17/18 ottobre 2009: 100km Torino Saint Vincent… Con appendice

Alle otto del mattino, nella gelida piazza di Saint Vincent, siamo quattro gatti: oltre a me, tre Carabinieri ed un personaggio in giacca, cravatta ed un cartellino di riconoscimento al collo. Ma sono quasi sicura di aver azzeccato sia il giorno che l’ora: poco fa, mentre parcheggiavo la fida Opel all’ingresso del paese, ho unito il mio sconcerto a quello di un altro podista dubbioso ed un po’ spaesato. Se siamo qui in due, è probabile che allora siamo nel posto giusto, o quasi.
Infatti, in pochi minuti la piazza prende colore, si popola di un buon numero di emuli di Arlecchino in variopinte tute e scarpe astronautiche; un manipolo di squilibrati con un unico intento: lanciarsi nell’esperimento podistico della Torino – Saint Vincent.
O meglio, nel Gran Premio delle Regioni Piemonte e Valle d’Aosta 100 km: onde evitare problemi di diritti d’autore et similia. Per quel poco che ho letto curiosando su Internet, pare che una corsa podistica da Torino a Saint Vincent esistesse già: nata nel 1964 per idea di un certo signor Frazzetta, ha avuto vita fino agli anni Ottanta; poi, una sola riedizione nel 1997 ed infine il nulla. La gara di oggi, sempre in base a quel che ho letto qua e là, prevede lo stesso percorso, 100 km tondi tondi da Torino a Saint Vincent, ma è nata, ahimé, per opera di un’organizzazione che nulla ha a che vedere con la famiglia del suo primo promotore. Da ciò sono nate le beghe che si possono ben immaginare: un nome usurpato, l’immagine di una manifestazione sfruttata senza permesso, eccetera eccetera. Questioni che hanno senz’altro un fondamento legale, ma che non mi tangono: io nemmeno sapevo dell’esistenza della vecchia Torino Saint Vincent, e non ne avrei forse mai saputo nulla se non fosse stata “inventata” la competizione di oggi. E poi che diamine: se chi se ne occupava in passato di una certa gara non ha più voluto o potuto mantenerla in piedi, che facciamo, dobbiamo blindare il percorso e vietare che quegli stessi chilometri vengano calcati da altri podisti per opera di un altro gruppo organizzativo?
Io la vedo dal punto di vista dell’atleta, o meglio dell’illusa che, guardandosi allo specchio al mattino e superato lo spavento iniziale, ogni tanto si convince di essere qualcosa di simile ad un’atleta. A me non interessa chi organizza questa corsa, né il nome che le viene attribuito; non mi ci sono iscritta sull’onda di chissà quale nostalgia – nell’anno dell’ultima edizione ero ancora giovane e correvo da un paio d’anni, non certo le ultramaratone – ma solo perché attratta dal numero tondo. 100 km: non 76, 92 o 113, proprio 100. Ancora scottata dal tentativo della 100 km del Passatore, la mitica Firenze – Faenza, abbandonata al km 75, ho deciso che questa potrebbe essere l’occasione per la riscossa, o almeno per trovare la risposta ad una domanda esistenziale: sono in grado di correre su asfalto per 100 km?

L’uomo col cartellino al collo ci si avvicina: spiega di essere alla ricerca di un gruppo di persone che dovrà condurre a Torino; è l’autista del bus. Quel che ignora, il poveretto, è che sta per caricarsi sulle spalle, o meglio sulle ruote, un manipolo di soggetti mentalmente molto, molto instabili. Sì, siamo noi; sì, dobbiamo andare a Torino, perché poi torneremo qui, ma a piedi. A piedi? Di corsa? Ma… Rinuncia a capire, il nostro condottiero motorizzato. Del resto, non c’è molto da capire. Nessuno può capire, se non è nei nostri panni, nelle nostre scarpe e nei nostri cuori. Non c’è spiegazione razionale per quel che stiamo per fare.

Il viaggio in pullman è un’agonia: a nulla vale distrarsi con il paesaggio ed il cielo meravigliosamente blu che scorrono dal finestrino. Non posso fare a meno di dare orecchio ai discorsi di chi mi sta intorno e, ahimé, al punto dolente, i pronostici sui tempi di gara. Il termine massimo è fissato in 20 ore; in teoria, un tempo che consentirebbe di raggiungere Saint Vincent anche camminando a passo spedito. A marcia, via. Ma qui si sparano temponi: 10 ore, 11, 12 al massimo… Gli angoli del mio sorrisone volgono desolatamente verso il basso, lo trasformano in una smorfia di tristezza. Io non penso di poter impiegare meno di 17 ore, 17 e mezza; chissà se, alla fine, troverò ancora qualcuno ad attendermi. Chissà se ci arriverò, alla fine. Fa freddo, basta Gian, non stare a sentirli. Dormi un po’ se puoi.

