19 settembre 2009 – Ceva, Genova, Colle del Melogno, Ceva

Se il buongiorno si vede dal mattino, credo che oggi mi passerà sopra un autoarticolato a rimorchio multiplo. Sono giorni che medito l’imboscata: parto da Ceva, salgo a Montezemolo, poi Carcare, Altare, Savona, arrivo a Genova, estirpo dal negozio il buon Matteo, ma solo per un velocissimo saluto, perché lì si lavora ed il tempo è denaro, soprattutto per un Genovese. E siccome da Ceva a Genova Prà ci sono poco più di ottanta km, con un po’ di salita, s’impone di essere in sella di buon’ora: altrimenti, rischio d’arrivare oltre l’orario di chiusura per pranzo, ergo rendere vana tutta la fatica.
Regola aurea, però, sarebbe preparare l’auto alla sera, non al mattino alle sei meno un quarto, quando il cervello gira al minimo regime di sopravvivenza. Soprattutto in questa tristissima stagione in cui a quell’ora è ancora buio pesto. Altrimenti succede che scendi in cantina, carico dello zaino per il viaggio in bici e della borsa per il cambio d’abito a fine giro, portando appese alle dita le chiavi di casa e quelle dell’auto; recuperi la bici e le scarpe e ti avvii, carico come un venditore ambulante, verso il garage; quando sei lì… Cerchi la chiave dell’auto e non la trovi più. Ma come, venti secondi fa ce l’avevo in mano. Non è mica possibile che sia scomparsa! Torno in cantina, occhio incollato a terra, per quel poco che si può individuare, al buio, un portachiavi blu scuro sulla superficie di catrame del cortile; nulla fino alla cantina, nulla nemmeno dentro. Dietrofront fino alla bici, perquisizione dello zaino e della borsa, casomai in un attimo di incoscienza l’avessi riposta in qualche tasca; nulla. Il primo istinto è quello di scatenare un conflitto nucleare. Poi mi rendo conto che forse è il caso di cercare meglio: torno in cantina e da lì ancora al garage, altre tre o quattro volte, fino a lasciare la trincea del mio passaggio; nulla di nulla… E intanto si son fatte le sei, già un quarto d’ora di ritardo rispetto all’ora di partenza programmata. Desisto: oggi la Opel, la mia carriola, resterà a casa, perché a far partire un’auto senza l’uso della chiave non ho ancora imparato. Torno a casa, prendo le chiavi dell’altra auto di famiglia, Opel Corsa pure quella, ma un po’ meno vecchia ed un po’ meno bagnarola: alle chiavi disperse penserà qualcun altro, quando farà chiaro.

Ironia della sorte: mentre smonto la bici per caricarla nel baule, trovo la chiave raminga, agganciata alla chiusura della ruota posteriore. A questo punto sì, il conflitto nucleare sarebbe proprio opportuno… Ma non ho tempo, si farebbe troppo troppo tardi. Parto con le orecchie fumanti, ricordandomi al pelo che il cancello è bene aprirlo prima d’attraversarlo; sei e un quarto ed è ancora, ostinatamente, buio pesto. Se non altro, qualche stella si vede; il meteo per oggi ha promesso acqua, ma chissà, magari sbaglia.

Alla prima rotonda, illuminata come lo stadio di San Siro in notturna, il mio sguardo urta contro un cartellone pubblicitario gigante: toh, questo coso fino a qualche giorno fa non c’era. O forse non l’avevo notato. Troneggia la foto di una fanciulla assai prosperosa, vestita, si fa per dire, di nero; insomma, senza troppi giri di parole, un gran pezzo di gnocca. Accanto, qualcosa di scritto di cui leggo alcune parole a caratteri cubitali: “Discoteca Evita, venerdì sera, Cristina”. Urca… Non me la perderei per nulla al mondo, anzi, prenoto già il biglietto! Ma così, per curiosità: chi piffero è costei? Passo oltre scuotendo la testa. Per carità, non è che me ne stupisca: ma davvero c’è qualcuno che decide la destinazione della propria serata in base al tizio, o, in questo caso, alla tizia che si presenterà in un certo locale? Certo, senz’altro è un bel vedere, ma credo ci siano un sacco di esemplari, femminili e maschili, in giro per il mondo e senz’altro più accessibili… Senza necessità di andare a perder le bave dietro ad una che per giunta non ha manco un cognome, e non perché appartiene ad una famiglia nobile, almeno credo. Io mi schiodo di casa, alla sera, solo per i Trelilu!

