17 ottobre 2010 – In mountain bike al Col de Turini

La rotonda della stazione ferroviaria di Cuneo non è il luogo più intimo e tranquillo per darsi appuntamento, men che meno in un tardo sabato pomeriggio di pioggia. Sprofondata nel sedile ormai deforme della Opel, con la radio a volume vergognoso, osservo sonnacchiosa i lampi di luce che s’allargano a macchia d’olio nelle colate d’acqua sul parabrezza e sui vetri laterali. E’ ormai buio da un po’. Clacson, rumori, auto che passano a due dita dal mio specchietto retrovisore: in effetti, non si può dire che io abbia realizzato un parcheggio magistrale. “Sono alle porte di Cuneo, adesso cerco di ritrovare la piazza”, scrive Matteo. Sempre affannato, pover’uomo: ma non è lui che è in ritardo… Sono io, che sono in anticipo!
Aguzzo la vista per individuare, tra le tante, la sagoma del suo furgone bianco, ben sapendo che il mio è uno sforzo inutile: se il tapino dovesse contare sul mio occhio di lince, potrebbe anche scavare un solco a furia di girare intorno al rotondone, prima che io sia riuscita ad individuarlo. Come da copione, è lui ad individuare me: conquista un parcheggio, magistrale almeno quanto il mio, dieci metri più avanti. Incuranti del traffico furioso e del concreto rischio di diventare parte integrante del manto bituminoso, abbandoniamo entrambi le postazioni, ma solo per decidere di andare a parcheggiare un po’ più avanti, in una delle tante traverse del viale dell’ospedale.

Abbandono lì la povera Opel, con un po’ di apprensione, come sempre. Sotto la pioggia battente, Matteo trasferisce la mia mountain bike sul furgone: io ci butto il mio bagaglio, una borsa quasi vuota ed uno scatolone pieno di derrate alimentari. All’occhio dell’uomo della strada, sembra che siamo come minimo in partenza per una spedizione himalayana. Invece no: destinazione Valle Roya, a pochi km da Breil lungo la strada per il Col de Brouis, presso una Chambre dove già una volta abbiamo trovato gradevole ospitalità. La gestisce una matrona francese gioviale e simpaticissima, ma che credo, a giudicare dalla struttura fisica che ricorda il tronco di una quercia secolare, sia prudente non far arrabbiare. Matteo dice che la gentil donzella, già al telefono, s’è ricordata di lui: e ci credo… Non credo subiscano spesso, da queste parti, la piaga dell’invasione delle cavallette. Con quel che mangia lui a colazione, il bilancio dell’attività registra una perdita secca da riportare nei secoli dei secoli!

La pioggia non dà tregua. Robilante, Vernante, Limone; i tergicristallo lavorano senza sosta. E il mio umore rotola sempre più verso il fondo dei calzini. Mi sa che, domani, il giro in bici me lo sogno. O, se anche dovessi costringermi a saltare in sella, sarà un supplizio. Matteo, impermeabile non solo all’acqua ma a qualsiasi altra fonte di disagio, è più che mai giulivo e deciso: sia per la gita di domani, sia per la passeggiata prevista per questa sera, dalla Chambre al Col de Brouis e ritorno, otto o nove km, più o meno. A me vien già la pelle d’oca: vero, sono io stessa la prima a tormentare me medesima ed il mio prossimo se non ottengo la mia quotidiana dose di movimento e fatica; stasera, però, ammetto il mio cedimento. Non riesco a trovare la voglia né il coraggio di buttarmi fuori in queste condizioni meteo; sono qui, rattrappita sul sedile, già infreddolita al caldo dell’abitacolo…

