18 maggio 2013 – NOVE COLLI RUNNING 2013

Quest’anno, le premesse sono davvero le peggiori possibili. Per carità, non che io sia mai partita con ambizioni di classifica: non me le posso permettere… L’unica ambizione è sempre stata quella di giungere al traguardo; ecco, è proprio questa, che oggi sarà messa in serio rischio.
Non ho l’allenamento sufficiente, non ho collezionato i lunghissimi allenamenti che avevo messo in saccoccia nelle scorse stagioni; sono parecchio a terra fisicamente, e parecchio anche moralmente, per vicissitudini varie familiari e lavorative. Mi manca quell’entusiasmo assassino degli anni scorsi, anche se ho fatto carte false per essere qui, oggi.
Vorrei dormire un po’ più a lungo, ma non c’è verso; prima delle sei sono già sveglia. Provo a riaddormentarmi, accendo la radio, cerco qualche canale noioso, ma nemmeno Radio Maria basta a farmi riprendere sonno, o perlomeno a farmi svenire dal disgusto. Basta, tantovale che mi alzi. Anche stamattina fa freddino… Però il cielo è terso. In effetti, mi accorgo solo ora che il campeggio è quasi deserto: questa primavera folle non invoglia certo i turisti, nemmeno quelli abituali di ogni stagione.
Mi preparo con calma, godendomi il raggio di sole che finalmente colpisce l’auto. Le borse con i cambi d’abito e qualche derrata alimentare, da mandare lungo il percorso, sono già quasi pronte. Sarà lunga l’attesa, fino a mezzogiorno. Cincischio, provo a dormicchiare ancora un po’; sconfitta, verso le nove lascio il campeggio e mi avvio verso il centro. Approfitto per una “toccata e fuga” nella stessa panetteria di ieri sera, a caccia della colazione: immancabilmente, focaccia, più un pezzo di crostata all’albicocca. Beh, se non altro avrò tempo di digerire…
Alla partenza, davanti al Municipio, c’è giò fermento. Malgrado io preferisca restare lontana dalla confusione, oggi ho un bel po’ di persone da salutare, tra corridori, assistenti e simpatizzanti. Ormai, tra pazzi furiosi ci si conosce un po’ tutti. Infatti è un gran sorridere e stringere mani; va tutto bene, pur di mascherare un po’ la paura. Alla tensione delle edizioni precedenti, si aggiunge quest’anno un motivo di preoccupazione in più. Se dovessi giungere al traguardo in tempo, sarei la prima donna ad aver concluso tre edizioni della Nove Colli Running, per giunta tre di fila. Per carità, non è che sia chissà quale record… Ma ci terrei molto.
Ormai il rito si ripete sempre uguale: la spunta dei nomi, uno per uno, la foto di gruppo, la corsa dell’ultimissimo secondo in bagno… Il cielo resta terso, solo qualche nuvola di passaggio; la temperatura è decisamente più bassa rispetto agli anni scorsi. Ho persino qualche dubbio a partire in canottiera… Mal che vada, nello zainetto ho il necessario.
L’attesa si conclude, finalmente, a mezzogiorno in punto. La tensione si scioglie con i primi passi… Chissà quanti passi si muovono in una corsa da 200 e rotti km?
Le gambe non fanno mistero di risentire un po’ della prova di ieri in bici. Niente panico: ormai so bene che i primi venti km sono sempre un calvario. Se riesco a superarli senza cedere alla tentazione di mollare tutto e ritirarmi, sono già a buon punto…
Gli sguardi degli automobilisti incolonnati e fermi per la presenza dei corridori stanno a metà tra l’esasperato e l’incuriosito. Tra noi e le auto sciamano poi centinaia di ciclisti, già pronti per la granfondo di domani; è un tifo sfegatato, persino dai balconi delle case e dai giardini. Peccato solo per il traffico infame: alla fine, buona parte dei veicoli che ci passano accanto sono quelli dell’organizzazione, nonché degli assistenti personali di molti corridori. In effetti sì, i primi km di gara fino a Cesena sono un bel calvario.
