19 luglio 09 – Doppia Lombarda + doppia Bonette

Chi sono? Da dove vengo e perché sono qui? Ma soprattutto: chi diavolo me l’ha fatto fare? Questi, soprattutto l’ultimo, sono i dubbi esistenziali che mi attanagliano quando la sveglia suona all’una e mezza, sì, proprio all’una e mezza. E non è che sia andata a nanna alle otto: qui ad Aisone sono arrivata poco prima delle dieci e mezza, di ieri sera verrebbe da dire, anche se “ieri sera” sembra così lontano nel tempo, invece son passate solo tre ore. Matteo schizza su, arzillo e sveglio come un grillo; io sprofondo ancor più nel mio sacco a pelo, no, oggi proprio non ce la posso fare, mi rifiuto. “Dai che Ivano è già qui”… Già qui? Ma è l’una e mezza, gli avevo detto alle due, che cavolo ci fa già qui? Ma ancora non riesco a riemergere quel tanto che basta a buttare l’occhio dal finestrino del furgone. Certo che, a ben pensarci, mi sto proprio viziando; ronfare nel furgone di Matteo è proprio come dormire in un letto vero: quando il mio gregario preferito si sarà stufato di sopportarmi, mi toccherà riabituarmi al sedile della Opel… Oppure comprare il Volkswagen pure io. E’ talmente comodo, dicevo, che io stamattina da qui non esco più. Così entra Ivano, sghignazzando di gusto alla vista della mia faccia allucinata: devo avere gli occhi piccoli come il mio cagnone quando accendo la luce di colpo in camera da letto e lui, spaparanzato sul lettone, si risveglia di colpo. Insomma: s’ha da fare. Mi devo proprio alzare, me la sono voluta, devo trovare il coraggio per compiere questo passo. Brava, furba: mi sono inumata nel sacco a pelo con indosso la maglia che avevo intenzione di usare oggi, pensando che avrei patito freddo nel furgone; così adesso ho la schiena bella fradicia, e meno male che ho una maglietta di ricambio. Cominciamo bene!

Malvolentieri mi vesto, mi tuffo fuori, nel gelo siberiano della notte, anche se i miei due compari sostengono che non faccia affatto freddo. Colazione trangugiata come le oche. Ieri mi sono lanciata in un’impresa culinaria senza precedenti; ho preparato dell’insalata di riso, un po’ più ricca per Matteo, un po’ più semplice per me perché mi sono stufata di tagliuzzare olive ed aggiungere ammennicoli vari. All’aspetto è un’immonda schifezza: il riso, che dovrebbe presentarsi a chicchi ben divisi, è una sorta di pappa che somiglia più alla polenta; le uova sode si sono sbriciolate; il tonno nella versione per Matteo è una poltiglia. Pover’uomo: lui, che ha un coraggio da leone e soprattutto una fame da lupi reduci da mesi di carestia, trangugia tutto senza battere ciglio, come un lavandino, come un’idrovora; io ci metto un po’ meno entusiasmo, ma mangio lo stesso; se non altro so che non ci ho messo dentro nulla di radioattivo.

Fatto ciò, ci si avvia verso il punto di partenza, il bivio con la strada che sale al Colle della Lombarda, a tre o quattro km da qui. Ivano ci va in bici, Matteo ed io con l’auto: non è che ci preoccupino i pochi km adesso… Ma ci preoccupano quegli stessi km che ci toccherebbe percorrere al nostro ritorno, quando saremo già stravolti e sarà dinuovo buio pesto. La scelta di dormire ad Aisone è stata dettata da puro spirito pratico: c’è il bagno pubblico!
Chissà se siamo proprio svegli del tutto. Matteo sì: in un attimo si impadronisce della mia bici e cambia i pattini dei freni, anzi, i portapattini in blocco, con rapidità e precisione degne dei meccanici di Formula 1 quando sostituiscono le gomme ai box durante il Gran Premio. Non ho ancora ben capito che intenzioni abbia, che lui ha già finito. Ricordo vagamente che tempo fa aveva parlato di pattini freni bicolori, rossi e neri, un po’ più efficaci nella frenata con la pioggia… Ma era una delle tante informazioni di carattere meccanico che, dato il mio totale disinteresse per la materia, avevo già rimosso da tempo. Insomma, il mio cervellino ha dimensioni e capacità limitate; per fare spazio ai concetti fondamentali, devo eliminare tutto quello che non ha immediata utilità, e già così la vita è dura.

