19 dicembre 2009: da Ceva a Genova, di corsa

Con la luce spenta in cucinino, tiro su pian piano la tapparella, per non fare troppo rumore; non credo che la massima ambizione dei vicini sia quella di essere svegliati di soprassalto alle due e mezza del mattino. Non si sente alcun rumore, e già questo è un pessimo segno: le notti carmagnolesi, di solito, s’accompagnano ad un suono continuo, sordo, che nasce forse da qualche stabilimento industriale; di tanto in tanto, poi, la corsa del treno. Un silenzio così immobile può voler dire una sola cosa: neve. L’alone di luce del lampione, all’altezza del mio naso, dall’altra parte della via, illumina una miriade di fiocchi bianchi, in moto pigro verso l’asfalto. Non c’è che dire, l’ideale per una vera atmosfera natalizia: cosa che mi fa orrore al solo pensiero.

Rimugino tra una cucchiaiata di Nutella ed una sorsata di caffé: ma sarà poi il caso di partire lo stesso? Anche con questo tempo? Tendo l’orecchio; mi sembra di percepire in lontananza il rombo di motori; forse i trattori per la pulizia delle strade sono già all’opera. Vale la pena di correre questo rischio? Me lo domando, ma so benissimo che la risposta è già arrivata da un pezzo. La parte razionale di me fa il suo minimo sindacale di lavoro; prova ad insinuare il dubbio. Un po’ come il cane da guardia che si limita ad un paio di latrati d’ordinanza, quando passi davanti al cancello di casa sua, e poi torna soddisfatto alla cuccia e si riaddormenta al sole. Il suo dovere l’ha fatto; da lì in poi, potresti sfilargli la ciotola da sotto il naso; non se ne accorgerebbe nemmeno. Le previsioni meteo, per oggi e domani, hanno promesso temperature siberiane, ma giornate limpide e serene: vero, in questo momento sta nevicando, ma presto smetterà. Deve smettere. Incredibile, quanto io sia capace di convincermi della bontà di ciò in cui voglio credere. Infatti, verso le tre e venti, quando metto il naso in cortile, per terra è tutto bianco, la temperatura è gelida… Ma dal cielo non cade più nulla.
Con le mani doloranti per il freddo che morde le falangi nude, a fatica apro il lucchetto e sfilo la catena che chiude il precario cancello. Intanto ripasso la lista del bagaglio: la luce frontale c’è; la giacca da bici nera e l’altra giacca impermeabile ci sono; cioccolato, barrette, un paio di magliette per cambiarmi una volta giunta a destinazione, ci sono. Le solite trenta manovre per estrarre la Opel dal cunicolo; un giorno o l’altro, qualche fanale resterà contro il muretto, è solo questione di tempo. Le leggi dell’ottica mi sono oscure; gli specchietti ci sono, sì, ma riescono solo a confondermi le idee, e poi, possibile che un’auto in retromarcia non percorra mai una linea retta, bensì una serpentina?

Richiudo garage e cancello curando di non fare troppo rumore; il rischio è che qualche vicino di casa mi scambi per un malintenzionato e mi accolga a fucilate. Chissà poi perché è normale rientrare alle tre e mezza da una notte brava, e non lo è uscire alle tre e mezza per un giorno da leoni.
Se c’è una cosa che mi è chiara fin da subito. È che non sarà una passeggiata. E non parlo dell’ambizione podistica che ho in mente per oggi. Quella, sì, sarà tutt’altro che una passeggiata: ho pensato di partire, di corsa, da Ceva, ed arrivare a Genova, per coniugare un allenamento su lunga distanza, circa ottanta km, ad una sorpresa da colpo apoplettico per il povero Matteo, già oberato di lavoro in negozio sotto Natale. “Vorrei tentare una mattana – gli avevo già annunciato – ma ti dirò di che si tratta, se e quando l’avrò portata a termine”. Mi conosce bene, ormai, ma non credo abbia intuito il senso recondito delle mie parole.
Più arduo dell’impresa sportiva in sé, però, sarà il preambolo. Mi bastano cento metri di strada per capire che la Opel, sulla patina di neve e ghiaccio e senza gomme termiche, è semplicemente ingovernabile. Il pedale del freno, meglio dimenticarlo; quanto alle curve, a più di trenta all’ora non si gira, semplicemente si scivola dolcemente di lato. Dolcemente, a patto di non incontrare sulla propria traiettoria uno di quei demenziali cordoli di cemento con cui qualche mente illuminata ha ben pensato di strozzare le due corsie, già sacrificate, della strada che porta al casello della Torino Savona.
La città è deserta: si muovono solo i mezzi spartineve, appena usciti dai loro depositi, ancora ingolfati e tossicchianti. In autostrada, la situazione non migliora, anzi. La patina di neve nasconde quasi del tutto le righe bianche che delimitano le corsie; in più, come se non bastasse, ci si mette anche la nebbia. Viaggio nel nulla, a venticinque, trenta all’ora, strabuzzando gli occhi per scorgere, uno dopo l’altro e solo uno per volta, i tratti bianchi alla mia sinistra. Unghie conficcate nel volante, nervi a fior di pelle; una sorta di terrore controllato: il cuore batte all’impazzata, eppure il pensiero è più che mai fermo su un unico proposito. Certo, un osservatore esterno potrebbe pensare che mi trovo in difficoltà, per non dire che mi trovo a far fronte ad un certo qual rischio, insomma che sto affogando nel guano, ma… Niente panico. Come spesso mi capita di pensare quando realizzo di essermi cacciata in un guaio: “Tanto ormai sono qui… Non ho altra possibilità se non quella di tirare dritto”. Dritto, più o meno, perché la vecchia bagnarola sembra essersi dotata, per magia, di servosterzo ed ogni altra diavoleria di quelle che permettono di muovere il volante con un dito: di solito ci vogliono i bicipiti di un camionista lituano, ma non quando si viaggia su una lastra di neve ghiacciata.
Attraverso la nebbia fitta si intravedono i lampeggianti arancioni dei primi mezzi spartineve, che accennano appena adesso a mettersi in movimento e per ora fanno la gimcana solo nelle aree di servizio. Lo credo; avran pensato: “Prendiamocela comoda, che tanto non ci sarà alcun deficiente che si mette in viaggio a quest’ora ed in queste condizioni”. Errore, uno c’è, anzi, una! Il mio viaggio è una lunghissima agonia. L’idea di raggiungere Ceva per le quattro e mezza è una pia illusione, ormai. Rimugino conti su conti: ottanta km a piedi, in autonomia, richiederanno dieci, undici ore; partendo alle quattro e mezza, avrei potuto raggiungere il negozio di Matteo giusto in tempo per la riapertura pomeridiana. Se tardo, boh… Mal che vada, il pomeriggio è lungo; dovrò rassegnarmi a rivedere la tabella di marcia.