Come sempre, commetto l’errore di lasciarmi prendere dall’entusiasmo: chiacchiera di qui, chiacchiera di là, a Cesena arrivo troppo in fretta. Meno male, però, che nei miei paraggi c’è qualcuno: altrimenti, difficilmente mi sarei accorta del cambio di percorso, che quest’anno ci porta a passare fuori dal centro storico. Continuo a seguire i miei punti di riferimento, fino ad imboccare l’ultimo caoticissimo rettilineo che termina al punto di ristoro di Settecrociari. Vado a caccia di qualcosa da bere; per costrizione, prendo anche un paio di biscotti. Non ho fame, ma è importante buttare giù qualcosa ogni tanto, perché prima o poi la pancia comincerà a ribellarsi… E a quel punto sarà opportuno aver già fatto scorta.
La mia sosta, come sempre, è brevissima. Mi lascio alle spalle un bel po’ di corridori intenti ad affrontare la pasta… Io preferisco attaccare la prima salita. Di passo, ovviamente. Lo stacco tra la pianura e la collina qui è nettissimo: un attimo fa eravamo giù sul piatto, in mezzo ai vigneti… E adesso ci arrampichiamo sulla prima rampa. C’è chi insiste a correre anche in salita: sono pochi, però, quelli che se lo possono davvero permettere. Io non ho questa fortuna e non ci provo nemmeno. Ho un didietro così pesante che stroncherei i garretti senza rimedio. La voglia di scherzare e chiacchierare, qui, è ancora vivace, ma non c’è nessuno con cui io possa scambiare più di qualche veloce battuta; vanno tutti troppo forte…
Soffia un venticello poco confortevole. Razionalmente, so che il caldo eccessivo è nemico della prestazione sportiva, ma vorrei tanto i trentacinque gradi di qualche edizione fa… Il passo per ora è svelto; raggiungo il Polenta senza troppa fatica. Giù in discesa, di corsa: i polpacci avrebbero anche qualcosa da ridire… Li zittisco, penso ad altro, scruto le curve della discesa. Mi sorpassa di gran carriera una fanciulla minuta, che corre in gonnellino e saluta gentile: scoprirò poi che si tratta della vincitrice.
A Fratta, si torna per un breve tratto in pianura: qui le gambe mostrano i primi segni di difficoltà. C’è poco da fare: la mancanza di allenamento sulla distanza pesa, eccome. Qui saremo poco oltre i trenta km e già il corpaccione presenta il conto. Calma, Gian. Breve sosta al ristoro, prendo da bere ed un po’ di frutta, poi via per l’interminabile tratto di falsopiano verso l’attacco della seconda salita. Correre, piano ma correre. Non posso pensare di mettermi al passo, già qui. La seconda salita incombe; con essa, il cancello orario al km 57. Bisogna passarci entro sette ore e quarantacinque minuti dal via. Io non ho idea di che ora sia, come sempre, e non lo voglio neanche sapere… Corro per quanto posso, finché la strada non prende a salire decisa; allora mi rassegno al passo spedito, con l’occhio ansioso di scorgere, dietro ogni curva, il culmine di Pieve di Rivoschio. Ma lo sento, che il mio passo è faticoso.
Al punto di ristoro, mi lasciano passare. Tutto ok, quindi: sono in tempo. Giù in discesa, sfruttando l’onda dell’entusiasmo, per quel poco che può servire. Sono scettica nei confronti di chi sostiene che conti moltissimo la testa: conta, è vero, ma se i muscoli non rispondono…
La salita del Ciola, puntualmente, è un calvario. Ormai non mi spavento nemmeno più. Si va verso sera; cala il buio, mentre l’aria si fa ancora più frizzante. E la debolezza pian piano mi assale: a nulla serve mandar giù qualcosa da mangiare, perché non c’è più nulla che vada giù. La debolezza si trasforma in nausea, fa girare la testa, a tratti mi rende persino difficile stare in piedi. Le gambe quasi si trascinano, anziché camminare come si deve. Angoscia… Calma, Gian. Ti è già successo gli anni scorsi. E’ la stessa identica cosa. Stai male da cani… Ma poi passa. Fidati.
