17 gennaio 2010 – Maratona della Pace sul Lamone

“Ma almeno hai idea di dove sia il punto di partenza della corsa? “. Buona domanda. A simili quisquilie, gretta insignificante minutaglia, il mio neurone rifiuta di dedicare anche un solo infinitesimo del proprio operato; forse perché è un neurone sussiegoso, o forse, ipotesi più realistica, perché fatica già anche troppo a mandare a memoria le linee generali. Tutto ciò che so è che dobbiamo raggiungere Bagnacavallo: ora che abbiamo appena superato il cartello con il nome del paese, per me è il buio. E non solo perché sono le due di notte passate ed ho alle spalle cinque ore di guida ed una bella ed intensa giornata trascorsa a scorrazzare per i sentieri sopra Arenzano . Matteo insiste: “Ma non è possibile che sul sito della gara non fosse indicato nulla”. Sopprimo a stento il fastidio: certo, so benissimo che non è possibile; probabilmente era tutto scritto, via, numero civico e coordinate GPS, solo che io devo aver saltato quel brano a piè pari. Evitiamo di puntualizzare l’ovvio, per cortesia, o, come si suol dire, di spaccare il capello in quattro. Non sono mai stata un asso nell’organizzazione dei viaggi: l’entusiasmo della partenza travolge qualsiasi barlume di buon senso. Però sono un’inguaribile ottimista: “Bagnacavallo non è mica New York – replico con glaciale tranquillità – vedrai che non avremo problemi a trovare la partenza, domattina”. E con ciò, il discorso per me è chiuso. Il sonno reclama il giusto tributo; in più, a notte fonda, potremmo girare come trottole per tutta la provincia senza vedere nulla che ci aiuti ad individuare la nostra meta. Nessuno che si aggiri con le borse della gara, nessuno che monti gazebo ed arco di arrivo. Tantovale dormirci su.

Sulle prime, mi sforzo di essere accondiscendente, lasciando a Matteo la scelta del parcheggio che più lo ispira per qualche ora di nanna, ovviamente in auto. Vorrebbe uscire dal paese, lui, in modo da stendere il materassino per terra, fuori, e dormire così, inumato nel sacco a pelo; è terrorizzato, chissà perché, dall’idea del sonno sul sedile, “con i piedi più in basso della testa”. Una delle sue fissazioni. Ma a tutto ciò mi oppongo fieramente: anche alla follia c’è un limite. Già la mia abitudine dei pernottamenti nella Opel, lo ammetto, non è il massimo della sicurezza; se poi ci si va anche ad isolare in qualche luogo buio e deserto, tantovale appendersi un cappio al collo e via. Tronco sul nascere anche l’ambizione del mio povero compagno di viaggio per un parcheggio riparato dalla luce dei lampioni: “Se hai sonno – sentenzio – vedrai che riuscirai a dormire in qualsiasi condizione”. Detto ciò, srotolo il sacco a pelo e mi ci tumulo. Lui no, armeggia con il sedile, s’infila il materassino arrotolato sotto la schiena, uno zaino sotto i piedi, nella disperata ricerca della posizione orizzontale, ricerca destinata inesorabilmente a fallire. Non mi stupirei se lo vedessi estrarre la bolla da muratore… Per risparmiarmi il penoso spettacolo, crollo in un sonno profondissimo.

Quattro ore e mezza più tardi, la sveglia ci strappa al coma profondo. Tocca scongelare il parabrezza e noi stessi, e meditare intanto sul da farsi. Matteo non ha dubbi, anche perché, per lui, il riavvio del cervello è subordinato e successivo al riavvio dello stomaco. Ammesso e non concesso che il suo stomaco concepisca il riavvio: secondo me, quest’uomo ha qualcosa in comune con i ruminanti; è impegnato in un processo di digestione perpetuo. Apre mezza palpebra e spalanca le mascelle. Ottimo: ne approfitto per mettere in moto la Opel e partire per un giro esplorativo della metropoli di Bagnacavallo. La ricognizione si conclude dieci minuti dopo, a cento metri da lì: un parcheggio, alcuni camper, un po’ di viavai. Ci siamo: all’interno di un bellissimo cortile con pavimento di ciottoli e porticato in mattoni, gli organizzatori stanno già distribuendo i numeri di gara. Visto che avevo ragione io? L’abbiamo trovato, il posto giusto…