Il tunnel del Tenda sembra il passaggio segreto verso un altro mondo. I soliti pochi minuti di palpitante inquietudine lungo il budello buio e stretto, e poi… Niente più pioggia; mi sembra persino di scorgere una stella. E’ una stella, infatti. E allora giù per i pochi tornanti, con il morale che pian piano risale dal fondo delle scarpe in cui s’era rifugiato.
Il furgone di Matteo fa sì che i viaggiatori, almeno quelli che siedono davanti, subiscano l'”effetto pullman”. Il sedile è alto rispetto al piano stradale e rende le curve, o meglio il baratro a fianco, ancor più impressionante. Per fortuna, Matteo sa bene che io patisco l’auto e che, soprattutto, sono in preda al terrore quando il volante non è nelle mie mani, e mi concede la grazia di andar piano.
Le luci dei paesi, giallognole e fioche, illuminano il deserto. Le serrande chiuse, gli scheletri dei banchetti della frutta abbandonati in attesa di un nuovo giorno di lavoro. C’è poco da illudersi; le previsioni meteo, per domani, annunciano tregenda e difficilmente, ormai, sbagliano. Doppia stizza: la colazione è fissata per le otto e mezza… Ho dovuto far ricorso a tutta la mia pazienza, per dissimulare il nervoso. Ma dico io… Partiamo per un giro in bici in un giorno in cui la mattina, forse, sarà l’unica finestra salva da pioggia… E facciamo colazione alle otto e mezza? Vero, la colazione della padrona di casa, al B&B, è eccezionale, ma cavoli, svendere così una giornata in bici per i comandamenti dello stomaco… Amen, vorrà dire che partirò con il nervoso. Una cosa devi mettertela in testa, Gian: per quanto tu possa incontrare il miglior compagno di viaggio al mondo, e Matteo senz’altro lo è, la situazione ideale per il tuo carattere è sempre e comunque la solitudine. Niente compromessi, fai quello che ti pare, quando e come ti pare. Da sola, domattina me ne infischierei della colazione e partirei in sella alle prime luci dell’alba, a dispetto del freddo. Invece, mi toccherà fare buon viso a cattivo gioco. Che mostro che sono. Ai tempi, il mio ex moroso aveva sentenziato qualcosa del genere: “Quando vuoi una cosa, sei capace di passare come un rullo compressore sopra a tutto e sopra a tutti”. Voleva essere un’accusa, credo, ma io l’ho preso come il più originale dei complimenti e ne ho fatto una sorta di linea di vita. Solo, dovrei essere più altruista. Non sono capace di costruire un legame che resista all’impeto dei miei capricci ed alle mie passioni sportive, quand’essi lanciano il loro richiamo. In altri tempi, avrei piantato su un bel quarantotto, avrei messo la sveglia alle sei, sarei partita da sola e chi s’è visto s’è visto. Ora, che sono più vecchietta e meno incline alle esplosioni, mi limito a rimuginare tra me e me, mentre il furgone s’arrampica da Breil verso il Col de Brouis.
A pochi km da Breil, c’infiliamo in una minuscola stradina sulla sinistra, che, tra una buca e l’altra, ci conduce al B&B. Un edificio ristrutturato, a pianta rettangolare, semplice, simile a tanti altri in questa zona di sole ed ulivi, con le porte e gli infissi dipinti di un color lilla. Ci accoglie alla porta un omone baffuto, un marcantonio con una pancia che denota una gravidanza plurigemellare avanzata; pochi istanti ed ecco la nostra padrona di casa, florida e sorridente come sempre, in vestaglia. Ci accoglie come vecchi amici, con una giovialità troppo travolgente per essere di maniera. La camera è già aperta, possiamo sistemarci come ci aggrada.

Ci sistemiamo, infatti: non abbiamo ancora messo piede nella camera che già facciamo piazza pulita delle suppellettili sul piccolo scrittoio ed imbandiamo tavola per la cena. Yogurt, formaggio, pane ed un’ottima torta salata gentilmente offerta da Matteo. Sfoghiamo sul cibo la nostra furia distruttiva, senza neanche sederci: pochi minuti per i preparativi e ci ritroviamo ancora fuori, al freddo, a calpestar la ghiaia umida, la terra umida, l’asfalto umido. Tutto sommato, la compagnia aiuta: da sola, mi sarei inumata sotto le coperte, vestita e calzata così com’ero. Invece, un moto d’orgoglio mi spinge a rimettere in moto il fondoschiena, nonostante tutto. Devo pur difendere la mia reputazione di donna “de fero”, ma soprattutto “de coccio”…