Son le due e mezza quando ci mettiamo in marcia, sotto un firmamento di stelle. Tutt’intorno silenzio, solo il rumore dell’acqua della Stura ed i latrati dei cani che protestano al passaggio di Ivano, partito un po’ prima di noi. Abbaieranno ancora al nostro passaggio: speriamo che a qualche indigeno non salti in mente di uscir di casa ed impallinarci! La luna non c’è, ma in salita è sufficiente la poca luce dei fanalini da manubrio, senza scomodare la pila frontale, che pure c’è, pronta all’uso. C’è una sorta di chiarore diffuso, anche se in realtà intorno non si vede nulla; si distingue il profilo delle montagne, solo perché è lì che le stelle finiscono. Potrebbe essere pura poesia, il silenzio della natura che pesa come un macigno… Ma non è il nostro caso, non questa notte, perché provvediamo noi tre a far più cagnara di quanta se ne senta in un corridoio di scuola durante l’intervallo. Schiamazzi, battute da camionista, risate sguaiate, io ho già le lacrime agli occhi e le gambe molli, e non va bene quassù, proprio non va bene!
La prima parte della salita inganna: non fa freddo; la pendenza severa e la valle stretta, incassata, riparata dal vento tengono lontana la pelle d’oca. Non siamo soli: altre lucine punteggiano i tornanti lassù, un po’ più in alto; sono i viandanti in pellegrinaggio al Santuario di Sant’Anna, che da lassù domina la valle e di notte è ancora più imperioso, unico faro nel buio. Un po’ di disappunto mi coglie al pensiero che qualcuno potrebbe scambiare per pellegrini pure noi, tre mangiapreti impenitenti… Per carità, noi non si sale per fede né per sacrificio o per voto, noi si sale per pura passione e infatti si va molto più in su! Man mano che la valle si apre, sembra quasi di vedere più luce; se guardo con attenzione, quasi riesco a distinguere il profilo dei tornanti, le mucche sonnacchiose nel pianoro, gli alberi. Il tratto in piano mi congela: basta smettere per un attimo di pedalare ed il freddo, quello vero, ghermisce le braccia, le gambe, la schiena, le dita. Qui, lungo il pianoro, son parcheggiate alcune auto di quelli che, domani, si vanteranno con gli amici: “Sono andato al Santuario di Sant’Anna di Vinadio a piedi”… Sì, grazie, è come salire al dodicesimo piano di un palazzo, ma partendo dall’undicesimo!

Al bivio tra il sacro ed il profano, scegliamo senz’ombra di dubbio la via della perdizione: a sinistra, su, verso il colle. Meno male che si riprende a salire, fa un freddo da levare il fiato, anche se i miei due compari sembrano non sentirlo affatto. Ivano poi schiamazza, un po’ canta, un po’ ride… Ma non è cattivo, è che lo disegnano così, tocca rassegnarsi. Da qui al colle sono ancora otto chilometri. Circa tre nel bosco, in cui gli alberi fanno cupola nera e non lasciano alzar la testa. E quel che rimane è spazio aperto, prati e laghetti che ora formano un tutt’uno. Il Santuario, dall’altro lato della valle, è già più in basso di noi. Un filo di vento muove appena l’erba, tutto tace. D’improvviso uno spettacolo incredibile: alla nostra sinistra, su in cielo, uno spicchio di luna, solo uno spicchio, ma limpidissimo, tanto da vedere anche la sagoma dell’altra parte del cerchio, ed accanto quella splendida stella, o pianeta o chissà cos’è, sono troppo ignorante per indovinare, ma è sempre lì, fida luce compagna. Tento una foto, senza troppa fiducia: qui un buon fotografo ed un buon apparecchio potrebbero creare un capolavoro; a me rimarranno due puntini di luce su una lavagna nera, nulla più, meno male che gli occhi sanno bene quel che hanno visto e che i ricordi durano ben più dello scatto di una foto. Si riparte, subito, perché ormai manca davvero poco: il colle si vede, proprio quando intorno a noi il colore del cielo comincia impercettibilmente a sbiadire verso il grigio, verso un azzurro color metallico, luce fioca che arriva proprio quando serve: all’inizio della discesa.