Raccattati i pacchi gara, posso finalmente pensare anch’io al benessere del mio pancino, mentre il viavai di podisti si fa più intenso. Brusio, chiacchiere, atmosfera familiare e rilassata: nulla a che vedere con le facce truci e gli ostinati silenzi delle partenze delle maratone più blasonate. Oggi non ci tocca esattamente una maratona; i km da correre sono quarantotto e, se il mio informatore non ha mentito, son quasi tutti su strada sterrata.

Tengo compagnia all’onnivoro sul sedile passeggero, combattendo con un panino al formaggio che, mi son ricordata troppo tardi, con gli incisivi rotti è ben difficile espugnare. Povero Matteo: oggi è qui s proprio solo per far piacere a me… Lui che aborre la corsa in pianura e che, sua sponte, non avrebbe mai preso parte ad una gara del genere. E si sforza persino di mostrarsi contento! Sarò mai capace, a parti invertite, di accollarmi un sacrificio del genere per lui? Uhm. Domande imbarazzanti da affogare in una stecca di cioccolato Lindor. Poi yogurt e marmellata. La giornata si annuncia grigia. Per dirla tutta, è prevista pioggia: speriamo di no… Ma io avrò comunque sulle spalle lo zainetto con la giacca impermeabile. Sarà pur vero, come ironizza Matteo, che la pioggia non rappresenta un problema, perché il corpo umano non arrugginisce; arrugginire forse no… Ma una polmonite non è ipotesi così remota. E poi non sopporto il freddo della pioggia su schiena, spalle, torace; la giacca impermeabile fa sudare lo stesso, ma se non altro mantiene il calore. Ergo, unica tra tutti i presenti, correrò con lo zainetto che fa da copertina di Linus.

Rapido cambio d’abito e un po’ meno rapida coda all’unico bagno disponibile, scambiando quattro chiacchiere con i volti noti ed anche con quelli meno noti. Sfoggio il mio sorriso ormai ridotto a ventisette denti, dopo i tre giudizi estirpati ed i due incisivi lasciati sul cofano dell’auto che mi ha tagliato la strada a Capodanno, mentre rientravo verso casa alla fine di un giro in bici: credo di avere un aspetto abbastanza raccapricciante, ma che importa. Sorridere è una di quelle azioni che non possono mancare nella mia giornata, mai.
Ci raduniamo nel cortile, sotto l’arco gonfiabile. Saremo un centinaio di persone, forse? Chissà. Chiacchiero con Andrea, alla sua prima gara di distanza oltre la maratona, e con Luca; Matteo è taciturno, sembra teso, anche se ha spergiurato di non voler interpretare quest’appuntamento con la foga dell’agonismo. Mah, io non credo finché non vedo la classifica. Conosco il mio pollo…

