17 maggio 2013 – LA NOVE COLLI IN BICI… PRIMA DELLA NOVE COLLI A PIEDI

L’anno scorso, qualche mente folle aveva partorito l’idea della doppia Nove Colli: in aggiunta alla Nove Colli a piedi, il sabato e la domenica, una banda di sinistrati, di cui mi onoro di aver fatto parte, ha completato anche la Nove Colli in bici il venerdì. Giusto per mettere le gambe nelle migliori condizioni per la corsa. Quest’anno, l’iniziativa non è stata riproposta… Ma a me la doppietta del 2012 è rimasta impressa come un faticosissimo ma splendido ricordo. Non mi va di rassegnarmi all’idea di rinunciare. Beh, in fondo non c’è problema più semplice da risolvere: vado a Cesenatico giovedì sera, parto venerdì mattina presto in bici… E me la pedalo per conto mio. Per la corsa, sabato e domenica, qualcosa mi inventerò. E sì che quest’anno non ho allenamento decente né per l’una né per l’altra delle due discipline: colpa di vicissitudini varie familiari e lavorative, senza contare l’arrivo del piccolo Pablo, il mio cagnotto paraplegico. Non ho alcuna certezza di riuscire nell’intento, anzi… Ma ci voglio provare.
Il giovedì sera, disgrazia vuole che mi tocchi un’assemblea di condominio, a cui partecipo non come amministratore, una volta tanto, ma come delegata. Per quanto io faccia il possibile per uscire presto, rientro comunque a casa alle dieci: tempo di sistemare la bici in auto e caricare i bagagli, va a finire che mi metto in viaggio mezz’ora dopo. La Zafirona mi porta spedita fin dopo Bologna: qui, però, è bene fermarsi per la notte, quel poco di notte che mi resta da dormire, visto che ho stabilito di partire in bici alle 6 o anche prima. Comodissimo, l’autogrill, per le toilette al mattino e per il caffé; la colazione me la son portata da casa, come tutti gli altri pasti, così come prevede il manuale del perfetto viaggiatore tirchio.
L’indomani, venerdì, sono puntualissima sulla mia tabella di marcia: a Cesenatico, parcheggio di fronte alla Coop, sono le sei del mattino quando salto in sella. Avrei preferito viaggiare con la MTB, attrezzata con copertoncini da strada, ma poi ho optato per la bici da corsa: siccome sabato e domenica la bici dovrà restare incustodita in auto, preferisco non rischiare. Potrei sopravvivere forse al furto della bici da corsa ma non a quello dell’altra bellissima bici.
La temperatura è tutt’altro che tiepida; il cielo bigio non promette nulla di buono. La primavera, quest’anno, latita. Indosso una maglia con le maniche lunghe sotto la maglietta da bici con le tasche; pantaloni 3/4, scarpe in goretex. Il bello di usare pedali “da bici da passeggio”, oltre al resto, è che si possono indossare le scarpe da corsa in montagna impermeabili… Oggi mi sa che ne avrò bisogno.
Mi avvio per il primo, lungo tratto di pianura, circa 20 km, prima di arrivare alle colline. Interminabile in bici: mi domando come io abbia potuto percorrerlo a piedi e come farò domani… Traffico, incroci, rotonde, caos, anche in centro a Cesena, dove si stanno disponendo i banchi del mercato. Puntualmente, come sempre a Cesena, sbaglio strada: vado però a finire su una strada che corre proprio ai piedi delle colline; a rigor di logica, proseguendo verso sinistra rispetto alla mia direzione di viaggio in città, dovrei intercettare il percorso giusto della manifestazione. Infatti è proprio così: raggiungo l’incrocio di Settecrociari, svolto a destra per la prima salita, il Polenta. Ormai potrei davvero disegnarle, queste salite, andando a memoria. Ne ricordo ogni metro. Parola d’ordine, oggi, è “prudenza”: non importa quale sia la pendenza, io ingrano il rapporto più agile di cui dispongo e vado su così. E guai ad alzarsi sui pedali, guai a forzare minimamente. Ogni guizzo di fantasia di oggi sarà amarissimamente pagato domani…
Sette, otto chilometri di salita blanda per raggiungere il Polenta, là dove, nella gara in bici che si correrà domenica, la maggior parte degli innumerevoli ciclisti – qualcosa come 14.000, mi risulta – sarà costretta a metter piede a terra per l’ingorgo. Sì, in effetti la Nove Colli ormai è declinata in parecchie forme: la classica granfondo ciclistica, che si correrà domenica; la corsa a piedi, che partirà domani a mezzogiorno per concludersi domenica entro le 18; infine la Nove Colli ciclistica notturna, in versione non competitiva, con partenza il sabato sera alle 18.