Ci vestiamo come tre Omini Michelin in cima al colle: ventun chilometri di discesa, da quota 2.300 m, alle cinque del mattino appena passate, tutt’altro che un’esperienza simpatica. Mi avvio, mentre Matteo ed Ivano indugiano nella vestizione; scendo come sempre pianissimo e mi rammarico di non potermi troppo guardare incontro, ora che le cime prendono fuoco e l’aria si fa più che mai tagliente. Dura lotta con le dita che, troppo fredde, faticano a stringere i freni, soprattutto non rispondono ai comandi; conto i chilometri che scorrono sui pannelli segnaletici a lato strada, ma è ancor sempre troppo lunga. I tornanti ci precipitano verso il fondo di quest’imbuto nero che è ancora la parte bassa della valle, dove il sole arriverà eccome, ma chissà tra quante ore. Ed il sonno, fatale, arriva, puntuale come un orologio svizzero, Per me, sempre, l’alba è il momento più tremendo se il mio obiettivo è resistere senza dormire: quell’ora in cui la luce c’è ma non è ancora abbastanza intensa da destare l’attenzione e risvegliare i sensi. Cinque km, quattro km e mi rendo conto che, per qualche frazione di secondo, non sono qui dove dovrei essere; gli occhi sono aperti, sbarrati direi, ma non vedono quel che hanno davanti. Due ore e mezza di sonno, reduce da una settimana in cui, quand’è andata bene, ho dormito cinque ore di fila: quand’è troppo, è troppo, anche se mi spiace ammetterlo e vorrei ancora strappare al mio corpaccione questa concessione. Non basta respirare profondamente, tendere e sciogliere i muscoli ora delle gambe ora delle braccia, non basta nemmeno canticchiare o parlare. La luce , quella della mia coscienza, si sta spegnendo. Manca un chilomatro a fine discesa ma mi devo fermare un attimo: butto la testa sul manubrio, due secondi, mi rialzo, riparto; non arrivo al fondo, mi fermo ancora a due curve dalla fine, riparto. Inizio il tratto in pianura, ma le gambe non obbediscono, come se fossero scollegate dal cervello; parlo con i miei due sventurati compagni d’avventura, spiego loro che non riesco a stare sveglia, che ho sonno, ma la mia stessa voce mi giunge da lontano, rimbomba in testa. Mi fermo, riparto, mi fermo, ed ogni volta che appoggio la testa al manubrio sento che mi addormento, anche solo per un secondo ma mi addormento, prima che la sensazione di cadere dalla bici mi risvegli di soprassalto. Ma non c’è proprio verso: rischio addirittura di cadere a terra. Rinuncio, mi devo per forza fermare un momento, pur con il rammarico per il tempo che faccio perdere a Matteo ed Ivano, che son lì arzilli come grilli e sembrano reduci da una profonda notte di sonno comodo tra due guanciali. Una piazzola, mi appoggio ad un albero, li esorto ad andare, a continuare il giro: io dormirò un po’, poi mi rimetterò in marcia per conto mio, a fantasia.