Il clima non è poi così rigido come sembra. Camminare in salita aiuta a scaldarsi; poche decine di metri e già tolgo qualche strato. Saliamo di buon passo, rigorosamente a bordo strada; poche le abitazioni, pochissime le auto che incrociamo. Alla nostra sinistra, le luci di Breil; di fronte, la traccia appena percettibile che divide il cielo buio dal profilo della montagna. La pila frontale quasi non serve; c’illumina la luce fredda della luna. Un occhio agli ometti che, a bordo strada, segnano i km e la quota: Matteo me le ha ben comunicate, le cifre, ma come al solito io ho rimosso. Così non ricordo da che quota siamo partiti, a che quota arriveremo, nulla. Beh, non ha importanza; non sarà l’ascesa al K2. Chiacchieriamo, di tutto e di più. In cielo, una distesa di stelle: e chi l’avrebbe mai detto, solo un paio d’ore fa? Un barlume di speranza per domani si accende. Chissà se riusciremo a pedalare senza prender pioggia, o, peggio, neve. E’ vero, la mountain bike è già più gestibile della bici da corsa, sul bagnato, ma pedalare al freddo ed all’umido non è la mia massima aspirazione. E’ assurdo recriminare contro Giove Pluvio, ma ho tanto desiderato questa gita, che lo sgambetto del meteo sarebbe per me un’offesa personale! Scivoliamo da un argomento all’altro, da una curva all’altra, finché raggiungiamo, quasi di sorpresa, il colle. C’è un ristorante quassù, forse un albergo. Un edificio un po’ discosto dalla strada, illuminato da una fioca luce. Un cane abbaia furioso al nostro passaggio. Ci spingiamo appena dall’altra parte del colle, per buttare l’occhio al paesaggio; subito torniamo sui nostri passi. Il cagnone, sempre più indignato, decide di verificare da vicino le nostre intenzioni; ci corre incontro, ma senza intento bellicoso. Ci controlla, ecco. I suoi latrati richiamano il padrone di casa, che fa la sua comparsa sulla porta. Lo rassicuriamo… Siamo solo a spasso. In effetti, a sera inoltrata quassù, dev’essere insolito incontrare anima viva. Torniamo giù, di buon passo e ben imbacuccati; la discesa, ormai lo so per esperienza, porta un senso repentino di freddo e brividi. Il tragitto, per fortuna, non è molto lungo; confesso che ho freddo, e anche sonno. Domattina la sveglia suonerà tardi: è l’unico cruccio che mi tormenta… Va bé dai, Gian, fattene una ragione. Un po’ di riposo, ogni tanto, non può che far bene. Me lo dicono tutti: sarà per questo che non ci credo…

E’ la seconda volta che alloggio qui, e già mi sento un po’ a casa, quando i piedi scivolano appena sulla ghiaia, la chiave gira nella toppa della porta color lilla, la stanza semplice ed ordinata ci accoglie. Infilarsi sotto il piumone è uno degli istanti più apprezzati nella stagione fredda… E dire che siamo vicini al mare, che questo non si può nemmeno definire freddo, ed io già batto i denti. Che farò quest’inverno? Soffrirò, come sempre…