Il pullman ci scarica in una squallidissima via della periferia torinese. All’ombra si gela, con i garretti nudi… Ci accoglie la concessionaria Fiat “Spazio”: nomen omen, questo complesso è immenso! Il piazzale è ampio, auto a perdita d’occhio; il capannone è avveniristico, visto da fuori sembra una stazione spaziale da film; dentro è ordinatissimo, pulitissimo, scintillante, con tanto di dipendenti in giacca e cravatta e scala con gradini in vetro, e persino una saletta da bar in cui gli atleti vengono coccolati e confortati – una sorta di ultimo desiderio del condannato a morte? – con un po’ di colazione. La coda per ritirare il numero di gara non è stata lunga: gli iscritti sono 150, più o meno.

Lascio la mia borsa sul tavolo destinato ai bagagli che verranno trasportati al km 50. Finora s’è chiacchierato, s’è scherzato; anche qui ho scovato qualche volto noto, di persona o come scrittore sui forum; Fabrizio, Thomas, Silvio… Indugio ancora qualche minuto al piano terra della concessionaria, per godere di un po’ di calore, mentre intorno a me fervono i preparativi. Si mischiano atleti e visitatori del fine settimana; in fondo, sono sogni che si confondono: quelli del bimbo che il papà fa salire alla guida di un enorme fuoristrada nel bel mezzo della sala, quelli del corridore che si massagia i piedi con la crema contro le vesciche, insulto per il bel divanetto lustro su cui si è abbandonato. Negli occhi del bimbo ed in quelli dell’atleta brilla la stessa meraviglia.
Entra un maturo signore in cappotto lungo che mi punta all’istante: forse gli sembro, a torto, la più spaesata ed inoffensiva. Mi rivolge un sacco di domande sulla gara e mi chiede insistentemente se sono allenata: dopo un evidente sguardo di disapprovazione al mio lato B, conclude scettico: “Ma tu non arrivi a Saint Vincent…”. Come no? Mi ribello fieramente, certo che ci arrivo! E mento, sapendo di mentire, perché una certezza del genere vorrei tanto averla, e invece no, la Val d’Aosta è un miraggio, è lontanissima, è irraggiungibile.

Mi rassegno poi a trasferirmi sul piazzale, di fronte all’arco della partenza. Pian piano i podisti si radunano tutti qui: meno male che splende il sole; i raggi sia pure obliqui dell’autunno mitigano un po’ i rigori di queste mattine d’ottobre. Ancora chiacchiere e risate, scambi di battute, mentre l’altoparlante scandisce i nomi dei Comuni che attraverseremo e le ultime raccomandazioni. Oggi anch’io, per la grande occasione, calzo un paio di scarpe nuove fiammanti: il primo paio di scarpe da corsa serio in, credo, quindici anni di corsa. Nike, e sono anche bellissime. Non sono l’unica a portare sulle spalle uno zainetto: non si sa mai, la giacca preferisco averla con me, ed anche il rotolo di papiro, e il portafoglio il cellulare i documenti e la farmacia. Già, se mi perquisiscono, va a finire che mi arrestano per spaccio; tutta questa roba qui non può essere per uso personale! Mah: a giudicare dagli spezzoni di discorso che carpisco qua e là, mi sa che non sarei affatto l’unica, in quel caso, a finire un galera.
La massa si sposta ancor più vicina all’arco; c’è una voce metallica che ci chiama tutti per nome. Appiccicati l’uno all’altro, fremiamo per il via: mi ritrovo nelle primissime posizioni, senza averne però alcuna intenzione. Pronti, partenza… E si va!

Mi travolge un impeto di incontenibile gioia. Strani effetti fa la tensione: eccomi in mezzo alla strada, proprio in mezzo, in un fiume di persone in un attimo già esteso, allungato a dismisura. C’è chi è partito come se dovesse correre i 5.000 m in pista, ma tanti, per fortuna, sono consapevoli di essere appena all’inizio di un lunghissimo viaggio e se la prendono comoda. Per me, quel che conta adesso è individuare una buona lepre: qualcuno che corra ad andatura adeguata, magari anche appena più lenta di quella che mi sentirei di poter tenere io. E la trovo… Nei panni di un personaggio che indossa una canotta con scritto “2000 km”. Ecco. Una cosa mi consola: oggi sono parte di un esercito in cui i pazzi, ma pazzi sul serio, sono la netta maggioranza, tanto che io mi sento piccola piccola ed insignificante. La mia lepre, quest’anno, ha corso appunto 2000 km in 14 giorni, da Marsala a Courmayeur e chissà lungo che tracciato. Il suo compare è un veterano della 100 km del Passatore. Io… Beh, sono qui, ci provo.