In verità, l’itinerario previsto per oggi è una mostruosità che supera i 250 km e comprende i colli Lombarda, Bonette, Cayolle, Cuillole, Lombarda di ritorno. E non è che io ne fossi proprio convinta, già prima di partire almeno per la parte che comprende la salita alla Cayolle, che dal versante di Jausiers è interminabile, e per quella che riporta all’attacco della Lombarda, odioso falsopiano in salita. Ma ‘sta bendetta Cuillole, è una vita che ne sento parlare e non l’ho mai vista! S’ha da percorrere prima o poi. Il guaio è che anche questa volta sarà non “prima” ma “poi”. Pur intontita dal sonno, mi rendo conto alla perfezione che è già troppo tardi, che il tempo perso è molto e che non sarà possibile rientrare in Italia ad un’ora decente stasera, almeno non per me. Ma non posso farci nulla; è uno di quei momenti in cui non è la mia volontà a comandare. Matteo fa la spola tra me ed Ivano, che nel frattempo ha proseguito un po’ verso St Etienne; si ferma un momento con me, a farmi compagnia ed appoggio per la testa, e propone una variante: un giro altrettanto impegnativo come salite, ma più breve quanto a km. Si va alla Bonette, si scende a Jausiers e si torna indietro, per un totale di 6.500 m di dislivello in salita, circa. Matteo ed Ivano proseguiranno subito verso St Etienne, poi là il primo si avvierà su per la salita della Bonette, incontro a Luca che è partito da Vinadio più tardi in mattinata e sta viaggiando in senso opposto a noi, mentre il secondo mi aspetterà in un bar. In realtà, non credo che sia passato molto tempo tra il momento in cui Matteo mi lascia e quello in cui io riparto. Mi aiuta la luce del sole che ora è piena, forte, mi aiutano i pochi istanti di sonno profondissimo senza sogni; un po’ rinfrancata, mi stacco dal tronco dell’albero, acciaccata e dolorante e soprattutto in preda ai tremori per il freddo pungente del mattino. Chissà cos’han pensato gli automobilisti passati qui davanti mentre sonnecchiavo, alla vista di una bici abbandonata malamente a terra e di un fagotto rosso informe appoggiato al tronco di un pino? Forse una sbornia da smaltire… Chissà, non sono mai stata ubriaca al punto di perdere il senno; il mio massimo livello di ubriachezza arriva in fretta, con una lattina di birra che mi fa venir le gambe molli, e non ci tengo a sperimentare cosa accada “oltre”. Però credo che i postumi della sbronza non siano molto diversi da quel che si prova quando il sonno prende il sopravvento: pensieri confusi, occhi inutili, testa pesante che sembra voler scoppiare.

I brividi di freddo mi scuotono ancora mentre salto in sella e mi avvio. Patisco un freddo che non c’è più, dato solo dall’immobilità; infatti, poche centinaia di metri ed il sabgue torna in circolo: mi fermo, tolgo la giacca, riparto. Pista ciclabile o strada? Qui la pista è bella davvero, realizzata con tutti i crismi, ma in me prevale la fretta, che mi fa scegliere la via più breve. E poi, chissà perché, la pista ciclabile mi dà sempre un po’ l’idea di discriminazione… Che diamine, pedalo su una bici da corsa, lasciatemi la strada! Non sono mai stata una tifosa delle piste ciclabili.

Breve risalita prima di St Etienne, che riscalda ossa e muscoli per benino; in paese, chissà dove si sarà fermato Ivano? Proseguo in direzione dell’attacco della Bonette, poi svolto verso il centro, titubante, all’ultimo bivio possibile: che diamine, non sono mica a New York; non credo sia possibile perdersi di vista qui. Infatti Ivano è proprio qui, al tavolino di un bar; c’è anche Matteo… Sono felicissima di vedere che si è fermato anche lui. Mentre i due compari sistemano le loro cose, prendo un po’ di vantaggio in salita, ringalluzzita e contenta come non mai, anche se mi sforzo di tenere a freno l’entusiasmo. Il cielo è di un unico intensissimo blu, non un solo baffo di nuvola. Rieccomi, come tutte le estati, ancora una volta a zampettare sui fianchi della montagna mitica, che in fondo ormai bonariamente mi tollera; a schiacciare con le ruote le bollicine nere che il caldo gonfia sull’asfalto delle strade francesi, ad allungare il collo oltre ogni curva dove so già perfettamente cosa vedrò, perché lo conosco meglio delle mie tasche, questo posto. Il bivio per St Dalmas le Selvage, il ponticello con la griglia, Le Pra. Ivano ci allieta con i suoi aneddoti di lavoro in ospedale, infiocchettati di canti e schiamazzi. Fatico un po’, complice forse il mal di pancia che da qualche chilometro già si fa sentire: il guaio è che da qui in poi non c’è più nemmeno un cespuglio, non il minimo riparo, nulla che possa dare un po’ di sollievo alle pene de panza. E’ la solita ribellione del corpaccione alle sveglie notturne, ai maltrattamenti da fuso orario, alla sregolatezza degli orari. Se solo ci fosse un bagno pubblico a Bousieyas… Ma so che non c’è; devo rassegnarmi a soffrire in silenzio. A tenermi tutto dentro… Cosa che, oltre a fare bibi, comporta anche un certo peso superfluo da scarrozzare! E invece… Più o meno con la stessa sorpresa di un disperso nel Sahara che si imbatte un distributore di lattine, nella piazzetta del paese, accanto alla fontana, una porticina ed una scritta: “Toilette”. Non ci posso credere, è senz’altro un miraggio… In ogni caso, prima che il miraggio sparisca, ne approfitto. Mi sa che tanta grazia è dovuta al fatto che oggi è in corso una manifestazione cicloturistica che prevede la scalata alla Bonette da uno o da due versanti: il cartello bianco con la scritta nera è comparso solo per quest’occasione; non avevo mai notato nulla, passando di qua.