La nebbia. Ah, erano già tre mesi che non la si vedeva in giro; quasi mi mancava. Finalmente oggi ricompare, da Marene in poi, un bel nebbione fitto e spesso, tanto che il fringuello sulla station wagon al mio seguito abbozza un sorpasso, poi frena e decide che tutto sommato è più comodo seguire i miei fari. Si ritira un buon ordine, anche quando, a ridosso delle montagne, la visibilità è perfetta. Come sono impressionabili questi piloti d’oggi!
A Ceva arrivo, tutto sommato, quasi in orario: sono passate da poco le sette. E’ chiaro, un pallido sole tenta di conquistarsi un po’ di spazio tra le nuvole; fa freddo, però. Che tristezza. Ma non è colpa della giornata, forse di grigio c’è solo il mio umore, e chissà poi perché! Non importa: so che i chilometri saranno la miglior cura per i mali dell’animo.

Salto in sella, direzione Montezemolo. E’ una sensazione inquietante: non tocco la bici da corsa, rulli a parte, da tre settimane, e la sensazione è quella di non esserci proprio mai salita. Mi manca la prospettiva, l’equilibrio; mi ritrovo tra le mani e sotto al didietro qualcosa che non mi appartiene. Per fortuna, qualche km di strada piatta e larga mi dà il tempo di riprendere confidenza con il mezzo: credo di essere l’unica persona al mondo che potrebbe disimparare ad andare in bicicletta! C’è da dire che, in tanti anni, non sono mai arrivata a sentirmi davvero a mio agio su una bici da corsa; basti pensare a come affronto le discese…

