19/20 maggio 2018 – NOVE COLLI RUNNING 2018

Hey man, che cammini come me – dall’altra parte della strada…”

Se non ho fatto male i conti, è l’undicesimo maggio di fila che mi pongo la stessa domanda: il casello giusto è quello di Cesena Nord oppure il successivo? Prima da ciclista, poi da podista, comunque mai rassegnata al dominio del navigatore. Se non altro, ormai ho imparato che Cesenatico è segnata sul tabellone blu che precede l’uscita dell’autostrada. Quindi, se non è Cesena Nord, è la successiva. Infatti.

E’ però la prima volta che l’indicazione per Cesenatico non mi causa uno scompenso cardiaco né un attacco d’ansia. Se ne accorge e se ne stupisce anche Ivano, che ormai conosce bene le mie manifestazioni di panico pre gara. Ero tranquilla nei giorni scorsi e sono tranquilla stamattina, a meno di tre ore dal via. Non si tratta di fiducia nel sicuro successo dell’impresa, tutt’altro: una corsa da oltre 200 km, con soli sei giorni di recupero dalla precedente corsa da oltre 200 km, non è cosa che si possa dare per scontata. Già non lo sarebbe se la preparazione dei mesi precedenti fosse stata rigorosa e continua. Nel mio caso, dallo scorso settembre ho trovato in Luca l’aiuto di un ottimo allenatore, ma ho patito le conseguenze di una dolorosa ribellione dei piedi durata qualche mese, di un paio di periodi di febbre e raffreddore e, di conseguenza, di una buona dose di sconforto. Un po’ ci ho anche riso: finalmente, dicevo, anch’io ho un bell’elenco di infortuni e malanni da sciorinare alla partenza di qualche gara, come tutti i veri podisti. Però, ho temuto di non aver messo nelle gambe chilometri ed uscite lunghe a sufficienza ed avevo già sostanzialmente concluso che la mia scommessa, due gare da 200 km in meno di 10 giorni, sarebbe stata persa in partenza.

L’Ultrathletic Ardéche dello scorso fine settimana, 208 km per poco meno di 4000 m di dislivello, è stata la mia terapia d’urto. Distruttiva per le gambe ma provvidenziale, direi anzi salvifica, per il morale: conclusa in poco meno di 33 ore con ampio margine rispetto al tempo massimo, nonostante una crisi nera nerissima durata l’intera notte, mi ha restituito quella consapevolezza di esserne capace che mi mancava ormai da parecchio tempo. E l’entusiasmo, quello che nelle ultime gare affrontate durante la preparazione mi era mancato. Insomma: credevo di non avere più l’età, le gambe, la testa per dei massacri del genere. Ormai ero convinta di non essere più capace di soffrire. La corsa in terra francese mi ha restituito quel gusto.

Cesenatico è la seconda parte della scommessa. Nei sei giorni scorsi sono stata brava e tranquilla, non tanto per scelta quanto per necessità: due giorni passati a vegetare, sportivamente parlando, evitando qualsiasi movimento di muscol    i che non fosse di vitale importanza; qualche film guardato pedalando lemme lemme sulla bici da spinning; un giro in bici da una trentina di km senza alcuna pretesa; qualche mezz’ora sdraiata a terra con le gambe in alto appoggiate al muro e, soprattutto, una seduta di massaggi come si deve. Ma non mi aspetto certo che tutto ciò sia bastato a cancellare le tracce dello sforzo chiesto al mio povero corpaccione all’Ultra francese. Insomma, non so nemmeno io da dove arrivi questa perfetta tranquillità. Che Ivano abbia condito con qualche sostanza psicotropa i miei quattro etti di pasta della colazione? O i tre della cena? Non importa, qualunque sia il motivo, direi che il risultato è positivo e proficuo. Vedremo come andrà, passo dopo passo. Letteralmente.

“Ci faremo un gran culo”, sospiro. “Sì, ma tu parti avvantaggiata”, ribatte la mia scorta tecnica, alludendo alle dimensioni del mio posteriore. E come dargli torto? Nel frattempo, fendendo con l’auto le mandrie di ciclisti che già oggi affollano Cesenatico ed in particolare la zona della partenza della Granfondo Nove Colli, raggiungiamo il solito parcheggio alle spalle del Porto Canale. Sempre lo stesso da tanti anni, per me. Giornata limpida e calda, ci sarà da bruciacchiarsi al sole. Le previsioni non annunciano pioggia, né per oggi né per domani.

Ivano dismette i panni dell’autista ed indossa quelli della scorta tecnica in bici: non prima di aver frugato ovunque e smadonnato parecchio temendo di averli lasciati a casa, i panni, perlomeno quelli estivi. Per fortuna, la borsa con la maglietta ed i pantaloni corti da bici era solo nascosta in qualche angolo recondito della sua borsa. Sarebbe stata molto dura affrontare il caldo di oggi e di domani con la divisa felpata invernale.

