17 marzo 2010 – Passeggiata notturna a Pra ‘d Mill

Non smetterò mai di compiacermi dell’idea di chiudere l’ufficio al pubblico, il mercoledì pomeriggio. E’ pur vero che, quasi sempre, si finisce per lavorare comunque, approfittando al massimo di un po’ di tregua dal viavai dei clienti e dal telefono che squilla. Ma, talvolta, l’occasione è ghiotta per prendersi davvero qualche ora di libertà. Oggi, infatti, ho intenzione di bigiare: non l’ho mai fatto a scuola, ma da quando lavoro mi prendo spesso la rivincita. L’appuntamento con Matteo, di ritorno da una giornata lavorativa ad Aosta, è per le sette e mezza di questa sera, a Bagnolo Piemonte; da lì, saliremo insieme al Monastero di Pra ‘d Mill, o perlomeno fino al punto in cui la strada sarà eventualmente interrotta dalla neve.

Però, grazie al fatto che è mercoledì, io posso concedermi qualcosa in più. Un ultimo allenamento di media lunghezza, in vista della 100 km di Seregno della prossima domenica. Il piano è presto definito. Abbandono l’auto a Moretta, intorno alle cinque del pomeriggio; Bagnolo dista da qui poco più di venti km. Considerata la leggera salita ed il fatto che avrò una certa zavorra, due ore e mezza dovrebbe essere una stima prudenziale della durata del viaggio. Lo zainetto pesa: ci metto dentro il necessario per cambiarmi quando arriverò a Bagnolo, più un secondo cambio per la fine della scarpinata, più una giacca, che non si sa mai, ed un po’ di pappatoria. Oltre all’indispensabile gilet rifrangente, che però indosserò più tardi, all’imbrunire. La temperatura oggi è, finalmente, piacevolissima: sole tiepido, aria limpida ed immobile; indosso due magliette con le maniche corte, più i manicotti e l’inseparabile paraorecchie di pile, perché fidarsi è bene…

Parto al trotto in direzione di Villafranca Piemonte: curva e controcurva intorno all’edificio del vecchio casello ferroviario, ristrutturato con cura, e poi il lungo rettilineo in mezzo alla campagna. C’è il traffico del tardo pomeriggio, auto e camion non mancano. Davanti a me, il Monviso, che, da questo punto di osservazione, ha ancora un profilo molto simile a quello che si vede dalla finestra di casa. Solo il Visolotto sembra più tozzo e largo in punta. Qualche viandante in bici da corsa mi lancia un’occhiata, forse per via della maglietta da bici con il logo della Jolly, squadra amatoriale abbastanza nota nella zona. Guardano con l’aria di chi si domanda se per caso io abbia rotto la bici.
Leggera salitella al ponte sul Po ed eccomi a Villafranca, a correre sotto i portici, a scatenare le ire di un cagnetto appollaiato sul balcone di casa. Attraverso il paesello, passo sotto la tettoia in centro paese: inevitabile la curiosità del crocchio di anziani, che smettono per un attimo di disquisire di calcio. Tiro dritto in preda ad una strana euforia: sarà il sole, sarà questo adorabile tepore. Supero la rotonda, direzione Cavour.

