18 maggio 2008 – Granfondo Nove Colli

Capita di rado che io abbia così poca voglia di fare qualcosa di ciclistico: la Nove Colli è stata una di queste occasioni. Già dalla settimana prima, il pensiero di dover partire, andare fino a Cesenatico, correre quei 200 km e tornare in un viaggio eterno in auto mi faceva storcere il naso. Beh, non è che qualcuno mi abbia puntato il fucile alla schiena, per carità; il fatto è che la mia squadra richiede la partecipazione ad almeno 10 granfondo entro un certo elenco e, purtroppo, sono poche, in quell’elenco, le GF che piacciono a me. La Nove Colli l’ho scelta come uno dei mali minori; però, già la ricordavo con poco entusiasmo dall’anno scorso. Intendiamoci, è una manifestazione monumentale, organizzata in modo eccellente in ogni aspetto, con attenzione a tutti i particolari e con grande passione; da questo punto di vista, di certo è una delle migliori, se non la migliore, tra quelle in cui mi sono cimentata negli anni. Il guaio è che il percorso è poco adatto a me; è molto veloce, ha lunghi tratti in pianura all’inizio ed alla fine, offre salite brevi e quasi sempre facili da “saltare” una dopo l’altra: purtroppo però i paracarri non saltano, quindi io arranco e basta.

Per fortuna, il viaggio di andata vola via in fretta, in compagnia di Alessandro, uno dei miei compagni di squadra: si chiacchiera, si scherza. Lo accompagno all’albergo dov’è alloggiata la Jolly e recupero il mio numero di gara; poi però, siccome io sono un’asociale e detesto gli alberghi, me ne vado al campeggio e piazzo la mia fida tenda in una piazzola sotto i pini marittimi, approfittando di una tregua del maltempo – già, dimenticavo, ci vorrebbero le pinne, dall’acqua che è già venuta giù oggi. Ma non me ne importa un fico secco, avrei poca voglia di essere qui anche se splendesse il sole. Alle otto, sbafo la mia solita cena “da trasferta” a base di pizza del panettiere, poi mi imbosco nel sacco a pelo e via, nanna. Già, magari… Poco dopo mi sveglia il volume della TV dei vicini di piazzola, che pensano bene di piazzarsi tutti quanti a guardare un programma idiota ed a fare commenti ancora più idioti a volume ancora più alto. Questo, fin quasi a mezzanotte… In più, come se non bastasse, ho avuto la folgorazione: il borsellino sottosella, con la camera d’aria di ricambio e le levette per togliere il copertone, è rimasto sull’altra bici… A CASA!!! Abbatto uno ad uno i santi del calendario, con mira degna di un cecchino… Ma che ci posso fare? Inutile che mi inalberi, per non dire che m’incaXXi, tanto ormai la frittata è fatta! A quest’ora non c’è più alcuna possibilità di rimediare un borsellino; domattina sarà la stessa storia; dormi Gian… E spera domani di non bucare, che sennò sei panata!

Alla fine probabilmente, non so come, mi addormento… Dopo le solite mille interruzioni del sonno per via dei crampi nelle gambe – ma non mi lamento, va bene che vengano di notte, basta che non si presentino quando pedalo!!! – alla fine suona proprio la sveglia. Son le 4… No, ancora 5 minuti, dai, tanto la maledetta lo sa, suonerà ancora. Alla fine mi tocca proprio uscire dal bozzolo. Per fortuna non fa freddo!
Mi vesto nella penombra della tenda, con un po’ di luce fioca del lampione; faccio colazione a base di plumcake ed un etto di Ritter al wafer – fantastico… Preparo la bici, senza borsellino, e via, verso Cesenatico e la partenza. Sono le cinque e mezza quando arrivo in griglia; davanti a me c’è già mezzo mondo. L’altra metà, nel giro di pochissimo tempo, arriva dietro.
Il cielo è livido, sembra ancora notte anche se sono quasi le sei; sono incerta se tenere la giacca impermeabile o no. Il guaio è che fa caldo; so già che non la sopporterò in corsa.
Di solito, a questo punto, mi coglie l’angoscia. Oggi invece no: non faccio che sbadigliare. Guardo le altre bici, cerco conforto, chissà mai che qualcun altro abbia dimenticato il ricambio della camera… Ma no, ce l’hanno tutti. Maremmazzozza.