Arrivo al ristoro quasi barcollante, in cima al colle. Cerco di darmi un tono; scorro disperatamente i cibi sulla tavola, ma non ce n’è uno solo che non mi faccia rivoltare lo stomaco alla sola idea. E sì che son tutte cose che, di norma, adoro, dalla frutta secca alle uova sode, al grana… Trangugio a forza qualche nocciolina, bevo un po’ d’acqua e un po’ di Coca sperando nel noto potere “sgorgante” di quest’ultima… Poi via, riparto, Frontale a portata di mano, perché ormai è quasi buio: si vedono già le luci di Mercato Saraceno, ma lontanissime… Dai Gian, calma e sangue freddo. Non pensarci, vai giù. Goditi la milionata di lucciole, chissà perché così tante, solo qui. S poi son già in arrivo i ciclisti del percorso notturno…
Corro con la testa da tutt’altra parte, probabilmente nemmeno del tutto cosciente. Mi risveglio solo quando, in lontananza, intuisco dalle luci che ci sono dei corridori fermi. Vuoi vedere che… Sì, è il banchetto del ristoro “privato”, quello allestito da una gentilissima famiglia che abita proprio qui… Con tanto di macchinetta del caffè, di cui approfitto volentieri. Un attimo e dinuovo in marcia, fino a Mercato Saraceno, a sconvolgere il tran tran del sabato sera nei locali. Mi lancio in un’atletica corsa attraverso la piazza, compresa la risalita per uscire dal paese; poi, quando sono certa che nessuno più mi osservi… Mi accascio al passo sulle prime rampe del Barbotto. Va meglio: almeno la nausea sembra passata. Cammino spedita, ma i muscoli non rispondono come dovrebbero. Beh Gian, di che ti stupisci? Al Barbotto, i km alle spalle saranno già ottanta…
Il freddo ghermisce le gambe, le braccia, la schiena. Un po’ di stelle in cielo, ma non è del tutto sereno. Silenzio assoluto, solo le foglie mosse dal vento; non c’è altro corridore intorno, almeno finché io riesco a vedere. Alla spicciolata passano i ciclisti della notturna; ogni anno sono sempre più numerosi. La testa pesa… Il sonno, la stanchezza. Coraggio… Manca poco al grande ristoro sulla vetta. L’ultimo tornante, poi le candele che illuminano il percorso, dritti verso la cima.
Per tutti noi c’è un applauso. E quest’anno c’è anche la sorpresa: nientemeno che lo spettacolo delle danzatrici del ventre… Bravissime e molto belle, ma non le invidio, poverette, così desnude quassù! Che freddo! E poi, che diamine, perché le danzatrici e non i danzatori? Va bene che noi donne siamo una sparuta minoranza, ma che diamine, un po’ di attenzione anche per noi!
Mi fiondo a caccia della borsa che ho mandato qui, alla ricerca della maglia pesante per la notte. I pantaloni restano cortissimi, in ossequio al mio esibizionismo: ci tengo a mostrare la parte migliore di me… Anche a costo di prender freddo.
Saluto l’inossidabile Luciano: sembra che ci si dia appuntamento… Come l’anno scorso, ci si ritrova proprio sul Barbotto! Poi vado a vedere se c’è qualcosa di interessante da mangiare: ci sarebbe la pasta, ma ho troppa fretta per aspettare… Di tutto il resto, non c’è quasi nulla che vada giù. Trangugio un sacco di Coca Cola, qualche popcorn, qualche patatina fritta, poi via, ancora di corsa, nel buio. Di corsa dove la strada è piana o scende, desolatamente al passo nelle infinite e penose risalite prima della vera discesa. Nelle orecchie le cuffie del lettore Mp3, come aiuto morale.