Facce sconcertate, cupe, inferocite dai finestrini delle auto in coda, ma anche facce stupite, sguardi interrogativi, qualche applauso, qualche incoraggiamento. Abbandoniamo Torino, tra casermoni, capannoni, cartelloni pubblicitari chiassosi e traffico, tanto traffico: al primo ristoro, con un bicchier d’acqua perdo la mia lepre. Pazienza, non è il momento di tentare un allungo. Continuo con il mio passo; respiro lungo, calma e gesso. Ogni tanto qualcuno mi sorpassa, qualcuno s’avvicina, lo sento alle spalle, e poi si allontana. Cinque km, poi dieci; corro calpestando la linea bianca a bordo strada, quando c’è, di semaforo in semaforo, di rotonda in rotonda. E l’avvio, come per ogni motore diesel che si rispetti, è come sempre penoso: stanchezza, fiacca, tanti dubbi; il gruppone che si allontana, si sgrana, sempre più avanti, i muscoli che faticano ad accettare uno sforzo sempre tragicamente uguale a se stesso.
Trovo la compagnia di un podista di Cremona, che mi offre di fare la lepre: mi metto alle calcagna, anche se sento che l’andatura è un po’ troppo sostenuta per le mie possibilità; pazienza, proviamoci, se non altro avrò qualcuno con cui scambiare quattro parole. Ristoranti, bar, magazzini di mobili, supermercati: pian piano tutto questo svanisce, quasi senza che io me ne accorga. Nel bel centro storico di Leinì, un banchetto con bevande varie: manco a dirlo, per me c’è solo la Coca Cola. Un bicchiere veloce: non mi fermo, riparto tra le incitazioni, seguo le frecce verdi disegnate a terra. In realtà non è necessaria alcuna segnaletica: ad ogni minimo incrocio, uno o più volontari, o Vigili Urbani, o Carabinieri, o Alpini, indicano la retta via e proteggono il cammino dei podisti.
Verso Lombardore, le montagne sempre più vicine: chissà quando arriverò a vederle come le ho viste stamattina, viaggiando in autostrada? Guidavo ed intanto pensavo, chissà quando ripasserò da queste parti a piedi! Cielo azzurro e l’aria si scalda un po’; sempre alle calcagna della mia lepre, riconosco, appena fuori dell’abitato, un bivio familiare. Sono passata di qua in occasione del Trail del Soglio: significa che laggiù, alla mia sinistra, tra quelle cime, da qualche parte c’è anche lui, appunto il Monte Soglio, e la meravigliosa salita che porta su in cima. Ora la temperatura è un po’ più mite: abbasso i manicotti, apro la cerniera della maglietta. Il podista cremonese è un veterano dell’asfalto, ma non ha esperienza di trail, anche se vorrebbe provare. Beh ovvio, non c’è paragone; correre su un sentiero è ben altra cosa rispetto a marciare in mezzo al traffico, anche se qui le auto son già molto diradate. Chilometri e chilometri di strada dritta o quasi davanti a me: passo sempre uguale, respiro sempre uguale. Per fortuna, il saliscendi, lungi dall’essere una difficoltà, offre un minimo cambio di ritmo ai muscoli. La strada, a mio parere, è un ottimo strumento di educazione per la testa, perché costringe a stare lì, sempre incollati alla stessa striscia bianca, costringe alla monotonia, alla fatica ed anche al dolore. Già, perché ha ragione chi sostiene che l’asfalto sia molto, ma molto più traumatico per le povere quattro ossa del podista, rispetto al sentiero. In realtà la questione, almeno per me, è un po’ più complicata: il sentiero è traumatico perché io non sono capace a reggermici in piedi, mi inciampo ogni due passi e rimedio decine di lividi ad ogni uscita… L’asfalto logora, genera fastidi che poi diventano dolorini e poi muscoli induriti e gonfi e poi… Bisogna tenere duro, senza sconti.

A Feletto, km 25, scopro di essere arrivata troppo troppo presto. Non è nemmeno l’una e mezza: due ore e poco più, per il primo quarto di gara, significa che sto esagerando e che, se continuo così, va a finire che schiatto. Meno male che, sulla piazza del paese, campeggia un fantastico banchetto del ristoro. Stracolmo di ogni bene, ma io vedo solo due cose: la Coca Cola…. E la pizza! Tranci di pizza al pomodoro e formaggio, non posso crederci, davvero non oso crederci. E’ il Paradiso Terrestre questo!