Giornata uggiosa, pigra; forse è ancora presto perché il traffico domenicale rianimi le strade. Le gambe protestano un po’, girano sì, ma svogliate; faticano ad accettare la temperatura, l’autunno che arriva. Sarebbe stato uno di quei giorni da passare per intero sepolti sotto le coperte: lo dico, ma in fondo so che non ne sarei capace.
Alla rotonda, abbandono la strada principale in favore di quella che va a Sale Langhe. Devo passare da Montezemolo, ma non ho voglia di sciropparmi lo stradone; mi avvio pian piano lungo questa salita dolce, tutta curve ampie e noccioleti e prati, ombre lunghissime del mattino, raggi di sole pallido che non scaldano più, goccioline d’acqua che scintillano sui fili d’erba a bordo strada. Eh sì, pedalo a testa ciondoloni, sola ed ancora un po’ rintronata dal sonno, dal freddo, dalla fatica. Possibile che mi senta così demolita? Dai cortili delle cascine mi giunge il latrato di qualche cagnone che vede in me l’unica occasione possibile per fare un po’ di chiasso, visto che qui, per qualche ora ancora, non passeranno che auto. Tracce di presenza umana, per ora, nulla.
La salita, dolce dolce, sembra concludersi qualche centinaio di metri avanti a me, in mezzo alle case di una borgata; oltre, in lontananza, s’intravede la strada alta che da Dogliani va diretta a Murazzano e Montezemolo. E’ solo un’ombra però: a quanto pare, c’è la nebbia, ed io ci sto per finire in mezzo. Proprio così; quando raggiungo l’incrocio e svolto a destra, mi ritrovo immersa in una soffice coltre d’umidità, fredda, appiccicosa. Il primo pensiero è per la mia incolumità: non ho le luci; qui rischio le piume… Il secondo è per la maglia già umida di sudore, che s’appiccica alla pelle, e hai voglia a chiudere la cerniera del gilet, non serve a nulla. La nebbia in collina, un controsenso, per me che sono abituata a vederla intorno a casa ed a fuggirne proprio pedalando verso le colline. Tira un po’ di vento, gelido anch’esso, ma forse è solo l’uggia di questa luce così fioca, grigia. Ogni tanto la coltre si dirada, concede qualche metro in più di visibilità; rabbrividisco quando sento alle mie spalle il rumore di un motore. Per fortuna, stamattina i piloti sembrano essere cauti. Dai pendii la nebbia sale su a fiocchi, veloce, spinta e scompigliata dal vento. Il generatore eolico spunta all’improvviso, sfocato, imponente, con i suoi tentacoli sempre immobili; chissà se di tanto in tanto funziona… Io non ho mai avuto l’onore di poter assistere allo spettacolo.
Morbidi saliscendi mi portano all’abitato di Montezemolo; ormai credo di conoscere questi metri di asfalto come le mie tasche. Mi accoglie, come sempre, il gigantesco cagnone grigio della casa sulla sinistra, un bovino sotto mentite spoglie canine; attraverso il paese silenzioso, me lo lascio alle spalle insieme alla nebbia. La rotondona al passo, ancora deserta: i motociclisti stamattina latitano. A sinistra, giù per lo stradone e la galleria: continuo a dubitare del fatto che questo tratto di strada sia consentito ai ciclisti, ma non vedo divieti di alcun genere; del resto, il tunnel è illuminato a giorno; rischi non se ne corre. Brividi lungo la schiena, le braccia, mani gelide; il sole è ancora così pallido che la discesa non mi risparmia il supplizio. Certo, potrei fermarmi ed indossare la giacca che ho nello zaino, ma non ne ho voglia, per pochi km. Del resto, è subito la paura a prendere il sopravvento. Quella strana sensazione di incertezza che mi ha assalita alla partenza da Ceva torna ora, prepotente, quando la strada va giù: proprio come se non avessi mai visto una discesa in bici, mi ritrovo a ridosso delle curve – ampie, poi, facilissime – senza sapere cosa fare, se non tirare disperatamente i freni; mi sembra che la ruota posteriore oscilli, sia lì lì per slittare ad ogni metro, ma non è vero. Scendo rigida come un baccalà: se incontro una pattuglia dei Carabinieri, mi sa che mi mettono davanti al naso la cannuccia dell’alcooltest! La incontro in effetti, la Gazzella, ma, per fortuna, passo inosservata. Ormai sono a Millesimo; come sempre, giorno di mercato, bancarelle in costruzione, anziani anche troppo mattinieri che già barcollano sotto il peso di precarie borse di plastica pronte a strapparsi da un momento all’altro. Un pericoloso elemento con cappello e bastone da passeggio attraversa la strada con il naso affondato nelle pagine di un quotidiano fresco fresco di edicola: che salto quando gli passo a rasetta davanti!
Qualche slalom tra gli ostinati cercatori di parcheggio e via, sono fuori dal paese, lungo la leggera ed antipatica salita. La nebbia è scomparsa, ma la giornata è tutt’altro che limpida; nuvoloni minacciano una bella lavata. Confido nelle previsioni meteo, che, per la Liguria, hanno promesso niente pioggia; in ogni caso, però, se anche dovessero sbagliare, non sarebbe un dramma. Oggi niente valichi oltre i 2.000 metri!
La fiacca è tale che mi assale il dubbio: riuscirò ad arrivare al Cadibona? Oh insomma, Gian, basta con queste fesserie. Ormai puoi arrivare più o meno ovunque, purché con la dovuta calma. Carcare, un po’ di traffico nel breve tratto di salita che porta poi al bivio del casello autostradale: mi assordano le sirene di alcuni mezzi di soccorso che corrono lungo l’autostrada, Vigili del Fuoco ed ambulanza, chissà cos’è capitato. Un posto di blocco dei Carabinieri, ma non ce l’hanno con me: passo oltre, raggiungo l’abitato di Altare, seguo un copione già letto un po’ di volte quest’anno. Spero solo di essere in orario per arrivare a Genova prima dell’orario di chiusura del negozio! E già pregusto la faccia che farà Matteo quando gli comparirò davanti così, senza preavviso! Ed è già la seconda volta: penso che, da oggi in poi, prenderà ad uscire di casa con barba e baffi finti…

Ignoro, come sempre, il semaforo che regola il transito nelle due brevi gallerie sul colle – va bene che sono spessa, ma ci passo anche incrociando un’auto! – e sbuco finalmente dall’altra parte del mondo: il versante del mare! Non tarda a farsi vedere, il mare, un po’ grigio e pallido, alla mia destra, ma è meglio che io badi alla strada. Anche stavolta mi congelo in un attimo: e fino a Savona sono dieci e più chilometri… E’ bella la strada del Cadibona, ricordo ancora quando la percorrevo sul sedile posteriore della vecchissima 112, ormai secoli e secoli fa, per andare a Savona, da Nicola, a mangiar la pizza, e poi a passeggio sulla spiaggia, d’inverno, a caccia di conchiglie che non c’erano mai. Solo sassolini lucidi e levigati, forme da immaginare e nascondere nelle tasche, acqua che da lontano affascinava, ma da vicino faceva un po’ ribrezzo, con quella schiuma biancastra e rami e detriti vari galleggianti. Già allora mi piaceva il silenzio, i gabbiani, l’aria ed il tepore del mare, ma non mi piaceva il mare. Anche oggi infatti ci viaggerò accanto, ma sempre al di qua del parapetto.