La mandria si mette in movimento: siamo partiti o no? No, non ancora, forse è solo uno spostamento. Seguo le schiene che mi precedono, senza pormi troppe domande. La truppa si ferma qualche minuto dopo, in un altro lato del parcheggio: l’atmosfera generale è talmente rilassata che lo sparo del via coglie quasi tutti di sorpresa.
Come sempre, la parola d’ordine è “piano”. Partire piano, secondo l’insegnamento di quel mito vivente che è Marco Olmo: “Andate piano che è lunga”. Lasciamo perdere il fatto che il concetto di “piano”, per Olmo, corrisponda più o meno al mio concetto di “a tutta birra, finché non c’è più fiato”. Si corre e si chiacchiera: un po’ di asfalto per uscire dall’abitato, un breve tratto in una lista di prato in mezzo ai frutteti, poi ancora un po’ di strada vera, forse un paio di km. Non dovrei comportarmi da impicciona, ma non posso fare a meno di prestare orecchio al comicissimo dialogo che si sta componendo alle mie spalle. Un podista racconta di essere qui oggi per esortazione del figlio: “Babbo, perché non ci vai anche tu?”. Pare che il premuroso pargolo sia al corrente di un’assicurazione sulla vita dell’atletico papà. Ma la domanda sorge spontanea: lo sfinimento è contemplato tra le cause di trapasso che consentono ai beneficiari di incassare il risarcimento? Si scatena così la fantasia dei compari del podista, per simulare un incidente stradale, un omicidio, chi più ne ha più ne metta. E già le mie gambe minacciano di diventare molli per le risa: cominciamo bene! Mi torna in mente un episodio di cronaca nera di parecchio tempo fa, quando un uomo, titolare di un’assicurazione contro gli infortuni, aveva architettato una truffa ai danni della compagnia, con la collaborazione di un amico che gli aveva segato via una gamba con la motosega. L’intento era incassare e dividere il risarcimento, da buoni compari. Il risultato è stato un po’ diverso: assicurato passato a miglior vita ed aspirante beneficiario rinchiuso in galera. Ma si può essere più idioti?

Matteo scalpita. Un paio di km dopo il via, ecco l’annuncio: “Provo ad allungare un po’”. E poi, quasi a scusarsi: “Se mi raggiungi e vedi che non ce la faccio più, trascinami alla fine”. Sì, certo, come no, se ti raggiungo. E’ più facile che il solito cammello obeso passi per la cruna di un ago piccolo… Povero cammello. Seguo la maglia verde di Matteo finché non sfuma nel grigio indistinto della nebbia. Capannoni e case isolate ben sorvegliate dai cani: in un cortile, dietro una grata, abbaiano due splendidi colossi, un pastore tedesco ed un pitbull a cui qualche decerebrato ha tagliato, come da criminale tradizione, le orecchie e la coda. Si fosse tagliato la sua, di coda… Attraversiamo una strada, passiamo sotto l’autostrada; una breve salita e siamo sull’argine. Maratona della Pace sul Lamone, questo il nome completo della corsa: eccoci infatti a correre su un cordolo di terra, pochi metri di larghezza, altissimo sul letto di un corso d’acqua che oggi sembra così placido, ma che, a giudicare dalle sponde costruite apposta per lui, deve incutere vero terrore quando s’infuria.
Prima brevissima sosta al punto di ristoro, per un bicchiere di sali ed un boccone dell’invitante crostata lì disposta a fare bella mostra di sé: riparto subito, masticando e rischiando il soffocamento. D’ora in poi il terreno di gara sarà questo, l’argine. Man mano che gli occhi si abituano alla visione sfocata – ed i miei, da miope incallita, sono avvantaggiati – si delinea un paesaggio piatto che più piatto non si può. Cielo grigio uniforme, nebbia a mezz’asta in cui si disegnano, man mano che ci si avvicina, i contorni di splendide cascine ben ristrutturate. Isolate, una qua una là, quasi tutte accompagnate da uno o più alberi immensi, vecchi di chissà quanti anni. Meglio che mi guardi intorno adesso, finché i km nelle gambe sono ancora pochi e la stanchezza non si sente. Il terreno è morbido ma non troppo fangoso; si calpesta ghiaia, erba, si va a bagno in qualche pozza.
Superiamo la ferrovia, attraversando i binari sotto il controllo vigile di un sorvegliante; mi fido, non guardo né da una parte né dall’altra; del resto sono convinta che, se proprio si deve passare a miglior vita, meglio che la botta sia rapida, inattesa e possibilmente indolore!
Il torrente è placido, sembra quasi fermo, grigio come tutto il resto. Un uomo cammina ai piedi dell’argine, lungo i canneti; dagli abiti, sembra un cacciatore, ma non ha armi con sé; forse indossa gli stivaloni solo per il fango. Lo accompagna un bel cane da caccia, impegnato naso a terra nella ricerca di chissà cosa: non certo di una preda per la tavola del suo amico umano, visto che d’improvviso fa una deviazione, risale l’argine alla velocità di una scheggia e punta dritto verso di me. Chissò perché proprio verso di me, con tutti i corridori che passano oggi quassù? Forse perché sa, il filibustiere, che lo ricoprirò di coccole, cosa che infatti avviene, un attimo prima che il padrone, bonariamente, lo richiami all’ordine.
I primi, i più veloci, compaiono già in direzione contraria. Non ho idea del percorso, ma mi sembra di capire che da qualche parte, più avanti, ci sia un punto in cui si svolta e si torna indietro. I distacchi, nelle prime posizioni, sembrano ancora contenuti. Quanta strada avremo macinato fin qui? Chissò, non ne ho idea. Si avvicinano sulla destra le case di un piccolo paese, un campanile su cui non leggo l’ora. Scruto già da lontano le figure che mi corrono incontro, alla ricerca di una maglia verde, ma non riesco ad intercettare Matteo prima che i volontari che vigilano sul percorso mi facciano deviare verso destra, giù attraverso un piccolo parco e tra le case del paese. A quanto pare, la corsa segue un piccolo anello, per passare nella piazzetta dov’è stato allestito il punto di ristoro. Coca Cola, due bicchieri, anche se il freddo è pungente e ci vorrebbe piuttosto un paiolo di polenta calda. Ci sono anche gli amaretti secchi, fantastico! Ne afferro un paio e scappo. A dire il vero, le gambe corrono di buona lena, oggi, senza che lo stomaco reclami, almeno per ora. Si ritorna sull’argine, in senso contrario. Comincio a raccattare qualcuno dei fuggitivi, quelli che son partiti a razzo ed ora ne pagano già il conto. In effetti, mi sento bene, anche troppo; è una sensazione stranissima, correre senza fatica. Occhio Gian, che non dura. Non tirare troppo la corda. Vista dall’alto su una bella e grande casa con giardino; due cani interessati alla gara: un pastore tedesco che osserva senza fiatare ed un barboncino bianco che si sfinisce le corde vocali a furia di abbaiare.
Altro passaggio sui binari: “Ma non passerà mica l’alta velocità?”. “No – mi rassicura il volontario – solo trenini locali”. Uhm… Dubito che le mie ossa riescano, nel malaugurato caso, a percepire la sottile differenza.