Con Matteo ed Ivano si riparte: la Bonette ora svetta sopra le nostre teste, anche se mancano tredici km di sole a picco, di caldo sulla schiena, di salita non poi così ripida, ma sfiancante. L’incontenibile cuneese si infila nel dialogo tra due ciclisti francesi che parlano della Fausto Coppi: il mio scarno francese mi permette di capire, ma non di dire la mia, e questo sì che è un dramma. O forse è un bene, perché risparmio il fiato. Scatto qualche foto ad un gregge di pecore che si sposta in massa, come un blob, sull’erba verdissima di questi prati. In un attimo arriva Camp de Fourches: è proprio vero che, a furia di ripetere gli stessi itinerari, le distanze si accorciano, non fanno più paura. Da qui al colle sono ancora sette km: abbiamo già deciso di tagliare il giro della cima, anche perché siamo già in netto ritardo sulla tabella di marcia. Luca rischiamo d’incontrarlo già al colle! Gli ultimi km sono insidiosi: per fortuna, oggi quasi non tira vento, altrimenti sarebbero guai. Strappi e tratti in piano, la vetta è lì, sembra di poterla toccare con mano, il cupolone verde pelato come una zucca, e invece no, ogni curva apre un altro anfiteatro, un altro ampio arco da percorrere, un altro ancora, accanto alla parete scavata per fare spazio ad una strada che qui, oltre quota 2.500 m, è liscia come un biliardo. Penso con disgusto all’asfalto di certe strade carmagnolesi, che sembra un concentrato di campo da golf, tante sono le buche!

Ad un chilometro dal colle, Matteo si lancia in una fuga, come sempre da me del tutto ignorata. Poi in discesa si porta avanti: come Ivano, del resto, che è un pazzo scatenato. Dice lui stesso che un giorno qualcuno lo scollerà dal radiatore di uno Scania: beh, oggi di sicuro non accadrà, ma solo perché gli Scania non salgono alla Bonette. Vedo già più probabile la sua sindone sul metallo cromato di una Harley Davidson. Invece, per fortuna, non accade nemmeno questo. Quando, con un paio di secoli di ritardo rispetto a lui, arrivo a circa metà discesa, trovo la combriccola allegramente riunita e ricomposta con la presenza di Luca. Si scende tutti a Jausiers. Il Cuneese al Rhum mi supera quasi subito: poco oltre, lo vedo in piedi nella posizione della gru, aderente alla porta di una casa per fortuna deserta, faccia contro il legno, braccia aperte e distese; fermo a bordo strada, un ciclista che non capisce, poverello lui, e strabuzza gli occhi scuotendo il capo. Scatto una foto ad Ivano, ma avrei dovuto scattarla alla faccia di quel ciclista…

A Jausiers ci fiondiamo nel primo minimarket che ci capita a tiro, con la foga dell’invasione delle cavallette. Un solo pensiero in testa: la Coca Cola. Ne usciamo carichi come muli: Coca Cola appunto, e poi formaggio, di quello bello grasso e morbido e gustoso, proprio quello studiato per ottenere la massima efficienza nell’otturazione delle arterie; e ancora, biscotti, barrette, un sacco di paninetti morbidi ed uno di “pains au chocolat”. Ci accampiamo nella vicina piazzetta ed offriamo al passeggio cel paese lo spettacolo truculento delle nostre fauci di affamati in azione. Con un occhio alle forme di formaggi vari esposte sui banchetti del mercato: quasi quasi…