A Savona, la solita confusione, la processione di semafori, auto, motorini ed un curioso personaggio in sella ad una bici da passeggio: lo sorpasso, si arrabbia, mi risorpassa di gran carriera bruciando il rosso; si vede che ha i polpacci ben torniti, da ciclista pure lui… Ma datti una calmata! Più tardi, lo riacchiapperò sull’Aurelia, senza appello.
Chissà se, a furia di percorrerli, ho imparato i nomi dei paesi da qui a Genova? Beh, Albissola facile, ci sono le ceramiche, la passeggiata colorata, il viale stretto e sconnesso. Poi? Poi Celle, Varazze. La giornata è cupa, color del metallo; sopra Genova le nubi sono più dense e minacciose. Il mare, grigio, le spiagge deserte, solo qualche bipede che accompagna il quadrupede, qualche zuffa tra cani, qualche podista lungo le passeggiate. Quiete, forse eccessiva per settembre, ma la giornata di meteo poco promettente per me è un’ottima occasione per veleggiare lungo il mare senza troppo affanno né rischio. Non c’è traccia dei ciclisti superprofessionali che di solito sciamano su questo nastro d’asfalto; ci sono, invece, pochi ma buoni pionieri, con abiti, biciclette e carichi tutt’altro che modaioli. Mi ci sento a mio agio: così, se la stoffa consunta dei miei pantaloni ¾ leggeri dovesse cedere e lasciare spazio ad una voragine, sarò meno in imbarazzo.

Cogoleto, una distesa di spiagge vuote; fatico come un asino stanco, e meno male che non tira nemmeno troppo vento. Il solito dolore ai piedi mi accompagna già da un po’; bastano i pallidi raggi di questo sole malaticcio per far gonfiare le dita, che strillano al contatto con la scarpa. Le brevi risalite oggi proprio non mi vanno giù; le affronto proprio con lo stesso ritmo con cui attaccherei i 30 km dello Stelvio. Di mangiare per ora non se ne parla; avrei fame, ma l’unico pensiero è tirare dritto il più in fretta, anzi, il meno lentamente possibile. Arenzano, ormai qui sono di casa; passo in centro anziché seguire la statale, mi ci ricongiungo al semaforo. Qui, è inevitabile, c’è più confusione; molti esemplari di turista incallito che non si lasciano intimidire nemmeno dal rischio di pioggia. Punto una madama bionda che attraversa la strada con studiata lentezza, barcollando sui trampoli dorati: come vorrei vederla ruzzolare a gambe all’aria… Ma in bici non mi conviene tentare il colpo gobbo; rischio di lasciarci la fiancata pure io!

Gallerie, la strada che s’allarga insieme alla vista sul mare; cade qualche goccia, ma non importa: sono vicina, quel che ho nello zaino non farà in tempo a rovinarsi. Voltri, il parcheggio dei bus: per me, l’inizio dell’Apocalisse. Un disastro di traffico, auto moto e gente per strada; gli orologi pubblici sono concordi nel sostenere che siano da poco passate le undici, ma qui intorno si muovono mandrie di scolari di ogni ordine e grado, gli zaini sulle spalle o con le rotelle – si vede che sono vecchia: ai miei tempi questa sciccheria non c’era… – vocianti e pecoroni. Tento lo slalom tra le auto in coda, domandandomi con orrore come si possa anche solo pensare di circolare a Genova con l’auto; interpreto le luci del semaforo con un po’ di fantasia e passo avanti, incolume. Al casello dell’autostrada, penso che dovrei essere più o meno nei paraggi; peccato che questa volta, convinta di saper ritrovare la retta via senz’ombra di dubbio, non mi sia nemmeno segnata l’indirizzo del negozio. E a memoria ovviamente non me lo ricordo.
Mi rendo conto d’essere andata un po’ troppo avanti; m’infilo in una via laterale che somiglia a quella che avevo percorso in occasione del mio primo raid a Prà, ma non è lei. Chiedo informazioni a due donne, errore fatale: entrambe mi spediscono, con fiera sicurezza, ad un negozio che è sì di articoli sportivi, ma non è quello che cerco io. Ma dico io: perché, se vi chiedo di Repetto Sport, mi mandate da Sole Sport? E che diamine! Rassegnata, ritento la fortuna rivolgendomi ad un gruppo di attempati viandanti impegnati in fitte discussioni politiche: uno di loro mi degna di considerazione… E tre minuti dopo, con il cuore in gola, sono davanti al cortiletto del palazzo ove si trova il negozio.

