17/18 luglio 2010 – Ultra Trail du Beaufortain

Viaggiare ai settanta all’ora per i dodici km del traforo del Frejus è una costrizione che fatico davvero a sopportare: di già che mi tocca infilarmi nelle viscere della montagna, gradirei levarmi da qui il prima possibile… Non credo di soffrire di claustrofobia, ma la consapevolezza di avere chissà quante tonnellate di roccia sospese pochi metri sopra il mio capoccione non mi ispira un gran senso di tranquillità. E invece no, guai, il Grande Fratello elettronico mi guarda: se solo mi azzardo a calare un po’ di più il piedino sull’acceleratore, troverò una solerte rappresentanza della Gendarmerie ad attendermi, a braccia aperte e lampeggianti accesi, all’uscita del budello. Sarà poi vero, o sarà terrorismo? A giudicare dalle auto che mi seguono, a rigorosa distanza di iper sicurezza, potrebbe essere vero. Del resto, per questa sera non c’era alternativa. Matteo s’è già sciroppato il viaggio da Genova a Carmagnola, dopo il lavoro; quand’è arrivato, intorno alle otto e mezza, è stato catapultato all’istante sul sedile passeggero della mia fida Corsa, insieme al bagaglio: altra partenza, destinazione Queige, pochi chilometri oltre Albertville lungo la strada che sale al Cormet de Roselend e, poi, al Piccolo San Bernardo. Vittima quasi inconsapevole, Matteo, della mia furia podistica: l’ho iscritto, suo malgrado, all’Ultra Trail du Beaufortain, 103 km per 5.800 m dichiarati di dislivello in salita. Tre ore di viaggio, mal contate, da casa, interrotte solo da una breve sosta per visita turistica al bagno pubblico del parcheggio: ho sonno, eccome se ho sonno, ma voglio a tutti i costi arrivare a destinazione, prima di nanna, in modo da essere già, domani, sul luogo del delitto. Concetti vaghi, “oggi” e “domani”: è già mezzanotte quando c’inerpichiamo tra le poche case di Queige, sottoponendo la frizione della povera Opel ai più raccapriccianti maltrattamenti. E la partenza è fissata per le quattro del mattino: ciò significa che abbiamo ben due ore e mezza di confortevole sonno a disposizione; anzi, su, siamo generosi: due ore e quaranta.

Vaghiamo per un po’ senza meta tra le viuzze buie e deserte del paese: però, dopo un rovinoso tentativo di partenza in seconda su un tratto di salita ripida, a cui il motore della Opel reagisce con un urlo straziante, decido che è il caso di mettersi a dormire. Domani mattina, cioè tra poco, andremo a caccia del punto esatto di partenza della gara. Detto, fatto: sistemo l’auto più o meno in piano, abbasso il sedile, m’imbozzolo nel sacco a pelo; i rumori molesti degli interminabili preparativi di Matteo – ma che diamine avrà bisogno di rovistare, per dormire un po’? – si spengono nell’oblìo.

Al trillo della sveglia, riapro gli occhi alle tenebre, le stesse che avevo abbandonato poco fa. Sonno breve, ma profondo e ristoratore, almeno per me. Un grugnito all’unisono ci riporta alla realtà: ci siamo, è ora, armiamoci e partite. Mi muovo con cautela, prima un braccio, poi l’altro, poi il collo, la schiena. Infine le gambe, anzi la gamba, quella incriminata e martoriata. Combatto da una settimana con una formidabile contrattura al polpaccio destro: l’ho bombardata con ogni sorta di arma chimica, dal Muscoril agli antiinfiammatori in pastiglie ed in crema, ma ancora l’altro ieri avevo serie difficoltà a camminare decentemente in casa. Il movimento del piede è molto limitato; non posso fare molto di più che appoggiare a terra il tallone: allungare la punta è utopia.
La temperatura sarà di poco sopra i dieci gradi; una Siberia, per i miei gusti; un lungo lavoro di autoconvinzione per costringermi a cambiarmi ed indossare gli abiti da corsa, mentre Matteo ha già messo in azione le mascelle, più inarrestabili di quelle di un coccodrillo. Colazione, se così si può definire, ma è piuttosto uno spuntino notturno, focaccia, yogurt, succo di frutta, tutto quel che ieri ho buttato un po’ alla rinfusa nello scatolone della pappatoria. Il neurone è ancora ottenebrato dal sonno; rinuncio a controllare lo zaino, tanto, in questa condizione, è inutile. Metto in moto la Opel e trattengo il respiro, memore dell’ultima offesa che le ho inflitto: parte… Col favore del buio, individuiamo già dall’alto un’area illuminata, giù a fondovalle, accanto alla strada principale; senz’altro è quella la nostra meta. Infatti, c’infiliamo con altre auto in una stradina sterrata e poi in un prato, in mezzo ai tralicci dell’alta tensione, destinato a parcheggio. Tutto buio: ci si arrangia con la pila frontale. Accanto a noi, qualcuno ha addirittura imbandito il tavolino per la colazione. La consegna dei numeri di gara, veloce e spartana, si svolge sotto un gazebo: il pacco gara contiene una bella canotta con il profilo altimetrico della corsa. Controllo del materiale obbligatorio e via, siamo liberi di tornare all’auto e strappare qualche minuto di sonno, come Matteo, o di andare a caccia di un bagno, come immancabilmente faccio io. Camminare su e giù per il prato mi rosicchia via quel poco di speranza che nutro per questa gara: il polpaccio fa malissimo… Non riesco nemmeno a mascherare un po’ l’andatura zoppa.
Mi imbatto nell’unico altro concorrente italiano, oltre a noi, Maurizio. Non è un appuntamento noto, questo, dalle nostre parti; del resto, si tratta di fatto di una prima edizione, visto che, l’anno scorso, la gara, al vero primo appuntamento, è stata interrotta per il maltempo. Partenza prevista per le quattro e mezza; pian piano, dai quattro punti cardinali, i lumini convergono intorno al gazebo ed alla piccola struttura in legno che fa anche da bar. Non riesco a capire se questo sia un campo sportivo, o qualcosa del genere. Anche Matteo si risveglia dal torpore: basta dirgli che c’è da mangiare… C’è anche del caffé, disgustoso, ma pur sempre caldo.
Tra il brusio della folla, intuisco poche parole del breve discorso introduttivo, rigorosamente in francese. Tracanno il caffè, supero il rito della prima spunta. Pochi minuti dopo, con un po’ di ritardo, il via, si parte. Al trotto, purtroppo, con grande strazio per la mia gamba inabile. Meno male che la pendenza quasi subito s’impenna, su per una strada sterrata e fangosa in mezzo al fitto del bosco. Le stelle spariscono, mentre ci facciamo strada calpestando terra grassa ed appiccicosa alla luce della frontale. Combatto, come sempre, con l’affanno della partenza, con il cuore che sembra sul punto di scoppiare, ed anche, questa volta, con la gamba da tenere il più possibile al riparo dagli sforzi, facendo peso ancor più del solito sul bastoncino. Purtroppo, in salita, non posso fare altro che appoggiare la punta del piede, quindi “tirare” il polpaccio; non posso che sperare che la situazione non precipiti.

