18 gennaio 2011 – In bici a salutare l’alba

Solo un anno fa, non mi sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello di buttarmi fuori di casa in bici, alle sei e mezza di una gelida mattina di gennaio. Non tanto per il freddo, la pigrizia, il sonno. E’ che con la bici da corsa ho condiviso migliaia di km negli anni, in lungo ed in largo toccando i più venerati tra i santuari degli appassionati, ma non ho mai conquistato sicurezza nella guida del mezzo; ho sempre avuto la netta, inquietante sensazione che fossero le ruote, non io, a comandare la situazione. Figuriamoci: affrontare il buio, la nebbia, il ghiaccio e la strada viscida, tutti insieme, sarebbe stata una pura follia, una candidatura al suicidio con ottime probabilità di successo. Ero ormai così rassegnata al rapporto di amore-odio con il velocipede, che mai avrei osato sperare in un cambiamento a mio favore. Anzi, a dire la verità, dopo l’ultimo incidente di Capodanno 2010, stavo pian piano abbandonando la mia prima passione di sempre, in favore della corsa…

L’arrivo della mountain bike, con qualche giorno di adattamento per superare la reciproca diffidenza, mi ha cambiato la vita. Eh sì, non esagero; posto che lo sport è tutta la mia vita, poter finalmente pedalare su un mezzo che mi dà sicurezza è impagabile. Sarò legata da sempiterna gratitudine a chi mi ha messo tra le mani, anzi, sotto il didietro questa meravigliosa meraviglia… Sbircio tra le righe dell’avvolgibile; si vede tutta la fila di lampioni, fino in fondo alla via. Evito di aprire la finestra per pietà nei confronti dei vicini di casa; sono le sei ed è già un’ora che io imperverso per casa con le varie faccende. Tardo ancora un po’: è vero che alle otto e mezza devo essere pronta al posto di combattimento, in ufficio, ma è altrettanto vero che, con le temperature mattutine di questo periodo, difficilmente resisto in sella più di un’ora e mezza: oltre, il dolore alle dita di mani e piedi diventa davvero insopportabile.

Tre strati di maglie: una canotta traforata alla pelle, una vecchia maglia di cotone con le maniche lunghe, di quelle che risalgono ancora all’ora di ginnastica alla scuola media, più la mia primissima maglietta da bici, rossa, sbiadita e consunta dall’uso, ma ancora intera. Non importa se tutto ciò non incontra il gusto dei più raffinati stilisti: c’è la giacca, anch’essa molto datata, a ricoprire il tutto. Pantaloni lunghi, la finezza delle calze in Goretex con sopra un altro paio di calze leggere, ormai bucherellate, per fare strato isolante; guanti con doppio strato, collare e berretto di pile, un paio di scarpe che ho già consumato a spasso sui sentieri ed ancora spremuto di corsa sull’asfalto. In caso non si fosse intuito, detesto buttar via roba che può ancora servire, e pazienza se faccio la figura dello spaventapasseri. Tanto a quest’ora mi possono vedere solo i cinghiali, che non credo s’intendano di alta moda. Così bardata, con l’aggiunta di giacchino e bande rifrangenti un po’ ovunque, più la luce frontale, saluto Skipper che ha preso orgoglioso possesso del lettone e del mio cuscino e me ne vado.

Buttarsi in strada, appena usciti da un ambiente calduccio, non è poi così traumatico. C’è da dire che siamo sotto zero, senz’altro, ma non di molto, stamattina; in più, bisogna anche considerare che in casa mia non s’arriva a diciassette gradi: l’escursione termica è contenuta… Naso in su: il cielo è limpido, una stellata stupenda, per quel fazzoletto che se ne può vedere tra i tetti delle case. Meglio non illudersi, però; non è detto che, fuori dell’abitato, la situazione sia altrettanto rosea.
Un chilometro, più o meno, da percorrere in città: meglio accendere tutte le luci. A quest’ora, alla cronica insofferenza dell’automobilista medio per tutto ciò che sta al di fuori del suo abitacolo, si aggiunge la palpebra pesante di sonno. Tempo un centinaio di metri e già il freddo risale su per le maniche. La strada sembra ricoperta di polvere di brillantini, tutta scintillante alla luce dei lampioni. Capperi, non ho chiuso bene la cerniera della giacca, a momenti mi congelo la trachea…