Riparto quasi subito, un bicchiere di Coca in una mano, i due tranci nell’altro. Spazzolo tutto con la voracità di un coccodrillo; per fortuna, non ho problemi di apnea se anche mangio e corro contemporaneamente, e nemmeno di digestione. Da Feletto in poi, come promesso, decido di rallentare un po’ l’andatura: il podista cremonese non è d’accordo, dice “Io continuo finché ce la faccio”. Già… Ma ci sono ancora 75 km. Troppi per azzardare qualsiasi previsione.
Fino ad Agliè è una lunga galoppata solitaria, sempre tra i saluti e gli incoraggiamenti degli angeli custodi della corsa, che vigilano ad ogni incrocio e non negano una parola buona ad alcuno di noi penitenti. Quanti pensieri in tanti chilometri. Ma non penso a Saint Vincent. Non avrebbe senso. Posso superare i piedi con la fantasia, ma solo fino al prossimo ristoro, e da lì a quello dopo. I ristori ogni cinque km sono un conforto preziosissimo; non ci si sente mai davvero soli.

Da qui in poi la salita, sia pure ancora lieve, si fa sentire; Bairo, Baldissero Canavese, tratti in leggera salita che, in qualche strappo appena più pendente, mi costringono a rassegnarmi a camminare un po’. Me la sentirei di correrli, già, ma me la sentirei adesso: intorno al quarantesimo km. Che ne sarà di me tra 10, 20 e più? Non è proprio il caso di fare i galletti. Lungo percorso su strada spesso deserta; nei lunghi rettilinei tra le gaggie, qualche capannello di fanciulle in abiti discinti che non credo facciano parte della Protezione Civile… E nemmeno dei punti di ristoro: come ammette, sconsolato, un podista di passaggio accanto a me, “Non credo che sarei in grado di approfittare…”. Da Baldissero Canavese si sale: parto di corsa, corsetta leggera; resto sola per un bel po’. La strada corre lungo la montagna, accanto a case dal sapore antico, cortili minuscoli e ballatoi; il traffico è più rado, tante curve. Corro per un bel po’, poi mi rassegno a camminare qualche tratto; neanche fosse una vergogna! La luce del pomeriggio, ma non saprei dire che ora sia. Incontro proprio qui, lungo la salita, il km numero 42: poi un bivio, ancora salita nell’abitato di Vidracco, anche qui un luogo fuori dal mondo, un gioiellino. Mi sento bene, adesso: chissà qual è il motivo di un alternarsi così repentino di sensazioni ed emozioni. Fino a poco fa, ero triste e sfinita. E dire che, accanto alla salita, si godeva la vista su un bel lago. Ora va meglio: approfitto della discesa che segue il paese, tra gli applausi caciaroni di un buon gruppo di spettatori, per riposare un po’. Mi supera un collega, mi raggiungono altri due, ma restano alle spalle. Curva secca a destra, si passa sul ponte e s’arriva a Vistrorio. Salita decisiva verso Alice Superiore: un po’ la corro, un po’ la cammino; so che, in cima, troverò la mia borsa, la felpa, il berretto per la notte. Già, la notte, perché alle sette sarà buio e, già ora, si sente l’aria frizzante. Una certa rivalità con un paio di podisti che mi precedono e si voltano di continuo: tranquilli… Non c’è proprio nulla di cui dobbiate preoccuparvi. Io voglio solo arrivare…

Alice, banchetto del ristoro: km 50. La metà, esattamente la metà. Adesso, Gian, calma, almeno per qualche momento. Fermati, mangia, bevi; apri la borsa, prendi quel che devi. Via la maglietta con le maniche corte ed i manicotti, su la felpa ed i guanti lunghi; passo nello zaino il berretto. Un po’ di pasta di Fissan da spalmare nelle zone critiche per gli sfregamenti: ascelle, gambe, piedi. Ancora qualche boccone di pizza, ancora un po’ di Coca Cola e the caldo: hanno pensato davvero a tutto, i nostri custodi! Poi via, lunga discesa: non so se essere contenta, perché posso tirare il fiato, oppure disperarmi per il dolore cattivo che la pendenza infligge ai muscoli. La boa dei 50 km è andata: ora, ogni passo che faccio più vicino al traguardo che non alla partenza. Considerazione lapalissiana, eppure di grandissimo conforto.