La luce limpida del mattino inganna, se la si osserva dai vetri della finestrella. Ci si aspetta di uscire e goderne il tepore… Ma basta esporre all’aperto un alluce per rendersi conto che non è giornata. Per quanto stanchi e nottambuli, non siamo comunque dormiglioni; già operativi da un po’, ci tocca attendere l’ora della colazione. Fremo: vorrei saltare in bici subito, abbandonare Matteo ai piaceri delle marmellate ed avviarmi. Ma la fame si fa sentire, anche per me: se combino un numero del genere, va a finire che stramazzo tra dieci km. Sì, no, forse… Il cielo sembra promettere una bella giornata. Ci avviamo titubanti verso la cucina: proviamo a bussare… Sì, la padrona di casa è già in azione; ci accoglie con la solita travolgente cordialità. Sul tavolo, di fronte ad una luminosa veranda, una distesa di vasetti di marmellata, quella che Matteo ed io ben ricordavamo dalla nostra visita precedente. Marmellate molto coreografiche, oltre che gustosissime: cosa darei per poterle sbafare a cucchiaiate, una dopo l’altra! Soprattutto quelle dal gusto amarognolo, sempre le mie preferite; limone, mandarino, arancia. E ci sono ciliegie, prugne, pesche, albicocche, più la strana marmellata di rabarbaro, forse l’unica che mi lascia un po’ perplessa. Non riesco a decidere se mi piace o no. E poi pane, torte, succo di frutta, caffé, the, latte, burro, c’è di tutto. Vorrei spazzolare ben più di quel che oso mettermi nel piatto; Matteo, del tutto indifferente a simili scrupoli, assume il posato contegno di chi non tocca cibo da un mese. Ma ormai è chiaro che quest’uomo ha conquistato il cuore della matrona, che se la ride della grossa e continua a portare in tavola cibo. Altro che verme solitario; nel suo caso, si tratta di un esercito di vermi solitari che momentaneamente hanno rinunciato alla vita da eremiti.

Il congedo dalla padrona di casa, e soprattutto dalla tavola, è lento e faticoso, vuoi per il dispiacere di abbandonare tanto bendiddio, vuoi per l’abbraccio caloroso, i saluti, gli arrivederci. Non sarei proprio tagliata, io, per questo lavoro: i complimenti non sono il mio pane… Quelli finti non mi riescono, quelli sinceri non mi nascono. E comunque non sono capace a cucinare, e nemmeno m’interessa imparare.

Raccattiamo le ultime cose. Matteo trasferisce il furgone su una piazzola lungo la strada principale; io lo raggiungo in sella. Ha inizio, finalmente, l’avventura: destinazione, Col de Turini per una non meglio specificata via sterrata. Anche se, da una rapida occhiata alle cime spolverate di neve, non credo proprio che oggi sarò in grado di arrivare lassù. Si parte in discesa, breve ma gelida, verso Breil, per poi deviare verso sinistra, su per una stradina che nasce asfaltata, a rampe cattive in mezzo alle case. Mi colpisce una bici ancorata al lampione con una catena: chissà se la catena serve ad impedire un furto o piuttosto ad evitare che la bici, data la pendenza, rotoli giù per la strada?

La carreggiata è stretta, tutta buchi; man mano che procediamo, è più sconnessa. Nessun problema per me, che viaggio con la mountain bike in assetto da fuoristrada; nessun problema neanche per Matteo, che pedala in bici da corsa ma è un funambolo. La salita riscalda i cuori e tutto quel che ci sta intorno: direi che posso levare la giacca. Non capisco se davvero la muontain bike richieda più fatica in salita, rispetto alla bici da corsa; quel che è certo è che il mio allenamento per le due ruote lascia molto a desiderare… Sbuffo come un mantice, spingo sui pedali ma con pochi risultati. Pazienza, finché splende il sole va tutto bene.