Un furgone fermo con le quattro frecce accese, davanti all’edicola: il corriere consegna i pacchi di giornali. Questi giovinastri d’oggi: ai miei tempi, questo sarebbe già avvenuto almeno un’ora fa… S’indigna il maestoso pastore tedesco nel giardino di una villetta: possibile che questa qui, tutti i giorni, debba infrangere il sonno canino del giusto?
La tensione del viavai di auto prende il sopravvento sul sonno e sui brividi di freddo. La rotonda, il sottopassaggio, che tra parentesi sarebbe vietato alle bici: certo, come no, usare l’apposita pista… Pensata, come al solito, di chi concepisce il ciclista nell’unica veste della vecchietta con la Graziella e le borse della spesa. Non ci penso nemmeno, in questo momento sono un veicolo con tutti i crismi e come tale voglio potermi spostare. Riemergo oltre la ferrovia: le luci che spuntano in lontananza, dal fondo del rettilineo della Via Sommariva, sono un po’ sfocate, si allargano a stella; come immaginavo, un po’ di nebbia dev’esserci, in campagna. Svolto a sinistra, ma con cautela: dovrebbero inventare le luci lampeggianti da polso… Per la verità, ricordo di aver visto qualcosa del genere, in occasione di una randonnée, qualche anno fa. E’ vero che ho un bracciale rifrangente, ma non ho alcuna fiducia nella capacità di comprensione dell’automobilista che mi arriva alle spalle. In questi casi, per quanto sia una bestialità in termini di codice della strada, preferisco accostare a destra e poi attraversare, con la strada libera; oggi, per fortuna, non è necessario: nessuno nei paraggi, né di fronte, né dietro.

Imbocco la via del tirassegno, quella che io chiamo “la via vecchia di Ceresole”; non ricordo più se questa definizione l’ho coniata anch’io o se piuttosto l’ho rubata a chissà quale documento di storia recente. Il tirassegno, che poi è un cumulo di rovi rinsecchiti dal gelo e ciarpame di vario genere; della vecchia struttura restano muri e pilastri in mattoni, dall’aspetto severo e minaccioso come si confà ad un luogo in cui si maneggiano armi. Un rettilineo tra le case e poi, in fondo, una curva: so che c’è, la curva, ma oggi non si vede. Percepisco appena appena un alone color arancio, quello dei lampioni della vicina nuova zona industriale. “Un po’ di nebbia”, alla faccia del bicarbonato. Tempo di raggiungere la curva e mi trovo davanti un muro, umido e gelido. Seguo non la strada, ma la sua immagine che ormai, a furia di passarci e ripassarci negli anni, mi si è stampata in mente; non sono però affatto sicura di saper restare entro i suoi confini… Man mano che le pupille si abituano all’oscurità, anzi alla doppia oscurità della notte e della nebbia, comincio ad intravedere il bordo dell’asfalto, a destra ed a sinistra: per non sbagliarmi, viaggio nel mezzo. E spengo subito la luce frontale, che non mi è di alcun aiuto ma, in compenso, mi abbaglia, illumina le goccioline sospese, riflette in tutte le direzioni. Per qualche chilometro, pedalerò nel fitto della nuvola. E’ una sensazione molto strana, simile a quella che si vive in sogno, in cui i contorni, quei pochi che si intuiscono, sono confusi, sfocati. Gli occhi stanno fissi ai bordi della strada, che talvolta scompaiono nella nebbia un po’ più fitta, poi riappaiono. In qualche punto mi tocca persino fermarmi e muovere qualche passo con la bici per mano; è davvero impossibile, anche lungo una strada arcinota, capire a che punto sono arrivata. Inchiodo con un po’ di spavento quando perdo il mio riferimento. E mi accorgo di aver raggiunto il cavalcavia dell’autostrada, solo perché sento che spingere i pedali diventa più faticoso… In cima, la visuale è appena appena meno fosca, a guardar su, vedo le stelle. Ma scendo e mi ritrovo ancora immersa nel gelido morbido involucro. Curva a destra, curva a sinistra, verso le cascine Commande; qui la strada sale impercettibilmente. Conosco bene la successione delle buche, a meno che non si sia aperto qualche nuovo cratere negli ultimi due giorni. Scorgo, in lontananza, le luci delle cascine. La strada è bagnata e coperta di una patina di scivolosissima fanghiglia, a quest’ora ovunque gelata. Aloni scuri compaiono, si allargano, mi vengono incontro, mi tendono le loro braccia minacciose; sono gli alberi, anche quelli ormai li conosco uno ad uno, ma l’immaginazione ed il timore li trasformano quasi in esseri deformi e vivi, intendo dire, mobili. Ogni rumore, ogni fruscio, è ancor più inquietante perché non posso vedere cosa l’ha provocato: del resto, non credo che a quest’ora del mattino, con questo freddo tremendo, quest’umidità che ti scava nelle ossa, non credo possano esserci molti esseri viventi, oltre alla sottoscritta ed a qualche pantegana. Pedalo ancora con circospezione lungo la strada asfaltata; la variazione delle pendenze mi dà l’idea del punto in cui mi trovo, altro che GPS. La delimitazione delle proprietà delle Commande, il casermotto ed il bivio per Ceresole.