Sono le cinque e ventinove quando spengo il motore della Opel, parcheggiata sotto una provvidenziale tettoia di fronte ad un grande piazzale bianco e deserto, a Ceva. Le braccia che quasi dolgono per la tensione della guida, un sospirone di sollievo al pensiero che, se non altro, le gambe saranno più facili da comandare. I termometri che ho potuto leggere, al casello dell’autostrada e qui in paese, sono più o meno concordi nell’annunciare la nuova glaciazione: meno nove, meno dieci. Stipo nello zaino il telo termico, la giacca GoreTex, un paio di maglie ed una felpa per cambiarmi quando sarò giunta a destinazione; addosso ho una canotta traforata, un pile alla pelle con collo alto, una maglietta con le maniche corte sopra, un gilet e la giacca da bici invernale più spessa che ho. Oltre al berretto di pile, due paia di guanti, calze invernali al ginocchio e pantaloni lunghi, un po’ sottili per la verità, ma tanto le chiappe non patiscono. Movimenti frenetici: non devo lasciarmi il tempo per domandarmi se tutto questo ha un senso o no; altrimenti, è la fine. Sonno e freddo pungente sono lì in agguato; fortissima la tentazione di appoggiare la testa al sedile, imbozzolarmi nel piumone e riprendere il sonno interrotto troppo presto. Non sia mai. Spalanco la portiera, mi butto fuori; controllo in modo quasi ossessivo di avere con me tutto il necessario: in una giornata così, dimenticare qualcosa potrebbe essere drammatico. Nel piazzale, due ambulanti del mercato trasferiscono merci da un camioncino all’altro; qualche quadratino di luce fa già capolino sulle facciate dei palazzi. A fatica riesco ad infilare il gancetto dello zaino nell’anello metallico della chiave dell’auto; le dita sono già quasi inservibili. Due paia di guanti, quelli sottili di simil-seta, già sforacchiati in più punti, e quelli un po’ più spessi, che non se la passano molto meglio.

Via di corsa, per fortuna in salita: il freddo aggredisce in un attimo mani, piedi e faccia. Primi passi di una lunghissima galoppata, beh insomma, galoppata da ronzino; sono le sei meno un quarto e già qualche auto si mette incerta in movimento, su per i due ampi curvoni che vanno verso la rotonda dell’autostrada. Crepitio di ruote sul ghiaccio; qualche passante intabarrato, nascosto da enormi cappucci da cui non spunta un naso, ma solo una nuvola di fiato, passi frettolosi e sommessi gemiti per il gelo. Qualche cappuccuio si volta verso di me, ma solo per un breve istante; per lui, di sicuro, io non sono altro che il residuo immateriale di qualche incubo notturno interrotto. In compenso, le mie gambe patiscono tutto il peso della mia concretezza: i muscoli infreddoliti sono rigidi, refrattari, anche se la salita vale a dar loro un minimo di brio, ed una vampata di calore lungo la schiena. Tra giacchino e nastri rifrangenti, credo di essere ben visibile; non devo però dimenticare che un’auto, in queste condizioni, non può permettersi brusche frenate: ergo, devo drizzare le orecchie ed essere ben pronta a saltare via dalla strada non appena avverto un motore alle mie spalle. Non posso pretendere che il pilota standard sia pronto a reagide alla presenza di un podista, di notte in pieno inverno, lungo uno stradone.

Alla rotonda, svolto a sinistra, direzione Montezemolo. Passi ancora incerti: qui, la strada è stata più o meno pulita, ma la neve impastata con il sale ed il ghiaino non è certo un fondo d’appoggio più affidabile del ghiaccio. Correre, devo correre, questo è poco ma sicuro; l’alternativa è congelare, ancor più di quanto già non stia accadendo. Mi lascio alle spalle le luci della città: d’ora in poi, alberi e capannoni e case isolate sono solo sagome incerte. Tutt’intorno è grigio, il riverbero della luce sulla neve, che arriva da chissà dove e sembra amplificata. Silenzio pesantissimo. Di tanto in tanto, un alone di luce che si avvicina lentissimo, di fronte a me o alle mie spalle, allungando la mia ombra; qualcuno forse diretto al lavoro, qualcun altro con gli sci sul tettuccio. Tutti alzano gli abbaglianti, rallentano, poi tirano dritto; io corro quasi in mezzo alla strada, mi sposto solo all’occorrenza, per evitare, ove possibile, le lastre di neve schiacciata e gelata. Ancora nessun cenno di vita nei piedi; sembra che il sangue non ci arrivi più. Non arriva nemmeno alle mani; le dita sono rigide, gonfie, per quanto io le scuota. Ce la farò? Conosco bene l’itinerario, per averlo già percorso in bici; se non altro, ho già un’idea più o meno precisa delle distanze. Se non altro, schiena, torace ed orecchie sono caldi. Odio il freddo alle orecchie. Il collare di pile rimanda verso l’alto il mio fiato, che si condensa sugli occhiali. Mi distraggo pensando alla riviera: è lunga, Gian, ma prima o poi ci arrivi… Prima o poi verrà giorno. E’ così opprimente il buio.