Provvediamo all’organizzazione delle due borse con ricambi d’abito e rifornimenti alimentari da spedire al Barbotto, quarto colle al km 84, ed al Pugliano, settimo colle al km 136, nonché delle borse con tutto ciò che Ivano si scarrozzerà fin dal primo km. Altra operazione, questa, che fino all’anno scorso mi avrebbe causato sbalzi di pressione ed attacchi di panico e che oggi invece sbrigo con una flemma di cui io stessa mi stupisco. Nel frattempo, arrivano nei paraggi altri corridori. Ed un bellissimo ed accaldatissimo bovaro bernese che non posso esimermi dal coccolare.

La bici della mia scorta è un macigno, con due borse posteriori ed un borsello anteriore: non riesco nemmeno a sollevarla. Borracce per l’acqua, il the ed i sali; lattine di bibita energetica; panini con il gorgonzola, il primo tubetto di maionese, barrette varie di cioccolato, formaggette molli, un giacchino leggero per la sera, bande rifrangenti e la pila frontale per quando scenderà il buio, probabilmente al terzo colle o giù di lì. L’abbigliamento vero e proprio per la notte va nella borsa al Barbotto.

Quest’anno mi tocca nientemeno che il pettorale numero 1. In assenza della Brenda, la plurivincitrice della corsa femminile con tempi da record, ci sono io che di certo non mi distinguo per velocità, ma mi difendo per costanza. Se ce la dovessi fare a portare a termine la prova, questa sarebbe l’ottava volta consecutiva. Ora non rimane che aspettare la partenza: manca un’oretta, in cui tutti i corridori, a partire dal numero di pettorale più alto, il 169, andando a ritroso, vengono chiamati e disposti nell’area del via. Quindi a me tocca aspettare pazientemente la fine dell’appello, tra una chiacchiera e l’altra con gli altri podisti e con i ciclisti che sono venuti ad assistere all’evento. Con Ivano, già perfettamente calato nel ruolo di angelo custode a pedali, che mi rimprovera: “Devi stare seduta ed all’ombra!”. E, per dare l’esempio, si sdraia per terra tra il muro del Municipio ed un’auto parcheggiata.

Il discorso del Sindaco, la preghiera del parroco che, come ogni anno, mi sforzo di tollerare senza fare smorfie di disgusto: per fortuna, quest’anno, il microfono, che probabilmente in fatto di preti & affini la pensa come me, da un certo punto in poi si rifiuta di amplificare simili dabbenaggini e resta muto. Ogni anno è la stessa storia: se mai esistesse una qualche divinità, con tutti gli sfracelli che capitano in giro per il mondo, figuriamoci se avrebbe tempo e voglia di occuparsi di qualche decina di imbecilli in mutande che si distruggono di fatica per duecento km. Probabilmente si pentirebbe di averli creati e li incenerirebbe sul posto.

E poi, finalmente, sotto il sole caldissimo di mezzogiorno in punto e tra gli effluvi delle cucine dei ristoranti nei paraggi, si va. Andatura tranquilla e chiacchiere a ruota libera per i primi 21 km di pianura o salita impercettibile, attraverso i paesi e le frazioni che separano la partenza da Cesena. Rotonde accuratamente presidiate dai Vigili Urbani e dai volontari, code di automobilisti tutto sommato tolleranti: molti di loro sono ciclisti che parteciperanno domani alla granfondo, quindi a loro volta appassionati. Solo a Cesena qualche rimostranza dalle auto in attesa.

Dai primissimi passi è evidente che le gambe sono tutt’altro che sciolte e riposate. Non c’è da stupirsi, ma c’è da rassegnarsi: è come se i piedi fossero molto più pesanti del solito… Sarà dura, ma davvero dura, stavolta.

Ivano mi raggiunge a qualche km dal via: lo sento arrivare per via del grufolio del suino rosa di gomma che ha legato al manubrio. E’ la mascotte, già presente in parecchie altre gare. Per il momento, ho solo bisogno di bere: comodissima la borraccia con maniglia di gomma. Prima dell’attacco della prima salita ci sono due ristori, uno lungo la pista ciclabile sterrata e l’altro a Cesena: prendo lì qualcosa da mangiare, fette biscottate con Nutella e marmellata. Più una barretta di cioccolato che Ivano mi passa senza ammettere repliche.

Saluti ed incoraggiamenti anche dalle auto dell’assistenza, che mi sembrano, quest’anno, più numerose rispetto agli anni scorsi. Il mio numero 1 suscita una certa curiosità. Via via passano Ciro, Stefano con sorriso e sguardo fulminanti d’ordinanza, Alina e Francesco con la loro neonata Vittoria. E poi c’è Mario, il boss della gara, che passa avanti ed indietro a distribuire fragole.

Qualche nuvola, per nulla minacciosa, oscura a tratti il sole e concede minuti di refrigerio. Più avanti, sui colli, confido in un clima un po’ meno afoso, ma, per il momento, tocca resistere. In verità, questi primi angosciosi km di pianura e traffico passano molto più in fretta di quanto pensassi: senza troppo soffrire, sono già in vista delle colline e del punto di ristoro di Settecrociari. Mando avanti Ivano, nel caso volesse mangiare un piatto di pasta con calma. Per me è ancora presto: faccio una sosta rapidissima, un paio di pezzi di pane con la Nutella, e poi riparto. Il primo cancello orario, quello di Pieve di Rivoschio al km 57, è severo: meglio non perdere tempo.