Una dopo l’altra, le lucine dei compagni di gara, duecento persone più o meno, si allontanano. Le intravedo formare una fila ondulata, nei rari sprazzi di visuale liberi dal bosco. Risaliamo in mezzo agli alpeggi, belle case in legno e pietra. Dietro di me, oltre al fido Matteo, restano ben presto solo due persone con le radio: sono le “scope”. Li accompagna un bel cane bianco e nero, snello, un cucciolone pieno d’entusiasmo: quello che, secondo i suoi amici umani, dovrebbe fare da pungolo per i podisti recalcitranti, a suon di morsi. “Stimulateur”, sottolineano Ma tutto mi sembra questa bestiola, fuorché un animale minaccioso.
Quel che salta all’occhio, subito, è che seguire la strada giusta non sarà così facile. La segnaletica è quantomeno scarsa: un paio di volte, già nei primissimi km, manchiamo i bivi cruciali. Nulla d’irreparabile, ma non è affatto incoraggiante la faccenda. Va bè che io posso contare su Matteo, che è un segugio e troverebbe la strada giusta anche nel più intricato dei labirinti, e va bè che è buona norma fermarsi se per qualche centinaio di metri non si vedono più segnali, ma…

Finalmente, la prima luce del giorno, la prima scia d’azzurro. Osservo con rammarico che le giornate si sono già accorciate in modo sensibile. E’ l’ora più fredda; l’aria pizzica la pelle. Qualche sbadiglio di troppo, a ricordarci, se ce ne fosse bisogno, che due ore e mezza di sonno non sono la preparazione ideale per un trail da cento e rotti km. La salita è aspra, impegnativa a tratti; di tanto in tanto, poi, spiana, attraversa un prato, si rituffa nel bosco. Ricordo poco del profilo altimetrico: somiglia all’elettrocardiogramma di un paziente molto agitato.
L’ambiente si fa sempre più selvaggio e pelato, nella prima luce di una splendida alba. Il polpaccio duole, ma, per il momento, sembra sopportare lo sforzo: il mio terrore è che, prima o poi, ceda… Sono costretta a camminare in modo innaturale, asimmetrico, caricando il peso, per quanto possibile, sulla gamba sana. Matteo, paziente, segue e non fiata. Ci lasciamo alle spalle definitivamente il bosco, per inoltrarci lungo un sentiero stretto, di terra secca e polverosa e pietre. Si vede già la nostra meta, il primo colle; c’è gente appollaiata lassù. Ad onor del vero, c’è gente dappertutto: il controllo dei passaggi è manuale, ma capillare; ogni pochi km si incontra un omino che segna su un foglio il nostro numero di pettorale, e non lesina mai un complimento ed un incoraggiamento. La Roche Pourrie, quota 2000 m circa: sembra un colle, in verità, nel senso che, effettivamente, qualche metro di dislivello lo si perde, dopo. Ma la salita ben presto riprende, blanda, a mezza costa, lungo uno splendido pendio di erba verdissima alternata a pietre, un sentiero così stretto che sembra quasi insufficiente al passaggio. Non posso dire di star bene; non capisco se questa strana sensazione sia dettata solo dal disagio di avere al seguito Matteo, che sta certo mordendo disperatamente il freno, o se proprio alle gambe manchi una marcia, oggi. Si risale di buon passo verso il prossimo passaggio in quota, il Col des Lacs, quota 2.200, anch’esso ben presidiato: e già qualche fuggiasco l’abbiamo raggiunto, anche se il cuoricino fatica ed il fiato è tremendamente corto. Dai Gian, non ti preoccupare, può solo andar meglio. Speriamo. Brontolo in silenzio, tra me e me; povero Matteo, almeno una volta ogni tanto, devo sforzarmi di non trattarlo da parafulmine. La discesa che segue è lunga e travagliata per il mio povero polpaccio irrigidito; anche ai bastoncini tocca fare gli straordinari. Si scende tra piante di rododendro ed una fioritura maestosa, di tutti i colori; sembra che questi sentieri, spesso poco più che tracce, esistano solo per noi corridori.

Il tracciato di gara intercetta una strada sterrata in leggera salita, che inviterebbe anche a correre: ma oggi, per me, correre è davvero impensabile. La gamba destra è in condizione precaria; la caviglia sinistra fa quel che può, ma risente del superlavoro. Affrontiamo poi un traverso in leggera risalita, attraverso il prato ed accanto ad una baita; tutt’intorno è pascolo, campanacci di mucche e latrati di cani. Sarebbe paradisiaco, se non fosse per la fiacca che mi tormenta. Procedo, ma con poca fiducia nei miei mezzi. Il ristoro, che già Matteo mi aveva preannunciato, offre un po’ di conforto; ci arrivo quasi senza fiato e senza forze. Zucchero, l’unica cosa che desidero è zucchero; già da lontano, in mezzo al prato ed ai feticci dello sport invernale, i mostruosi impianti di risalita, io punto la bottiglia della Coca Cola, nemmeno fossi un cecchino. Al tavolino, inondato di sole, arrivo con un senso di gioia e liberazione: cinque minuti di tregua, datemeli… Tracanno litri di bibite dolci, dalla Coca Cola all’acqua in cui sono diluiti i succhi che si usano per i ghiaccioli; mangio qualcosa, ma senza convinzione: più che altro, per la consapevolezza di dover immagazzinare calorie. Frutta secca ecubetti di zucchero, oltre a qualche spicchio di arancia, ecco tutto quel che riesco a buttare giù. Dietro di noi, al ristoro, giungono le due scope, con il cagnolino; se non siamo gli ultimissimi, poco ci manca.