Alla rotonda, imbocco la strada che va verso Sale Langhe, a sinistra. Vado a memoria: con le lenti degli occhiali bagnate, è ben difficile decifrare il cartello stradale, anche se i caratteri sono giganti, a prova di miope. Qui realizzo subito, con orrore, che questa strada non è stata pulita affatto: la coltre di neve è lì, proprio come ce l’ha disposta Madre Natura; pochi centimetri, ma di crosta dura e scivolosa. L’impronta che lascio è appena accennata. Leggera salita; la luce della frontale, al suo livello minimo, illumina un alone, pochi metri davanti a me. Approfitto dei solchi tracciati dalle ruote di qualche automobilista temerario; il manto bianco è spesso intaccato dalle orme nitide di animali. Lepri, gatti, forse volpi, chissà; le tracce più profonde, però, appartengono senza dubbio a qualche bestia più pesante. Cinghiali, credo. Altre impronte che corrono lungo la strada, poi spariscono verso i capannoni. Fruscii improvvisi nella boscaglia; il cuore mi schizza in gola, eccolo qui il coraggio. Punto il fascio di luce contro i cespugli, non vedo nulla. Confesso, però, che le luci dell’abitato mi fanno tirare un sospirone di sollievo: qualche capannone, qualche casa isolata si alternano alle viti che sembrano file di merletti bianchissimi. Le prime luci alle finestre; qualche cane svegliato di soprassalto ad ora inurbana, qualche auto parcheggiata e sepolta, tempestata di brillantini di ghiaccio. Corro di buon passo, per quanto la salita ed il pensiero della lunga distanza mi permettano; in cielo, per ora, nessuna stella, ma non mancano le luminarie natalizie. Ricordo di aver letto da qualche parte una considerazione tragicamente realistica: per undici mesi l’anno, ci imbottiscono di esortazioni al risparmio energetico, e poi guarda qui, sotto le feste, alla faccia del risparmio. Luci a profusione, colori intermittenti, sguaiati che nulla hanno a che vedere con il silenzio discreto del buio in un piccolo paese qual è Sale Langhe, con la sua minuscola stazione ferroviaria, la via principale, qualche bottega ancora chiusa. E nessuno in giro, nemmeno un’anima, a piedi; solo un paio di auto, due vecchi fuoristrada di quelli che non s’impressionano per la neve, per le pendenze, per le strade difficili. Altro che i moderni, pretenziosi e prepotenti SUV.

Oltre il paese, la strada si arrampica con alcuni tornanti; un po’ di sana fatica che mi riscalda le ossa. Non capisco se siano ancora le nuvole, a nascondere le stelle, o quella nebbia che ha funestato il mio viaggio in autostrada. Da qui in basso, però, la vista è ampia e limpidissima: sto prendendo quota sulle luci di Sale Langhe; passa il treno, credo il primo della giornata. Qualche lampione mi permette di risparmiare la luce della frontale; devo però prestare attenzione a non scivolare sul sale: non si può dire che la strada sia stata pulita, ma certo di sale non s’è fatta economia! Sembra una battuta di dubbio gusto, ma di lì a poco raggiungo un’altra Sale: San Giovanni, stavolta. Da qui in avanti, è buio pesto sul serio. Ricordo un lungo tratto di salita dolce, più o meno dritta, prima dell’immissione sulla strada alta tra Murazzano e Montezemolo; infatti, corro per un bel po’. Difficile trasferire a piedi l’idea di distanza che arriva dalla bici. Non riesco a regolarmi. Però ho la netta impressione che la notte stia volgendo il termine. La foschia che mi avvolge sta digradando dal nero più pesto verso il grigio. Latrati rabbiosi di cani che devo proprio avere mortalmente offeso: nascono chissà dove, giù dai pendii, da cortili che nemmeno riesco a vedere, e mi seguono a lungo, pur senza muoversi dal limite del loro territorio. Per la verità, in qualche momento ho il sospetto che la fonte del poderoso abbaio mi si stia avvicinando. Tendo l’orecchio: se il bestione spuntasse nei miei paraggi, non potrei fare altro che immobilizzarmi. Sì, potrei forse rifilargli un pezzo di cioccolato, ammesso che il fondente o il nocciolato Novi siano di suo gradimento; se gli offrissi la barretta, mi morderebbe di sicuro, se non altro per lo sdegno.

Ma non c’è nessuno alle mie calcagna. Immersa in una bolla di ovatta, raggiungo l’incrocio con la strada alta che conduce a Montezemolo. Scopro con un certo disappunto che la pulizia del fondo stradale, anche qui, lascia a desiderare. Guato a destra ed a sinistra, freneticamente, a caccia di un buon posticino per una sosta tecnica: ci ho già provato, qualche km fa, ma naturalmente, nell’istante in cui mi accingevo all’arduo compito, ho sentito sopraggiungere un’auto. L’unica, o quasi, che abbia incontrato lungo l’intera salita, ovviamente nel momento meno opportuno. Ma ora o mai più: a certe attività è più discreto dedicarsi con il favore delle tenebre. Terribile, però, sfiorare la chiappa e rendersi conto che non s’è sentito nulla. Non è possibile, chi mi ha fregato la chiappa? No, non è un furto; il prezioso carico di adipe è ancora al suo posto, solo che è talmente congelato da aver perso la sensibilità. Sarebbe l’occasione ideale per farmene tagliar via qualche fetta, a mò di prosciutto, senza percepire dolore.

