19/20 novembre 2011 – La 24h di Monaco e l’Ecomaratona di Alba

E’ una fortuna che, a quest’ora, lo spaccio della Venchi sia ormai chiuso. Non rischio di cadere in pericolose tentazioni, indotte non solo dalla golosità ma anche da una certa qual fame. Sono saltata in auto appena chiuso l’ufficio, senza misericordia per le sacrosante rivendicazioni del pancino. Il fragore della marmitta scassata copre a malapena i suoi ululati. Vernante, Limone, Colle di Tenda. Fortuna sfacciata: il semaforo è verde.
Guidare giù per le curve, ad un’ora in cui non c’è quasi nessuno per strada, è davvero rilassante. Mi tormenta però il pensiero di Monaco: mi conosco e so già che, in città, faticherò non poco per trovare la mia meta, Port Hercule. E’ il porto principale, mi han detto: già, grazie tante, ma immagino che Monaco sia tutta un porto.
A Ventimiglia, imbocco l’autostrada; è già tardi e non ho voglia di impazzire lungo le strade della costa. Fino allo svincolo, infatti, fila tutto liscio come l’olio. Il dramma comincia dopo…
Delirio. Non mi viene in mente altro termine per definire questo posto. Un manicomio in piena regola. Senza possibilità di scampo, finisco risucchiata in un vortice di auto, clacson, luci accecanti, un fiume in piena di lamiere e gomma. Mi faccio trascinare senza possibilità di scampo; è già troppo impegnativo destreggiarsi per schivare le altre vetture, figuriamoci poi capire dove sto andando. E dove dovrei andare. Con la coda dell’occhio, cerco qualche indicazione che faccia almeno intuire la direzione dei porti; in questo momento, non capisco nemmeno se sto viaggiando verso mare, verso monte o in parallelo alla costa. Giro e rigiro, ripercorro più volte le stesse strade e gli stessi incroci; mi terrorizza l’idea di sfiorare una qualsiasi delle altre auto: sono casseforti ambulanti… Per ciascuna di esse, già solo l’antenna dell’autoradio vale mille volte la mia Opel. Gioiellerie, banche, alberghi superlusso, boutique, tutto trasuda ostentazione e lusso sfrenato; auto lustre, luccicanti, enormi più o meno quanto le navi ormeggiate lungo i moli. Mi rassegno ad andar per tentativi; prima o poi, a furia di girare, arriverò a Port Hercule, se non altro per caso… Ma qui la strada sale, non mi sembra una buona idea. Dovunque sia il porto, non si trova di certo verso monte. Sciagura delle sciagure; con la mia bagnarola bollata e la marmitta che romba peggio di un DC9 al decollo, mi ritrovo proprio dietro un’immensa Rolls Royce, ferma davanti all’ingresso del Casinò, mentre un tizio vestito da pinguino si affretta ad aprire con mille salamelecchi la portiera. La situazione potrebbe anche risultare divertente, se non fosse che qui, prima o poi, mi arrestano per vagabondaggio… Non appena il catafalco libera il passaggio, mi affretto ad allontanarmi: data la precedenza, con ogni cautela, ad una Bentley e ad un grosso SUV BMW che qui in mezzo fa quasi tenerezza tant’è misero, torno verso il mare. Ormai ho perso la speranza: non so più se ridere o piangere… Non può essere vero, tutto questo. Probabilmente sono finita nel bel mezzo del set di qualche film dell’orrore. Ho una gran voglia di scappare… Ma non saprei nemmeno come uscire di qui. M’infilo in una sorta di galleria su cui scorrono gli ingressi di hotel et similia, uno più lussuoso dell’altro; quei pochi esseri umani che si muovono a piedi portano a spasso migliaia di euro in abiti, borse e valigie che definire ridicoli è poco…
Esausta, mi fermo accanto ad un molo. Non so più dove andare ed è quasi mezzanotte. D’improvviso, un miraggio: si avvicina una coppia di persone dall’aspetto quasi normale. Jeans, piumone. Due extraterrestri, qui. Non mi faccio scappare l’occasione di chiedere loro dove sia, ‘sto stramaledetto Port Hercule. Elementare, Watson: è proprio qui davanti al mio naso. Non mi par vero… Riavviata la Opel, mi rituffo nel caos. Peccato che il porto sia in gran parte occupato da un delirante luna park, che significa folla strabordante e parcheggi tutti occupati. Giro un paio di volte, avanti e indietro: niente da fare, non ci sarebbe spazio nemmeno per uno spillo.