La discesa offre un panorama mozzafiato sulla piana verso Ivrea e sulla morena, quella sorta di immensa diga naturale che ho già spesso ammirato con stupore dall’autostrada. Siamo alti; ci vorrà un bel po’ ad arrivare giù. Controllo l’euforia: è un carburante impagabile, ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio. E’ vero, più di metà gara è alle spalle, ma in ogni caso non è ancora il momento di cantare vittoria. Non lo sarà mai, fino a Saint Vincent.
Sento a lungo passi alle mie spalle: sempre più vicini, ma nessuno mi sorpassa. Mi guardo intorno, la piana, qualche casa, qualche splendido cagnone a guardia dei cortili, il freddo. Un’auto si avvicina; gli occupanti salutano e festeggiano il mio misterioso inseguitore, con cui poi finisco per attaccare bottone: è un podista torinese che condivide, pure lui, la passione per la bici da corsa… E legge il mio blog. Ma è un ciclista sul serio, lui: reduce dalla Parigi Brest Parigi, ed ho detto tutto. Com’è piccolo il mondo, abbiamo persino qualche conoscenza in comune: il mitico Giaccone, ciclista folle cuneese, ed Ivano, suo concittadino altrettanto folle e con un gran caratteraccio. E così, chiacchierando per esorcizzare il dolore, si arriva a Lessolo, altro ristoro, altra dose di Coca Cola e bevande varie, ancora complimenti ed incoraggiamenti. Anche il 55° è alle spalle. E si sente, nelle gambe, si sente tutto. Onde per cui, al diavolo i buoni propositi. Metto mano alla farmacia, la fida bustina che trangugio per metà, al seguito di un altro buon rifornimento di pizza. Mezza bustina è poco, ma qualcosa farà… Trangugio ed attendo fiduciosa; non per molto, perché mi sembra già di sentirne i benefici dopo una manciata di minuti. Effetto placebo? Forse. Ci rimetto il fegato? Può darsi, lo scopriremo solo vivendo. Ancora salita, si cammina, il vento s’è alzato e taglia la faccia, le parole muoiono in gola, non si chiacchiera più. Il 60° km: una rivelazione. Ormai la mente vive di sensazioni, segue i dolori alle gambe, i crampi che sembrano nascere e poi se ne vanno, i muscoli che ora sembrano tacere, ora si lamentano con forza, e l’umore che segue fedelmente tutta l’altalena.

Si corre ormai paralleli e vicinissimi all’autostrada, tanto che potrei quasi regolarmi con i caselli. La sera scende appena; potrebbero essere le sei, le sei e mezza: ragionando per eccesso, diciamo che ho impiegato sette ore e mezza per coprire i primi sessanta km. Di questo passo, contando la salita e la fatica che si accumula, potrei arrivare a Saint Vincent per mezzanotte… Possibile? Ma no, non ha senso, e poi Gian, che importa. Quel che conta è che, adesso, se anche tu smettessi di correre in questo preciso istante, riusciresti comunque a raggiungere il traguardo in tempo, camminando. E’ quel che tu stessa hai detto al tuo collega stanco, che procedeva di passo in mezzo alla campagna. Sono dinuovo sola: del resto, a mio parere, è impossibile correre una gara del genere in compagnia. A meno di non viaggiare con qualcuno più forte, che però pazienta e si adatta. Io non sono capace di usare simile generosità: andare avanti, sempre, piano ma in modo inesorabile. Baio Dora, Tavagnasco, Quincinetto. Incredibile quanto scorrono i chilometri, anche a piedi. Il ponte sulla Dora. salti d’acqua ed una sorta di lago artificiale, le ultime luci del giorno, mentre corro al di là del guard rail, su un marciapiede pieno di ciottoli e sabbia. Oltre il ponte, brusca svolta a sinistra; chilometri e chilometri di strada che ora riprende l’aspetto di statale: non più borghi remoti da attraversare, ma capannoni, negozi, vetrine di esposizione. E’ quasi buio, ma gli esercizi commerciali sono ancora aperti; probabilmente non sono ancora le sette e mezza. Ci sarebbe il marciapiede: ma sfido chiunque, ora, dopo settanta km di marcia, a saltellare su e giù lungo un nastro d’asfalto che si restringe, ha gli scivoli, i crateri, costringe le caviglie ad evoluzioni ormai insopportabili. Io scelgo la sfida della linea bianca a bordo strada: viaggiando contromano, vedo i veicoli in arrivo e, al limite, posso io stessa schivarli saltando sull’erba, se ce la faccio. Qui gli animi degli automobilisti sono già molto meno accondiscendenti nei nostri confronti; suonano, fanno i fari. Quand’è ormai quasi buio, mi fermo per aggiungere alle bande rifrangenti anche il giacchino da lavori in corso; la luce per ora non serve, bastano i lampioni. Mi raggiunge un collega che ho superato, e da cui sono stata risuperata, più volte; mi propone di correre per qualche tratto insieme. Accetto, sapendo di rischiare: è evidente che lui corre più veloce di me, sia pure di poco; è quel poco che basta a logorare le gambe già malridotte ed a sfinire il fiato. Però… Una bella lepre alta, bionda e pure simpatica val bene la pena di un po’ di sforzo in più! Procedo arrancando, in più con la rassegnata certezza che prima o poi qualche auto porrà fine al nostro strazio. Ci fanno certe rasette… Ma noi, imperterriti, corriamo. Non c’è proprio alcun timore che potrebbe fermarmi, adesso: sono come i pupazzetti delle pubblicità delle batterie; finché ho energia, vado avanti, senza domandarmi perché!