Altrettanto arduo è riscaldare, un’altra volta, mani e piedi, che nella pur brevissima sosta sono ibernati all’istante. La strada è un tappeto di brillantini di ghiaccio; i tronchi degli alberi, anch’essi bianchi, sembrano minacciosi tentacoli. C’è un po’ di movimento in più, ora che circolano gli studenti. Dovrei scorgere il generatore eolico, da queste parti: sono sicura che ci sia… Ma oggi è mimetizzato nella nebbia. Un leggerissimo venticello gelido s’infila giù per il collo della giacca, nonostante il collare di pile.
Montezemolo si sta appena appena risvegliando dal torpore della notte gelida; qualche anziano incespica tra neve e ghiaccio per raggiungere la botteguccia del paese. Camini che fumano, un gatto che mi osserva perplesso dall’angolo di un precario ballatoio in legno. Il castello finalmente in via di ristrutturazione. E poi la rotonda: in altri tempi, affollata di centauri… Oggi ci sono due anziani con il giornale sottobraccio. Ormai è chiaro. Imbocco lo stradone che va giù a Millesimo: molto meno sgradevole percorrerlo a piedi, che non in bici. Ghiaccio ovunque: rischio uno scivolone nel momento in cui il piede ricade su uno dei giunti metallici del ponte, viscido come il sapone. Ma uno spettacolo attira d’improvviso la mia attenzione: uno spicchio, rosso color del fuoco, spunta appena oltre il costone della montagna, delineandone il contorno altrove confuso dalla nebbia. E’ proprio la foschia fitta che mi permette di fissare, senza timori per la retina, il sole che sorge; nebbia, il disco rosso che spicca nel grigio e, più su, i contorni della foschia che si sfilacciano, proprio come fiocchi di cotone. Uno spettacolo impareggiabile, che per un attimo mi fa dimenticare persino il freddo pungente, la faccia e le mani che dolgono.

La lunga galleria è uno dei momenti di sollievo più intensi che abbia mai vissuto. Non su può certo dire, in assoluto, che qui dentro faccia caldo; ma, in confronto alla Siberia che c’è fuori, qui si sta quasi bene. I muscoli sembrano un po’ più disposti a fare il loro dovere; il naso riprende sensibilità; riesco persino a sorridere, senza che i muscoli del viso si contraggano in una smorfia dolorosa. Ma ho già il terrore del trauma da fine galleria… Trauma che mi si abbatte addosso, ma meno sconvolgente di quanto pensassi; forse perché, nel frattempo, s’è levato un pallidissimo sole. Certo, la discesa non aiuta; anche di corsa, la discesa raffredda i muscoli e lascia via libera a quel tremendo fremito gelido che sale lungo la schiena. La luce, poi, non si concede certo in abbondanza in questa vallata stretta, incassata; ombra e ghiaccio la fanno comunque da padrone. A Millesimo, come ogni sabato, c’è il mercato: ecco, credo che la sofferenza dell’ambulante, intesa proprio come sofferenza fisica per il gelo, sia infinitamente superiore alla mia; io che, in pochi minuti di immobilità, mi riduco ad un budino tremolante ed anche in casa circolo con la mutanda di lana dal polso alla caviglia, rigorosamente sepolta sotto tre o quattro strati di altri indumenti, inorridisco. Puoi vestirti quanto ti pare, ma, fermo dietro alla bancarella, non hai difesa alcuna contro il gelo.

All’uscita del paese, i primi segni di un po’ di stanchezza. Sono affamata: di tanto in tanto, sbocconcello un cubetto di cioccolato, ma l’operazione è complicata. Richiede di sfilare i guanti, a prezzo poi di congelarsi le dita della mano. Mi sembra di ripercorrere le gesta degli alpinisti costretti a bivacchi a quote e temperature inumane… Nel mio piccolo, oggi, basta scoprire la mano per meno di un minuto, per ritrovarmela rossa e dolorante. Meno otto, sentenzia il termometro sulla piazza del paese.
La strada che porta verso Carcare è più caotica: auto che vanno e vengono, sia lì che sugli arditi viadotti della vicinissima autostrada. La risalita mi concede un po’ di calore e stuzzica la fame. E’ un luogo tristissimo, questo fondovalle, grigio ed opprimente. Del resto, oggi le tonalità del grigio sono gli unici colori che posso incontrare. Mi consolo pensando che non manca molto al mare, o meglio: non manca molto al Cadibona; oltrepassato quello, posso dire di essere al mare, anche se da lì a Savona mancano ancora dieci km.
Accanto alla strada statale, in questo tratto corre l’autostrada; attaccati ai piloni, cartelloni di pubblicità elettorale recentissimi si mischiano a quelli di chissà quante legislature fa. Il sole è sparito dietro le montagne; solo nei paraggi di Carcare, a circa due km dal paese, torna a fare capolino, con qualche raggio pallido, che solo l’immaginazione riesce a rendere appena tiepido. Man mano che il mattino avanza, aumenta il caos di auto: nemmeno il freddo scoraggia l’inarrestabile turista da centro commerciale. Mi si accappona la pelle al solo pensiero, e stavolta non è colpa del freddo.