Basta, non ne posso più. Mi fermo lungo il corso principale, accanto ad un’aiuola, in pieno divieto di sosta, ma in buona compagnia. Mi imita subito, allungando la fila davanti a me, una Jaguar da cui scende l’inevitabile coppia di baùscia. Mi vengono i brividi. Ma dove diavolo son venuta a cacciarmi?
Pace, ormai sono qui. Non mi resta che abbassare il sedile e mettermi a dormire. La corsa parte alle 8; è mezzanotte. Domani, qualche santo sarà.
Un perentorio “toc toc” mi risveglia di soprassalto. Oddio la Gendarmerie… No: è un viandante notturno, che mi avvisa di spegnere i fari. Probabilmente ha pensato che mi sia addormentata in preda ad una solenne sbornia. Lo ringrazio, spengo i fari e ripiombo nel sonno. Beh dai, non sono poi così beceri come sembrano, i Monegaschi.
Mi sveglio alle 6 in un altro mondo. La mia auto è rimasta sola lungo il corso principale, ma adesso tutto tace; l’unico veicolo in circolazione è quello dei netturbini. Non muove foglia; il luna park è immobile, il parcheggio è deserto. Mi sposto un po’ più vicino a quello che ho individuato come il percorso di gara, un circuito lungo il molo. Per chi non lo sapesse – io stessa ne sapevo ben poco, fino ad un paio di mesi fa – una 24 ore consiste, appunto, nel correre per 24 ore filate in un circuito di lunghezza variabile, più o meno come fa il criceto nella ruota. Mi sono cimentata in questo tipo di prova per la prima volta a Fano, lo scorso ottobre: l’esperienza non sarebbe stata poi così traumatica, se un fortunale, tra la quattordicesima e la quindicesima ora, non si fosse abbattuto sulla pista. Un temporale con raffiche di vento come non avevo mai visto: roba da non riuscire più a procedere, per le sferzate di pioggia e grandine addosso; gazebo e seggiole rovesciate e trasportate in giro per il prato, fulmini che illuminavano il cielo a giorno. Nel giro di pochi istanti, io ero fradicia… E così pure la borsa con i miei abiti di ricambio e per la notte, lasciata a bordo pista a portata di mano. La mia gara si è arenata dentro il gelido tendone predisposto dall’organizzazione: mai e poi mai, per nessun motivo, avrei ripreso a correre, bagnata come un pulcino, nel freddo della notte, nemmeno quando il temporale, dopo un’ora abbondante, ha deciso di placarsi.
Spero che qui, nonostante sia novembre inoltrato, il clima voglia concedermi un po’ di clemenza. Perlomeno una temperatura un po’ meno siberiana. In effetti, pure a quest’ora del mattino, scendere dall’auto non è affatto traumatico, anzi. Il giaccone è eccessivo. Mi avvicino al circuito, delimitato da transenne e fettucce: all’interno, qualcuno corre, altri – la maggior parte – trascinano un piede avanti all’altro come se ogni arto pesasse un quintale. Lo sguardo perso nel vuoto… Questi personaggi corrono da sette giorni nel circuito; questo è l’ottavo e l’ultimo… Anche se credo che abbiano ormai perso il senso del tempo e la coscienza di sé. E’ qualcosa che non riesco ad immaginare… Del resto, già fatico a capire il senso di ciò che sto per fare io, soprattutto dopo aver respirato un po’ dell’aria di questo manicomio.
Mi incammino lungo il circuito, facendo attenzione a non ostacolare il penoso incedere degli atleti. La stanchezza mostruosa che affligge i più esalta la scioltezza del gesto di alcuni fenomeni che ancora corrono come se fossero appena partiti o quasi. Tutt’intorno si sente solo il tenue sciacquìo del mare contro lo scafo degli yacht ed il grido incessante dei gabbiani. Non c’è traccia degli organizzatori, per il momento: ritirare il pettorale non è ancora possibile. In compenso, noto che nell’area di partenza c’è un ampio parcheggio. Già… Ma come ci si arriva? Approfitto del largo anticipo per recuperare la Opel e tentare un paio di giri di perlustrazione, alla ricerca dell’accesso; girare per Montecarlo è molto più facile al mattino presto, quando gli amanti della movida hanno appena ceduto al richiamo di Morfeo… Ciononostante, non c’è verso di trovarlo, questo benedetto parcheggio. Alla fine, la pazienza ha un limite. Scelgo una sistemazione in rigoroso divieto di sosta, ma più vicina alla partenza, per poter scaricare il mio tavolino ed il piccolo bagaglio da lasciare al bordo del circuito. Una volta ritirato il pettorale, stendo sul volante la maglietta omaggio con il logo della corsa, sperando di intenerire il solerte gendarme che decidesse di multarmi o, peggio, rimuovermi l’auto. In ogni caso, avrò il mio amato bene sempre sotto controllo dal circuito.