Attacco al passo veloce la prima salita, quella del Polenta, che è insidiosa perché alterna strappi cattivi in salita a tratti di pianura ed addirittura di discesa. In salita si cammina e questo non è in discussione; tuttavia, quando la pendenza si attenua, mi sforzo di alternare una cinquantina di passi di camminata ed una trentina di corsa, per non costringere le gambe a muoversi sempre nello stesso modo. Altrimenti si inchiodano. E’ un’idea che ho sperimentato anche nella corsa in Francia, la scorsa settimana. Ivano è sempre nelle vicinanze, anche se qui il viavai delle auto delle scorte personali e dei furgoni dell’organizzazione rende difficile viaggiare fianco a fianco. Così, di tanto in tanto, prende vantaggio e va a dare un’occhiata ai gruppi che sono già più avanti, riferendomi il distacco per puro dovere di cronaca. Io non ho né il GPS né tantomeno l’orologio; ho spento ed imboscato il cellulare per evitare ogni possibile distrazione. Sbocconcello un bel pezzo di parmigiano, innaffiandolo con acqua e sali.

Poco prima di arrivare al colle, alle mie spalle un urlo straziante: “Oh, tutta ‘sta gggggente che fa er tifo e nemmeno uno che offre ‘na bbbbbbbira”, esclama un concorrente evidentemente ancora vivace. Uno degli assistenti fermi con le auto a bordo strada si tuffa nel bagagliaio e riemerge con una lattina: “Mo’ taa devi bere…”. La bbbbbira rimarrà il mantra di Ivano da qui alla fine, ahimé.

In cima al primo colle, la scorta mi costringe, mio malgrado, ad una breve sosta da seduta su una panca di pietra. “Stai seduta, appoggia la schiena, decontrai”, mi ordina. Va bene, ma solo per pochi secondi, il tempo di mangiare qualcosa e bere un po’ di Coca ed il primo sorso di birra della giornata. Poi via, subito in discesa. Gambe rigide e ginocchia non proprio entusiaste: il Polenta è irregolare in salita tanto quanto in discesa. Mi superano parecchi corridori, ma per il momento non è proprio il caso che io me ne preoccupi. La gara è ancora dannatamente lunga… Ed il prossimo tratto, oltre la fine della discesa, è un tratto di risalita lenta e rognosa, di quelli che non passano mai, soprattutto se fa caldo.

Passaggio davanti alle terme, tappa al punto di ristoro. Altra breve sosta, che questa volta accetto meno riottosa. Sono stanca: le gambe non accennano a sciogliersi ed il fiato non è quello dei giorni migliori. Qualche boccone, un paio di bicchieri di Coca e poi di sali. Mi alzo, riparto. Inizia qui, al bivio, il lungo tratto malefico. Pianura e risalite blande, che però, a volerle correre a tutti i costi, asciugano le energie. Ma devo fare il possibile per correre, altrimenti perdo davvero troppo tempo. Fiacca o non fiacca, ci devo provare. Ivano non mi molla di un metro: mi sa che ha capito benissimo la situazione. Un velocissimo saluto ad Alina, Francesco e la piccola Vittoria: ad un mese di vita, mamma e papà la portano già a studiare il percorso… Così si crescono i figlioli diritti!

Patisco, ma, se non altro, sono sempre in vista delle stesse persone, più o meno. Non sto perdendo terreno, a meno che lo stiano perdendo anche tutti gli altri. Una piccola folla circonda la fontanina sulla sinistra, ai piedi di una risalita. Si ferma anche Ivano, per fare il pieno alla borraccia con il the solubile. E di nuovo l’urlo straziante: “Quantaggggente, manco ci fosse a’bbbbira!”. Aridaje, ma allora è un vizio!

Mi raggiungono, in bici, Andrea & Andrea, che mi dicono essere impegnati nella Granfondo delle Nove Osterie. Dopo aver già caricato zavorra a Cesenatico, sono diretti al Barbotto. Bevete una bbbbbira alla mia salute!

Non ricordo quanto sia lungo questo penosissimo tratto fino all’attacco della salita di Pieve di Rivoschio. In verità, ha una lunghezza variabile in base a come sto. Riprovo lo stratagemma di alternare passo e corsa a tratti brevi. L’incoraggiamento di tutti gli assistenti degli atleti non manca mai: in particolare, un uomo alla guida di un auto con targa svizzera, che batte le mani sempre e comunque al passaggio di tutti e per questo soprannominato da Ivano “Uomo Nacchera”. Ristoro, altra breve sosta, ancora un po’ di saliscendi e finalmente si sale: finalmente, perché almeno si cammina. Ivano sparisce per un po’ e poi ricompare con un ghiacciolo: sono senza parole… Meglio, perché adesso non è il momento di far parole. Finito il primo ghiacciolo, dal borsello anteriore ne spunta un secondo. Comincio a pensare che il mio assistente abbia davvero poteri paranormali. Sta scendendo la sera, ma fa ancora tanto caldo… Ed il ghiacciolo è perfettamente integro!