Carema, l’ultimo baluardo piemontese, poi finalmente Pont Saint Martin. Mancano ancora più di venticinque km, ma siamo in Valle d’Aosta ormai; significa che ce l’abbiamo quasi fatta. Ristoro, ancora pizza, frutta e bevande calde, ancora Coca Cola; anche qui, pochi istanti e via. C’è luce quasi ovunque in questo tratto; lampioni, locali. Viavai di auto del sabato sera, grappoli di ragazzini e meno ragazzini, fanciulle agghindate ed ipertruccate che si muovono a sciami, borsetta in una mano, sigaretta nell’altra. Proprio mentre supero il cartello del km 75, telefono a mammà: va tutto bene, ce la faccio, a casa tutto ok? Mi dice che a Carmagnola piove: guardo in su, con aria preoccupata; nonostante la luce dell’abitato, in cielo si vedono le stelle. No, per questa sera non prenderò acqua. Donnas, nei tratti di strada senza marciapiede c’è davvero da rischiare le piume. Corro ora in compagnia di altre due anime perse, in vista del Forte di Bard illuminato. Le montagne, che oggi con il sole erano il nostro sfondo, ora incombono proprio sulla testa; zampettiamo accanto alla parete verticale. Impressionante l’effetto delle luci frontali di chi ci segue: sull’asfalto, davanti a me, tre ombre enormi, che ballano all’unisono, come pendoli, destra sinistra destra sinistra, mostri in marcia. Quando la strada sale, io cedo al passo; passo spedito, tanto che i miei compari mi ribattezzano “il sergente”. Più avanti verrò promossa a generale. Fagocitiamo qualche altro corridore solo e dubbioso; superiamo qualche pazzo che non ha pensato di portarsi né luce, né bande rifrangenti, niente… Ma è possibile? Chiacchieriamo, per quel che si può, perché venti km sono nulla e sono ancora tantissimi; Arnad, poi Verres, il suo imponente castello che si intuisce appena, nascosto nell’oscurità; il cielo stellato che più non si può, senza luna, ce lo godiamo nei tratti di trasferimento da un abitato all’altro. Le luci dell’autostrada, gli abbaglianti di chi ci supera o ci incrocia un auto e non capisce, eppure talvolta, senza capire, improvvisa una musichetta a suon di clacson.

Dolore, stanchezza, gambe dure, ma il morale è alle stelle. Meno quindici, poi meno dieci. Montjovet: qui sappiamo che l’ultimo ostacolo è ormai alle porte. Pare ci sia una salita dura, secca: per me, è un vero sollievo. Le gambe ormai corrono solo perché le costringo, perché ogni passo è mosso da un pensiero preciso; di spontaneo non c’è più nulla. La salita significa camminare, spedita sì, ma camminare, risparmiare a schiena e ginocchia una parte del trauma.

Quando la strada finalmente fa un curvone verso destra, e poi comincia ad arrampicarsi là dove i fari delle auto disegnano una lunga serpentina sul fianco della montagna, ecco, lì basta corsa. Nel buio si intuisce una stretta gola tra due pareti e, proprio sopra le nostre teste, un castello, almeno credo, una struttura fortificata ed illuminata che incombe, così come le pareti a strapiombo protette dalle reti che, si spera, dovrebbero trattenere la caduta di sassi. Che beffa sarebbe, morire così ad un tiro di schioppo dal traguardo!
Camminiamo tutti e tre, Ireneo, Adriano ed io: ormai questa sarà la squadra che arriverà insieme a Saint Vincent. Per la verità, Ireneo mi preoccupa un po’; attacca a narrare nei minimi dettagli le vicende della battaglia delle Termopili, per poi passare ad una sorta di rievocazione podistica di quell’evento ai giorni nostri, una corsa su distanza folle che si concllude con il bacio ai piedi della statua di Leonida. Dev’essere l’effetto della carenza di ossigeno: i muscoli delle gambe lo richiamano tutto; non ne resta più per il cervello. Speriamo solo che il poveretto non degeneri!