Piazzo il mio tavolino da campeggio vicino a tutti gli altri; sopra, la borsa degli indumenti e la scatola delle cibarie. C’è chi è ben più organizzato di me, intere squadre con la scorta; addirittura, i concorrenti della “otto giorni” hanno al seguito camper, roulotte ed assistenti dotati di formello ed ogni sorta di armamentario necessario per la cucina. Sono un po’ preoccupata per le provviste; ho una fornitissima scorta di Toblerone e qualche gel, ma spero che l’organizzazione abbia previsto un ristoro un po’ più vario, magari con formaggio e succhi di frutta. Sono troppo pigra per organizzarmi come si deve… Sarebbe saggio provvedere al bagaglio con qualche giorno di anticipo rispetto agli appuntamenti che contano, non sempre all’ultimo minuto com’è mia disgraziata abitudine. Va sempre a finire che, in ogni luogo, mi trovo come se fossi appena cascata da Marte!
Il piazzale si anima di atleti e di curiosi. Diversi gli italiani, tra cui Luciano ed Ilaria, che conosco di persona, ed alcuni noti solo per fama. Dalle cabine dell’immensa nave da crociera ormeggiata proprio davanti al piazzale spunta qualche assonnato viaggiatore in vestaglia, forse incuriosito dal viavai. I minuti scorrono lenti, tra inutili piccole sistemazioni del bagaglio, visite turistiche ai bagni chimici ed esplorazione di un minuscolo locale che per me è qualcosa di molto vicino al paradiso: poco più grande di un box, contiene ogni sorta di possibile macchinetta “alimentare”, da quella che produce millemila tipi di caffè, cappuccino e cioccolata, a quella per le merendine, le bibite, persino a quella che vende yogurt. Quest’ultima è una tentazione… Ci rinuncio solo per evitare effetti collaterali proprio a ridosso della gara. Ed anche perché ho già freddo ed è più saggio scegliere una bevanda calda: una banalissima gustosa cioccolata, ad esempio.
Mi aggiro come un fantasma in area partenza; pantaloni corti e chiappe ibernate: va bene che siamo in Costa Azzurra, ma è novembre… Qualche raggio di sole filtra appena; soffia una leggerissima brezza. Con poca convinzione, seguo la massa che sciama verso uno dei gazebo, intorno ad un omino con un microfono in mano. Lunga tiritera in francese, a cui presto poca attenzione, se non per apprendere che il circuito è lungo appena più di un chilometro. Noto però con la coda dell’occhio che il punto di ristoro, come speravo, è ben fornito di ogni sorta di vivande. Di fame non morirò… Di noia, forse.
Il via viene dato senza tanti preamboli né fronzoli. Si comincia a correre, con tutta calma. Fin dal primo giro, vado alla ricerca di cose che distraggano la mia attenzione; qualsiasi cosa, dai seggiolini dei bar alle piante, alle finestre dei palazzi che riflettono il sole, all’orrore dei cubi di cemento e vetro, al castello isolato lassù in mezzo alle brutture, agli scheletri oggi immobili delle giostre. Il gruppo si sgrana; chi “ci crede” e parte forte, chi come me comincia fin da subito a domandarsi il perché di tutto ciò e decide di correre giusto perché “son venuta fino qui, ho speso i soldi del viaggio, tantovale fare buon viso a cattivo gioco e cavare almeno un allenamento decente”. L’entusiasmo no, quello non lo trovo…
I primi giri passano veloci; in fondo, è tutta una novità. Via la giacca: se avessi avuto il coraggio di levarmela subito, prima del via, avrei evitato una pausa. Ed avrei risparmiato cinque secondi. Mi mando al diavolo da sola per questo assurdo pensiero e riprendo il mio passo. La forma del circuito non è delle più gradevoli; una serie di curve strette sia nell’area di partenza che all’estremo opposto, dove ci tocca persino una netta inversione: potrà sembrare una sciocchezza per le gambe fresche, ma è destinata a diventare un tormento dopo qualche decina di giri.