A Carcare. svolto a destra, direzione Altare. E’ un tratto trafficato; di qua si arriva al casello dell’autostrada: non si può dire che sia il meglio per i polmoni… Ma sarà breve. Il sole filtra tra i pendii ed i rami degli alberi, ma la faccia è gelata, tanto che le labbra fanno quasi male. Sistemo meglio il collare di pile, ma non c’è difesa; basta guardare l’asfalto, è una distesa di brillantini. E il ghiaccio crepita sotto le suole, quando mi azzardo ad avvicinarmi un po’ troppo a bordo strada. Ad Altare, passo in centro paese; a malincuore, perché oggi la galleria sarebbe un vero sollievo, ma non mi ci posso infilare a piedi. Così, risalgo il viale di platani, o meglio, di quel che rimane delle povere piante scapitozzate malamente. Ho la sensazione che chi esegue simili potature, ma sarebbe meglio dire simili scempi, sia un grande esperto in tanti campi, ma di certo non in botanica. Ma ben presto mi accorgo che non è salute correre con il naso per aria: bisogna prestare attenzione ai dossi, anche a piedi; i punti in cui il dosso è verniciato sono scivolosissimi. A dispetto della temperatura proibitiva, il paese brulica di vita, tra negozietti di alimentari, panetterie, cartolerie. C’è anche un edificio antico, imponente, sembra un castello: ecco, tutti particolari che, passando in bici, non ho mai notato, troppo impegnata a farmi largo nel traffico cercando di portare a casa la pelle.

Oltre l’abitato, la strada sale ancora, fino alle due strette gallerie che segnano il colle. Confesso che non vedo l’ora di passare dall’altra parte: gli ultimi metri di salita mi sembrano eterni; sento d’improvviso una gran fatica addosso. Tento di esorcizzarla con una porzione di cioccolato fondente: non posso proprio permettermi di essere stanca, qui. Per quel che ricordo dalla cartina stradale, dovrei essere a metà: quaranta km percorsi, quaranta da coprire. E’ pur vero che la maggior parte della salita è alle spalle. Ora mi attende la lunga discesa verso Savona: dodici km, più o meno, fino al mare. Ma qui è già tutta un’altra vita. Pochi balzi e sono all’abitato di Cadibona, che è lunghissimo, con le case tutte disposte lungo la strada statale. Da qui, ci sono almeno un paio di stradine secondarie che portano a Savona: però, viste le condizioni della via principale, mi sa che le altre siano ancora terreno di neve e ghiaccio. Meglio non rischiare.
Poso per caso gli occhi su un orologio: sono le undici, più o meno, ammesso che il tabellone sia attendibile. Alla fontanella, tento di bere un sorso d’acqua, il primo della giornata: macché… Quando apro il rubinetto, ne scende solo una goccia, triste e raminga. Pazienza, cercherò una fontanella in riva al mare. Riparto immediatamente. La discesa, purtroppo, non è mai indolore; le ginocchia fanno sentire le proprie rimostranze, soprattutto il destro, tormentato da un doloretto ancora leggero ma costante. Guai, però, a poggiare il piede appena di storto, magari per evitare una buca o una pozza: il poveretto strilla, una fitta, quasi un bruciore, brevissimo ma intenso. Speriamo bene… Non voglio e non posso pensare di non farcela, oggi. Tengo troppo a fare la sorpresa a Matteo. In realtà, proprio il pensiero della faccia che farà il poveretto è la mia più forte ragione per reggere questa faticaccia, oggi. Già un paio di volte sono comparsa nei pressi del suo negozio in bici: ma quella è quasi routine ormai; troppo scontato. Ottanta km a piedi, invece, fanno ancora la loro porca figura!
Così rimugino mentre seguo le curve e controcurve di questa strada che, vista con la calma della corsa a piedi, è bella davvero. Incassata in una stretta valle, scende dolcemete e corre parallela ad un torrente, a cui nella mia somma ignoranza non so dare nome. Ancora freddo ed ombra, perché il sole quaggiù chissà quando arriva, se arriva. La boscaglia è fitta ed intricata; giù, nel torrente, le rocce hanno un bel contorno di ghiaccio. Silenzio interrotto solo dal passaggio di poche auto e qualche bus di linea. Su, in alto, i rami e quel che resta delle chiome rinsecchite degli alberi sono immobili: non c’è un alito di vento, Qualche abitazione, qua e là, abbarbicata sul fianco della montagna, a cui si accede per stradine talmente pendenti da sfidare le leggi della fisica, o almeno quelle del moto delle automobili. Eppure ci sono tracce del passaggio di pneumatici. Per me ci vorrebbero corde, ramponi e piccozza per salire a piedi!
Accanto alla strada, i rivoli d’acqua che di solito corrono giù lungo i fili d’erba sono oggi lucenti stalattiti. Per non parlare delle cascate d’acqua che scendono giù da due tubi posti sotto le campate del bellissimo ponte della ferrovia, in mattoni: da quei tubi, pendono lunghissimi coni di ghiaccio, impressionanti, imponenti; sembrano spade, e meno male che puntano fuori dalla verticale della strada, sopra il torrente. Non vorrei trovarmici sotto, se decidessero di staccarsi! Ancora una volta mi rammarico di non avere con me la macchina fotografica; unica consolazione, con questo gelo, le batterie avrebbero di certo reso lo spirito.
Una casa, sulla destra, costruita proprio a picco sul torrente: tant’è che il marciapiede appena fuori della soglia è una sottile plancia di cemento sospesa sul salto, e l’accesso alla strada statale è un ponticello poggiato su pilastrini sulla cui solidità non giurerei. Ma bisogna anche ammettere che io non sono esattamente amica dell’altezza e del vuoto. Un uomo, non proprio peso piuma, passa proprio in questo momento sul ponticello, spingendo una carriola stracolma di ciocchi di legno: volto lo sguardo per non assistere alla tragedia… Poco oltre, sul torrente si slancia un ponticello costituito da assicelle di legno tenute insieme da corde, di quelli che oscillano quando ci passi sopra; sarà si e no un paio di metri sulla superficie dell’acqua, ma anche lì non andrei a poggiare i piedi… Le rocce nel torrente, umide e striate di neve, sembrano marmi lustri di un bel pavimento.