Prima deviazione e sosta tecnica tra i cespugli. Prima di una lunga serie, mi sa: ormai mi conosco. Poi riparto e, di lì a poco, vengo raggiunta da un compagno di sventura che si domanda la ragione per cui è qui e medita di dedicarsi alle mezze maratone veloci. Intanto, il caldo si attenua. Cerco di correre i tratti in piano. Le colline sono bellissime con la luce calda del tardo pomeriggio. Poi, la fatica si attenua un po’ quando attacco la chiacchiera con Maurizio: incappare in qualcuno con cui ridere per qualche tratto è una gran fortuna. La testa per un po’ pensa ad altro. Al ristoro di Pieve di Rivoschio arriviamo con un buon margine, così sento dire, anche se non ho riferimenti precisi sull’ora ed ho proibito ad Ivano di darmeli. Mi siedo un momento per terra, mangiando pane, formaggio e uova e sorseggiando l’immancabile mezzo bicchiere di birra. Va bene, per ora. Continuo ad essere molto tranquilla. Due parole con Alina, che continua a seguire la gara.

Di nuovo in piedi, si riparte verso la discesa che proprio discesa non è, almeno all’inizio. Poco meno di sessanta km alle spalle. Ed un’enormità davanti. Però le gambe procedono benino. Ritrovo Maurizio, o meglio, mi raggiunge lui: ottimo, così ce la contiamo insieme per quei pochi insidiosi km fino all’attacco del terzo colle, il Ciola. Tratto breve di fondovalle, ma, anche qui, in leggerissima salita. Logorante, a volerlo correre a tutti i costi. “Ci si sceglie per farselo un po’ in compagnia, questo viaggio in cui non si ripassa dal via”, direbbe Ligabue. Anche se qui, dal via, speriamo di ripassare entrambi. Uno degli aspetti più belli di queste gare massacro è proprio il fatto che spesso capita di raccontare la propria vita, oppure ascoltare l’altrui vita, con persone sconosciute o quasi: talvolta riesce più facile con un compagno di gara che non con un amico di sempre oppure un familiare.

In salita cerco di allungare il passo, per non perdere troppo tempo. So che ne perderò in discesa, dove sono da sempre più lenta rispetto ad altri. Il Ciola non è lunghissimo: sono 6 km, ma abbastanza impegnativi. Ivano c’è sempre, ma rimane in disparte, vedendomi intenta a chiacchierare. Sa che è un momento buono. Arrivo in cima che non è ancora buio. Eppure mi pare di essere più o meno sempre arrivata qui già a sera inoltrata… Mah, forse ricordo male. C’è parecchia gente, tra assistenti e corridori. Molti hanno già qui il bagaglio per la notte. Mangio, bevo, chiedo ad Ivano il giacchino sottile, le bande rifrangenti e la pila frontale. Ma, quando riparto, qualcosa non va per il verso giusto. Necessità di una seconda sosta tecnica, urgente ed anche troppo lunga per i miei gusti. Evidentemente la pancia non ama la quantità effettivamente esagerata di cibo che ingurgito: però, guai se non lo ingurgitassi.

Ma non è solo la pancia a ribellarsi. Ci si mettono anche le gambe dure e la schiena che si lamenta ad ogni appoggio. Insisto con Ivano perché vada giù a Mercato Saraceno: inutile che stia qui al mio fianco, a consumare i freni. Per un po’ di km me la caverò da sola. Anzi, è proprio meglio che stia da sola. Sola con il panino al gorgonzola, perché, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare… Pancia o non pancia, io lo polverizzo.

Intanto arrivano i primi ciclisti della rando notturna, quelli che son partiti da Cesenatico alle 18. Bisogna essere lucidi e prestare la massima attenzione a correre a sinistra, perché la visibilità, anche se la notte è limpidissima, è quel che è. Questa discesa, come tutti gli anni, è la discesa delle lucciole, a centinaia nei cespugli a bordo strada. Arrivo ad accendere la pila frontale più avanti del solito. Ma che fatica e che male… Raggiungo l’abitato dopo aver attraversato un effluvio di caffé e dopo aver maledetto tra me e me un imbecille che attraversa la strada al buio, in compagnia del cagnolino senza guinzaglio, mentre arrivano i ciclisti. Ivano è lì che mi aspetta. In paese, un tavolino con alcune bibite, proprio accanto al dehor di un bar i cui avventori ci guardano con perplessità. Si torna a salire. A chiunque mi chieda come va, rispondo che il numero 1 è una grossa responsabilità, proprio nell’anno in cui è meno probabile che io riesca a portare a termine la prova.

Il Barbotto è uno strazio. Ed io so bene che, quando non va bene la salita, c’è qualcosa di serio che non funziona. Io adoro la salita, ma qui fatico, sbuffo, non riesco a respirare. Né a bere, né a rispondere alle battute di Ivano che evidentemente sta cercando di capire la mia condizione. E non è colpa delle famigerate rampe. Qualcuno mi sorpassa. Mi mancano le forze, al punto che la cima diventa ben presto un obiettivo che non sono più certa di raggiungere. Eppure mi stupisco, anche qui, di me stessa: in altri momenti, in altre edizoni, sarebbero già lacrimoni e sconforto. Stavolta no: sono disfatta ma non disperata. In cima dovrò fare una pausa lunga e ristoratrice: ok, la farò.

