiù: impressionante… Ma anche qui il buio gioca a mio favore, impedendomi di avere un’idea chiara delle distanze, del vuoto. Scivolo e scivolo, cerco di non perdere troppo terreno rispetto ai colleghi, che intanto si dilettano nella ricerca delle costellazioni. Senza occhiali, io di stelle ne vedo la decima potenza di quelle che esistono lassù! Ma ho addosso un’euforia incontenibile adesso, quel misto di senso di avventura compiuta e di pericolo scampato, ed anche, perché no, di orgoglio per una piccola impresa che non credevo possibile per me, con tutto il mio bagaglio di fobie. Però adesso ho voglia di scendere, basta neve, basta punte, basta buio e silenzio. Il piazzale è sempre più vicino e tuttavia sempre troppo lontano, per quanto la discesa sia ripida.

All’improvviso, Matteo ne combina una delle sue… Lo vedo accasciato sulla neve: non capisco, ma manco tre o quattro battiti del cuore. Ma cosa fai? Dice di volersi fermare per un attimo di sonno. Sonno? Ma stai scherzando? Non ci credo nemmeno per un attimo: non ha senso, non può essere; senza dubbio non si sente bene… In un istante, un diluvio di pensieri, prendere il telefonino, chiamare i soccorsi… Lo so che è una reazione esagerata, ma non stiamo mica parlando di un Tizio qualsiasi! No no, io mi rifiuto di andar giù se non riparti anche tu. Alla fine scatta come una molla e si rimette in cammino: ok, aveva ragione lui, era solo sonno… Ma come avrei potuto credergli?

Restano poche decine di metri su e giù per i tornanti, schivando qualche ramo di pino che si spinge troppo audace sulla strada, e finalmente siamo al piazzale. Via la frontale, via i bastoncini, finalmente si cammina da persone civili. Anzi, dopo tanto incespicare, sembra quasi di volare!

Libero sfogo alla chiacchiera, all’euforia. Si torna a parlare di tutto, di bici, di pedali, di catene, di stagione da pianificare, di personaggi da convincere a tentare certe imprese, Eedi altri da svegliare nel cuore della notte per trascinarli nel giro in bici di domani. Ma che dico, di domani: di oggi, tra poche ore! E poi si parla di passate avventure in bici, quelle di quando non ci frequentavamo ancora: ed è sempre curioso scoprire particolari della vita di chi ti sembra ormai di conoscere da sempre. E’ vero quel che ho letto in più di uno dei libri di alpinismo che consumo pedalando sui rulli; è vero per l’alpinismo, probabilmente, ma di certo è vero anche per tante altre circostanze: condividere un’esperienza intensa, faticosa, magari anche una paura, una preoccupazione, crea tra le persone talvolta un legame più solido di quello che potrebbe nascere in anni di “semplice” amicizia. E ti sembra di camminare, di pedalare insieme da secoli, e non ti ricordi più che è solo un anno, pochi anni…

Passo dopo passo, ritroviamo la frazione, le case, i cani di prima, e persino qualche auto che sale, il conducente ignaro della nostra presenza, forse un po’ addormentato, pure lui. E pure io, visto che non mi accorgo che siamo già a Maddalene, se non quando sono in vista dell’auto. Via le ghette, via i ramponi; meno male che è Mik a guidare, perché io stento a tener gli occhi aperti. Tra un’oretta, nebbia permettendo, sarò a nanna, per ben tre ore di sonno abbondanti. Poi s’ha da pedalare! Per dormire ci sarà tempo, come sempre… La prossima volta!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!