Si procede lungo l’argine, una parte per oggi ancora inesplorata. Di tanto in tanto la strada scende per un attimo a livello del torrente, poi risale con una rampa che taglia le gambe. In alcuni tratti, un altro sentiero corre parallelo all’argine, ma giù, in riva al corso d’acqua; è una pista di fango solidificato che ha conservato le orme profonde del passaggio di piedi e mezzi agricoli, e le conserverà fino alla prossima pioggia. Già, meno male che oggi non piove; l’umidità è tanta, ma se il cielo scaricasse giù acqua, noi tutti avremmo già l’aspetto di lottatori nel fango, altro che podisti.
Un sorpasso dietro l’altro, recupero qualche posizione, contendendo agli avversari l’unica strisciolina di terreno battuto in mezzo all’erba. Le mie caviglie non amano il fuoristrada, abituate come sono alla regolarità dell’asfalto. Lo rimpiango un po’, il mio amato asfalto. Guardo con occhio sognante le strade che in certi tratti si affiancano all’argine, là dove passano le auto, Come si fa a vivere in un luogo così piatto, senza avere nei dintorni la rassicurante presenza del Monviso? Senza un piccolo rilievo, una collina, nulla? Però anche questo ambiente ha il suo fascino, soprattutto in una giornata grigia ed uggiosa come questa. E siamo a due passi dal mare.