Nemmeno al punto di ristoro del km 100 c’è verso di mangiare qualcosa di solido. E sì che sul banchetto ci sono leccornie appetitose… Lascia perdere Gian, fila, sbrigati, non perdere tempo. Si scende, in un’eternità di chilometri, fino a Ponte Uso. Nonostante la maglia e la giacca, ho freddo… E nausea. Altro ristoro una decina di km dopo, proprio a Ponte Uso. Ormai mi rassegno ad andare avanti a Coca Cola. Ma sfodero un sorriso sicuro, falso come Giuda, mentre mi allontano. Destinazione la salitella di Monte Tiffi, blanda ma comunque da camminare, e alla svelta. Chissà che ora è. Chissà se sto andando meglio o peggio degli anni scorsi… Beh, questa è una domanda retorica. Peggio, mi pare ovvio. Ho le gambe in uno stato pietoso, cominciano ad irrigidirsi. Ce la devo fare…
Giù da Monte Tiffi, la salita successiva ricomincia subito. Mi perdo rimuginando di tempi, di chilometri, di colli, quando non ho alcun riferimento nemmeno circa l’ora. Buio pesto; alti corridori nelle vicinanze, ciascuno perso nella propria notturna follia. Qui sono fortunati gli “assistiti”, ai quali i compagni di viaggio raccontano persino le favole pur di tenerli svegli. Noi viandanti solitari ce le dobbiamo raccontare da soli…
Dai, dai, dai, coraggio. Ascolta la musica, prendi un ritmo, pensa a quello che vuoi, basta che tu vada avanti. Il Perticara è vicino, il ristoro grande pure. Attraverso il paese sonnacchioso e deserto: sulla piazza, ferve invece l’attività dei volontari. Qualcosa qui riesco a buttare giù: un po’ di brodo caldo, uno spumotto, il caffé. Non è molto, ma vediamo di farcelo bastare. Siamo a circa 115 km: appena superata la metà. Lo dice anche il boss, il buon Marione Castagnoli: le crisi vengono e passano. Già… Il problema è che per me non si tratta di crisi; è proprio la mancanza di allenamento adeguato, che mi riduce in questo stato. I muscoli delle gambe sono sempre più rigidi. Pazienza, Gian, farai quel che potrai. Intanto, vedi di non perdere tempo. Giù, in discesa. Cerco di tagliare tutte le curve per abbreviare di un infinitesimo l’agonia; alle spalle, adesso, non dovrebbero più arrivare ciclisti. Quanto alle auto, a quest’ora nulla muove. Altro banchetto del ristoro sulla sinistra; bando alle raccomandazioni, c’è la birra, faccio festa. Vero, l’alcool durante lo sforzo non è il massimo, ma due bicchieri di birra sturano lo stomaco e mettono allegria. Sperando che non mettano anche sonno. Poco più avanti, il bivio a destra; si risale tra le cascine, su e giù in un’irregolare sequenza che sfianca i garretti. Discesa fino a Secchiano, un lungo tratto su strada trafficata; comincia a fare chiaro: ma questa volta, nemmeno la luce del sole vale a rinfrancarmi un po’. Mi sa che stavolta non ce la faccio. Quanto male ad ogni passo…
Raggiungo stravolta il bivio per la settima salita. E’ solo la settima ed è dannatamente lunga… A mangiare non ci provo nemmeno. Cerco almeno di bere, poi su, in salita, cincischiando con la giacca e lo zaino per capire se sia già il caso di svestirsi. Cielo velato, aria pungente. Dai Gian, trascinati su, che questa è lunga… Sono dodici km, circa, anche se la parte finale è un lunghissimo falsopiano. Provo a correre dove possibile: tentiamo il tutto per tutto.
Al punto di ristoro sul Pugliano, trovo la seconda borsa, mi cambio la maglia, mi do una pulita alla bell’e meglio. Anche chinarsi, a questo punto, è operazione ad altissimo rischio di irreversibilità. Indosso la maglietta del Team Nordovest, la mia squadra ciclistica, in omaggio ai compagni che oggi pedaleranno alla Nove Colli “classica” e magari riusciranno a vedermi nel marasma. Trangugio anche un paio di antiinfiammatori, pur sapendo bene che serviranno a poco in questo caso. Dolore forte quando riprendo la corsa, muscoli sempre più legnosi. La Rocca di San Leo vigila, immobile, ma chissà cosa pensa di tutte queste formiche multicolori che le girano intorno.
Per un inspiegabile effetto di sconvolgimento del sistema metrico decimale, i chilometri cominciano ad allungarsi man mano che il dolore aumenta. A questo punto mi riesce di corricchiare in discesa, ma già la pianura mi crea non pochi affanni. Infatti, il ponte al fondo della discesa, appena prima di arrivare in paese, è una coltellata nelle gambe, pur essendo perfettamente piatto.