Le case si diradano; la stradina sale lungo la valle, sempre più sconnessa, fino a diventare una carrozzabile sterrata. Un po’ di emozione: questo è uno dei miei primi itinerari seri su sterrato, il primo in compagnia di Matteo. Fin qui è tutto facile…
Il primo bivio ci costringe ad una sosta per consultare la carta. Dritto, in falsopiano, o a sinistra, su per la rampa? Optiamo per la seconda soluzione. Il fondo qui somiglia già più ad un sentiero, benché siano evidenti le tracce del passaggio di veicoli. La pendenza è severa; una fila di alberi ci separa da un bel pendio erboso. Qualche abitazione, nascosta, qualche cane che latra. Si sale a tornanti: devo, mio malgrado, constatare che le curve, sia pure in salita, sulla ghiaia mi creano qualche problema di stabilità. Però si pedala bene. Matteo mi raggiunge in fretta, dopo aver indugiato per studiare meglio e riporre la carta, ma un altro bivio ci costringe ad un nuovo stop. Destra o diritto? Le paline segnavia non ci sono di grande aiuto, ma in fondo che importa? Quel che conta, almeno per me, è pedalare, farmi un po’ le ossa sui percorsi sterrati. Che si vada al Turini o altrove, non fa poi questa gran differenza. Anche qui è tutto bellissimo. Riprendo la marcia, un po’ malferma. Ancora tornanti, ancora bivi. Ormai abbiamo perso l’orientamento: procediamo, per curiosità; andiamo a vedere dove finisce la strada. Se finisce. Oltre un tornante, diventa poco più di un sentiero pietroso, molto sconnesso. Vado avanti più per orgoglio che per convinzione: il gioco si fa duro, e sarà molto dura anche la pietra contro cui andrò a sbattere il cranio, se cado. E’ incredibile, quanto io mi senta ben poco stabile, nonostante la velocità ridicola e la sella molto bassa. Razionalmente, so che cadere, così, è quasi impossibile. Il guaio è che l’istinto non ne è convinto… Ogni asperità del terreno mi preoccupa. Per quel poco che i miei occhi malconci mi consentono, cerco di mettere a fuoco ogni centimetro quadro del fondo su cui andrà a passare la mia ruota. Matteo procede in bici da corsa, senza problemi; non fa una piega né per le buche, né per i solchi, né per le pietre. Probabilmente levita, a pochi mm da terra per non rivelare il trucco.
Il sentiero passa poco più in basso di una fila di case. L’unica forma di vita, oltre la nostra, è un cacciatore: nonostante la repellenza per la categoria, facciamo buon viso a cattivo gioco e chiediamo a lui dove vada a sbucare la nostra traccia. Da nessuna parte: infatti, poche decine di metri più avanti, ci troviamo di fronte ad un bivio in cui entrambi i rami sono presidiati da minacciosi cartelli che delimitano proprietà private. Dietrofront. La prima discesa, devo dire, mi riesce in modo più che decoroso: lascio andar la bici, con un impeto di temerarietà che stupisce anche me stessa. Il mezzo sembra stabile, salta e procede senza scherzi; quasi quasi mi diverto… Se ne accorge anche Matteo: “Vai quasi più forte qui che su asfalto”, osserva. Su asfalto, preciso, con la bici da corsa… Perché con la MTB le discese non sono più un cruccio, finalmente.

Raggiungiamo indenni un bivio davanti a cui siamo già passati in salita. Si decide di esplorare anche questa via: Matteo ancora anelante al Turini; io per pura curiosità, visto che non ho la più pallida idea della geografia dei sentieri del luogo. Una strada coperta di ghiaia. Procedo per un breve tratto di salita: mi ferma, dopo un km o poco più, un cartello che indica il divieto di transito ai veicoli, tutti, anche le bici. Mannaggia… Probabilmente, se anche tirassimo dritto, non accadrebbe nulla di male. Ma a me i divieti incutono sempre timore. Dietrofront, un’altra volta. L’idea è di tornare giù, alla prima sterrata della giornata, e tentare, al bivio, l’altra via. Anche qui, la mia discesa si avvia baldanzosa… Ma, chissà perché, di lì a poco, mi attacco ai freni. Mi prende la paura: di scivolare, di centrare la pietra aguzza, di cadere. Paura irrazionale ed inarrestabile, visto che ho ben affrontato la galoppata di poco fa, con un fondo ben peggiore… Niente da fare, affanno, agitazione, paura. Non riesco a vincerli e scendo a freni tirati, con l’assalto dell’inquietudine ad ogni curva. Mi vedo per terra. Ma perché? Perché mi succede una cosa del genere? Che rabbia… Io lo so già, se lascio che la paura prenda il sopravvento anche una sola volta, è finita. Eppure…