All’improvviso, gran fragore di pedali agganciati… Però nessuno si muove. OK, è la partenza, ma son partiti quelli davanti! Prima che tocchi a noi delle retrovie, ce ne vorrà, di tempo… Mettiamoci pure comodi. Intanto prendo una decisione, levo la giacca e la butto nel borsello da manubrio, già colmo di brioches e barrettone Power Sport. Non si chiude più… E vabbuò, pazienza, che stia pure mezzo aperto.

Alla fine si parte. Pronti via, adesso devo cercare di non cuocermi per i primi 25 km di pianura, o giù di lì. Pesto come una forsennata sui pedali, ma mi guardo bene dal cercare una ruota a cui attaccarmi. Inutile, è più forte di me; già fare il treno mi crea ansia enorme quando davanti a me c’è qualcuno che conosco e di cui mi fido; figuriamoci poi se mi devo attaccare a qualcuno che non so come pedala… No no, è mille volte più faticoso ed angoscioso stare a ruota che non stare davanti a tirare. Io devo solo cercare di resistere fino alla prima salita. Curioso, però, che ci sia gente che si attacca alla mia, di ruota… Ma possibile che ci sia qualche ciclista tanto scarso? E poi io ne farei volentieri a meno, vorrei essere libera di aggrapparmi ai freni come e quando mi pare. Oh senti Gian, cavoli loro, non gliel’ha chiesto nessuno di mettersi a ruota. Se poi cascano, son tutti casi loro, e spero di non cascare anch’io.
Rotonde dietro rotonde, le affronto con la massima cautela; il mio zigomo non ha smesso di far male, dopo la botta di gennaio proprio sul cordolo… Vediamo di non fare il bis! Piove, prima sosta a metter la giacca; attacco finalmente la prima salita, altra sosta per svestirmi. Ecco, questa è una delle cose che odio. Ma insomma, Giove Pluvio non può decidersi? O sole, oppure pioggia, una delle due, ma che sia quella per tutta la giornata, e che diamine! Se no, metti togli metti togli, non la finiamo più!

Mamma mia che fiacca. Chiamarla salita, questa, è un parolone; eppure le gambe non vanno avanti. Sono durissime. Ed io sono fiacca, tanto fiacca. Lo so lo so, siamo sempre lì, la parola “riposo” non sempre è una bestemmia… Mi passano più o meno tutti, fino al punto in cui non mettiamo tutti quanti il piede a terra. Ecco, se ancora avevo un barlume di entusiasmo, in questo momento ogni minima traccia sparisce. Una bella rampa, tutta fatta a piedi, a passo di lumaca, in mezzo alla calca. Minuti eterni, improperi irripetibili. In cima, si sale, si pedala un po’, poi idem cum patate, solo che stavolta il tratto da fare a piedi è ancora più lungo. Fuori uno, il Polenta, poi un lungo tratto di saliscendi in mezzo a troppa gente e con troppo nervoso addosso. Mamma mia, che stanchezza, neanche fossi reduce dalle fatiche di Ercole. E che sonno. Oggi mi sa che non arrivo.
Altra salita, Pieve di Rivoschio, altra sofferenza. I muscoli delle gambe sono proprio duri, non riesco a spingere, uso rapporti ridicoli su pendenze ridicole. Non è possibile, mannaggia la miseria, ma è come se non avessi mai pedalato fino ad oggi, e invece son quasi a ottomila km da gennaio! Per ora non piove, o meglio, solo qualche goccia ogni tanto. Ho già visitato i ristori: sono sempre a caccia di Coca Cola e caffè!
Altra salita facile, il Ciola. Mi manda in bestia il fatto che salgano tutti come camosci, mentre io son qui piantata come se avessi la zavorra. Beh, in effetti una bella zavorra naturale ce l’ho, non posso negarlo!
Passato il Ciola, arriva il tanto temuto Barbotto, che in realtà non è niente di tremendo: sì, vabbè, ha qualche tratto con pendenza a doppia cifra, ma è pur sempre meno di cinque km! Ecco, mi sento meglio lì che altrove, e poi il mio 34×29 non teme nulla o quasi. Quanti applausi a bordo strada!
Dopo il Barbotto, il bivio tra i percorsi medio e lungo: di lì in poi, il deserto. La paura della pioggia ha decimato gli aspiranti al giro da 200 km. Bah, non capisco, nemmeno si andasse su a chissà quale quota… Giro a destra, visito di fretta un altro ristoro, poi via verso il Monte Tiffi. Se non ricordo male, è proprio qui che incrociamo i primi del lungo, che son già lanciati verso Cesenatico! Porca paletta, che moto… Breve salita al Monte Tiffi, poi al Perticara, dove il cielo nero mette in atto una volta per tutte la sua minaccia. Si aprono le cateratte!!! Mi fermo, infilo la giacca, riparto. Non so bene perché, forse è un effetto placebo, ma il freddo dell’acqua sembra risvegliare un po’ le mie gambe ormai irrigidite. Procedo benino, tra gli improperi di chi non ama questa doccia fuori programma. In discesa vado con somma cautela, freno dolcemente, cerco di asciugare i cerchi, anche se non è facile sotto questi scrosci. Scendo davvero piano, quasi a passo d’uomo, ma va benissimo così, tanto per oggi al podio ho deciso che rinuncio… 😀