I km verso Savona sembrano non scorrere mai, e sì che sto viaggiando di buon passo. Speravo nel conforto del clima marittimo, ma per ora non ne ho traccia; anzi, il collare di pile è ricoperto di grumi di ghiaccio. E la sofferenza non finisce alle prime case della città; tocca ancora percorrere il lungo viale che porta all’Aurelia, irto di semafori, auto parcheggiate malamente ovunque e passeggianti del giorno di festa che occupano l’intero spazio della pista ciclabile e pedonale senza nemmeno essere sfiorati dall’idea di lasciarti una fessura per il passaggio. Son passata in un attimo dal silenzio glaciale della valle che sale al Cadibona al caos insopportabilmente chiassoso del traffico: clacson, motorini fracassoni, urla, improperi, perché si sa, ciò che distingue l’indole del Ligure DOC non è propriamente la pazienza. E, in questo, direi che la mia metà di geni savonese prevale senza dubbio!
La pista ciclabile corre accanto al letto del Letimbro, che in questo periodo si prende ben poco dello spazio a sua disposizione; gli strilli dei gabbiani si sentono a fatica in mezzo al rumore che qui regna sovrano. Devo lasciarmi alle spalle questo posto, il più in fretta possibile. Al cospetto di quell’orrore architettonico che è il palazzo del Tribunale, mi appoggio al parapetto lungo il fiume per levare un paio di strati: via il giacchino rifrangente e via un gilet, ma non la giacca invernale. Qui i termometri oscillano tra i due ed i tre gradi: siamo a mezzogiorno, in riva al mare… Lo zaino è anch’esso ricoperto di ghiaccio. Afferro la borraccia, faccio il gesto di bere: non ne scende nulla… Eppure era piena almeno per metà! La scuoto, sento un crepitio. Ecco cos’era quel rumore ritmico, tac tac tac, che sentivo poco fa… E’ ghiaccio! Non c’è acqua nella mia borraccia, c’è una granita! Va bè, ho capito, non si beve, nemmeno stavolta.
Passo il ponte che conduce alla fortezza; attraversare la statale è impresa ad altissimo rischio di morte, ma, se non altro, da lì in poi, la sofferenza è finita. Sono fuori! Corro lungo il porto: trovo, finalmente, una fontanella. Spenta la sete, almeno per un po’, posso tornare a godermi il paesaggio. In porto è ferma una nave da crociera: immensa, smisurata, grande quasi da far paura; ponti e ponticelli, oblò, persone piccole come formichine. Che fenomeno dev’essere, colui che l’ha parcheggiata lì dove si trova. E poi il mare. L’avrò accanto per i prossimi trenta km. Già, a proposito; questo signifca che alle spalle ne ho già cinquanta, forse anche qualcosa in più. Da ciclista, l’Aurelia è uno spauracchio, uno dei luoghi più sgradevoli su cui poggiare le ruote; da podista, l’affronto oggi per la prima volta, ma direi che si comincia bene, benissimo. Corro tra la scogliera ed un mare luminoso, placido; l’unica nota stonata è che il marciapiede, anche qui, è invaso da neve e ghiaccio. La temperatura è certo più confortevole di quanto non lo fosse sei ore fa nei dintorni di Ceva, ma è comunque insolitamente rigida per la Riviera. Per non parlare della vista sui rilievi che si affacciano sulla costa, imbiancati da una spruzzata di neve.

La fame si fa sentire con prepotenza. Devo razionare i viveri: sono partita con due tavolette di cioccolato da settanta grammi l’una, più una barretta; la prima tavoletta se n’è già andata. Stacco qualche quadretto dalla seconda. Oltrepasso la galleria e mi ritrovo ad Albisola: ottima occasione per constatare che la pavimentazione della Passeggiata degli Artisti, fatta di mattonelle lucide e colorate – possibile che sia ceramica, visto che Albisola è una delle patrie della ceramica? – non è la superficie più idonea da calpestare con scarpe di gomma quando nevica e la temperatura scende sotto zero. Più di una volta rischio di volare per terra; occhio e croce, gli altri sparuti personaggi che si aggirano tra aiuole e palme non se la cavano molto meglio. Appena possibile, svicolo sull’asfalto, con gran gioia degli automobilisti, soprattutto nella strettoia del viale. Posso leggere loro nel pensiero: si domandano perché mai io non corra sul marciapiede, anche se il vocabolario che vorrebbero usare per esprimere le loro perplessità è un tantino più colorito.
Albisola risveglia nei miei ricordi pensieri di ormai parecchi anni fa: l’epoca in cui ero molto giovine e seriamente fidanzata, quando m’è capitato di passare qualche giorno di festa qui, a non fare altro che passeggiare, stare in riva al mare o a casa di un amico del moroso. Non è che vi fossi costretta, per carità, anzi forse in qualche caso è stato anche piacevole; ma non ho impiegato molto a capire che quella non era la vita per me. Oggi, l’idea di dedicare un giorno di vacanza a qualcosa che non sia lo sport è qualcosa che non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello; se capita, a volte, per causa di forza maggiore, il mio già precario equilibrio psicofisico arriva pericolosamente vicino al crollo. Qualsiasi relazione sociale è legata a doppio filo e subordinata alla bici o alla corsa o alla montagna; non rinuncio a mezza virgola delle mie passioni, mai e poi mai.