Questa è una 24 ore anomala, a vocazione più “umanitaria” che sportiva. Infatti, permette a chi ne ha piacere di entrare nel circuito in qualsiasi momento della giornata e percorrere un qualsiasi numero di giri, anche soltanto uno. Per ciascun giro completato da ciascun atleta, o non tanto atleta, una somma verrà devoluta all’associazione “Children & Future”. Io sono per natura scettica sull’argomento; ho sempre la sensazione che i fondi destinati in teoria alla beneficienza prendano in realtà altre strade. Ma qui, c’è da dire, non siamo in Italia; chissà, magari quel che viene promesso è persin vero. In ogni caso, non fatico ad ammettere che la filantropia non è la mia passione… E che l’aspetto sportivo è l’unico che mi ha trascinata oggi fin qui; vale per me, ma immagino anche per molti altri compagni di sventura che vedo parecchio impegnati nella sfida.
La vita pian piano si risveglia nei lussuosissimi appartamenti galleggianti. Giro dopo giro, non posso fare a meno di osservarne uno in particolare, ormeggiato nei pressi del “giro di boa” della corsa. Lo abita una coppia credo inglese; lui, un uomo di mezz’età, non esattamente un adone, con una pancia da commendatore, che credo faccia, come unica attività fisica, la salita e discesa dal transatlantico, ammesso che il transatlantico non abbia qualche forma di ascensore; lei, una donna bionda, ben più giovane, bella ma non appariscente, al punto che potrebbe davvero essere la moglie. Fanno colazione con studiata lentezza, tanto da irritare persino me che corro; mi verrebbe da andar su ed invitarli caldamente a schiodare il posteriore… La signora si ritira per qualche momento; al giro successivo, la vedo nuovamente sul ponte, in abiti da lavoro, con guanti e straccio, a lustrare il corrimano di metallo. Al giro ancora successivo, eccola ancora che lustra il corrimano, e così per parecchi giri. Poi si sposta e lustra i vetri. Infine scende e lustra lo scafo… Il tutto, senza che alcuna parte della barca abbia alcun bisogno di essere lustrata, visto che già di suo il mastodonte è tirato a specchio. Mi vien da ridere… Per carità, io sarò grezza e non capirò nulla di simili finezze, ma che senso ha possedere uno yacht se poi si trascorre il sabato a lavorare come schiavi per farlo brillare? Ma soprattutto: un personaggio che può permettersi uno yacht non ha forse la possibilità di assumere una domestica? Mah… Penso alla mia casetta, che sembra un campo di battaglia… Ancora un po’ e servirà il machete per passare da una stanza all’altra. Però io me ne infischio ed oggi sono qui a correre!
In effetti, c’è da dire che dovrei anche badare agli affari miei. Ma non è proprio possibile, quando tocca girare come il criceto nella ruota su un percorso lungo poco più di un km. Occuparsi dei cavoli altrui è indispensabile per sopravvivere. Così, mentre la madama s’impegna a lustrare ogni centimetro quadrato del suo possedimento, la passeggiata si anima. I Monegaschi si risvegliano, anche se qui, di Monegaschi veri, se ne vedono ben pochi. Squillano spiccati accentu cuneesi, milanesi, del Sud Italia. Sulla pista dei corridori si riversa di tutto: madame impellicciate con venti gradi, coppie molto stilose, marmocchi vestiti come i modelli delle pubblicità di abbigliamento junior, anziani che di certo non si fermano alla pensione minima e svernano qui anziché a Borghetto. Nel giro di mezz’ora, ci si ritrova a correre in qualcosa di molto simile a Via Roma, a Torino, nei giorni di punta dello struscio davanti alle vetrine. Correre per modo di dire… Se prima era noia mortale, adesso il mio sentimento è odio viscerale. Proprio io, che detesto la folla e soprattutto questo tipo di folla. Mi maledico mille e mille volte per la sciagurata idea di venire fin qui. Giro dopo giro, sono assalita da un irrefrenabile desiderio omicida.