Il miracolo che si ripete in questo breve tratto di strada in salita è tale che, al confronto, San Gennaro è un pivellino. Ci si alza di venti metri, non di più, lungo una rampetta che dell’asfalto conserva un ricordo molto vago… E la nebbia si dissolve. Non so nuotare, ma credo che la sensazione, almeno visiva, sia simile a quella che si prova tornando su dopo un’immersione. Come se, fino ad un attimo fa, avessi guardato il mondo con una benda scura sugli occhi e all’improvviso qualcuno me l’avesse levata. La strada nitida davanti a me; una striscia di cielo appena più chiaro all’orizzonte, luci scintillanti, tremule. La prima traccia dell’alba. E’ ancora buio, ma procedo senza accendere la frontale; non ho problemi a vedere dove metto le ruote e mi godo questo paesaggio da favola. Anche il suono, i latrati dei cani, sembrano più nitidi ora. E il freddo, seppur pungente, è meno fastidioso e sgradevole. Mi si allarga un sorrisone: posso anche permettermelo, ora che, con gli incisivi rigorosamente finti, non patisco più l’effetto del gelo sui denti. Gli steli sottili del pioppeto, ricreato solo due o tre anni fa, dopo il fortunale che aveva raso al suolo gli alberi esistenti, svettano neri contro il cielo che pian piano tende al blu, mentre le stelle, ad una ad una, scompaiono. Le cascine, sagome scure in cui le luci tradiscono i segni del lavoro mattutino dei contadini; il ghiaccio nelle pozze, le punte dei piedi già intirizzite. Pedalo di buona lena; Cascina Vigna, il bivio per Cascina Francia… Lo imboccherò dopo, al ritorno; ora voglio arrivare fino al capolinea di questa stradina secondaria, dove il passaggio di auto è un evento più unico che raro. La cappelletta bianca, una breve e gelida discesa. Butto l’occhio con cupidigia a qualsiasi tratturo si stacchi verso i campi: è fortissima, la tentazione di buttarci le ruote… Ma il tempo, prima dell’ufficio, è tiranno; meglio concentrare le energie su un itinerario che abbia un minimo di senso.

Una striscia color rosso fuoco incendia l’orizzonte mentre passo oltre la frazione Cristini, con il suo campanile che si distingue appena dal cielo scuro. L’insegna luminosa blu della Gai, la ditta che produce macchine per imbottigliare il vino, oltre lo stradone. I due cagnoni che di solito incontro qui, di guardia ad una cascina, e che talvolta mi accompagnano abbaiando per un breve tratto, non hanno ancora preso servizio stamattina. Un’altra cappelletta, più vecchia e malconcia della precedente, precede l’ultimo pugno di case e cascine prima che la strada vada a confluire nell’altra, più trafficata, che collega Ceresole a Casanova. Raggiungo l’incrocio e faccio dietrofront; torno sui miei passi, anzi sulle mie pedalate. Non ho più l’alba di fronte, ma quella parte di cielo che è ancora scura; per un attimo ho la sensazione che il tempo stia scorrendo all’indietro. La breve discesa di prima, adesso è una confortante risalita, che infonde un po’ di calore nel corpaccione. Rieccolo, il bivio per la Cascina Francia. Imbocco la bella strada sterrata accanto ad una peschiera inesorabilmente congelata. Mi volto e vedo uno spettacolo che non ha pari: il cielo ha preso fuoco, un tripudio di sfumature di colori caldi, rosso, giallo, rosa, non potrei crederci se non lo vedessi con i miei occhiali. La luce lambisce la superficie gelata dell’acqua. Le canne sono imprigionate nel ghiaccio, i rovi proteggono le sponde. Raccolgo un sassolino, lo getto nella peschiera; tac, rimbalza. A fatica, sfilo un guanto e frugo nella tasca posteriore della giacca, sperando che la macchina fotografica, a contatto con il calore del corpo ed avvolta in un sacchetto di plastica, non abbia patito freddo né umidità e voglia degnarsi di collaborare. Lo fa, infatti. Scatto un paio di foto, sforzandomi per tenere le mani il più possibile immobili; pochi secondi e torno ad infilarmi i guanti, con le dita che già dolgono. Devo avere qualche problema di circolazione periferica; non è mica possibile patire così un freddo che arriva a far male nel giro di qualche istante.