Con poca convinzione, recupero i bastoncini e riprendo il cammino; Matteo non tarderà a raggiungermi. Breve discesa e poi un bel sentiero tra sassi bianchi e fiori di ogni colore, al ritmo di un corridore che mi precede di poco. Segue una rapida, e ripida, salita a tornantini; so che dovrei metterci un po’ di buonsenso, ma la salita è l’unico tracciato in cui mi sento davvero viva… Su veloce, per quanto possibile, all’inseguimento dei pochi fuggiaschi ancora alla mia portata, tornante dopo tornante, occhi a terra. Mi piacerebbe, sì, ammirare il panorama: il guaio è che, appena distolgo lo sguardo dalla meta del mio passo, m’inciampo. E non è il caso di aggiungere acciacchi agli acciacchi, proprio no.
La salita culmina poco oltre i duemila metri di quota; la successiva, lunga discesa mi fa perdere dislivello e coraggio. Questa non è la stanchezza di oggi, è fiacca che mi porto dietro ormai da tempo, che colpisce il corpo ma anche lo spirito, a quanto pare. E c’è l’incubo della barriera oraria… Al barrage, che è barrage sia per l’acqua del lago che per i ritardatari del trail. Perché me l’ha detto, Matteo, perché? Dovrebbe ormai saperlo, che io con l’orologio non voglio avere a che fare, in questi frangenti. Non mi serve a nulla, sapere quando il cancello verrà chiuso e qualcuno fermerà la mia gara; tanto, non posso farci nulla, non posso andar più forte, oggi meno che mai. Più incespico in discesa, più il mio umore rotola giù verso fondovalle, in compagnia dei sassi che inavvertitamente smuovo o calcio. Gian, non è possibile… Sei qui perché l’hai voluto tu; non vedevi l’ora, e adesso… Che senso ha questo muso lungo? Questi pensieri cupi, quasi di rabbia, che non puoi rivolgere a nessuno se non a te stessa? Non lo passeremo mai, quel cancello. Matteo non parla, non commenta, ma si vede, che è scettico. E se è scettico lui, di solito piuttosto incline a ritenere più che possibile anche l’impossibile… Sotto un sole ormai alto e deciso, dal sentiero scendiamo lungo una bella strada sterrata, in leggerissima salita, che costeggia un lago artificiale. Splendido… Mi sembra d’aver capito, dai discorsi delle due scope, che ci toccherà compiere il giro quasi completo dello specchio d’acqua. Matteo vorrebbe correre, m’invita a farlo; a suo rischio e pericolo, perché in questo momento ho i nervi a fior di pelle, mille pensieri neri che s’affollano, il rammarico di non avere alcuna speranza, il terrore della gamba che da un momento all’altro potrebbe inchiodarsi. Altro che correre. Mai come in questi momenti vorrei essere sola, poter decidere per me stessa senza creare danno o fastidio ad altri. E perché questi due continuano a starci attaccati alle costole? Va bene, il loro compito è sorvegliare le ultime anime penitenti della corsa e controllare che nessuno si disperda… Ma devono proprio restarci per forza sempre appiccicati, come avvoltoi che volteggiano sulle nostre teste? Non possono lasciarci dieci metri di pace? E quella radiolina che continua ossessivamente a gracchiare… Gliela farei ingoiare!

Così rimugino e cammino di buon passo lungo l’acqua del lago, appena increspata dal vento, luccicante di raggi del sole. I due che fanno da scopa sembrano non capire; restano per un po’ al passo, insieme a noi, poi allungano le falcate e via, si allontanano. “Ci fermano”, continuo a ripetere, “Secondo me ci fermano, vedrai. Sono andati avanti, magari proprio al punto di controllo; ci aspettano lì solo per annunciarci che siamo kaputt”. Ne sono più che convinta, e già la tristezza avvolge le giunture, rallenta il passo. Superiamo la diga: alla nostra destra il lago, alla sinistra un salto di cemento impressionante, due scalinate che sembrano scendere dritte all’inferno. Ed una strada asfaltata che risale, lì accanto, a tornanti. Lungo il lago, camper parcheggiati, famigliole in trasferta, a passeggio o a prendere il sole; voci e frastuono di tifo: non è per noi, ma chissà per chi. Ho visto un paio di ciclisti sui tornanti della salita: forse l’applauso è per loro. Del resto, proprio oggi si corre una gara ciclistica sul giro del Monte Bianco, che passa proprio da queste parti. “E’ inutile – insisto – tanto ci fermano”, ormai sono rassegnata. Scorgo da lontano la sagoma delle due scope, con il cagnetto al guinzaglio, che confabulano con altre persone: “Ecco – penso con il cuore che impazzisce e le lacrime agli occhi – è finita…”. Mi avvicino trattenendo il fiato; uno di loro mi guarda, mi viene incontro… E segna il mio numero di pettorale. Via, avanti, è fatta, possiamo andare, ancora. Quasi non ci credo… Questa è, secondo il mio fido compagno di viaggio, una salita lunga. Bene, speriamo che la salita lunga giovi ai miei garretti, al mio neurone, al mio cuore. Dobbiamo riguadagnare quasi mille metri in una botta unica, destinazione Col du Coin: dai Gian, è come se la tua gara fosse nata un’altra volta adesso. Con calma, passo dopo passo. Ancora bosco e tanta acqua, ruscelli a breve distanza l’uno dall’altro; più volte riempo la borraccia, tra i rimproveri di Matteo che è, in queste cose, molto più attento e salutista di me. Io resto dell’idea che l’acqua che bevo qui non possa far più danno di quella che raccolgo nel bicchiere dal rubinetto di casa, e se anche ci sono in giro le mucche, beh… A qualcosa dovrà pur servire, il sistema immunitario. Povero Matteo, fa di tutto per essermi gregario ideale: e lo è… Il problema non è lui; sono io, capricciosa, preda degli eventi e delle emozioni. E’ sempre la solita storia: quando corro da sola, soffro per forza in silenzio, anche perché ben presto cado vittima di una sorta di dissociazione per cui io stessa non sopporto più le mie lamentele, la mia debolezza, e finisco, come si suol dire dalle mie parti, per “darmi un andi”. Se però accanto a me c’è qualcuno e, peggio ancora, qualcuno che si affanna in mio aiuto, allora, chissà perché, in questi frangenti estraggo il peggio del peggio del mio sadismo, quasi mi compiacessi della mia cattiveria, un po’ come la strega di Biancaneve. Sono un mostro…