Di lì a poco, ecco dinuovo i primi podisti che arrivano in senso contrario. Al punto di ristoro, il monito: “Chi fa la Maratona, gira indietro qui; chi fa la 48 km, prosegue ancora. Proseguo, infatti. Il distacco tra i primi è già pesante; passano alla spicciolata, sguardo fisso e un po’ allucinato. Parecchio più tardi, a grappoli, arrivano i podisti veloci ma non da vertice della classifica. Intanto, piano piano, rosicchio altre posizioni, approfittando della mia condizione di grazia. Qui sì che lo incontro, Matteo. Corre di buona lena, ma senza prendersi la pelle, con un viso riposatissimo, come se stesse sferruzzando a maglia. Un saluto veloce, senza fermarsi. Dopo un tratto più tortuoso, qualche curva e qualche rampa, raggiungo quasi senza accorgermene il punto in cui si svolta indietro. Quanti km fino a qui? Azzardo la domanda: “Ventiquattro”… Possibile, siamo a metà? Resto basita: credevo meno, molto meno! Attenzione, però, perché qui scatta la trappolona. L’entusiasmo vorrebbe far correre le gambe il più veloce possibile, manca meno della metà; però non bisogna lasciarsi infinocchiare. Altri ventiquattro km son pur sempre ventiquattro km. Vacci piano Gian. Certo, piano ma con un sorrisone da un orecchio all’altro. Ora sono io che incrocio i ritardatari, con mia gran sorpresa, perché mi accorgo che, dopo di me, c’è ancora un bel po’ di gente. Magra soddisfazione, tra me e loro è pur sempre una guerra tra poveri, e poi so che la pagherò cara, lo sento!

Al successivo ristoro, mi si accoda un podista che ha osservato la mia rimonta: mi fa i complimenti, dice che sto andando bene; io faccio la ruota del pavone, contenta di aver raccattato un po’ di compagnia. Condividiamo qualche km di galoppata, scambiando anche qualche parola, dove si può; la “responsabilità” di un collega per cui fare il passo mi dà un’altra spinta. Ancora sorpassi, ancora gruppetti in lontananza a cui avvicinarsi pian piano, come i predatori. Non so per quale regola accada questo, ma sono quasi sicura, ogni volta che metto il sale sulla coda a qualche avversario, che non sarò riacchiappata a mia volta. E’ abitudine comune quella di partire troppo forte e poi rallentare, rallentare… Succederà anche a me, spero solo non subito!