Ci arrivo, in vetta, appena in tempo per trovare una sedia su cui accasciarmi. Il punto di ristoro è grande ed affollato: riunisce i ciclisti della notturna, i podisti, gli accompagnatori. C’è il calderone della pasta, ci sono vassoi di ogni leccornia che però in questo momento non riesco nemmeno a guardare. Mi cambio, indosso i vestiti per la notte, come un automa: un volontario mi fa presente che c’è anche un piccolo locale spogliatoio, ma io non sono in grado di muovermi di qua. Ivano mi aiuta ad indossare la giacca, perché da sola non sono abbastanza lucida per farlo. Intanto cerco di trangugiare qualche forchettata di pasta, ma lascio il piatto a metà: evento più unico che raro e di una gravità inaudita, per me. Ad ogni modo, qualcosa nello stomaco l’ho messo… E adesso ci metto una pastiglia di antiinfiammatorio. Vediamo se basterà a debellare il mal di schiena. Mi alzo e mi accorgo che, tutto sommato, riesco a stare in piedi: ergo, carpe diem. Si riparte, non prima che uno dei volontari mi metta al braccio una fascia rifrangente e lampeggiante.

Mi attende un altro tratto difficile, di continui saliscendi tra i minuscoli paesini e le frazioni prima di giungere in vista di Sogliano al Rubicone. Pian piano mi riprendo, corro dove posso. Recupero qualche collega ed un po’ mi rincuoro. Tutto il resto ce lo mette Ivano, che trova mille argomenti per farmi chiacchierare e tenermi sveglia. E poi, quando finiscono gli argomenti di discussione, cominciano quelli canori. Sono io che insisto: a me piace tanto sentir cantare chi ha una bella voce. E lui ha una bella voce, anche se è restio. E nega di conoscere a memoria le canzoni che io gli chiedo. Così, tira e molla, passiamo dai Nomadi di “Io Vagabondo” a Zucchero, con la bellissima “Hey Man” cantata per intero ormai in vista delle luci di Sogliano e con il panorama del cocuzzolo di San Marino sulla destra. In effetti, non avevo mai considerato che quello potesse essere San Marino. Non si finisce mai di imparare, nemmeno all’ennesima Nove Colli! Canto anch’io, in discesa e stonata.

Al ristoro del bivio di Sogliano, km 97, arrivo con tutt’altra disposizione d’animo, allegra e fiduciosa. Qui si mangia sempre bene: cioccolatini, biscotti ricchi, torte, bevande in abbondanza. Terza sosta tecnica, questa volta più per approfittare dei miei adorati bagni chimici che per reale urgenza, poi ancora discesa, questa volta filata fino a Ponte Uso. Continua il karaoke senza musica, passato nel frattempo alle melodie del gruppo piemontese dei Trelilu. Altro ristoro, altro punto di controllo, altro goccetto di bbbbira. Ma riparto subito, perché il freddo adesso è pungente. Km 101, il giro di boa.

Riparto al trotto, mangiando una banana. Ancora qualche km di leggera salita. Dovrei allenarmi ai falsipiani, più che altro per questione di testa; non è possibile che io li tema sempre tanto. Raggiungo anche qui qualche altro podista; corro dovunque io riesca senza troppa fatica, alterno passo e camminata quando le gambe mi sembrano troppo affaticate. Buio pesto, ormai. Ivano mi porge un bel pezzo di formaggio grasso e poi una barretta di cioccolato. Ha ragione ad insistere: a volte farei a meno di trangugiare cibo, ma sarebbe un errore. Auto dell’assistenza che vanno e vengono: ci devono essere parecchi podisti nei paraggi. La salita del Monte Tiffi è una rampa severa, ma breve, che preferisco affrontare con un po’ di prudenza, tanto per vedere come va. Questa notte c’è un diluvio di stelle, là dove l’anno scorso c’era un diluvio vero e proprio. Si percepiva la fine della salita solo perché la strada sotto i piedi invertiva la pendenza, ma non si vedeva un tubo! Sul Tiffi c’è un punto di ristoro con sole bevande, che non ricordavo ci fosse gli anni scorsi. Bene Gian, dai, il prossimo è il Perticara ed in cima si mangia la pasta.

Giù in discesa, anche stavolta spedisco Ivano direttamente in fondo, per pietà dei pattini dei freni. Sono solo pochi km di discesa e va tutto bene. Il Perticara sale abbastanza deciso all’inizio, per poi spianare un po’ fino all’incrocio: qualche passo di corsa, anche qui, lo muovo. Svolta a sinistra, leggera discesa, si corricchia fino in paese. Comincio ad avere una fame robusta, ma va benissimo così: sulla piazza c’è il punto di ristoro coperto. E qui ci vuole una sosta seria. Una sedia, un bel piatto di pasta al pomodoro per me ed uno per Ivano, schiena appoggiata, gambe distese ed un po’ di riposo. Continuo ad essere tranquilla, tanto che la mia scorta confessa, senza timore di scalfire la mia fiducia, che sul Ciola e soprattutto sul Barbotto aveva perso le speranze di vedermi proseguire fino al traguardo. Beh, traguardo è una parola grossa. Da qui mancano poco meno di 90 km, un abisso. Però sto bene. Bisogna ragionare da un colle all’altro.