Il freddo mi assale ancora una volta, come sempre quando mi fermo, ma i tremori che mi scuotono non sono d’impiccio al lavorìo frenetico delle ganasce. Ripartire a stomaco pieno è tutt’altra vita!
Questa volta Luca e Matteo se ne vanno subito, non appena torniamo sui nostri passi e riprendiamo la salita. Con me resta Ivano: beh, non c’è che dire, avrò la distrazione assicurata. Basta dargli un argomento e lui parte, sviscera, disquisisce, insomma tiene compagnia, un po’ come Radio Radicale, solo che lui in più ogni tanto canta. Eh sì, ha anche il fiato per fare ciò.
I primi cinque o sei km sono sempre monotoni e faticosi, da questa parte. In più, io patisco sempre la bassa quota: ormai è un dato di fatto; comincio a star bene, a respirare bene, solo quando la strada è salita già un po’. Quando la montagna diventa montagna sul serio.
Saliamo in compagnia di decine di altri ciclisti, di tutte le fogge, da quelli che si atteggiano a prò e pedalano con le tasche vuote, senza nemmeno una mantellina per la discesa – o, se c’è, è nascosta in luoghi innominabili a beneficio dell’aerodinamica – a quelli che cavalcano biciclette da mezzo quintale caricate con un altro mezzo quintale di bagaglio, a quelli che disertano la salita per stendere le gambe sotto i tavolini del rifugio Halte 2000. Per fortuna, il fiato per parlare ce l’ha Ivano: io mi chiudo in un forzato silenzio, non ce la faccio a replicare. Ma è meglio così: quelle rare volte in cui Ivano parla seriamente, vale davvero la pena di starlo a sentire. Questa è la volta di un’iistruttiva disquisizione sulla recente storia politica italiana, in particolare su fatti e misfatti dei Presidenti della Repubblica del dopoguerra: un altro degli innumerevoli argomenti su cui anche le pecore al pascolo qui intorno sono più istruite di me. Pertini, Leone, io so giusto che sono stati Presidenti, e so che Pertini è sepolto a Stella solo perché ci son passata in bici o durante qualche corsa a piedi… Da qui al diritto di voto, alle carceri, e la fatica passa un po’ in secondo piano, quasi intimidita anch’essa dalla profondità dei temi di dibattito. Quando poi s’arriva agli edifici militari, allo spiazzo, ai due o tre tornantini in seguito, e si vede la cima, beh, allora è fatta. Poco oltre, contro il cielo azzurro si scorgono le sagome di due loschi figuri, accanto ad una delle ultime chiazze di neve ed al bivio con la strada che scende a St Dalmas Le Selvage. Sono, ovviamente, Matteo e Luca, che hanno già raggiunto la cima, imbandito la tavola, allestito il barbecue, consumato un lauto pasto con caffé e pusacafé, e infine ridiscesi di un paio di chilometri. A questo punto, le coppie scoppiano e si ricompongono: Ivano e Matteo, più temerari, si lanciano verso St Dalmas, affrontando di petto – e speriamo non di testa – i primi tre chilometri di strada sterrata; Luca ed io proseguiamo verso il colle, a poco più di un chilometro ormai quasi piatto, e poi scendiamo lungo la tradizionale e comoda strada asfaltata. L’aria cristallina permette di vedere la serpentina d’asfalto giù, giù, fino a Bousieyas ed anche oltre; è solo perché ormai ci passo da anni, che questa visuale panoramica non mi mette più i brividi.

La mia discesa come al solito è eterna; trovo Luca in attesa a Bousieyas e poi, più avanti, in vari altri punti di sosta. Poverello, proprio lui che per insegnarmi la tecnica della discesa si è fatto in quattro! Il guaio è che io ho paura, non c’è nulla da fare, e poi, in una giornata come oggi, proprio non riesco a concentrarmi sul gesto atletico; è tutto troppo bello, da guardare, da riempirsi gli occhi!
A St Etienne, fine discesa, nessuna traccia dei due compari. E dire che dovrebbero già esser qui da un po’! Speriamo che sia andato tutto bene, lassù su quello sterrato… La discesa da St Dalmas è tutt’altro che riposante, anche nel tratto asfaltato. Ho tempo di saggiare ancora una volta il conforto della civiltà, sotto forma di toilettes pubbliche, prima che i due fenomeni arrivino. E si riparte subito, verso l’ultima fatica della giornata: il rientro in Italia via Colle della Lombarda.