Il supplizio si conclude al bivio. Carta alla mano, svoltiamo a sinistra, lungo la strada sterrata che presto prende a salire a tornanti in mezzo ad alcune abitazioni in pietra, in via di ristrutturazione. La salita, a tornanti l’uno sopra l’altro, ricorda molto il profilo delle vie asfaltate al Turini; ovvio, è lo stesso ambiente, la vegetazione di mare, ancora rigogliosa a fine ottobre, scura nel contrasto con la terra bianca e sabbiosa. Il cielo non è più così limpido; corrono le nuvole. Salgo tranquilla, cercando all’orizzonte la traccia di una meta che non vedo, ma intuisco soltanto. Matteo spesso allunga, mi semina anche qui, anche oggi che io sono dotata di mezzo ben più adeguato al terreno, rispetto al suo. La pedalata è sciolta e la fatica contenuta, almeno fin quando il fondo è agevole e regolare. I guai cominciano con le buche e, soprattutto, con i frammenti di roccia grossi e spigolosi: faccio lo slalom, a caccia di una linea di marcia ideale che non esiste, e spesso mi sento sul punto di essere disarcionata. Ogni volta è battito che accelera, fiato che manca. Butto i piedi a terra, ho paura: l’ansia poi ingigantisce il pericolo. Non mi sento più in grado di pedalare, qui: lo so, sono certa che il problema sia nella testa e non nelle ruote… Scendo di sella e spingo, mentre il povero Matteo aspetta paziente. Spingo ed abbatto i santi del calendario, a turno, tre o quattro per volta, quando il pedale si schianta contro il mio polpaccio, lasciando eredità di graffi e lividi. L’affanno mi fa incespicare e montar la rabbia. E, insieme, un senso di debolezza improvviso. Le gambe diventano di piombo in pochi minuti. Continuo ostinatamente, con risultati un po’ patetici e con stizza ancor più acuta perché vedo Matteo che, senza batter ciglio, procede in bici anche sulle pietre… Ormai li conosco, i miei abissi di disperazione. Sul momento, ci vorrebbe una bustina di zucchero, per levar via la fiacca. A tratti, dove il sentiero mi pare un po’ meno ostico, risalgo in sella, ma percorro poche centinaia di metri e poi son dinuovo a piedi. Ormai siamo in quota; la strada sale con pendenza minima. Un gregge di pecore pascola nel prato a sinistra del sentiero, sotto l’occhio vigile di due pastori maremmani; alcune pecore fuggono dal sentiero, scomposte e spaventate. E’ nuvoloso; soffia un leggero vento freddo. Mi gira la testa, meglio scendere ancora.