Caffé, altra visita ai bagni chimici e poi giù in discesa. Di solito, questa è la discesa in cui io vedo l’alba. Ma, questa volta, l’alba tarda ad arrivare. Con Ivano sempre vicino, raccatto un altro corridore, per un breve tratto. Patisce il sonno; lo coinvolgiamo nei nostri lucidi deliri. Correndo di buon passo, arriviamo al bivio a fine discesa che è ancora buio pesto. Cavoli, qualcosa non mi torna. Possibile che io sia in anticipo sulla tabella di marcia? In ogni caso, non importa. C’è ancora un sacco di strada per perdere l’eventuale vantaggio acquisito, non bisogna farsi illusioni.

Alcune secche rampe in risalita tra le cascine; il cielo comincia a rischiarare. Chiacchierando di record olimpici ed atlete donne che sembrano uomini, mi passa via in un baleno anche il tratto di stradone fino all’attacco della salita numero sette, il Pugliano. Quasi non ci credo. Sarei tentata di spazzar via la tranquillità con l’entusiasmo, ma è ancora presto, troppo presto. Quindi, altra breve sosta al punto di ristoro. Riparto, questa volta finalmente con il mio passo in salita. Le gambe, benché un po’ rigide, rispondono bene. Recupero ancora un paio di concorrenti su per i nove km del Pugliano: Ivano mi raggiunge dopo una sosta un po’ più lunga al ristoro, stupito di trovarmi già così avanti. Ha capito che, da qui, può osare la strategia del pungolo. Dopo la mia ennesima sosta cespugliosa, però. In effetti, oltre Maiolo, dopo un tuffo sotto il getto della fontanella per lavarmi la faccia incrostata di sudore, marmellata, Nutella e chissà cos’altro, riesco ad affrontare gli ultimi km di falsopiano correndo addirittura qualche tratto ed arrivando alle spalle di qualche podista che, di norma, viaggia ben più di me. La rocca di San Leo spunta già sulla sinistra. La giacca, ormai, negli ultimi km è davvero di troppo. “Stai andando bene, davvero bene”, mi ripete la scorta, che adesso ha indossato il cappello del motivatore. Trovo in cima la borsa con il cambio per il giorno: dieci minuti per darmi una parvenza di ripulita, cambiarmi, rinnovare lo strato di crema contro le abrasioni. Ho un insolito fiatone che non accenna a diminuire mentre mi cambio: sembro la ventola di un motore surriscaldato… Ma decido di non farci caso.

Riparto ed inchiodo immediatamente: ho dimenticato il ristoro! Torno indietro, prendo una tartina con il formaggio spalmabile ed un uovo sodo. Ivano si fermerà ancora un po’ per riorganizzare il bagaglio. Pochi km di curve su uno stradone largo mi portano proprio sotto la rocca. La stradina che si imbocca successivamente fa il giro della rocca e passa proprio vicino all’imponente frana che già da qualche anno attira la mia curiosità. E quella della scorta, che nel frattempo mi ha raggiunta e si ferma a scattare qualche foto. Un enorme blocco che si è staccato tutto intero dalla montagna ed è precipitato giù: come un pezzo di parmigiano spezzato con l’apposito coltello tozzo, osserva Ivano. In effetti. Chiunque si fosse trovato sul prato in cima al blocco crollato, si sarebbe probabilmente ritrovato nella stessa identica posizione un centinaio di metri più giù… E chissà cos’è stato a far staccare di netto quel gigantesco blocco. Ci immaginiamo il campeggiatore che pianta il picchetto della tenda e, FRRRAN, fa precipitare tutto!

La giornata si preannuncia molto calda. Prima ancora di arrivare a fine discesa, rendo ad Ivano la canottiera, restando in top, pantaloncini e trippe al vento, a beneficio dell’abbronzatura a strisce. Nel frattempo, mi raggiunge Maurizio, che sta per salutare i due amici che gli hanno dato un po’ di assistenza e conforto psicologico nella notte. Ammirevoli davvero!