Passo accanto alla baléra, la discoteca: con mia sorpresa, vedo il cortile affollato di lunghissime Limousine parcheggiate in bell’ordine una accanto all’altra. Strabuzzo gli occhi: è in atto un parcheggio… In retro! Prodigio della natura: mi vergogno di esistere, io che tribolo a compiere la stessa manovra con la mia piccola Corsa, e guarda ‘sto tizio come se la cava in agilità con quella specie di tronco di sequoia secolare con le ruote…
Da ciclista, ho sempre odiato la pianura con tutto il cuore, forse perché come passista valgo proprio poco e sudo sette camicie per sostenere un’andatura appena appena decente. A piedi, però, è tutta un’altra musica. A piedi posso distrarmi, guardarmi intorno, soffermarmi sui particolari. Sono anni che passo di qui, viaggiando su ruote, ma questa sera mi sembra di trovarmici per la prima volta. E’ bellissima, questa campagna, nella luce calda che digrada verso sera; è piatta, ma non monotona, è spezzata da file di alberi, gelsi, pioppi e chissà cos’altro. Tronchi in fila, come soldatini, tutti tranne uno, che non ne vuol sapere e decide di pendere come gli pare. Cascine, molte ristrutturate con gusto e cura, con l’arco in mattoni d’ingresso alla corte, i pesanti portoni in legno, e chissà che meraviglia poter varcare le soglie. Viali d’ingresso sorvegliati da piloni e da piccole targhe da cui il tempo ha cancellato la data. Cani che latrano, acqua che scorre nei canali, il corso regolato dalle chiuse. Le borgate: San Giovanni, san Luca. Casaforte di Marchierù: ne ho spesso notato il cartello, non sono mai stata a vederla. Dovrei procurarmi una piantina delle stradine secondarie; la prossima volta, passerò di lì. Ma la strada principale non mi dispiace; c’è sì un po’ di traffico, ma nulla di intollerabile. Rettilineo, accenno di curva, altro rettilineo. Le montagne crescono a dismisura, sempre più alte, più imponenti; il Monviso s’è girato, ora, non è più lui: man mano che procedo, si gira su un fianco, resta solo, perde il Visolotto, si riduce ad un’irriconoscibile piramide, sempre più piccola. Cresce invece la Rocca di Cavour; a Villafranca era appena una sfumatura; pian piano si delinea, massa più scura delle montagne scure alle sue spalle. Chilometro dopo chilometro, la forma appuntita che si vede sulla vetta della Rocca si delinea, sembra quasi un baldacchino; non sono mai stata lassù in cima, non saprei di che edificio si tratta, ma, anche lì, mi riprometto di colmare la lacuna. Non me l’aspettavo così lunga, la strada verso Cavour. Il guaio è che ogni mezza curva nasconde un rettilineo, e quello svela un’altra curva. Seguo le auto che mi sorpassano; le vedo allontanarsi ancora molto. Il bivio per il Canile di Cavour, della Lega del Cane; lì sì, ci sono stata eccome; una struttura stupenda, gestita da persone di vero cuore, anche se è e resta pur sempre un canile, non la famiglia che ogni randagio meriterebbe di avere. Un pensiero al mio adorato Skipper, che a quest’ora se ne sta pacifico in ufficio, sulla cuccia, o forse già a casa, sul lettone.

La mia ombra è già lunghissima quando arrivo alla rotonda di Cavour. Attraverso il paese, un semaforo e qualche incrocio: prima di proseguire, meglio fermarsi un attimo ed indossare il giacchino rifrangente. Non appena il sole si ritira, la temperatura scende; avverto già da un po’ il brivido sulle braccia. Il gilet servirà anche a riscaldarmi un po’.
Da Cavour, la strada verso Bagnolo procede in leggera, impercettibile salita. Ancora la stessa bella campagna, i frutteti, oche in un cortile, ma il fianco della montagna ormai incombe. Si accendono pian piano le luci di Bagnolo e le altre, isolate, disperse sul ripido pendio. Ultima tra tutte, la luce blu intenso, lassù in alto: forse è una croce, ma non ne sono certa; il blu così vivace è uno dei colori che, ai miei poveri occhi di miope senza speranza, creano più problemi nel distinguere i contorni.
Le insegne delle imprese di estrazione e lavorazione della pietra mi confermano, ancor prima del cartello del paese, che sono arrivata a Bagnolo. Matteo ha già avvertito, via messaggio, che la coda in tangenziale a Torino gli causerà un po’ di ritardo. Nessun problema; sono le sette, poco più: vorrà dire che, alla strada già percorsa, aggiungerò ancora un po’ di salita, verso Montoso, magari fino all’abitato di Villar. La prima, lunga rampa delle tante rampe che conducono lassù.