Al banchetto del ristoro, come sempre mi fermo pochi istanti e non mi siedo, altrimenti chi si rialza più. Passo delle Siepi, penultima ascesa. Fervono gli ultimi preparativi per l’arrivo dei ciclisti della granfondo: gli addetti preparano i banchi dei pantagruelici ristori; tifosi e spettatori si contendono i migliori punti di osservazione. Qualcuno si accorge dei corridori, ma sono pochi in realtà i presenti al corrente dell’esistenza di una “corsa parallela” a piedi.
Monte Tiffi non ha una vera e propria “cima”; la strada ad un certo punto inverte la pendenza. Parecchi tornanti più in basso, si arriva dinuovo a Ponte Uso, punto già toccato dopo la discesa del Barbotto. Di qui, lo spettacolo è meraviglioso, soprattutto per chi ha il cuore da ciclista almeno per metà: si può ammirare un immenso serpentone colorato che scende giù dal Barbotto, proprio sulla collina di fronte, e sciama via al fondo della vallata. Sono i corridori della granfondo. A questo punto, ci si può attendere l’arrivo dei primi alle spalle, credo tra un’ora o poco più.
A Ponte Uso c’è un piccolo punto di ristoro con il furgoncino. Brevissima sosta. Chissà se dietro di me c’è ancora qualcuno dei corridori? Ben pochi, credo… Ormai chi aveva intenzione di ritirarsi l’ha già fatto da un pezzo; quelli forti sono già lontani; resta solo il gruppetto dei “barcollo ma non mollo”, di cui mi onoro di far parte… E di cui spero di far parte fino a Cesenatico, anche se ho davvero poca fiducia. Non mollo, ma barcollo parecchio!
Da qui all’attacco dell’ultima salita, i chilometri sono infiniti. Li percorro, un po’ al passo un po’ di corsa, in un continuo tira e molla con Roldano, altro inossidabile, fedelmente assistito dalla sua Sonia in bici. Siamo entrambi al limite dell’umana sopportazione, eppure tentiamo entrambi di comportarci come se niente fosse, come se corressimo da dieci km scarsi. E secondo me ci riusciamo pure!
Il Gorolo è l’ultima delle coltellate. Meno male che nel frattempo sono arrivati i ciclisti: almeno ci si distrae un po’… E si è obbligati a prestare la massima attenzione, vista l’andatura folle dei più assatanati, anche in salita. Corro sul ciglio della strada ed anche così rischio di essere travolta. Qualcuno di loro trova persino le forze per incitare noi tapini a piedi… Passata la buriana dei primi gruppi che si contendono la testa della classifica, man mano la furia dei pedalanti si attenua; quando arrivo alle ultime rampe, c’è già qualcuno che sale un po’ a zig zag. Per loro, però, è quasi finita… Al culmine della salita, e dei lunghi su e giù successivi, troveranno comunque un po’ di requie in discesa. Per chi corre non è così, anzi.