Testa bassa, avanti, tra leggere salite ed altrettanto morbide discese, guai a sostenere che la strada in riva al mare è tutta piatta. Ormai l’ordine dei paesi l’ho imparato a memoria, finalmente, dopo decine di trasferte in terra ligure: quindi, si va a Celle. Mi godo la brezza leggera, anche se il collare di pile resta ben chiuso intorno al collo. Lo sguardo spazia lontano, lungo la costa: laggiù da qualche parte c’è Genova, ma chissà qual è la mia meta. Di qua, non riesco ad individuarla. A Celle, mi lascio distrarre per un attimo dalla vetrina del negozio Olmo, vestita a festa natalizia; poi sfilo in centro, domandandomi se per caso non ci sia una via alternativa a questa strettoia. Non lo so, ma non ha importanza: non posso permettermi deviazioni; vorrei raggiungere Genova ad un’ora ragionevole, in modo da non rientrare a casa troppo tardi stasera. E poi i km sono già tanti. Anche troppi, a giudicare da quanto sono irrigidite e dure le mie gambe. Anche la schiena dà qualche segno di impazienza: lo zaino è ben fissato, comodo, collaudatissimo, ma è anche pesante. Un po’ di salita ed ancora mare, colori, persino fiori; respiro a pieni polmoni questo profumo che mi piace così tanto, forse perché arrivo dal regno della nebbia. Mi sorpassano due o tre coraggiosi ciclisti: nulla rispetto agli eserciti in tutina aderente che di solito si riversano sull’Aurelia. Con passo un po’ rallentato, raggiungo Varazze; il supermercato sembra aperto… Avrei una gran voglia di Coca Cola, ma il solo pensiero di ingollare una bevanda che sia meno che bollente mi terrorizza. Tiro dritto, sprezzante, in paese e poi lungo la passeggiata a mare. Anche qui, con mio sommo disappunto, dovunque volga lo sguardo, vedo carampane impellicciate: mi verrebbe voglia di prenderle tutte e buttarle a mare, al pensiero di quanti animali siano stati uccisi per il ridicolo esibizionismo di queste… Queste… Insomma, il termine non si può scrivere per rispetto alla decenza, ma a buon intenditor poche parole. Un’altra fontanella, troppa grazia. Ma sarà davvero sete, o solo voglia di concedere alle gambe qualche istante di tregua? La risalita a Piani d’Invrea è bellissima, inondata di sole, ma i muscoli sono sempre meno reattivi. Possibile? Qui non siamo ancora a settanta km. Come è possibile che abbia corso due gare da cento km e che oggi sia ridotta così, ben prima? Beh insomma, qualche ragione a mia discolpa, a ben guardare, ce l’ho. Cento km in gara si corrono senza zaino, con punti di ristoro ogni cinque km, con il conforto dell’assistenza; io ho macinato un sacco di strada al gelo, portandomi sulle spalle tutto l’occorrente e senza fermarmi mai, o quasi. Sembra incredibile, ma quei cinquanta metri che in gara percorro al passo ad ogni ristoro, per riuscire a vuotare un bicchiere senza versarmelo addosso, sono importanti per un minimo di recupero. Oggi, a parte la pausa tecnica e l’altra pausa per svestirmi, ho sempre e solo corso. Però fin qui è stato bellissimo: ho viaggiato con la tranquillità di un Buddha, mi sono goduta metro per metro. Non c’è niente da fare, non sarò mai capace di avventure affascinanti al limite dell’umana sopravvivenza; amo la fatica, ma che sia comoda e sicura. Oggi ho avuto, appunto, la fatica: ma avrei potuto gettare la spugna in qualsiasi momento e trovare, più o meno in ogni paese, un treno che mi avrebbe comodamente riportata a Ceva. Insomma: amore ed odio per la civiltà!

Getto la spugna sulla passeggiata di Cogoleto. Inutile insistere con la corsa: a quel ritmo, le gambe non ce la fanno più. Passiamo al piano B: camminata veloce, più veloce che si può. Una sorta di marcia. Certo, potrei attingere alla mia fornitissima scorta di farmacia; se fossi iin gara, l’avrei già fatto da un pezzo. Ma oggi forse non è il caso. Occhio e croce, da qui a Genova Prà mancheranno quindici km, forse meno. Poco più di due ore, a questo passo. Potrei arrivare intorno alle quattro e mezza al negozio di Matteo; in fondo, va bene così. Anziché proseguire lungo l’Aurelia, dalla passeggiata di Cogoleto imbocco la strada pedonale e ciclabile che ripercorre l’itinerario della vecchia ferrovia, gallerie comprese, uno splendido passaggio lungo il mare. Qui le onde sono un po’ più arrabbiate: forse s’è alzato un po’ di vento che sferza la schiuma sulle rocce. Mi piacerebbe andare a calpestare un po’ di sabbia, ma non è il momento; non ho proprio voglia di perdere tempo.

A costo di rovinare un po’ il gusto della sorpresa, anticipo a Matteo il mio arrivo con un messaggio sul cellulare: siamo sotto Natale e so bene che il suo negozio è preso d’assalto; se lo avviso all’ultimo, rischio di creargli problemi o magari di dover aspettare al gelo. Di entrare in negozio no, non se ne parla proprio; un gesto così plateale non è nelle mie corde. Mi faccio da parte mentre cammino a passo spedito e smanetto sulla tastiera del telefono; mi sorpassa qualche temerario in mountain bike. Incredibile come le gambe, che proprio non ne volevano più sapere di correre, non abbiano invece alcun problema a marciare a questo ritmo. Fendo la folla della passeggiata di Arenzano, anziani, famiglie, bambini, cani, con gli occhi ormai credo fissi ed iniettati di sangue: come la fiera quando sente ormai la preda vicinissima, senza più il rischio di sbagliare il colpo. Forse per questo, il bellissimo tratto di strada che ancora manca a Voltri mi sembra infinito. Molti mi guardano incuriositi: nessuno immagina da dove arrivo, questo è poco ma sicuro.