Con i primi curvoni in salita, la conversazione torna su argomenti più leggeri: da una podista olandese che anima i ricordi di maratona del buon Ireneo, si passa a disquisire sulla vita matrimoniale. Lui, da uomo sposato, a sostenere di non riuscire a gestire più di una donna; io a ribattere che ok, va benissimo, ma la donna non deve essere necessariamente sempre la stessa. E’ un vero peccato che nel mondo ci siano uomini così ostinatamente accoppiati e drammaticamente fedeli; insomma, in questo ambito di discussione io sono comunistissima, accanita nemica della proprietà privata!
Cammina, cammina, il cartello del km 95 si manifesta prima del previsto. Qualche pazzo sfreccia con il macchinone a velocità da brivido, qualche tamarro munito di alettone ci allieta con la sua cosiddetta musica. Quando finalmente lo spazio si allarga, s’intravede qualcosa che ha l’aspetto di un colle: ed il gazebo con l’ennesimo ristoro, l’ultimo. Non sia mai che ci rinunciamo: Coca e qualche biscotto, anche qui. Mi sa che sono l’unica che, in questa gara, è riuscita a mettere su peso: non ho avuto sensazione di fame né sete, nemmeno per un istante, mai. Si riparte, tutti e tre, ancora blanda salita; passiamo accanto ad alcune case caratteristiche, in pietra, con i balconi in legno ornati da cascate di gerani, tutti bigi nel bigio della notte. Laggiù, a fondovalle, una distesa di luci: e’ quella la nostra meta? “No, nel modo più assoluto – mi risponde indignato Adriano – la nostra meta è molto più vicina! Di qui a laggiù ci saranno sette chilometri almeno…”. Già. E a noi ne mancano tre o quattro. Un po’ di salita, poi qualche tratto di discesa, già nel circondario di Saint Vincent; ancora volontari a presidiare gli incroci, ancora tifo: ancora due chilometri… La discesa è violenza pura sulle gambe perché ricomincino a correre, fitte di dolore ovunque, ma ormai è davvero, davvero fatta. Tre ubriachi, ecco cosa sembriamo. Giù a capofitto nel buio, accanto al Casinò; l’incrocio, il vialetto in cui ho parcheggiato l’auto: ci passo accanto, è ancora lì. L’arco d’arrivo, lo vediamo, finalmente. Ireneo allunga, rincorre un bimbo, poi si ferma, aspetta me ed Adriano; quel magico istante in cui non si sente più nulla se non la gioia. Ci fiondiamo come missili: ci passiamo sotto, tenendoci per mano. 12 ore, 5 minuti e rotti secondi: mai, e poi mai, e poi mai ci avrei creduto, se qualcuno me l’avesse previsto dodici ore fa. O anche solo sei. Finita, meravigliosamente finita.

Da qui in poi, è tutto leggero, tutto tinto di rosa: anche se il freddo morde le membra fradice di sudore, anche se devo tornare alla Opel a recuperare la borsa per la doccia, e poi andare a caccia del palazzetto per la doccia. Mentre marcio ancora di gran carriera verso l’auto – ma sarebbe meglio dire, mentre levito a due metri da terra – vengo fermata da un paio di gruppetti, incuriositi da tutto il can can sportivo della serata di Saint Vincent: sì, abbiamo corso da Torino a qui… Sì, cento km, come, in quante tappe? Una tappa sola, siamo partiti stamattina! Sì, è andata bene, benissimo, sono felice!
La doccia è calda, lunga, gradevolissima. Solo sui bagni avrei qualcosa da ridire: come si fa a costringere alla posizione di “sospensione” sulla turca, per giunta sopraelevata, un povero podista reduce da 100 km di corsa? E’ un vero calvario! Almeno, mettete un paio di maniglie al muro, a cui ci si possa appendere… Ma dai Gian, non hai diritto alcuno di lamentarti. C’è persino il servizio massaggi, cosa vuoi di più? Massaggio gradevolissimo per le gambe disfatte, e poi a farsi carico dell’incombenza è un gran bel ragazzo, con qualche anno più di me anche se ne dimostra molti meno, un viso semplice, pulito, un bel sorriso aperto ed un modo di fare molto premuroso. Insomma, un rubacuori fatto e finito! Ma il mio cuoricino questa sera batte per la medaglietta di finisher che ho al collo, ed anche per la bellissima tuta Diadora con la scritta “Io c’ero”. Nel locale accanto alla piazza d’arrivo, dove si consegnano i chip, mi accampo un po’ prima dell’una: in teoria, le borse che avevamo lasciato al km 50 dovrebbero essere qui a minuti… Invece arriveranno tra un’ora e mezzo. Ma a me non dispiace: ne approfitto per sonnecchiare in un angolo, assisto al viavai dei corridori che arrivano solo adesso, di quelli già lavati e rinfrescati, gente che va e viene per consegnare il chip di cronometraggio e ritirare il premio. Gente che entra trascinandosi, barcollando, gente disfatta e gente felice, qualcuno non riesce più nemmeno a piegarsi, slacciarsi le scarpe. E poi si attacca bottone con quelli che, costretti ad attendere la propria borsa per recuperare il necessario per la doccia, si fermano qui, e con la signorina, bella e gentilissima, che sorveglia il bancone delle cibarie. Saluti, strette di mano con chi già conoscevo e chi ho conosciuto oggi, racconti di passate esperienze e futuri progetti. D’un tratto appare anche il mitico Franco Rancati: vecchia conoscenza di tante altre gare… Settanta primavere, forse di più, eppure una roccia; incrollabile, arrivato al traguardo in 14 ore e 45′, distrutto eppure logorroico come non mai.