Non subito… Però, accade. Si torna sul tratto di argine percorso nella prima parte di gara, quello attraversato dalla ferrovia. E qui si presenta, inesorabile, la cotta. Muscoli induriti, il passo diventa più rigido, difficile. Il collega che mi ha accompagnata fin qui capisce, passa avanti: chi ha detto che la scia, nella corsa, non ha utilità? Ne ha, eccome; forse non è un’utilità materiale così accentuata come lo è nel ciclismo, ma è un’utilità psicologica, un aiuto, una schiena a cui aggrapparsi con lo sguardo per non dover più pensare al ritmo, al passo, alla direzione. Il cambio di ritmo imposto dai binari mi dà un’idea di quanto siano rigide adesso le mie gambe. Ce la farò ad arrivare alla fine di corsa? Quanto manca? Cerco con lo sgurado il campanile del paese, l’ultimo giro di boa; è ancora distante, troppo, non si vede. Non ce la faccio fino alla fine, non ce la faccio, devo rallentare, ma il pensiero non arriva ai piedi. Altri podisti a cui passar davanti, alla spicciolata; la cascina, i cani. Matteo, il suo sorriso, il suo incoraggiamento: “Stai volando…”. E’ meglio di mille spinte, anche se poi la brevissima discesa dall’argine al paese è un supplizio per le gambe; devo fare attenzione a non ruzzolare. Pochi secondi di sosta, due amaretti, poi riparto. Uno di quegli amaretti mi resterà in mano fino al tragurado: son talmente cotta che ho paura persino di masticare qualcosa. Un’ultima sferzata, manca una decina di km. Non mollare, Gian, cerca di mantenere almeno questo passo, finché ce la fai. Supero il podista che mi aveva accompagnata fin qui; ho le gambe di legno, ma le figure che ancora vedo, in lontananza, davanti a me, mi ordinano di non rallentare ancora; di provarci, in fondo non sarebbe così grave se anche dovessi mollare. Ed i corridori che incontro nell’altro senso salutano, incoraggiano, fanno i complimenti. Misuro le distanze tra me e me: dai Gian, dal ristoro avrai già fatto cinquecento metri, avrai fatto un chilometro, due. Le gambe sono sempre più rigide; sempre più arduo è lanciare un passo avanti l’altro, eppure la reazione che mi viene naturale è cercare di accelerare ancora: forse perché, così, la distanza se ne andrà più in fretta. A caccia di un podista con la divisa nera, che mi precede di poco; gli arrivo alle calcagna senza che se ne accorga. Si volta poco prima che lo sorpassi; accenno qualche parola, ma il dialogo ormai è risicato. Troppo scarso l’ossigeno. Ancora all’incirca un chilometro prima del bivio con l’ultima parte di strada. Di tanto in tanto si vede un cartello, “Bagnacavallo”: ma dove cavolo è finito ‘sto paese^? Ancora incoraggiamenti all’ultimo punto di ristoro: poi si passa sotto l’autostrada e si torna per un breve tratto sull’asfalto. “Quattro km e mezzo, cinque”, così mi dicono. Per mia fortuna, trovo ancora una lepre, un podista lontano, avanti, su cui regolare gli ultimi scampoli della corsa. Adesso sì, rallento per forza, perché ogni passo non è più spontaneo; va costretto, pensato, forzato. Hai voglia a rivolgere la mente ad altro, alla cascina con l’edera che si arrampica sul muro, all’acqua che scorre nel fosso, alle beghe lavorative o ad altre gare; più mi ripeto di non pensare alle gambe dolenti e più ci penso. Dai Gian, quattro km tre km, ce la puoi fare, ce la devi fare! La figura davanti a me è sempre più vicina. Riconosco il ponticello in mezzo ai frutteti, dove già siamo passati all’andata. Quando proprio il dolore è troppo, smetto di correre; per un attimo cammino, ma solo qualche passo, non di più. Non sia mai, non devo cedere. Riparto di corsa, assaporo fino in fondo l’effimero sollievo che i muscoli hanno tratto da quella minima pausa; al ponticello, sono ormai alle spalle del mio fuggitivo. Il volontario che era lì a presidio dell’ultimo mini ristoro inforca la bici e ci accompagna fino alla fine: “Due km”, meno male. Mi rincuoro. Come sempre, lo stato d’animo si trasferisce alle gambe, subito. Qualche battuta, qualche parola smozzicata; il fuggitivo si aggrappa alla posizione, non cede. Passiamo tra le cascine, torturati dai profumi intensi delle cucine, e si sa che, da queste parti, l’arte culinaria raggiunge vette di eccezionale livello. Il ciclista, di fronte, ci controlla e ci incita. “Bagnacavallo”, l’ennesimo cartello, speriamo definitivo. Sì, siamo nelle vie del paese. Sotto il viale, incontro uno dei fortunati che, a fine gara, si sono già fatti la doccia. Con tono di evidente scherzo, e con l’intenzione di fare un complimento, gli dico sorridendo: “Io li picchierei, quelli come te che a quest’ora si son già fatti la doccia…”. Con tono invece serissimo e canzonatorio, mi risponde il suo accompagnatore: “Se vuoi arrivare prima, basta che corri più forte, che cali cinque o sei minuti al km!”. Resto perplessa e, come me, il ciclista angelo custode: “Simpatico”, sbotta lui ironicamente… “Che stronzo”, concludo io. Quando ce vò ce vò. Giro l’angolo, arrivo nella piazza del parcheggio; un attimo, raggiungo il cortile della partenza e l’arco d’arrivo. Matteo è lì, arrivato in 4h 19’, prendendosela comoda come aveva promesso; io chiudo in 4 ore e mezza, che per me è un risultato più che lusinghiero. Pagherò l’exploit, dopo quasi cinque ore alla guida, con i piedi gonfi, dolentissimi, e con la promessa solenne di non ritentare mai più un’impresa del genere su qualcosa che non sia asfalto. Però, nonostante il dolore, tutto ciò ha un lato positivo: per tutta la sera e fino all’indomani, mi godrò le affettuose premure del mio personalissimo infermiere, cuoco , maggiordomo e damo di compagnia.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!