Ancora mare, gallerie, splendidi palazzi signorili; in lontananza, lo osservo già da un po’, un grosso cubo verde, chissà che razza di edificio; un pugno nell’occhio nella striscia indistinta della città di Genova. Una curva che nasconde un’altra curva ed un’altra ancora; il sole che lentamente si abbassa sull’orizzonte e si porta via anche quel poco di calore che mi aveva concesso sinora. Un’occhiata alla spiaggia, risicatissima: mi attirano i ciottoli tondi e neri levigati dalle onde; quasi quasi ne vorrei prendere uno per ricordo. Già: ma mi ritroverei ben presto in mano un ciottolo grigio, opaco. Sono neri e lucidi e belli solo perché bagnati dal mare.
Così vicina alla fine, confesso che gli ultimi km mi pesano davvero tanto: non è stanchezza, in realtà, è solo ansia di arrivare laggiù. Tanto che, poco prima di Voltri, riprendo a correre: su e giù dal marciapiede, cercando di evitare il ghiaccio. Per magia, proprio a Voltri mi rituffo nel caos totale del pomeriggio dell’ultimo sabato prima di Natale. Traffico infernale sulla strada ed anche sui marciapiedi: ma non ho dubbi, preferisco affrontare il caos dei motori piuttosto che quello delle madame cariche di borse, dei mariti stanchi e svogliati ed afflitti che corrono loro dietro, dei branchi di ragazzini vocianti. Sul marciapiede non c’è posto per correre e si rischia la vita! Quindi m’infilo ostinatamente tra le colonne di auto in coda ai semafori; respiro gas di scarico a pieni polmoni, vanificando in un attimo tutto il beneficio dell’aria carica di iodio. Posso anche permettermi, da pedone, di fare un sonoro pernacchione ai pedoni che vorrebbero la precedenza sulle striscie. Tiè, aspetta e taci!

All’improvviso sento chiamare ad alta voce il mio nome: “Giancarla!”. Possibile? L’ho udito davvero, o è il primo segno di allucinazione da stanchezza? “Giancarla!”. Mi volto, chiedendomi chi diavolo può avermi riconosciuta, conciata a metà tra uno spaventapasseri ed un terrorista islamico, a quasi duecento km da casa. Beh, c’è da dire che questo abbigliamento per me è quasi la norma, e che di certo conosco più persone a Genova che non a Carmagnola… E’ Silva! La super ciclista che ho conosciuto alla Mezza Maratona di Arenzano quest’autunno. Che sorpresa! Quattro parole e poi via: la strada sale ancora, supera il bivio per il Turchino, supera il casello autostradale. Se continuo così, con il mio slalom scriteriato tra le auto, va a finire che, ironia della sorte, ci lascio le piume proprio a pochi passi dall’obiettivo.
Forse anche le gambe sentono che ormai è fatta. Non si lamentano più, corrono e basta. Lunghissimo, eterno il rettilineo in fondo al quale lampeggia la croce verde della farmacia: è quello il mio riferimento per ritrovare la via del negozio di Matteo. Il freddo è tornato pungente; morde le mani e la faccia. Sono le quattro e mezza, più o meno, proprio come previsto. All’imbocco di via Murtola, con il cuore a mille e non solo per la corsa, faccio squillare il cellulare di Matteo: un attimo dopo, me lo vedo arrivare di corsa incontro. La sua espressione è la migliore ricompensa di tanta fatica. Avevo bisogno di tentare un allenamento lungo e, per riuscire, avevo bisogno di un motivo. La sua ammirazione, il più forte dei motivi. Ottantaquattro km, dirà la carta.

Purtroppo abbiamo solo pochi minuti. Lui richiamato dal dovere, io dal treno, che non so esattamente quando partirà. So solo che ce n’è all’incirca uno ogni ora: ma il foglietto con gli orari e le coincidenze, compilato diligentemente ieri sera, è rimasto là dove l’avevo lasciato, sul tavolo in cucina. Poco male. Saluto Matteo, a malincuore, e mi avvio per l’ultimo km di corsa verso la stazione di Voltri, che ho individuato poco prima, passandoci davanti. Il cielo sta cambiando colore, dall’azzurro al blu intenso, rosso fuoco sul mare. Raggiungo la stazione, treno alle 17.25: mezz’ora di attesa in uno stanzone sporco, senza sedie, ma, se non altro, caldo. C’è troppa gente perché io trovi il coraggio di cambiarmi; i bagni ovviamente sono sigillati. Così, mi ritaglio un angolino di pavimento, il meno sudicio, per sedermi ed allungare le gambe; se restassi in piedi, come sempre dopo una fatica, che sia da dieci o da cento km, sarei preda dei capogiri in un attimo. Lì, appoggiata al muro, lo zaino sulle ginocchia, l’espressione ebete di soddisfazione, le mani fasciate solo dai sottoguanti laceri, devo avere un aspetto ben diverso da quello che si attribuisce di solito al tipico, rigoroso, rispettabile dottore commercialista. Ma, del resto, la mia immagine è l’ultima delle mie preoccupazioni. Sotto lo sguardo perplesso di un compito viaggiatore con vestito bello e valigia, appoggio la testa al muro e me ne resto lì, immobile, ad ammirare i colori violenti di uno splendido tramonto ed un luminoso spicchio di luna. Tra coincidenze, ritardi e freddo pungente, sarò a Ceva alle sette e mezza, a casa un’ora dopo. Molto meno massacrata del previsto e con una bellissima avventura in più da ricordare e da ripetere, il più presto possibile.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!