Si riparte ad un’ora indefinibile, forse le tre; accompagno a Torino il massaggiatore ed altri due podisti, un poliziotto pugliese ed un pensionato di Avellino, entrambi trapiantati nel freddo capoluogo subalpino. Non ho sonno: troppa è l’emozione, e poi i compagni di viaggio mi tengono ben sveglia. Da lì poi riparto per Alessandria: per una sorta di scommessa, sono iscritta alla Maratona… Ovvio che l’avventura vada a finire in un flop: dopo un’ora e mezza di sonno al gelo in autogrill, in un sacco a pelo troppo leggero, imbocco l’uscita di Alessandria alle otto. Non uno straccio di segnalazione per il punto di partenza della maratona; in base alle poche informazioni lette sul sito Internet, giro come una pazza, in lungo ed in largo in città e nella campagna, chiedendo informazioni ai pochi passanti infreddoliti che scovo lungo le vie. Arrivo trafelata a Spinetta Marengo, allo stabilimento Michelin, imbucato che più non si può nella zona industriale: nemmeno il tempo di cambiarmi, mi precipito a ritirare il pettorale, salto a piè pari la colazione; mi presento al via con lo stomaco che ulula e, com’era prevedibile, dolori ovunque: gambe e, soprattutto, schiena. A tutto ciò, si aggiunge una fitta al fianco destro, intensa, che non sembra avere intenzione di cedere il passo. Parto così, confusa, rintronata, dopo aver risposto in modo quasi meccanico ai saluti di due o tre persone che mi conoscono, e riconoscono, come logorroica scrittrice di blog. Mi sembra di essere appena piombata qui da un altro pianeta; fatico a connettere, altro che correre…

Fino al quindicesimo chilometro, bene o male riesco a correre: piegata in avanti, con la mano a premere il fianco, finché il dolore un po’ non si attenua; combattuta tra la voglia di lasciar perdere tutto e l’orgoglio di provarci comunque: Gian, ma chi te lo fa fare? Come, chi me lo fa fare, son venuta fino qui, insomma, almeno provarci con un minimo di serietà! Ma sei sicura che hai davvero testa oggi per soffrire così tanto? Non lo senti, che le gambe non ce la fanno più?
Ultima o quasi, desolatamente, corro ma a passo di lumaca; corro ma vedo la campagna e la strada deserta; mi sembra di leggere la compassione negli occhi dei volontari che presidiano la strada, ed anche il fastidio di dovermi aspettare; tutte sensazioni che esistono forse solo nella mia mente. Al quindicesimo, è chiaro che la maratona non la concluderò mai e poi mai: le gambe sono sempre più rigide, dure, nemmeno la costrizione basta a farle correre. Inutile trangugiar medicine; adesso; sono a stomaco vuoto, vuotissimo; mi farei davvero del male e, per questa corsa, non ne vale la pena. Alterno qualche tratto camminando; poi, approfitto della possibilità di scegliere la mezza maratona e taglio, vilmente, al bivio, a sinistra. Per qualche km, accompagno un simpatico podista torinese settantenne, alla sua prima mezza maratona; anche lui alterna passo e corsa; fino al km 20, riesco a stargli appresso e chiacchierare. Da lì, poi, le gambe si rifiutano di correre. Dicono basta: non c’è più niente da fare. Rassegnata, mi incammino per l’ultimo km al passo; nello sforzo di mimetizzarmi con il fossato erboso ed i cespugli di gaggia, arrivo al traguardo sfilando però accanto all’arco d’arrivo, non sotto. Non mi pare il caso di dare a questa mia mezza maratona, conclusa in ben più di due ore, l'”onore” della classifica. Striscio fino alla Opel, tento un minimo di allungamento dei muscoli, ma per poco mi trattengo dal cacciare un urlo di dolore. Rinuncio, riparto, gemendo per il male che sento anche solo a pestare i pedali. Viaggio breve, tormentato da sonno e stanchezza eppure tanto, tanto felice; all’uscita di Villanova a momenti centro il guard rail perché solo in un estremo sforzo di lucidità riesco a ricordare quale sia, dei tre, il pedale del freno… Anche il brivido di adrenalina lungo la schiena fa male, anche respirare fa male. A casa mi accascio sulla sedia in giardino, nell’unico francobollo di sole freddo, sotto gli sguardi preoccupati di mammà e dei cagnoni che non fanno altro che leccarmi, forse cercando a loro modo di rianimarmi. Tranquilli, tutti: un giorno di lamenti e sofferenza e tornerò come nuova!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!