17 luglio 2020 – Rimanere al buio

Una povera commercialista che, in pieno periodo di dichiarazioni dei redditi, non voglia rinunciare agli allenamenti in bici è costretta a sfruttare tutte, ma proprio tutte le minime occasioni che si presentano, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Capita così di dover recuperare dei documenti da un amico che abita in quel di Carmagnola, ad una trentina di km da casa mia, distanza calcolata sfruttando le vie traverse per collina e campagna. Ottima occasione per andarci in serata, dopo l’ufficio, ed attaccarci, dopo, un buon allenamento. Preparo quindi la bici con il solito equipaggiamento notturno, posto che ormai pedalo più spesso sotto le stelle che sotto il sole. Parto fiduciosa, arrivo a destinazione, recupero i papiri, una chiacchiera tira l’altra e pure un ottimo piatto di pasta. Per inciso, non è affatto vero che gli uomini non sappiano essere ottimi massai: quasi tutti quelli che conosco sono casalinghi e cuochi di gran lunga migliori di me. Sì, lo so, ci vuol poco.

Così, son già quasi le nove e mezza quando esco e mi accingo a ripartire. Una sera molto calda, l’aria immobile e carica di umidità, le zanzare scatenate. Mi preparo per il buio. Luce posteriore, ok. Giacchino rifrangente ed inserti vari rifrangenti sulla bici, ok. Pila front… Pila frontale? Un attimo di panico. Di solito la metto nel borsello anteriore della bici: non c’è. Scavo nello zaino, controllo: non c’è. Tasche non ne ho… Quindi, la conclusione è una sola: la pila frontale è rimasta a casa, in garage. Ottimo. Almeno una certezza ce l’ho.

Spremo il neurone allo spasimo alla ricerca di una soluzione rapida. Immagino il diagramma di flusso delle varie domande e delle freccine che partono verso le varie risposte: niente da fare, tutti i percorsi convergono all’unica possibile conclusione, “Sei un’idiota”.

Suonare al campanello della casa che ho appena abbandonato e chiedere in prestito una pila di qualsiasi genere? Non è il caso: il tapino mi ha appena affidato del lavoro… Non posso rendere subito palese, così, apertamente, quanto io sia rincoglionita. Non è professionale, no.

La luna? Com’è la luna in questo periodo? Ricordo di averla recentemente vista a metà. Ebbene, son pronta a scommettere che si trattasse della metà calante.

Resta una cosa sola da fare: tornare a casa al buio, pedalando dove possibile, camminando dove proprio non si vede nulla. Con buona pace del mio allenamento. Non so se ridere o piangere, ma per carattere preferisco in ogni caso ridere.

Stefano Gamper, nel video dedicato alla sua XXAlps Extreme del 2005, spiega che alla mancanza di sonno non ci si può allenare: al massimo, si può tentare di abituarsi a convivere con gli effetti collaterali di essa. Ebbene, con l’idiozia funziona allo stesso modo: non ti puoi allenare a non essere imbecille; al massimo, puoi abituarti a limitare le conseguenze dannose della tua imbecillità. Ed io, alla mia, sono abbastanza abituata. Del resto, se così non fosse, non sarei sopravvissuta fino ad oggi.

In fondo, l’Avventura XL sarà irta di imprevisti e difficoltà. E’ bene abituarsi fin da subito.

Finché possibile, sfrutto le luci dell’abitato. Appena fuori, a Santa Rita, imbocco le strade più secondarie che conosco: avrei evitato i tratti a maggior traffico anche se avessi avuto la luce frontale, figuriamoci adesso. Una prima decina di km corre in pianura, tra i campi di granoturco. La luna, come previsto, risulta non pervenuta. Per fortuna, un chiarore soffuso, quasi impercettibile, mi permette di distinguere la strada come un nastro più chiaro in mezzo al nero. Mi piazzo proprio in mezzo a quel nastro, pedalando con molta cautela, viste le condizioni dell’asfalto. Per fortuna, conosco ogni metro e posso indovinare le curve. Approfitto di ogni chiarore, dei pochi lampioni piazzati davanti alle cascine per riposare un po’ gli occhi di miope portati a sfinimento. E della grande insegna luminosa blu degli stabilimenti Gai.

L’unico tratto che mi perplime è un paio di km in direzione di Ceresole, dove so che incontrerò qualche auto. In tutto una decina: quando vedo le luci arrivare alle mie spalle, mi fermo di lato, perché sono sì ben illuminata sul retro, ma so che il fondo stradale qui sul bordo è parecchio accidentato e non vorrei rischiare di cadere proprio mentre il veicolo mi sorpassa. Idem quando vedo le luci di fronte, perché i fari abbaglianti mi accecano e non vedo più dove metto le ruote, cosa che invece un pochino riesco a fare quando viaggio con la pila frontale.

Passato il tratto più preoccupante, mi butto in mezzo alle colline, verso San Bernardo e poi verso Monteu Roero. Qui finalmente soffia una leggera brezza. Persino qualche breve luce di fulmini lontani. Attraverso un paio di frazioni, procedo come se viaggiassi sulle uova, percorro a piedi un breve tratto di discesa tra gli alberi, dove proprio non mi riesce di vedere nemmeno vagamente la strada. Gli avventori tardivi della Trattoria Belvedere di San Grato mi guardano passare con lo sguardo allucinato di chi si rende conto di aver alzato troppo il gomito. Ormai il peggio è passato e posso anche sorridere.

Percorro la “strada dei castagni” verso Montaldo. La discesa oltre il centro del paese è ben illuminata per un tratto, buia per il resto, dove, ovviamente, è stato appena steso un bellissimo asfalto nuovo, nero ed ancora privo delle strisce bianche ai lati. Il mio equilibrio è messo ancora una volta a dura prova: in queste condizioni, più che di pedalare, ho l’impressione di galleggiare, perché non vedo la superficie su cui poggiano le ruote. Mi affido, anche qui, alla memoria delle traiettorie e delle buche. L’ultima salita, la rasoiata del cimitero, vola via come se non ci fosse. Arrivo a casa ignorata sia da Madre, che per fortuna dorme già, sia dai cani, che in orario notturno non si scomodano certo ad abbaiare.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!