Non è più il circuito di una 24h, questo. C’è di tutto, cani e porci: e passi per i cani, l’unica compagnia che apprezzo di tutto cuore, e passi anche per i loro padroni, che un fondo di buono nella loro inutile esistenza devono pur averlo, se portano a spasso un quattrozampe… Ma che diamine fanno tutti gli altri qui? Sono disperata: possibile che nessuno abbia pensato di riservare questo straccio di km di asfalto a chi corre? Ho sempre più la sensazione di non aver capito nulla. E sì che mi avevano avvisata: “Troverai di tutto sul percorso”. Ma si sa che bisogna sbattere il naso, per percepire il dolore. Carrozzine, biciclette, borse… Non è una 24h, è una corsa ad ostacoli. E non uno, dico io, non uno che curi di spostarsi, che eviti magari di impegnare tutta la larghezza della strada con la propria mole sovrabbondante. Frotte di ragazzini, ed anche meno ragazzini, che trascinano le loro fiacche membra e menano la lingua stando in cinque uno a fianco dell’altro.
Ho perso il senso del tempo e della misura, non so più se sto correndo troppo piano, troppo forte, se devo usare prudenza, se devo fermarmi a mangiare e bere… Vado avanti a forza di nervoso, mando gomitate a destra e a manca, senza alcun ritegno. Alla vista delle damazze con i colli di pelliccia, poi, la tentazione è proprio quella di asfaltarle… La maleducazione generale è tale e quale a quella italiana; quella dei marmocchi raggiunge l’apice. Scorrazzano come biglie impazzite, incuranti dei corridori che arrivano alle spalle.
Di tanto in tanto, lo sguardo va ai miei compari di sofferenza: in un circuito così breve, ci si vede spesso. Ho l’impressione di essere l’unica a patire così la situazione: gli altri atleti, perlomeno quelli che “la prendono sul serio”, mi sembrano più concentrati sull’obiettivo, più assenti. I “Sanremo Runners”, assistiti a bordo pista da un personaggio alquanto pittoresco; Luciano, un trattore che non si fermerebbe neanche davanti ad un muro; Ilaria, lanciatissima, che mi ha già doppiata innumerevoli volte. Espressione imperscrutabile, sguardo fermo in avanti. Non ho dubbi su chi salirà sul gradino più alto del podio femminile, domattina: Ilaria ha una determinazione incrollabile. Se vuole, ce la fa… Ed oggi vuole.
La temperatura è l’unico aspetto piacevole della giornata, almeno nel primo pomeriggio. Ma sono sempre più convinta che non dovrò preoccuparmi dei rigori della notte. Io qui fino a domani non resto, no no… Non posso nemmeno pensarlo. E’ distruttivo correre così; non c’è nulla, proprio nulla di piacevole, è un continuo zig zag, rallentare, accelerare, scartare all’improvviso. Per me che amo la regolarità assoluta della marcia, questo è un pianto. Mi dispiace, ritirarmi non è da me, ma così non ha alcun senso.
Il culmine della disgrazia arriva con il luna park. Come se non bastasse il caos totale della folla, a metà del pomeriggio si dà fuoco alle polveri. Musica sparata a tutto volume dalle casse, luci abbaglianti, truppe di ragazzini e meno ragazzini che si riversano nell’area. Mi coglie un attacco fulminante di orticaria. Con tutte le notti trascorse sui sentieri di montagna, con la sola compagnia della luna ed a volte neanche di quella, tutt’intorno assoluto silenzio… Essere qui oggi è un insulto a quei ricordi ed a me stessa. Passano i giri, i minuti, mi sembra di impazzire. Ho deciso. Resterò qui fino alle 20, non un solo minuto di più. 12 ore per fare cifra tonda, poi prendo e me ne torno a casa. E domani mattina, puntuale, sarò al via dell’Ecomaratona di Alba, a cui tra l’altro sono già iscritta. L’Ecomaratona avrebbe dovuto corrersi un mese fa, ma è stata rinviata a causa dell’alluvione. Tuttavia, quando mi sono iscritta alla 24 ore, non lo potevo ancora sapere… Beh, in ogni caso non la perderò. Non resterei qua fino a domani, nemmeno dietro congruo compenso.