Frugo nello zaino, trovo il cellulare: qualche istante di attesa, e se non fosse qui oggi? “Pronto?”
“Lo so che è una sorpresa riciclata… Ma, se esci un attimo, ti lascio un paio di cose!”.
Non ho ancora staccato la chiamata, che Matteo si materializza in cortile. Sorpreso e sconcertato più che mai. Gli lascio un libro e le foto della vacanza in Francia; poche parole, perché qui c’è gente che lavora… E non sono io! A malincuore me ne vado: so bene che Matteo mollerebbe tutto e verrebbe volentieri ad accompagnarmi per un po’… Avrei dovuto arrivare qui per l’ora della chiusura del negozio per la pausa pranzo, ma sarebbe stato troppo tardi per poi permettermi di rientrare in tempo a Ceva. Senza contare il fatto che, tra un po’, qui si aprono le cateratte del cielo! Proprio sopra la mia testa, il nuvolone più nero. Gambe, anzi, pedali in spalla, un po’ di malinconia, ma tanto sappiamo già che martedì sera si andrà a spasso in Langa. Oggi è stato un “di più”!

Riprendo la corsa verso Savona, scrutando le nuvole che spuntano dalla linea delle montagne, in lontananza. Converrà rientrare per la via più breve, il Cadibona, la stessa che ho seguito all’andata, oppure rischiare un po’ ed andare a Finale, per poi salire al Colle del Melogno? Il dilemma mi attanaglia per tutto il tratto di Aurelia che ripercorro a ritroso, Arenzano, Cogoleto, Varazze, Celle con le vetrine della Olmo. Un po’ per il rischio di pioggia ed un po’ perché mi sento un vero straccio: ce la farò?

A Savona, però, non me la sento proprio di svoltare a destra. Ho voglia di una salita bella, lunga. In fondo, se anche dovesse piovere, non sarà poi questo dramma; il Melogno è esposto al mare ed è a quota 1.000 m, niente di che. Quindi tiro dritto: per fortuna, è ora di pranzo; poca confusione in giro, son tutti con le gambe sotto il tavolo. Direzione, Finale Ligure. Quanto disti da qui, non lo ricordo proprio; però, non troppo. Del resto non so quanti km ho già alle spalle oggi, e non è che la cosa mi interessi. Respiro ancora a pieni polmoni, vuoi per l’affanno, vuoi per fare il pieno dell’aria di mare, anche se qui sopra la mia testa sfilano le ciminiere della centrale di Vado Ligure, che insomma proprio così poetiche non sono. Altro che iodio…