La lunga salita mi rimette in pace con il mondo, anche perché so che, tra non molto, arriveremo nei paraggi di un ristoro. Non posso dire di aver fame, ma farei volentieri il pieno di zollette di zucchero. E Coca Cola, naturalmente. Quando la fatica tormenta il corpaccione, i desideri diventano davvero elementari; basta poco, per dare un po’ di conforto. Un passo dopo l’altro, sempre con l’aiuto dei bastoncini, sempre con Matteo fedele al seguito. Compaiono all’orizzonte alcuni compagni di corsa, alla spicciolata: anche questa volta, la salita non mi tradisce. Vero, son partiti tutti come pazzi, ma sapevo che avrei raccattato qualche vittima della propria eccessiva fiducia, prima o poi. Il sentiero ci riporta ben oltre quota duemila, in un teatro fantastico di guglie bianche, illuminate dal sole, quasi spettrali nella loro severità. Sembra di essere sull’asteroide immaginato nel film “Armageddon”. Seguo la traccia con gli occhi, finché m’imbatto in una piccola costruzione: piccola, vista di qua… Un rifugio, possibile, lassù, dove osano le aquile ed i masochisti come noi? Eppure sì, pare proprio un rifugio, l’unico baluardo di presenza umana da queste parti. Quindi, sarà lì, il punto di ristoro. Matteo sogna la pasta, ma io la vedo dura: secondo me, sarà un ristoro spartano, perché le vettovaglie, quassù, credo possano arrivare solo in elicottero… O a spalle!
Ancora una sequenza di tornantini sassosi, alla testa di questa vallata aspra ed inondata di sole, ancora un po’ di tempo per ammirare le guglie aguzze, se potessi farlo; peccato che le uniche punte che io posso permettermi di tenere d’occhio siano quelle dei miei piedi. Altrimenti, non appena distolgo lo sguardo, m’inciampo.
Sono ben lieta di raggiungere il rifugio: ho fame, sì, ma in particolare ho una gran voglia di zucchero, oltre che, come sempre, di bibite dolci. Ed ho bisogno di qualche minuto di pausa. Abbiamo superato da poco il quarantesimo km: sembra impossibile che, in tutte queste ore di marcia, abbiamo percorso così poca strada… E’ vero, io sono un po’ fiacca ed ho una camminata incerta, oggi, per via del polpaccio ribelle; sta di fatto, però, che il tracciato è aspro in salita e tutt’altro che agevole in discesa. Insomma, non c’è da preoccuparsi per ciò che sembra un ritardo; almeno, spero. Certo che, ancora una volta, le previsioni di Matteo circa l’orario di arrivo si rivelano del tutto sballate; fa sempre i calcoli su se stesso, lui, ma si ostina a non tener conto della palla al piede.

Al tavolino del ristoro, indugio un po’ tra bicchieri di Coca Cola, formaggio, frutta secca, pistacchi, e faccio più volte il giro, anche se non è che riesca a trangugiare granché. Soffia un leggero vento freddo, da cui mi ripara la piccola folla di corridori arenati quassù: molti seduti, il volto tirato dalla fatica. Meno male, non sono l’unica a trovare duro il percorso. Pentoloni di the caldo vanno e vengono dall’interno del piccolo edificio in legno, trasportati da volontari solerti e sorridenti. Qui non c’è traccia delle manie ecologiste esasperate che dilagano, purtroppo, nei trail italiani: un bicchiere di plastica non si rifìiuta a nessuno. Già che ci sono, faccio una breve visita al bagno del rifugio: è una costruzione separata, anch’essa in legno chiaro, che merita senz’altro una menzione; lo “scarico”, per chiamarlo così, non è in un normale water, bensì direttamente a terra, sulla paglia. E non c’è sciacquone: un cartello prega di buttare giù, una volta conclusa la seduta, una manciata di paglia, o segatura, insomma quel che si trova nel cassone accanto al “trono”, a seconda della stagione, lì a disposizione. Non so quanto tutto ciò sia igienico; ho l’impressione che in Italia un sistema del genere sottoporrebbe il gestore del rifugio ad un fuoco incrociato di denunce da parte dell’ASL, dei NAS, dei Carabinieri, delle Guardie Forestali e financo della Marina Militare. Ma a me piace: questo sì, sembra ecologico.

Matteo è in attesa, con la giacca indosso. L’aria quassù è gelida, nonostante la luce del sole. Ripartiamo sulla pietraia: una gioia per il mio precario equilibrio, soprattutto quando, alle pietre, si aggiunge la neve. Neve morbida, per fortuna, e in piano. Incespico fino a riguadagnare il sentiero che porta su, con una bella pendenza, fino al Col du Grand Fond. Anche qui, immancabili, gli uomini dell’organizzazione, con il loro bravo taccuino per la registrazione dei numeri. Ovviamente non è finita qui: se c’è una cosa che ho capito, di questo trail, è che ad una salita non corrisponde una discesa. Mai. Il sentiero prosegue come traccia tra le pietraie; di fianco, un pendio ripido che non concederebbe sconti al malcapitato che decidesse di voler scivolare. E, per condire il tutto, non ci facciamo mancare un po’ di passaggi che Matteo supera con passo da Nureyev, mentre io preferisco la tecnica dell’Uomo Ragno: mi aggrappo, con ogni appendice più o meno prensile, ad ogni possibile appiglio, mi spalmo sulle rocce, sperando che quella storia dell’attrito, che il docente di fisica a suo tempo ha inutilmente cercato di inculcare nel mio neurone, sia proprio vera. Inutile dire che, dietro di me, si forma un incolonnamento pari solo a quelli di Torino, davanti alla Stazione di Porta Nuova nell’ora di punta e con i lavori del metrò in corso.