Al ristoro in vetta mi fermo qualche istante di più. Sono davvero disfatta, ho un male indescrivibile alle gambe. Riparto con il cuore in fondo ai calzini: mai come adesso mi è chiaro che non ce la farò. Non ce la faccio stavolta… Mi dovrò ritirare a trenta km dalla fine. Precipito in uno sconforto infinito: voglio correre, ma le gambe non rispondono più, sono dure come i chiodi. Provo ancora e ancora; i ciclisti sorpassano, salutano, ma ho ho solo voglia di piangere. La terza Nove Colli è lì a portata di mano ed io la sto distruggendo con le mie mani… Mi rassegno al passo svelto, sperando che questo serva a dare alle gambe un po’ di fiato. Risalite, ancora risalite; corro, poi torno a camminare. Trovo Walter, il presidente del Team Nordovest: un viso amico mi è immensamente d’aiuto in questo momento, anche se davvero avrei avuto tanta speranza di fare una figura migliore. Mi scatta qualche foto, mi dà appuntamento all’arrivo: già, all’arrivo… Non ci sarò, non con le mie gambe. Chilometri e chilometri di lacrime solitarie e calvario: non faccio altro che ripetermi in testa i conti dei km e delle ore che mancano, assurdi calcoli sulle medie per capire se, anche camminando, ce la posso fare… Come se non bastasse tutto il resto, ci si mettono anche i crampi. Mi tocca mettermi a saltare su un piede solo, alternativamente sulla gamba senza crampi. Non riesco proprio a gioire di tutto l’entusiasmo che i ciclisti mi urlano addosso…So solo che non ce la farò, prima o poi le gambe si bloccheranno del tutto. E non riesco a mangiare nulla ormai da troppe ore…
Il grattacielo di Cesenatico svetta all’orizzonte come un incubo. Alla fine della discesa, ancora venti infiniti km di piattissima pianura; ora che sono stravolta, patisco anche il caldo, che pure di norma amo. Ormai a correre ho rinunciato; cammino più svelta che posso. Di lì a poco compare il buon Giorgio: partito da Torino in treno, con la chiave della Zafira, è passato a prendere la mia bici e si è fiondato in soccorso. Tutto perché già ieri sera sbraitavo al telefono che non ce l’avrei fatta… Non so nemmeno io se essere contenta o arrabbiata; non riesco più a connettere. Beh, già in condizioni normali non è che io connetta granché. Ero angosciata all’idea che il mattoide arrivasse prima e risalisse la discesa del Gorolo contro il senso di marcia della granfondo: la strada non è chiusa al traffico, nemmeno a quello delle auto, ma il rischio da correre sarebbe stato alto. Qui in pianura, invece, la strada è larga. E poi la folla delle bici ormai è già più sfilacciata.
Sotto una cappa di calura, approfitto volentieri della bottiglietta di Coca che Giorgio estrae dallo zaino. Di mangiar la banana, invece, non c’è verso: il primo boccone va giù a forza, il secondo nisba. La focaccia non la tocco nemmeno. La compagnia mi è preziosa per sfogarmi, anche se il malcapitato finisce per fare da parafulmine. A furia di ripetermi che ce la farò, rischia davvero di essere catapultato in cima al grattacielo… Quando sono arrabbiata, ho un modo curioso di dimostrare gratitudine verso chi mi sta aiutando.
Quindici km, dieci km… Sei km. Che disastro, che disfatta. Avrei voluto arrivare correndo a braccia alzate… Invece nisba. Pian piano mi convinco che ce la farò: km mancanti e tempo, se la matematica non mente… Avviso Walter che non mi aspetti, sto strisciando come una serpe, ma lui è irremovibile. Meno cinque, meno quattro… E’ vero, sarà un arrivo ben poco glorioso, ma cavoli, son pur sempre 202 km camminati tutti sulle mie suole. Le suole delle Hoka, tra l’altro: esperimento perfetto. Giorgio fa del suo meglio per farmi chiacchierare e per ignorare le mie rispostacce. Il mio umore migliora davvero solo in vista degli ultimi cavalcavia… Puro dolore nelle salite e nelle discese. L’ultimo curvone, finalmente la zona del traguardo: ancora qualche giro, qualche svolta e poi… Il rettilineo finale, la folla ai lati che incita come se fossi la vincitrice, lo speaker che annuncia il mio nome… Seconda donna, nientemeno. A correre non riesco proprio più, nemmeno per finta, per onorare la linea del traguardo. Ma almeno adesso riesco a sorridere… Questa volta è stata dura davvero. C’è mancato poco che saltassi per aria… E invece è fatta. E’ finita, conquistata! Il prezzo pagato per tutto questo non conta già più… E’ troppo bello ricevere i saluti di tanti che sono rimasti apposta per aspettarmi, Michele, Best, Walter… E mi spiace non riuscire a connettere quel tanto che basta a ringraziarli come si deve. Sono troppo confusa.
In attesa di ricevere il mio trofeo, mi accascio sotto un gazebo, in cui vegetano già altri compari di corsa e volti noti. Man mano che la tensione si attenua, faccio più fatica a restare in piedi; mi accascio per terra, con la testa appoggiata alla sedia. Resto così per una mezz’ora, prima di rimettermi in marcia per la più devastante fatica della giornata. L’auto è a qualche km da qui, in pieno centro, e com’è ovvio ci si deve tornare a piedi.
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!