Un provvidenziale bivio ci induce ad una sosta: butto giù qualche boccone di frutta secca, nella speranza che basti a tappare il buco. La prima alternativa è svoltare a destra per una strada ignota, oltretutto vietata al transito: ho già gli aculei sparati come quelli di un riccio in posizione di difesa; ormai conosco fin troppo bene i “dovrebbe essere” secondo Matteo. Come minimo, ci sono strapiombi, passaggi su ghiacciaio e coccodrilli da affrontare a mani nude. Per quanto mi riguarda, non prendo nemmeno in considerazione l’ipotesi. Si va a sinistra, destinazione anello del Turini, o meglio l’Authion. Ancora un tratto di sterrata, una lieve salita che la fiacca mi rende simile ad un Mortirolo; raggiungiamo l’asfalto, asfalto per modo di dire, una stradina minuscola e malconcia che passa accanto ad alcuni alpeggi. Panorama stupendo sui pascoli e sulle cime dei dintorni: peccato che venga giù qualcosa che ha tutta l’aria di essere ghiaccio… Minuscoli puntolini bianchi svolazzano intorno. Eppure sulla pelle non sento nulla: forse perché l’unica, minima porzione esposta è quella del viso… Taccio, per scaramanzia, finché Matteo, un chilometro più avanti, se ne accorge: “Ma… Nevica!”, esclama. Eh lo so… L’ascesa si conclude di lì a poco, in uno spiazzo con tavola d’orientamento e parcheggio. Il cielo ora è decisamente chiuso, grigio. Freddo pungente: i fiocchi si fanno ora più concreti. Indossiamo tutto quel che abbiamo e via, in discesa: senza ritegno, ora che il fondo asfaltato mi è amico. Via, il più in fretta possibile, perché qui è neve, ma giù sarà pioggia… Già umidicci, raggiungiamo il Col de Turini, dove ci attende l’amara sorpresa: non si passa. E’ in corso una prova di rally, o qualcosa del genere. Non ci posso credere… Ma è mai possibile che, ogni volta che io capito da queste parti, debba imbattermi nel rally? Ma ne corrono uno a settimana? Reprimo a fatica l’impulso di metter le mani al collo del gendarme, dei piloti e di tutto il carrozzone di meccanici, assistenti ecc. Possiate essere maledetti per l’eternità… Io son qui in bici, piove, fa un freddo della madonna e voi mi dite che non posso passare? Quel che è peggio è che le strade che confluiscono quassù sono tre; ovviamente le auto salgono da una delle tre, scendono dalla seconda, e guardacaso la terza è quella che interessa a noi; basterebbe lasciarci oltrepassare lo slargo… No, niente da fare. Ma vaffan####, sibilo. A bassa voce, perché i gendarmi d’oltreconfine sono senz’altro bilingui. Non ci resta che cercare rifugio in uno dei bar sul colle: mezz’ora di attesa, ci dicono. C’infiliamo in un locale arredato in legno, un bar a tema dedicato alla Harley Davidson. Un nutrito gruppo di avventori anima e scalda l’ambiente: tutti rigorosamente motociclisti, tutti in stile Harley, giacche nere di pelle, capello lungo, orecchini… Il fenomeno del momento è senz’altro un’arzilla madama, più vicina ai settanta che ai sessanta, alta un metro e un tappo, secca secca, con chioma tinta in improbabili riflessi color neon, fasciata in un paio di pantaloni di pelle nera e più che mai vivace nella conversazione. Se non altro, nessuno ci degna di uno sguardo: è già un punto a loro favore. Consumiamo due cioccolate calde, graditissime proprio per la temperatura, non tanto per la consistenza: in Francia, cioccolata calda credo significhi latte caldo con il cacao, almeno, questo è ciò che ho sempre sperimentato io. Ma oggi non mi lamento, va bene così. Indugio con le mani strette intorno alla tazza, coccolandomi con il tepore del caminetto: so già che uscire di qui ed affrontare venti e più km sotto la pioggia sarà pura sofferenza… Il branco di pachidermi in pelle sciama verso l’uscita: ne è prova un rovinoso fragore di vetri rotti. Addio ad un bicchiere: beh, tutto sommato, temevo peggio… Usciamo anche noi: tanto, la realtà va affrontata. Abiti umidi e freddo, una combinazione esplosiva. Ancora un po’ di attesa, ci dicono: io questi li rovino… Auto non ne passano più, ma nessuno si muove. Tremo di freddo; Matteo, tenerone, fa il possibile per tenermi calda la schiena, ma io ho già il terrore dei prossimi venti e rotti km di discesa. Ora la pioggia è piogga sul serio. Rivoli s’infilano nelle crepe dell’asfalto, piccoli torrenti in piena. Matteo insiste, chiede di poter passare; è dura, far capire a queste teste quadre che la nostra intenzione è scendere verso Moulinet… Finalmente, ci danno il via libera. Si parte, già grondanti d’acqua. Sfiliamo accanto alle auto in arrivo da Sospel, a loro volta bloccate: qualcuno ci fa coraggio… Ne avremo bisogno. Confidando nella potenza del freno a disco, mi fiondo giù, con l’unico pensiero di scendere, perdere quota, lasciarsi alle spalle il freddo più freddo. L’asfalto è viscido, come sempre quando la pioggia è appena cominciata; Matteo mi mette in guardia: che emozione… Nessuno mi aveva mai avvertita dei rischi della velocità in discesa! In effetti, è meglio che io vada con cautela; va bene non aver paura, ma questo non significa trasformarsi per forza in piloti provetti. Non vorrei tirare dritto in qualche tornante. Il tremore non mi abbandona; la discesa è lunga, infinita. E’ persino bella la vallata, ancora verde, quel verde scuro del primo autunno, ma non posso, purtroppo, ammirarla; devo tenere gli occhi ben saldi sulla traiettoria. Qui le curve non mancano. Moulinet è il primo baluardo di vita in questa valle splendida e deserta, ma Sospel è ancora lontana… Litigo con le lenti degli occhiali, bagnate, con il freddo che m’indurisce i muscoli delle gambe. Le scarpe “normali”, in particolare un paio di scarpe con protezione in goretex, pensionate dopo lungo servizio di corsa sui sentieri perché prossime alla distruzione, offrono ai piedi una protezione migliore rispetto alle scarpette che uso in bici da corsa, ma non possono far miracoli. Sono combattuta tra il disagio del freddo pungente e l’euforia della guida di un mezzo che sento, finalmente, stabile, dopo anni ed anni di terrore in bici da corsa… E pazienza se l’asfalto non è il tipo di terreno a cui la Trek è destinata.