Incespico e mi lamento, e dire che ancora non so quel che tra poco mi attenderà. Passaggio alla Breche de Parozan: ha un aspetto inquietante già in salita, un sentierino cattivo e ripido, aereo su un panorama tanto bello quanto minaccioso di lame e guglie di roccia, e nuvole in arrivo. Non parliamo poi di quel che tocca subire in discesa… Più che scendere, qui al povero corridore è richiesto di rovinare a valle attraversando una ripidissima pietraia. Marca malissimo, e Matteo lo intuisce un attimo prima di me. Mi fa strada e si pone tra me ed il baratro: ma non è che la cosa mi tranquillizzi, affatto; anzi, aggiunge al mio terrore anche la paura di scivolare e trascinare di sotto anche lui. Ha un bel dirmi che, se si scivola sulla pietraia, prima o poi ci si ferma: è quel che accade prima, appunto, che mi terrorizza… Scendo alla cieca, tutta piegata con il fianco verso la montagna, cercando di mettere i piedi di taglio; ma è panico ogni volta che l’appoggio scivola giù, trascinando un mucchio di pietruzze con un rumore che è quasi di festa. Non si vede più nulla o quasi del panorama; la nebbia pian piano avvolge la parte alta della valle. Sempre più terrorizzata, cerco di seguire i consigli di Matteo mentre, nella mia mente confusa, lo stramaledico, come se fosse colpa sua il fatto che io sia in questa situazione complicata: in realtà, sia della mia presenza che della sua sono responsabile io sola. Ma ho bisogno di un capro espiatorio e, per sua sfortuna, lui è l’unico disponibile. Rotolo giù tra i singhiozzi, senza riuscire a scorgere la fine dell’incubo, perché la pietraia sfuma nella nebbia; vedo figure multicolori che mi passano avanti, veloci e sicure là dove io non sarei in grado di muovere mezzo passo senza l’aiuto di Matteo. E, quando la pendenza pian piano sembra attenuarsi, ed io recupero un minimo di posizione eretta, metto in moto il neurone di autodifesa: questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso… Non abbiamo percorso nemmeno cinquanta km, stiamo viaggiando come lumache; se i km che ci attendono sono come quelli che abbiamo superato, a me ci vogliono due settimane per completare il giro… Il mio fido gregario fa del suo meglio per consolarmi: “Ma no dai, da qui in poi dovrebbe essere meglio”. Ma ottiene l’effetto opposto, di rinvigorire il fuoco della mia rabbia: “Come diavolo fai a sapere come sarà il percorso da qui in poi! Smettila di prendermi in giro”, sono di questo tenore i pensieri che agitano il vuoto della mia scatola cranica, ed ogni tanto, sfuggendo al controllo, arrivano anche alle corde vocali. “No, basta, se è così, io al prossimo ristoro mi fermo, lascio perdere”. Lo dico, e ne sono convintissima. Matteo, stoicamente e saggiamente, tace; tanto, qualsiasi cosa dicesse, non farebbe che fomentare la mia stizza. Mi conosco, sono così; a mente fredda, poi, ci ripenso e concludo d’essermi comportata da ragazzina capricciosa, senza una punta di razionalità… Ma in questi momenti vorrei tutto ed il contrario di tutto, vorrei un fantoccio su cui scaricare tutte le colpe dei miei guai.

La lunga discesa su Plan Mya ha l’effetto di sbollire un po’ la rabbia ed attenuare, appena appena, il ricordo del terrore sulla pietraia. Le nuvole hanno ormai coperto il cielo; la nebbia avvolge le cime e restringe lo sguardo. Non appena mi fermo a mangiare un boccone, il freddo mi assale, e dire che siamo sotto i duemila metri. Qui, una piccola folla accoglie i corridori: volontari, parenti, soprattutto bellissimi cani, quelli che io son più felice di incontrare. Due coccole sono meglio di qualsiasi farmaco anti ansia. Si riparte, ovviamente: Matteo è più che determinato; io sono invece molto titubante, con lo sguardo fisso ai sentieri che scompaiono nella nebbia. Non so che ora sia, ma è pomeriggio inoltrato; non resterà molto tempo prima che venga buio. E se la nebbia dovesse rimanere? Con la segnalazione del percorso così scarna e precaria, sarebbe un incubo.
Attraversiamo una strada asfaltata, in mezzo ad un parcheggio ed alcuni bar, con un certo traffico di turisti, poi ci ributtiamo nel prato e via, ancora in salita. Destinazione, la Crete des Gittes, un bel passaggio appunto in cresta: dal sentiero, prima ripido e poi più dolce, si vede un colletto e sembra di dover scendere, dopo; invece, il colletto non è affatto un colle e nasconde, con un roccione, il proseguimento della traccia, con tanto di targa che indica il sentiero militare. La nebbia sembra essersi un po’ diradata, quel tanto che basta per lasciarci camminare senza rischio. Ne approfitto per mangiare un po’ di frutta secca e trangugiare mezza bustina di Nimesulide, per pietà della mia gamba malconcia; siamo più o meno a metà strada, anche se il dislivello, almeno sulla carta, dovrebbe essere per la maggior parte alle spalle. Già, dovrebbe…