Riparto di gran carriera lungo questa stradina che costeggia tre cascine ed un bel pioppeto, già avanti con gli anni; la terra è talmente gelata che alla ruota non s’attacca neanche una molecola di fango. E, là dove è stata buttata di fresco quella ghiaia insidiosa che fa bloccare le ruote, non c’è problema; i sassolini sono congelati l’uno attaccato all’altro. L’alba si allarga sulla campagna e la illumina; persino i cavi del telefono ed i tralicci dell’alta tensione creano ricami neri sul cielo sempre più rosato. Qualche curva, leggeri saliscendi; un frastuono di volatili, credo corvi, si leva dal pioppeto quando passo lì accanto: se mai avessi voluto andare inosservata… Il regno animale, in questo momento, è l’unica compagnia; non c’è traccia di movimento umano al di fuori dell’aia delle cascine. Capita spesso che qualche “profano”, qualcuno del mondo dei “normali”, sgrani gli occhioni e mi chieda se non ho paura. Paura di aggressioni, intendono. Mah, sbaglierò, ma la risposta è no, non ho paura. Nei periodi in cui l’attività è consentita, ho paura di essere impallinata da qualche cacciatore, questo sì; sulle strade più trafficate, al buio, ho paura che qualche pilota un po’ allegro e distratto mi renda un tutt’uno con lo strato di bitume. Ma qui, stamattina, non ho paura di nulla. E’ la mia felicità perfetta, che niente e nessuno, nella mia esistenza “borghese”, potrebbero mai regalarmi. Me la porto al lavoro, questa felicità, come scorta per attenuare le arrabbiature; funziona sempre!

La strada sterrata confluisce in un’altra strada secondaria, asfaltata. Tiro dritto e percorro quei cinquecento metri che mi portano fino allo stradone tra Ceresole e Carmagnola, passando di fronte alla cascina Novareisa; dietrofront ancora una volta, ma qui seguo l’asfalto. A questo punto, i piedi implorano pietà, li sento gelidi, gonfi e doloranti. Le dita delle mani non stanno poi molto meglio. Pedalo agilissima per ottenere l’effetto frullatore e mandare in circolo un po’ di sangue; anche qui, sfilo tra le cascine, Gerbido, Olivè, Brichetto. Un tratto in ripida discesa, più o meno corrispondente al tratto in salita che mi ha strappata poco fa alla nebbia, mi costringe ad immergermi ancora nella coltre umidiccia e gelida. La luce del primo mattino fa sì che la vita del ciclista, al ritorno, sia un po’ meno grama, ma che freddo, che terribile freddo… Il paesaggio è sparito; restano i rumori della campagna che prende vita, anche in questa triste stagione, fusi con il brusio dei motori che corrono lungo la vicina autostrada. Stringo i denti per il male, ogni volta è così; scuoto le dita e pedalo come una forsennata. Mi ricongiungo al punto d’inizio dell’anello e risalgo il cavalcavia tra le gaggie paralizzate dal freddo: l’asfalto è ancora scivoloso, molto insidioso. Meno male che la mountain bike è corazzata per qualsiasi prova. Abbasso lo sguardo: il manubrio ed i fili di freno e cambio sono ricoperti da un sottile strato di ghiaccio, più o meno lì dove arriva il mio fiato. Sono bianchi i rovi, i rami degli alberi e degli arbusti, la superficie dell’erba. Un solo desiderio, un termosifone da abbracciare. Carmagnola è appena lì ma non si vede, e non è detto che sia un male. So bene che non mi libererò dal freddo, che me lo porterò addosso per tutta la mattina in ufficio, nonostante strati e strati di abiti, ma ne è valsa la pena, come sempre. Anche se il giro sarà si e no 25 km. Non è il caso di andare tanto lontano per trovare la meraviglia, basta la peschiera di Cascina Francia… Già immagino le foto sullo schermo del computer, mentre imbocco un’altra volta il sottopassaggio, che mi catapulta nella realtà. Tutto ciò che so fare, con una macchina fotografica, è schiacciare il pulsante; solo una foto su mille riesce bene, per puro caso.

Afferro con due mani la chiave per aprire il cancello del cortile; le dita sono troppo rigide. Entro in casa, levo le scarpe, sfrego le mani, mi godo la temperatura che, pur non essendo mai superiore ai 17 gradi, mi sembra già sahariana. E cerco il Tittone per fargli una coccola. Eccolo lì, il gran cane da guardia: spaparanzato sul letto, apre un occhio, con molta degnazione. Beata caninità!

(Visited 16 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!