Proseguo la mia corsa sotto gli occhi interrogativi degli avventori del bar. Mi spiace che, questa volta, per ovvie ragioni di spazio e trasporto, non ho potuto portare beni di conforto con cui accogliere Matteo: però, se non ricordo male, appena prima della rotonda per Montoso, c’è una panetteria. E sono appena passate le sette… Ci arrivo a naso, piena di speranza: ne ricevo invece un metaforico, solenne cazzottone sul naso. Il negozio è ancora illuminato, ma la porta desolatamente sprangata con un pannello. CHIUSO. Ma porc… Che delusione per i miei succhi gastrici! Sì, perché una buona dose di fame ce l’ho anch’io… E in tasca ho solo un avanzo di barretta ed un fondo di sacchetto di frutta secca. Pazienza, tiremm’innanz. Alla rotonda, a destra, poi su, in salita, verso Villar. Ci sarebbe un bel marciapiede, ma io ormai sono viziata: quello è in porfido, ed io odio correre su qualcosa che non sia il mio adorato asfalto. Le mie ginocchia esigono il bitume, non c’è niente da fare. Il passo s’accorcia, il respiro si affanna; ormai è buio, notte fatta; più mi allontano dalle luci della città, più mi accorgo delle stelle. Anche se, per vederle, devo piegare il collo all’indietro e superare la barriera della montagna, alta e dritta proprio di fronte a me. Incontro ben due podisti che corrono in senso contrario: uno con passo stanco e pesante, nonostante la forza di gravità giochi a suo favore; l’altro che sembra inseguito da una muta di rottweiler affamati, tanto tuffa in avanti quei piedi, tanto si sbraccia in modo convulso. Questo, mi sa, è uno di quei discesisti folli da sentiero. Nessuno dei due apre bocca, il mio cenno di saluto cade nel vuoto. Di villa in villa, questa dev’essere zona residenziale; raggiungo la chiesa di Villar e faccio dietrofront, una volta tanto con l’occhio all’orologio, ma solo per evitare di lasciare Matteo in attesa. Gli do appuntamento al lavatoio, appena prima della rotonda per Montoso, arrivando dal centro di Bagnolo; ci arrivo io con un po’ di anticipo: ne approfitto per cambiarmi maglia e canotta: suscito non poca curiosità nei viandanti… Poi mi siedo comodamente sul bordo della vasca, curando di non finirci dentro; pochi istanti ed il furgone bianco si materializza davanti a me.

Ne scende Matteo, tutto corrucciato per il ritardo: mannaggia alla sua mania di cospargersi il capo di cenere per motivi che non stanno né in cielo né in terra. Sei un po’ in ritardo, e allora? Mica dobbiamo bollare il cartellino! Non credo che i monaci, per questo, smantelleranno il monastero senza aspettarci…
Un attimo più tardi siamo in marcia verso Pra ‘d Mill. In marcia, questa volta: conosco il mio pollo, cioè, la mia salita… E mi accontento di percorrerla di buon passo, senza strafare. Imbocchiamo il primo bivio sulla sinistra: si potrebbe anche passare da Villar, ma, così, tagliamo un pezzetto di strada principale. Una decina di km di salita, poco meno. Camminiamo lungo il corso d’acqua e le gaggie; la luce della frontale illumina di tanto in tanto due occhietti piccoli, tondi e gialli: sentinelle del popolo felino che ci tiene d’occhio. Breve tratto in mezzo alle case, al tintinnio di posate ed ai profumi della cena; poi, la vera salita comincia. Curve, tornanti e rampe in mezzo alla vegetazione; qualche cascina, qualche casa isolata, cani a cui non par vero di potersi scatenare al passaggio di un’anima. L’aria è quasi tiepida, il cielo terso e senza luna, solo una miriade di lucciole. La pianura che s’allontana, man mano che calchiamo asfalto. Siamo entrambi senz’acqua, uno più sbadato dell’altra; ma ricordo che, più in su, accanto ad una cappelletta, dovremmo trovare una fontana. La vegetazione è fitta; castagni e cespugli d’ogni foggia, fili d’erba su cui scorrono rivoli d’acqua improvvisati: ci sarà neve che si scioglie, più in alto. Lontano, cupo e quasi inquietante, il fischio di un animale notturno, senz’altro un volatile; un fischio breve, ad intervalli di qualche secondo. Fruscii improvvisi di lucertole, forse topolini; ogni rumore giunge all’orecchio, soprattutto stasera che Matteo resta imbronciato e taciturno, ancora tutto preso nello sviscerare le cause più profonde, recondite ed ancestrali del suo ritardo all’appuntamento. Mannaggia, ma non ti basta semplicemente pensare che sei incappato nella coda e finirla lì? Non mi pare il caso di infliggersi le frustate con il gatto a nove code per così poco… E non è che, rimestandoci sopra, riuscirai a tirare indietro le lancette dell’orologio.