L’illusione dura poco. Ben presto, sulla successiva salita, torniamo immersi nella nebbia. E questa volta sembra davvero fitta. Complice la luce del sole, che ormai tende a calare, si vede davvero poco; individuare le tacche segnavia diventa un problema. Seguo Matteo, ma con il cuore sempre più in tumulto, e non per la fatica. Le previsioni del tempo hanno escluso, per oggi, il rischio di pioggia, ma in alta montagna non si può mai fare affidamento su alcuna certezza. Si fa sera e, già così, non si vede più nulla; se mai si mettesse a piovere…
Dal nulla, spunta davanti al nostro naso un edificio; è il Refuge de la Croix du Bonhomme. Ne esce, intirizzito, un volontario che ci chiede se sia tutto ok. Rispondo un sì per nulla convinto. Il sentiero prosegue a mezza costa; non sento pendenza particolare né in salita né in discesa: perché ormai le gambe sono l’unica forma di percezione che mi è rimasta. Con la nebbia e le lenti appannate, gli occhi sono inutili. La paura si fa strada senza più vergogna. Un passaggio difficile per me, su pietraia, per superare un torrente. E poi… Pioggia. Poche, grosse gocce, ma sufficienti a farmi perdere quel barlume di controllo che avevo sin qui conservato. Chiedo a Matteo se non sia il caso di lasciar perdere e tornare indietro, al rifugio: domanda oziosa, conosco già la sua risposta, è no. Continuo a corrergli dietro, fatico a tenere il suo passo, fatico a vedere il sentiero, un turbine di pensieri angosciosi in mente e lacrime che non smettono di sgorgare. Le tacche di vernice che segnano il sentiero sono poche, rade, quasi invisibili; non sono mai certa che ci troviamo sulla strada giusta. Che succederà quando sarà notte? Se capitasse di sbagliare strada, chi potrebbe ritrovarci? Se accadesse di mettere un piede in fallo, con il buio e la nebbia? Ho il terrore di perdere l’orientamento… Che poi, a ben pensarci, forse non sarebbe nemmeno un evento così tragico; alla peggio, basterebbe fermarsi ed attendere l’arrivo del giorno. Cosa che però, al freddo della notte a duemila metri, sudati ed umidi, sarebbe tutt’altro che piacevole. La pioggia s’interrompe, non il nostro cammino lungo questo sentiero su e giù che sembra non avere mai fine. Salire, scendere, ancora salire, ma la fatica non si sente più, superata ormai da ben altre preoccupazioni. Ho un bel pulire gli occhiali, non c’è nulla da fare. Il Col du Bonhomme è un supplizio di freddo e nebbia; la discesa lunga, tormentosa, senza che si possa vedere nulla. Non ce la faccio più: la luce del sole sta ormai sfumando, quella poca che riesce ancora a penetrare la nebbia. Un gabbiotto, due assistenti della corsa, poi ancora discesa e pietre. E pioggia: ancora goccioloni, quasi Giove Pluvio si stesse divertendo a mettere alla prova i miei già fragilissimi nervi. E’ con un misto di terrore e rabbia che mi scaglio contro Matteo: non ha nessun senso continuare così, è un rischio inutile e stupido, possibile che non lo veda, proprio lui che accompagna gente in montagna? E’ una disperazione incontenibile la mia, che si arrotola su se stessa; se finora ho stretto i denti, proprio nel senso letterale del termine, per timore che i singhiozzi sfuggissero insieme alle parole, a questo punto non me ne importa più nulla, della figura barbina che faccio. Imploro Matteo di ritirarci al prossimo ristoro: tra poco sarà buio… Il mio compare non sente ragioni; i prossimi colli raggiungeranno i duemila metri di quota, non di più, e poi ormai è quasi fatta, non si può mollare. Tiene moltissimo a questa corsa, mentre io ormai maledico me stessa per averlo iscritto, anzi, per averci iscritti entrambi. Incredibile, come la percezione del pericolo in certi momenti ingigantisca in modo del tutto abnorme le situazioni. “Tu puoi fermarti, se vuoi; io proseguo, mi sento bene, voglio finire”. Ed io ancora a chiedermi, a chiedergli, come faccia a non capire; ho il terrore di proseguire, sì, ma avrei un terrore mille volte più forte se restassi lì, al ristoro, sapendo che lui è ancora sui sentieri, nel buio, nella nebbia. Condizione che a Matteo pare la più normale del mondo; alle mie obiezioni non fa che rispondere che “non c’è nulla di strano, nulla di pericoloso”. Ed io m’infurio: sfido chiunque a trovare un montanaro, anche esperto, che reputi normale andar per sentieri di notte, con la nebbia fitta, senza alcuna certezza circa l’evoluzione meteo, senza uno straccio di cartina, fidandosi solo di un itinerario che avrebbe dovuto essere tracciato e non lo è. Ma porca miseria… Lo capisci o no, che se finisci fuori traccia, se ti succede qualcosa, non ti trovano più fino a chissà quando? E’ proprio così assurdo quel che sto dicendo?

Niente. Come parlare ad un pilone di cemento, anzi, il pilone sarebbe più recettivo. Ha il coraggio di chiedermi, il maledetto, se la ragione della mia preghiera di ritirarci entrambi sia “perché poi ti dispiace se io finisco e tu no”. E questa è la goccia che fa traboccare il vaso: ma con chi diavolo ho avuto a che fare io? Non solo oggi, ma nei mesi, negli anni passati? L’impulso è quello di prendere una pietra e spaccargliela sulla testa… Vero, io ho sempre sostenuto il valore del libero arbitrio ed il sacrosanto diritto di fare quel che ciascuno vuole di se stesso e della propria vita. Quindi è anche giusto che Matteo mi accusi, adesso, di rimangiarmi tutto: perché, se lui continua, allora continuo anch’io; non potrei mai pensare di fermarmi sapendo che lui va a rischiare da solo. No, niente da fare, se davvero è così pazzo da voler continuare, allora io lo seguo. Non potrei perdonarmelo, mai, se dovesse accadergli qualcosa. Ma possibile che non riesca a capire, proprio lui, che ho paura, che gli sto chiedendo di fermarsi per favore? Possibile che, invece di cavillare su mille questioni filosofiche circa il mio comportamento a suo parere assurdo, non possa semplicemente accontentarmi, levarmi questo tormento, perché… Per me?
Non c’è più niente da dire, no, proprio niente. Solo camminare, seguire i suoi piedi, in silenzio, masticando rabbia e delusione perché questa persona che ho davanti forse non è quella che credevo, è una specie di squilibrato esagitato per una corsa che finiremo, se la finiremo, ultimi o quasi, forse fuori tempo massimo, a qualsiasi costo ed a qualsiasi rischio. Io stessa, proprio io che poi sono l’invasata per eccellenza, l’avrei mandata al diavolo la corsa, senza nemmeno pensarci. Lui no. Ah, ma quando avremo finito, se finiremo…

Un’amarezza senza fine accompagna la salita al Col du Joly, all’imbrunire, ed un silenzio di tomba, labbra serrate fin quasi a far male, nebbia e fatica. Da ore ormai intorno non si vede più nulla. Solo, a tratti, un po’ di spazio di sentiero davanti ai piedi. Non c’è modo di distrarsi; la nebbia chiude una campana ermetica su di me, così che io possa continuare a rimestare nei miei pensieri cupi.