Sul ponte prima dell’abitato e poi fino al ristoro, un paio di km insidiosi, riesco ancora a correre. E’ un ottimo segno. Ivano mi ha preceduto a fondo discesa. Due minuti di sosta al ristoro del km 147, poi ancora in salita. Il Passo delle Siepi è senza dubbio la salita più facile. Comincia qui, come sempre, il viavai di turisti e ciclisti non in gara che vanno a conquistare i posti migliori per assistere al passaggio della granfondo, partita da Cesenatico stamattina alle 6. I ristori per i corridori in bici sono in corso di allestimento. Maurizio, partito con me, rimane appena un po’ indietro, ma so che mi riacchiapperà in discesa. Raggiungo senza problemi lo scollinamento: da qui a Ponte Uso, secondo passaggio, ci saranno sei o sette km, più o meno. Vedo che Ivano sbadiglia, pover’uomo: comincia a far caldo ed il sonno morde. Mi faccio dare l’ultima formaggetta molle e lo spedisco giù a Ponte Uso, a fine discesa, con la raccomandazione di piazzarsi in un punto visibile. Affronto la discesa con cautela, cercando di soppesare la condizione delle gambe tra un boccone di formaggio e l’altro. Il viavai dei ciclisti è già intenso. Anche per questo, vedendo oltre una curva un cagnolino giovane uscito dal cancello di una casa, mi preoccupo non poco. Gli faccio due coccole, ma è il mio formaggio che vuole. Volentieri gli cedo l’ultimo boccone, ma il marrano continua a seguirmi: torno indietro di qualche decina di metri, fino a casa sua, ma nel cortile non vedo anima viva. Suonare il campanello mi pare eccessivo… Alla fine, idea geniale: gli lascio anche l’involucro di carta, che il piccoletto si porta trionfante a casa, pronto a distruggerlo. Non sarà il massimo della civiltà da parte mia, ma non sarei riuscita altrimenti a convincerlo a lasciarmi andare, con il rischio di essere investito e di far cadere qualche ciclista appena dietro al tornante. Civiltà sarebbe stato, da parte dei suoi padroni, fare in modo che non uscisse proprio oggi!

Vedo dall’alto i primi gruppetti di ciclisti che oltrepassano Ponte Uso e si dirigono verso il Tiffi, lo stesso giro che abbiamo fatto noi podisti. Ma sono pochi: il grosso della truppa deve ancora arrivare. In fondo alla discesa, li incrocio per qualche centinaio di metri, loro diretti in un senso, io nell’altro, verso il Gorolo. E, tutta presa dall’attenzione a non farmi investire, soprattutto nel punto in cui quelli, in discesa dal Barbotto, allargano la curva, riesco a non vedere Ivano, fermo lì da qualche parte. In un punto, a suo dire, evidentissimo. “Sarà andato al ristoro”, penso. E proseguo. Invece, me lo trovo a fianco, di lì a poco. Al ristoro del km 160 arrivo già provata dal breve tratto di pianura al caldo ed abbastanza angosciata all’idea di dover percorrere altri nove km di saliscendi impietosi. Ma ormai è tutto lì, pianificato: questi nove km, poi il Gorolo, poi gli ultimi trenta. Potrebbe anche essere fatta, salvo sorprese.

Affronto la caldissima pianura con Maurizio, cercando di non dar troppo peso alla calura ed al traffico lungo questo tratto di strada. Auto, moto, ciclisti… Al rotondone, deviamo per un tratto all’interno del paese, lasciando fuori, sulla circonvallazione, tutto il caos. Ma è una tregua che dura poco. Ci si ricongiunge allo stradone: di lì a poco, le prime moto della Polizia con la sirena, le prime ammiraglie ed il gruppo di testa della gara. Una decina di ciclisti ad andatura neanche poi esagerata. La strada rimane aperta al traffico: gli agenti fanno accostare i veicoli che arrivano in senso contrario per il tempo del passaggio dei gruppi di ciclisti, nulla più…

L’ultimo tratto che precede il bivio per il Gorolo è in leggera salita e si cammina. Punto di ristoro, bevo e prendo un paio di fragole. Gorolo, a me: l’ebbrezza dell’ultima salita e gli incoraggiamenti del pubblico fitto a bordo strada. Anche Ivano, ormai sicuro anche più di me del successo dell’impresa, mi segue e mi incoraggia, danzando su per le rampe con la sua bici macigno. Intanto arrivano altri ciclisti, in piccoli gruppi o alla spicciolata: sono ancora tra i primi, scattano su per le rampe come camosci. Però il pubblico, per noi podisti, ha un occhio di riguardo ed un entusiasmo tutto particolare.

La vetta arriva, anche stavolta, più in fretta di quanto pensassi. Breve sosta al ristoro, sempre seduta, ed all’immancabile bagno chimico. Potrei quasi quasi chiedere di fare il testimonial per la Sebach: ho esperienza sul campo, ormai! E poi si riparte. Con calma, mi raccomando. La salita non è affatto finita; da qui a Cesenatico ci sono ancora millemila tratti di leggera risalita, a questo punto distruttiva per le gambe. E mancano ancora pur sempre trenta km, troppi per lasciarsi prendere dalla foga. Ergo, si cammina su ogni risalita, si mangia in abbondanza perché la fame adesso è furiosa, si beve tantissimo perché il caldo non concede tregua, ci si butta di continuo addosso acqua che evapora in pochi minuti. Risalite dopo risalite, fino al punto di ristoro a Borghi, dove mi accomodo qualche istante sul marciapiede. Ormai il serpentone di ciclisti è continuo: bisogna prestare la massima attenzione a stare sulla sinistra e sperare che nessuno allarghi troppo le curve… Con i brividi ogni volta che un veicolo sale in senso contrario alla corsa. Me lo domando ogni anno, come sia possibile lasciare aperte le strade con migliaia di ciclisti che si riversano in discesa, senza che sia mai accaduta una carneficina.

Calma, calma, calma. E pazienza, la parola magica. La scia colorata di ciclisti mi evidenzia, davanti, i tratti di strada che devo ancora percorrere, ora che la pianura si allarga giù nel basso ed il grattacielo di Cesenatico è ormai evidente. Tanti in bici mi riconoscono e mi salutano, tanti salutano ed incoraggiano senza conoscermi. Una parola di incoraggiamento c’è per tutti e questo aiuta molto.