La pioggia si dirada e cessa poco prima di Sospel. Mi attardo per scuotere i piedi, nel vano tentativo di spingere un po’ di sangue fino al ditone. Se non altro, ora ci attende un po’ di salita… Attraversiamo Sospel, unida e sonnacchiosa, con l’occhio languido alla panetteria desolatamente chiusa, di domenica pomeriggio. Non so nemmeno che ora sia, ma non ha importanza; il sole è ancora su, questo è ciò che conta. E, comunque, per non saper né leggere né scrivere, ho messo nello zaino la pila frontale.
Il primo accenno di risalita al Col de Brouis regala un confortevole tepore sotto la giacca impermeabile, tanto da convincermi a levare uno strato. Matteo va su del suo passo, dopo una giornata trascorsa a mordere il freno per aspettarmi; io procedo pian pianino, ma meglio di quanto mi aspettassi. I muscoli surgelati si sciolgono in fretta; pedalo tranquilla, mi godo le ombre che si allungano, le curve morbide di questo stradone che ormai conosco a memoria. Poche auto. Qui pare che la pioggia non si sia nemmeno fatta vedere. La gita volge al termine: un po’ mi dispiace, anche se ho una certa fame e desidero tanto il riscaldamento del furgone. Non è stato un itinerario lunghissimo, ma la fatica l’ho sentita e la sento tuttora. Trovo Matteo in cima, “all’ombra dell’ultimo sole”: credevo fosse già sceso all’auto… Parte, infatti, mentre io indosso la giacca, anche se la discesa sarà breve, e lancio un ultimo sguardo là dove dovrebbe vedersi il mare. Non lo vedo, ma voglio pensare che sia colpa degli occhiali appannati. Giù a rotta di collo, complice la strada larga e dal fondo liscio come un biliardo, tra le poche case ed il fumo dei camini; nemmeno il tempo di raffreddarmi troppo e sono già a destinazione, a contorcermi sul sedile nel vano tentativo di cambiarmi esponendo all’aria meno pelle possibile, e per il minor tempo possibile: non certo per pudore, solo per evitare il congelamento! Patisco molto il freddo quando sono in moto, ma mai quanto lo patisco da ferma. In questa stagione, e per i prossimi tre o quattro mesi, assumerò stabilmente l’aspetto e l’umore di un ammasso di gelatina tremolante. E dire che lo strato di lardo, di cui senza falsa modestia sono ben fornita, dovrebbe proteggere ed isolare dai rigori del clima! Si vede che la scienza della coibentazione, applicata alla sottoscritta, non funziona…

Prima di rimettere in moto il furgone, diamo fondo a buona parte delle provviste rimaste; yogurt, formaggio, succo di frutta, pane. Poi via, infreddoliti e soddisfatti; abbiamo scoperto la quarta via al Col de Turini, e chissà se ne esistono altre. O meglio, l’ha scoperta Matteo, che ha ben più familiarità di me con le carte e l’avventura. La mountain bike mi ha fatto vedere dallo spioncino un mondo tutto nuovo: peccato solo che i mondi in cui vivo siano già troppi ed il tempo da sfruttare sia sempre lo stesso, anzi forse sempre un po’ meno…

Al Tenda, la prima neve sulle cime, azzurra al riflesso della luna, è il segno che l’inverno è arrivato davvero. Il viaggio è ancora lungo, ma sogno una tazza di latte caldo e la nanna.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!