Il verde intorno è rigoglioso, ma oggi manca la luce; freddo alle mani in discesa. Da Fratta, tocca sorbirsi un tratto di falsopiano abbastanza lungo e noioso prima di raggiungere la seconda, vera salita, quella di Pieve di Rivoschio. Cadono le prime gocce: cominciamo bene… Per fortuna, Giove Pluvio non è ancora così convinto del da farsi. Lungo la seconda salita, affrontata con la stessa cautela maniacale della prima, le gocce si diradano e cessano. Ogni tanto si apre qualche raro sprazzo di azzurro, ma è un attimo. Poco male, io “studio” la strada per domani, come se ne avessi bisogno. A Pieve, brevissima sosta per riempire la borraccia; altra fredda discesa. Ed io che speravo di venir qui sulla Riviera Adriatica, o almeno nei paraggi, e sollazzarmi con un clima un po’ meno odioso del prolungato freddo carmagnolese… Ho fatto male i miei conti.
Terza salita, il Ciola; quella che puntualmente, nella gara a piedi, mi infligge la crisi di sconforto. Durante la corsa, ci si arriva all’imbrunire, se si è lenti come me. Una decina di km di discesa, fino a Mercato Saraceno: il Barbotto mi attende. Ed è un guaio, perché qui, per quanto si possa scegliere un rapporto agile, non c’è santo che tenga… Le rampe cattive ci sono, tocca affrontarle. Il cartello al bivio, che descrive le caratteristiche della salita, non lascia speranze. Antopatico, il Barbotto; è vero, la salita propriamente detta è breve, solo quattro km, ma il tratto che segue, prima della discesa a Ponte Uso, è una sequenza di venti km di continue risalite, neanche poi così blande. Tocca cambiare ritmo di continuo ed io non sono certo un asso nei rilanci…
Dal bivio, una decina di km di vera discesa fino a Ponte Uso. Qui, a destra e poi ancora a destra oltre il ponte: quinto colle, Monte Tiffi, davvero brevissimo. Il sesto è il Perticara, già più lungo ed impegnativo: ricomincia a piovere. Ci ha provato un po’ di volte, finora, ma questa volta sembra una cosa seria. Metti la giacca, leva la giacca… E basta!
La salita al Pugliano è la mia preferita: lunga, ma mi porta in vista della zona più bella dell’intero percorso, con la Rocca di San Leo che domina parte della salita e l’intera discesa, fin giù all’abitato di Secchiano. Ci si fa, di fatto, il giro intorno: peccato solo per il fondo stradale disastrato per buona parte della discesa. Meglio che io badi a dove metto le ruote, anche perché comincio a percepire un certo qual dolore al soprasella… Meno male che domani almeno quella parte non mi servirà!
Penultima salita, il Passo delle Siepi: poco più di un dosso, direi. Mi ha sempre dato quest’impressione, anche nella corsa. La tragedia è la discesa, però: lunga, quasi sei km, e con l’angoscia del cancello orario in fondo… Oggi però non c’è alcuna barriera. Solo quella del vento contrario nel noiosissimo tratto di falsopiano, quasi venti km, da Ponte Uso all’attacco dell’ultima salita.
Anche il Gorolo non risparmia i garretti. Salita breve, ma con le rampe più severe dell’intero percorso. Mi tocca rassegnarmi al fatto che i muscoli delle gambe restino indolenziti. La discesa successiva, anche qui, per parecchi km è un inganno: tocca risalire di continuo. Il cielo su Cesenatico è plumbeo; il blu del grattacielo si distingue appena… Ma qui non piove più. Con santa pazienza, mi sorbisco gli interminabili km di pianura finali, soprattutto gli ultimi cattivissimi cavalcavia, fino a ritrovare la Zafirona in paziente attesa. Ancora una tappa in panetteria, per procurarmi due tranci di focaccia per la cena; poi via al Campeggio Zadina, già collaudato. Non me la sono nemmeno portata, la tenda; dormo in auto… Quel che conta è avere a disposizione servizi e docce. Ah, dimenticavo, non ho male alle gambe, non ho le gambe stanche, no no. Me ne devo convincere, perché domani a mezzogiorno si ricomincia il giro… Ma stavolta di corsa a piedi.
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!