Mancano venti km, meno di venti km. Uno dopo l’altro, te li porti via. Saranno poco più di due ore di patimenti. Butto la testa sotto ad una fontanella. Ivano mi propone un ghiacciolo, che accetto volentieri: di lì a poco, eccolo che arriva, con un ghiacciolo per me ed uno per sé. Ecco, lo so. Non è ancora fatta, ma, se ce la faccio, gli devo metà dell’impresa. E’ stremato più di me, eppure teso come una corda di violino per captare qualsiasi segnale, conscio od inconscio, da parte mia. Devo farcela, glielo devo!

La discesa, solo per un breve tratto vera discesa, va a scemare tra i capannoni della zona commerciale di Gatteo. Da qui, una sequenza infinita di rotonde, su uno stradone trafficato e nero di catrame, su cui il calore del sole si riflette e cuoce le gambe. Dal punto di ristoro, sono quindici km. Solo più quindici. E sto recuperando concorrenti. Non è la classifica che mi interessa, ma il confronto mi serve per capire come io stia rispetto agli altri. Non mi siedo, riparto subito. Ancora stradone, ancora rotonde, noi podisti a sinistra, i ciclisti lanciati in velocità a destra, Ivano che continuamente mi porge da bere e mi spinge a mangiare ed a bagnarmi. Ha ragione a dire che ormai i cibi pesanti non mi servono più, ma il mio stomaco non è dello stesso parere e chiede sostanza: quindi, il tubetto della maionese deve sempre essere a portata di mano. Ma anche, al ristoro dei meno dieci, zollette di zucchero e succhi di frutta. Vorrei provare ad allungare, ma non me la sento ancora: le gambe vanno, ma mi sembra di essere sempre al limite della fiacca pesante. Meglio che morda il freno ancora un po’: tanto, anche così, vedo che riesco a recuperare altri concorrenti. E’ solo all’ultimo ristoro, a circa cinque km dalla fine, che tento il tutto per tutto. Complice un distributore di acqua frizzante, l’unica “casetta dell’acqua” che abbiamo incontrato in tutto il giro, ed un succo di frutta prelevato al tavolo e bevuto lungo la pista ciclabile. Ormai il grattacielo è talmente vicino che sembra di poterlo toccare con mano, anche se, al momento, il mio unico desiderio è di poterlo abbattere a cannonate. L’acqua frizzante va benissimo sia da bere che da buttarsi in testa: è gelata, ma non è il momento di sottilizzare. All’ingresso del viale chiuso alle auto decido l’ultimo allungo: mancano poco più di tre km, mancano gli ultimi due maledetti cavalcavia. Poi il curvone dello svincolo, la zona arrivo con la folla di persone che applaudono, il rettilineo finale verso l’arco. Una gioia incontenibile: ecco, adesso sì, posso mettere da parte la flemma. L’arco è proprio lì. E invece no: quest’anno, niente arco insieme ai ciclisti. Appena prima, si apre una porticina sulla sinistra; a noi corridori tocca passare di lì. Benissimo: salto sul marciapiede, travolgo letteralmente un incauto passante sulla sua bici da passeggio, raggiungo l’arco piccolino a misura di podista, con Ivano al seguito. Ottavo successo consecutivo. La mia fida scorta mi mostra l’orologio: le 15.22. Significa 27 ore e 22 minuti o giù di lì: il mio miglior tempo su questa gara. Migliore nonostante gli anni che avanzano; migliore grazie alla paziente preparazione su cui il coach Luca ha fatto il possibile per instradarmi dallo scorso autunno, nonostante la mia indisciplina; migliore, chissà, probabilmente grazie anche ai duecento km della settimana scorsa, che hanno portato beneficio e fiducia ben più di quanto abbiano penalizzato le gambe. Migliore, soprattutto, grazie all’insostituibile aiuto di Ivano: gara guadagnata in due, al limite del doping. E sì, grazie anche a Zucchero, almeno un po’. E sono talmente elettrizzata che quasi non riesco a star ferma per le foto di rito!

A questo punto, anche se siamo a metà pomeriggio, mettersi in auto per tornare a casa sarebbe la strategia più sicura per fare in modo di non correre la nona Nove Colli l’anno prossimo. Cerchiamo una sistemazione dell’ultimo minuto all’albergo convenzionato con la gara, l’Hotel Anthos di Valverde di Cesenatico, e la troviamo, in effetti. L’ospitalità romagnola è sempre proverbiale. Lunga doccia bollente, molto più lunga per me. Poi, mentre io combatto la fame attaccando quanto di edibile trovo ancora in fondo alle borse da bici, Ivano si sdraia sul materasso. Le sue ultime parole: “Mi puoi passare l’altro cusc…”. Piomba il silenzio. Mi giro, lo guardo: deve essere svenuto. Un attimo di panico, benché io stessa non sia più molto lucida. Avvicino la mano al suo naso: respira… Anzi, russa, direi. Perfetto. Del viaggio di ritorno si riparla domani mattina!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!