Al Col du Joly, su una strada sterrata, è piazzato il punto di ristoro. Mi avvicino al tavolo malvolentieri, senza dire una parola; mangio e bevo senza voglia né interesse. Uno dei volontari parla di “orages”, temporali; Matteo s’informa: pare che la nebbia sia destinata a diradarsi; si prevede una notte serena. Certo, ma se non fosse così?

Ormai rassegnata, arrabbiata, stanca, mi rimetto in marcia senza battere ciglio, anche se il neurone, disperato, m’implora di restare lì. Con Matteo, mi segue anche un corridore francese. Attaccano bottone, loro, scherzano: avrei voglia di ucciderli… Soprattutto uno di loro. Rimbomba in testa la domanda, “Possibile che non abbia capito proprio niente?”. Niente della ragione che mi spingeva a chiedergli di fermarsi, niente della mia paura. Via, avanti. Un muro di nulla: sono completamente cieca. Vedo i piedi di Matteo solo se gli resto quasi appiccicata. Fermi tutti, così non va, questa è la direzione sbagliata; andiamo bene, siamo appena ripartiti… Via lungo un sentiero accidentato, un piede davanti all’altro senza veder nulla, altro che le tacche di vernice. Mi affanno per non perdere terreno, strizzo gli occhi ma non basta; ogni tanto, Matteo si ferma, mi aspetta, si procede senza dire una parola. Ancora trenta km… Trenta, un abisso, in una gara come questa, con difficoltà di questo genere, con la notte e la nebbia. Ancora due salite da tre, quattrocento metri l’una, in teoria, ma qui si sale sempre, e per dislivelli che sembrano interminabili. Ho ormai perso la nozione del tempo, dello spazio; è come se stessi seguendo un perfetto estraneo, senza nemmeno più idea del motivo; di tanto in tanto la nebbia si squarcia, lascia intravedere le stelle, poi si richiude e torna ad inghiottire tutto. Possibile che si salga ancora? L’impressione nettissima è che il dislivello dichiarato dall’organizzazione sia ben inferiore alla realtà; probabilmente, nel misurarlo, si è tenuto conto solo delle vere e proprie salite e non degli innumerevoli saliscendi, che però contano, eccome se contano: chiedetelo ai miei garretti!

Solo nella lunga discesa verso Les Saisies, sembra di poter dire che il volontario al ristoro, parlando del meteo, aveva ragione. Le stelle adesso si vedono per davvero, tantissime, in un cielo nero e limpido; stelle, luci dalle vallate, profili neri delle montagne. Pian piano, mi ricordo che intorno a noi c’è un mondo. E comincio a pensare che, forse forse, è fatta davvero… Con la nebbia, si scioglie anche il lungo, pesantissimo silenzio di piombo. A Les Saisies, al ristoro, troveremo un po’ di conforto alla stanchezza ed alla tensione. Dovremo salire ancora una volta a quota duemila: ma, per ora, mi godo il conforto del bosco e degli alberi di bassa quota. Il sentiero scende, ma poi risale, prima di scendere del tutto. Con l’adrenalina, se ne va anche il vigore del giorno; mi assale un sonno inarrestabile, tanto che quasi non riesco più a tenere gli occhi aperti. Ombre e rami degli alberi diventano figure umane, o animali, che sembrano spuntare all’improvviso sul sentiero; anche le pietre prendono vita e si spostano da sole… Chiedo qualche minuto di tregua e mi viene concesso: ci sediamo così, per terra, nel bel mezzo del sentiero, abbracciati ed appoggiati l’uno all’altra. Un sonno profondissimo che a me sembra eterno, ma dura, credo, solo pochi istanti; il tempo che il freddo si faccia strada nelle membra intirizzite e negli abiti umidi, e siamo ancora in marcia. Le luci del paese sono sotto di noi: sulla distanza, né io né Matteo azzardiamo alcuna valutazione. Ma sembra lontanissimo, come tutte le mete agognate.

Raggiungiamo, finalmente, il paese di Les Saisies, km 88, illuminato di lampioni ed insegne, ma ovviamente deserto a quest’ora di notte. Ultimo regalo prima del ristoro, una scalinata metallica da scendere veloci: un supplizio, per le gambe… Poi, dopo una breve ricerca, troviamo finalmente il tavolo del ristoro. Pensavamo fosse ormai tardi… Invece i volontari ci accolgono ancora sorridenti, entusiasti, con la tavola imbandita di ogni golosità. Formaggio, patatine fritte, frutta secca, trangugio tutto quel che mi capita a tiro: e zucchero, e Coca Cola, e the caldo. Da seduta, questa volta. Ci dicono che, alle nostre spalle, c’è ancora una trentina di persone, e che i ritiri sono stati tantissimi. Benzina sul fuoco dell’entusiasmo per entrambi, adesso, anche se a me rimane, in fondo in fondo, un senso di amarezza, per aver corso un rischio che non aveva senso e per, beh sì, anche per altra ragione. Va bè Gian, dai, mica puoi pretendere che sia sempre il povero Matteo a capire te. A volte dovresti essere tu a sforzarti di capire lui. Però…