La decina di km verso Isola potrebbe essere persino piacevole, percorsa in questo senso in leggera discesa; peccato che un vento feroce spiri ostinatamente contro di noi. Andiamo bene: speriamo di non subirlo anche in salita, altrimenti sì che diventa un calvario. Matteo mi offre riparo facendo scia, ma io come sempre non sono un asso nel restare a ruota e finisco per viaggiare un po’ a fianco; vedo scorrere i chilometri sulle paline segnaletiche e desidero con tutta me stessa l’arrivo di Isola. Da lì, è salita, con la S maiuscola. I primi sei, sette chilometri sono temibili, un po’ per la pendenza sostenuta, un po’ perché il caldo del pomeriggio, sia pure già avanzato, è tremendo al fondo di quest’imbuto che è la valle di Isola. Infatti i tornanti sembrano accatastati l’uno sull’altro, sono secchi, cattivi. Luca in un attimo sparisce nel nulla: accanto a me resta Matteo, si vede che soffre, vorrebbe lanciarsi all’inseguimento, attacca la solita litania del “non ce la faccio, non sono allenato, non valgo niente” con sottofondo di canto gregoriano. Gli faccio notare che sì, Luca è senz’altro molto allenato e molto ben preparato, questo è fuor di dubbio, ma lui, Matteo, ha una zavorra di bagaglio tale che non credo si tratterebbe di una sfida ad armi pari. Poi lascio perdere: tanto, son sicura che, in fondo, alle sue stesse lamentazioni non crede nemmeno lui. Io so quel che vale, e mi basta!

Ivano segue, non molla, la vecchia roccia. Beh insomma, vecchia, se mi pesca mi sinistra! Approdiamo al tratto di falsopiano, unico punto in chilometri e chilometri di salita in cui è possibile raggiungere dell’acqua. Se poi si tratti di acqua davvero potabile, non lo so, magari venti metri più su c’è un allevamento suino… Ma non è che la cosa mi sconvolga, in fondo basta non saperlo. Arsi dalla sete, riempiamo le borracce con l’acqua che scende parsimoniosa da un gradino a bordo strada, poi riprendiamo il nostro cammino. Ormai per me è quasi fatta, anche se mancano dieci chilometri circa; le gambe faticheranno ancora, ma io sono già in cima con il cuore, contentissima e soddisfatta della giornata. Ad Isola 2000 ritroviamo Luca, che ci ha attesi prima di giustiziarci per il salto finale: quattro risate tutti insieme, poi lo spirito competitivo ancora una volta spezza il gruppo. Luca riparte, Matteo gli va dietro, Ivano ed io, da buoni anziani che han raggiunto la pace ciclistica dei sensi, restiamo indietro, impassibili, al ritmo delle tartarughe nell’imminenza del letargo.
Mi tocca ammettere, con dispiacere, che il terzultimo chilometro mi sembra più pendente del solito; anche Ivano ha la stessa impressione. Ma è così bella la luce della sera; i colori dell’erba e del cielo si fanno più caldi, più intensi, le poche striature di nuvole brillano di rosa, le ombre s’allungano a dismisura, tanto che anche un bucaneve diventa lungo come un bambù. L’aria è più fresca, l’ultimo km è lungo, interminabile, ma passa, anche lui. E non so se sia l’effetto della fatica che mi fa vedere, su in cima, un porcellino d’India al guinzaglio di una turista francese…

Discesa, lunga gelida discesa. La valle è già quasi tutta in ombra; sento già i brividi, le mani che si fanno rigide, la pelle d’oca, saranno ventun km di sofferenza; son le sette di sera, i tre compari spariscono avanti, a farmi compagnia restano il colore metallico dei laghetti, le crepe insidiose dell’asfalto nel bosco, l’insolito viavai di camper verso un accampameno improvvisato un paio di km prima del bivio per il Santuario. Da qui in poi mi attende Matteo, ora appagato dal testa a testa con Luca fino alla Lombarda; per fortuna la sfida in discesa non lo attrae altrettanto. Batto i denti, conto i km, imploro la fine del supplizio: a ben pensarci, oggi abbiamo subito escursioni termiche impressionanti! A fondovalle avremo sfiorato i quaranta gradi, mentre stamattina, o meglio la scorsa notte, siamo di certo scesi parecchio sotto i dieci. Ma è bello scendere al freddo senza più patire, parlando delle mattane future, fantasticando di UTMB e vacanze d’agosto. Quasi non tremo più.

Ci separiamo al bivio: Matteo ed io saliamo in auto, Ivano torna ad Aisone in bici, Luca ha la macchina a Vinadio. Gli ottanta chilometri fino a casa poi sono una lotta furiosa contro il sonno: però,anche questa volta, ne è valsa davvero la pena!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!