L’Aurelia qui è meno caotica rispetto alla parte tra Savona e Genova. E’ più ampia e non si strozza passando nei paesi. E’ tormentata, questo sì, da una frana che costringe alla circolazione a senso alternato, ma è bellissima nei punti in cui offre la vista su pareti rocciose bianche come il sale, a picco. Qui i raggi del sole hanno conquistato il loro spazio: grigio e nuvoloni sono rimasti alle spalle; non mi resta che buttare giù una brioche con un po’ di marmellata e proseguire in direzione del casello autostradale di Finale. La salita al Melogno inizia lì. Ed anche la mia pena. Saluto gli sparuti coraggiosi bagnanti del primo pomeriggio e svolto a destra: la pendenza qui è minima, eppure a me pare di scalare le rampe del Colle dell’Agnello. Mamma mia che fatica, il povero cuoricino è già schizzato via dalle orecchie, eppure la bici si sposta in avanti con movimento impercettibile. Che diamine… E’ vero, tre settimane quasi senza bici, ma non sono mica stata a far grasso sul divano! Eppure non c’è nulla da fare, nemmeno alzarmi in piedi sui pedali. Mi rassegno a quindici km, più o meno, di pura esperienza mistico-ciondolante; che fiacca mostruosa…
Al paese di Gorra approfitto della fontanella per fare una minima pausa. Necessaria, perché la borraccia è desolatamente vuota, ma anche tanto tanto desiderata: chissà che non valga a riprendermi un po’. Poi riparto, via per questa strada di cui ormai conosco ogni curva. Quante volte ci sono già passata, in compagnia dei più svariati personaggi oppure da sola! Intanto tengo d’occhio i nuvoloni che avvolgono le cime: il colle non si vede, immerso nella nebbia. Il mare alle mie spalle tra non molto sparirà, perché in mezzo alle nuvole sto per arrivarci anch’io. Infatti, quando faticosamente guadagno il traguardo dell’ultimo chilometro, vedo già a malapena la ruota anteriore. In fondo, poi, è l’unica cosa che io abbia guardato per l’intera salita: sollevare la testa costa fatica! Il neurone è pesante…

Passato il Forte, di fronte al bar mi fermo un attimo per indossare la giacca. La differenza di temperatura tra il versante mare e quello di Calizzano si fa sentire all’istante; la discesa verso l’entroterra è umida e viscida di foglie, ricci e castagne che marciscono sull’asfalto. Sembra d’essere catapultati in una di quelle giornate corte e bagnate di fine novembre… Coraggio Gian, c’è di peggio: te lo ricordi, vero, che, quando passi di qui a gennaio, dalle rocce e dalle radici sporgenti a bordo strada pendono lunghissime stalattiti?
A Calizzano si fa largo un po’ di sole, timido. Qualche passante già intabarrato, immagine ben diversa da quella che mi sono lasciata alle spalle a Finale: là si girava ancora in canotta, nonostante la giornata grigia. Proseguo verso il Colle dei Giovetti, già pronta ad un’altra salita di sofferenza; invece, con mia gran sorpresa, qui le gambe si mettono a girare come si deve, vivaci, brillanti, per quanto possa essere brillante un pachiderma con gli scarpini. Così posso anche distrarmi e dare uno sguardo al bosco, già in viaggio verso i colori dell’autunno. Solo un improvviso agitarsi rumoroso di frasche mi riporta alla realtà: probabilmente un cinghiale… Speriamo che non decida di attraversare la strada, altrimenti mi maciulla!

Qui i km scorrono veloci, senza intoppi, salvo la fame. Centellino le ultime risorse: una gelatina di frutta… In verità, avrei ancora una barretta, ma in fondo non manca molto al traguardo e la salita è quasi finita. Potrei approfittarne per allenarmi a resistere all’appetito! In cima, un dosso senza cartelli di alcun genere, s’intuisce il colle solo perché la pendenza si inverte. Nove km da qui a Bagnasco, tornanti bui in mezzo al bosco. Trovo una bella fontana sulla destra, dove calmare almeno la sete. Da alcuni dei camini della borgata salgono fumo e profumo di legna; è ora di intaccare la perfetta composizione delle cataste di legna nei cortili.
Bagnasco, il semaforo; vorrei ancora salire a Battifollo e scendere a Ceva da lì… Ma la mia pigrizia trova ben due giustificazioni, più o meno valide; la prima è che è già tardi e rischio di far buio (mica vero, son le cinque del pomeriggio passate da poco), la seconda, più credibile, è che tra un po’ avrà inizio il diluvio. E ci sarebbe anche la terza, i piedi gonfi che non sopporto più… Ma questa non vale, perché ormai ho imparato a convivere con questo strambo problema; a parte qualche breve istante in cui quasi quasi vien da piangere, per il resto il dolore è costante ma sopportabile. Imbocco la strada principale di fondovalle, che in una decina di noiosissimi km mi riporta alla Opel: dovrei aver messo in saccoccia circa 200 km e 2.000 m di dislivello, secondo una mia stima molto approssimativa. In effetti, dieci minuti più tardi, appena entrata in autostrada, mi sorprende il diluvio, che mi porto fin quasi a casa. Beh, che dire… Tempismo perfetto!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!