Rifocillati e rinfrancati, ci rimettiamo per l’ennesima volta in marcia, all’inseguimento di due lucine che ci precedono e ci fanno strada. Le raggiungiamo e superiamo poco dopo esserci lasciati alle spalle le case di Les Saisies, proprio dove inizia la salita. Un rebus, da qui in poi: si sale in mezzo ad un pascolo, dove la ricerca delle tacche di vernice è più ostica di una caccia al tesoro. Interrompiamo il riposo notturno di una mandria di bovini tante paia d’occhi gialli ci osservano… Se fossimo incappati nella nebbia anche qui, avremmo corso il serio rischio di inciamparci nella pancia di una mucca, o, peggio, di un toro! Non si può dire che io mi senta esattamente a mio agio, qui in mezzo; forse sono l’unica escursionista sulla faccia della Terra che ha subito un tentativo di inseguimento da parte di una mucca, però me lo ricordo bene, quell’episodio.
La nostra traccia taglia il pendio secondo la linea più ripida possibile. Matteo sembra sicuro di quel che fa: a me non resta che seguirlo, con ritrovato vigore nelle gambe. L’idea di avere poco più di una decina di km davanti mi dà la sensazione di essere ormai arrivata alla fine. Anche se, per la prima volta nella mia esperienza di sportiva da lunga distanza, la paura passata non s’è dissolta del tutto, ora che le acque sembrano finalmente calme. Sarà che questa corsa ha riservato tante e tali sorprese che mi sembra impossibile che non ci tocchi ancora qualche scherzo da prete, che so, una rampa di due km con dislivello di seicento metri, un passaggio ad occhi chiusi su un ponte tibetano, un guado di torrente con i coccodrilli, i famosi coccodrilli del Beaufortain.

La salita ci porta dritti a sbucare su una strada sterrata, dove raggiungiamo e superiamo un gruppetto di concorrenti che se la prende comoda. Poi via, in discesa, nel buio del bosco: corricchio come posso, per non svegliare il can che dorme, ossia il polpaccio che, forse per merito di tutti i guai affrontati finora, ha smesso di dar segni di insofferenza. Varrà la teoria secondo cui un trauma si può superare vivendone un altro peggiore? Sembra di sì… Il muscolo che, fino a ieri mattina, era duro come il guscio di una noce, ora è tornato a guizzare quasi normalmente, per quanto possano guizzare i miei muscoli perennemente stanchi ed ingolfati.
Un colpo al cuore: la strada inverte, ancora una volta, la pendenza. Si torna a salire, ripido, nel bosco. Un ululato di rabbia e sconforto, all’unisono, squarcia la quiete della notte: “Bastaaaaaaaaaaaa!”. Poche decine di metri, per fortuna, solo per raggiungere il punto di controllo. Organizzazione impeccabile davvero: ci sono uomini dell’assistenza ovunque, spuntano dove meno te l’aspetti, in cima ai colli, come gli stambecchi, o nel fitto della vegetazione, come i funghi. Poi la lunga, definitiva, infinita discesa verso Queige. Le luci si vedono, giù in fondo, ma si può perdere mille volte il conto dei passi necessari per arrivarci. Il paese sembra intravedersi tra le foglie, poi scompare, si allontana, si fa inseguire e si allontana ancora. Matteo tiene d’occhio l’ora ed aggiusta di continuo in avanti la sua previsione: lo sapevo, io… Ormai ho imparato a prendere atto della sua stima dei tempi e moltoplicarla per uno e mezzo, o due, per avvicinarmi alla realtà. Ventisei le ore di tempo massimo, e ne sono passate ormai quasi venticinque dal via. Quando arriveremo a Queige?

Il sentiero fende il bosco sempre più intricato: non ci par vero, finalmente, di scorgere il muro in pietra di un edificio. Le prime case del paese; slalom nelle viuzze strette, il campanile, la chiesa, le fioriere, la fontana. Il cielo rischiara appena, è la seconda alba che ammiriamo in questa corsa, ma ora non c’è tempo, né disposizione d’animo per la poesia. Seguiamo le frecce di vernice tracciate per terra, invadiamo il giardino privato di una casa, sempre giù verso il fondovalle, fino a sbucare proprio in fondo, sulla strada principale. E mò?
Buonsenso vorrebbe che svoltassimo a sinistra, percorressimo quei cinquecento metri di strada principale che ci separano dal luogo di partenza ed arrivo e ponessimo così fine alla nostra agonia. Ma non c’è alcun segno per terra che confermi questa teoria: e, a ben pensarci, sarebbe troppo facile, lontano mille miglia dallo spirito di questa gara. Giriamo in tondo, come trottole, alla ricerca almeno di una vaga indicazione che ci suggerisca cosa fare delle nostre ossa: poi, quando ormai abbiamo abbandonato la speranza e ci siamo decisi a seguire lo stradone, con la coda dell’occhio e della luce frontale scorgo un pallino di vernice. Elementare, Watson: se l’arrivo è alla mia sinistra, io devo andare a destra; mi sembra logico, come ho fatto a non intuirlo?
Un istante dopo, passiamo davanti al campeggio, ultimo punto di controllo: sudori freddi… Abbiamo rischiato di finire fuori gara per aver saltato l’estremo appostamento dei Cerbero dell’organizzazione! C’è mancato proprio un pelo. E si corre ancora, lungo il lago, con la prima, timida luce del giorno: ci hanno detto duecento metri, quindi ci saranno almeno ancora tre chilometri… No: incredibile dictu, stavolta siamo davvero arrivati. Un ponticello, il prato, due casette di legno, è fatta. Matteo ed io tagliamo il traguardo insieme. Mi chiede, il mio compagno di viaggio, se io non sia contenta, adesso, di aver portato a termine il percorso. A dire il vero, sono contenta sì, ma, a vivo, solo perché questa è la fine di un incubo… E mi spiace non ruiuscire a condividere l’entusiasmo di Matteo, visibilmente emozionato. Senza il suo aiuto ed il suo continuo pungolo, non ce l’avrei mai fatta, ma la convinzione di aver commesso un’inutile sciocchezza non mi abbandona ancora. Domani, forse, quando mi rigirerò tra le mani la bellissima medaglia di legno, intagliata con la sigla “UTB 2010”. Per ora, ci vuole un passaggio veloce al ristoro, con the caldo, ed una doccia. Sono quasi le sei del mattino: venticinque ore e undici minuti per un percorso tutto sommato molto lento ed impegnativo: non si può nemmeno dire che sia un pessimo risultato. Trasferta al campeggio – rigorosamente in auto, perché duecento metri a piedi non li reggiamo più – doccia calda e conquista della prima piazzola disponibile, per un paio d’ore di sonno ristoratore. E poi andremo a caccia di una boulangerie per affogare i nostri dispiaceri in una baguette!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!