D’improvviso com’era venuta, la pioggia se ne va. A Monte Pugliano si sale all’asciutto; così posso poi godermi lo scorcio più bello di tutta la GF, quello che già l’anno scorso m’era rimasto impresso per la sua imponenza, la rocca di San Leo. Ancora due fatiche, il brevissimo Passo delle Siepi ed il Gorolo. Però, prima del Gorolo, un tratto per me interminabile di pianura. Anche qui, sono da sola; adesso sì, qualche ruota la prenderei anche, il guaio è che non riesco. Mi passano tutti al doppio della mia velocità! Ad un tratto, un’anima buona pensa bene di spingermi fino al gruppo davanti: io sto pedalando come una forsennata, ma con il 48×13 giro a vuoto! Cavoli, che vergogna, l’unica ciclista al mondo che si fa spingere in pianura.
L’inizio del Gorolo è una vera liberazione. Duro, anche questo, nella parte finale, ma tanto tanto corto: sono quattro km e mezzo. Ok, sopravviverò. La rampa finale si vede proprio davanti al naso, come incollata al pendio: però passa in fretta, dài Gian, adesso muoviti che quest’incubo sta per finire. Discesa, via verso Cesenatico. Quasi mi stupisco di come riesco a tirare bene, ovviamente sempre nei limiti delle mie scarse possibilità, proprio in quegli orrendi e piattissimi km che l’anno scorso ho sofferto da matti. Anzi, quasi quasi mi sembra che quest’anno la pianura sia più breve… Si vede già quell’aborto architettonico che è il grattacielo di Cesenatico!
Ancora due cavalcavia ed è fatta, ecco l’arrivo, in mezzo a quattro gatti, quei pochi che son rimasti in fondo con me. Peccato che a consegnare le medaglie ci siano solo delle belle gnocche… Invoco la par condicio!

Il pasta party è pantagruelico, ma io mi accontento di trangugiare un piatto di pasta a mò di pitone, poi via a Zadina, al campeggio: devo ancora levar la tenda, fare la doccia e recuperare il mio compagno di viaggio, che ha già finito la corsa da quasi due ore. Eccezionale l’ospitalità romagnola, anche al campeggio: sono simpaticissimi i gestori! Carico la Opel, riparto, si va a casa, con la compagnia di qualche scroscio d’acqua. Anche stavolta mi sono guadagnata la pagnotta… Ma anche stavolta non ho assaggiato la piadina!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!