Così riflettendo, raggiungiamo l’incrocio con la strada che scende a Bagnolo per altra via, alla luce di un vivace lampione. Ancora circa tre km alla nostra cima. Passiamo accanto alle ultime case, le più isolate: posso immaginare l’inquietudine dei proprietari, nel sentire i cani che latrano a quest’ora, in questo posto dimenticato dal mondo. Alcuni castagni bellissimi, dal tronco enorme; ancora qualche tornante, la cappelletta con la fontanella e, infine, l’ultima curva secca. Tracce di neve, strada sconnessa, fango; da qui, un lungo tratto a mezza costa, nel fitto del bosco, ci conduce ad una sorta di colletto. E’ come il passaggio, a teatro, ad un’altra scena sul palcoscenico: la vegetazione si apre; davanti a noi restano le montagne, che il riverbero della neve stacca con contorni netti dal cielo nero, ed un bellissimo firmamento di stelle. Lo dice persino Matteo, sembra di essere sospesi fuori dal mondo. E’ una sensazione splendida eppure inquietante, da brivido lungo la schiena; il silenzio è assoluto, tanto da picchiare in testa; il freddo, ora che la strada leggermente scende, ghermisce la faccia ed i muscoli. L’unico legame con il mondo dei vivi resta il cavo dell’energia elettrica, che ci corre accanto, saltando da un palo all’altro. La valle è talmente bella che ci sarebbe da stendere una stuoia, un sacco a pelo, e fermarsi qui, immobili, ad ammirarla. E’ poco ecologista il mio pensiero, ma trovo stupendo che in un luogo del genere si arrivi con una comoda strada più o meno asfaltata. Altrimenti, stasera, non sarei qui. Al bivio, una strada sterrata sulla destra conduce ad un agriturismo. Verrebbe voglia di andare a chiedere se hanno posto… Non credo d’essere dura e pura a sufficienza da adattarmi ad una notte in bivacco, ma insomma, una cameretta spartana a mille metri di quota sarebbe un buon compromesso per guardare le stelle.
Avanti, invece, si va al monastero. Procediamo ancora un po’, sempre in discesa, nelle anse del pendio, fino a raggiungere l’ingresso vero e proprio dell’area del monastero. Da lontano, improvvisi, i latrati dei cani: tutt’altro che Chiuaua, a giudicare dai tonanti vocioni. Io mi fermo all’istante: non ho certo terrore irrazionale dei cani, tutt’altro, ma so anche che è notte e che stiamo invadendo il loro territorio; ci sono tutte le premesse affinché un buon cane da guardia decida di compiere fino in fondo il suo dovere. Memore dell’incontro ravvicinato notturno con i maremmani a guardia del gregge, decido di non sfidare la sorte un’altra volta. Matteo non è convinto, vorrebbe proseguire ancora un po’, ma io sono irremovibile. Metti poi che al cane indispettito si aggiunga il frate munito di fucile a pallettoni… Perché si sa, all’occorrenza bisogna porgere l’altra guancia, ma, se possibile, è meglio evitare di porgere anche la prima!

Controvoglia, Matteo cede alle mie insistenze e fa dietrofront. Ci allontaniamo, seguiti dalle vibrate proteste dei cani, che pian piano si spengono nella valle. Risaliamo fino al colletto: se non altro, ci scaldiamo un po’. Poi, da lì, via di corsa, o meglio, al placido trotto. Con un occhio, da parte mia, alle crepe nell’asfalto: domenica prossima si corre la 100 km di Seregno; non vorrei sinistrarmi una caviglia. Da quassù, le luci della pianura si vedono fino a lontanissimo confine, tanto è limpida la sera. Scendiamo a Bagnolo non per la stessa strada percorsa in salita, bensì per l’altra, quella che va giù con pochi tornanti e passa in mezzo a diverse cascine. Anche qui, gli ululati si scatenano, rimbalzano da un’aia all’altra, ci seguono anche quando siamo ormai lontanissimi. Da quassù, è difficile credere che questa strada conduca a Bagnolo; il paese resta a lungo nascosto, per la conformazione del pendio. Sembra che la strada scenda giù, nel nero, nel nulla. Invece, di lì a poco, incrociamo un fuoristrada che sale e, appena oltre la curva, siamo in vista del campanile di Villar. In lontananza, le luci disegnano il profilo della Rocca di Cavour. Ci ritroviamo allo stesso bivio da cui abbiamo attaccato la salita, anzi, quadrivio, per essere precisi. Torniamo, verso destra, in direzione di Bagnolo. Un guizzo proprio davanti a noi: la folta, lunga coda di una volpe schizza via in un’istante, in mezzo agli arbusti. La inseguo con la luce della frontale, ma è già scomparsa. Ultimi metri verso lo stradone; la ruota in legno di un mulino, che all’andata non avevamo notato. Un attimo dopo, la frontale torna nello zaino, non serve più. Sarà pur vero, come sostiene Matteo, che ormai sarei in grado di camminare e correre indefinitamente, come il pupazzetto delle pile Duracell, ma le mie terga sul sedile del furgone, per questa sera, le appoggio molto, molto volentieri! Ed a Moretta, alla Opel, mi ci riporta lui…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!