Non so quanti giri ho accumulato sinora. Le ombre si allungano, l’aria si fa più frizzante. Non ce la faccio più. Ci vorrà già un bell’impegno per arrivare alle otto, stasera. Il mal di gambe è comparso troppo presto e mi inchioda i muscoli. Ok, ho già deciso di ritirarmi, ma non voglio cedere prima dell’ora stabilita. Quello sì, sarebbe un fallimento. Non vorrei nemmeno rassegnarmi a camminare: non m’importa se, in una 24 ore, farlo è normale; per me non ha senso. O si corre, o si molla. Ma il dolore cresce, le gambe sono sempre più rigide, il morale sempre più a terra. So che, come sempre, a mente fredda riderò dell’assurdità di questi sentimenti così forti, ma in questo momento avrei voglia di piangere. Il mio umore stride con il chiasso allegro – sia pure un’allegria innaturale e forzata – delle giostre. Provo a distrarmi osservando la plancia con i seggiolini, che viene sollevata lentissimamente in alto e poi sganciata all’improvviso, con il suo corredo di urli ed agitarsi di mani e piedi; non so se si stia peggio lassù o qui. Ci vorrebbe un conforto, ecco. Mi costa ammetterlo, anche a me stessa; vorrei sempre essere in grado di cavarmela da sola, eppure in questo momento ci vorrebbe una voce amica. So bene che non può succedere. O forse sì. In realtà so bene che potrebbe anche succedere. C’è una sola persona al mondo che potrebbe comparire qui, oggi, pur non essendo in gara. Sarebbe assurdo, da parte sua, macinare tutta questa strada in auto solo per venire ad assistere alla corsa, e razionalmente spero che non succeda. No, non accadrà. Tiro ancora avanti, sempre più disfatta; l’obiettivo delle 24 ore si è ormai dissolto da un po’, ma anche quello delle 12 ore si allontana. Scambio qualche parola con i colleghi, per dissimulare la stanchezza. La signora dello yacht ha concluso da un po’ il suo alacre lavoro; pare che a bordo sia in programma, per la serata, un ricevimento.
Ormai tiro avanti per inerzia. Ho fame, ma non riesco più a mangiare frutta secca, dolci, formaggio senza sapore. Possibile che, nel Paese dei millemila formaggi, non possano servirci altro che questo sedicente formaggio di plastica? Corro, a tratti cammino, occhi bassi e testa altrove. Quando sento quel “ciao”, poco ci manca che stramazzi a terra per lo spavento. Non ci posso credere… E’ venuto fin qui davvero! In tenuta da corsa, me lo trovo di fianco. Sono così sorpresa che quasi non riesco a spiccicare parola, né tantomeno a ringraziare come dovrei. Giorgio è venuto fin qui, ha colto l’occasione per una puntata a Montecarlo con la compagna, per essere al mio fianco per qualche giro. E portarmi una razione magnum di focaccia. Non so se di tutto ciò sia più grato lo stomaco o l’animo… So solo che non so da che parte cominciare per ringraziarlo e per dargli un’idea di quanto sia importante la sua presenza qui. Il guaio è che le mascelle sono troppo impegnate a triturare la focaccia: i sentimenti sono importanti, ma le grette necessità del corpo prendono il sopravvento. Il gusto della focaccia è un dolcissimo, anzi salatissimo conforto; cancella la nausea seduta stante. La compagnia è un’occasione per dare sfogo a tutta la mia tristezza. Mi rincresce che Giorgio possa fermarsi così poco. Un giro, due, tre, poi è ora, per lui, di recuperare la compagna temporaneamente dispersa tra le vetrine e tornare a casa. Prometto che farò il possibile per continuare: mollare stasera, a questo punto, mi sembra un atto di bieca ingratitudine verso chi è venuto fin qui quasi apposta per farmi un po’ di tifo. Ma il “possibile”, questa volta, è proprio poco. Non è una crisi momentanea, di quelle che si superano con la forza di volontà. Ho le gambe doloranti ed inchiodate… E non sono ancora trascorse 11 ore. Come è possibile? Non me lo spiego. Dov’è andata a finire la mia tanto decantata resistenza alla fatica? Ormai cammino, più che correre. A nulla valgono le accorate esortazioni dell’allenatore – assistente dei Sanremo Runners. Ce la mette tutta, lui, per infondermi coraggio, ma non ce la faccio più. E’ vero, la sera e la notte porteranno via la bolgia infernale; sarò più tranquilla, starò meglio. Già, ma io non riesco più a correre. Forse potrei riprendermi, con una sosta, un massaggio, un po’ di riposo. Ma per me qui vige la legge del “chi si ferma è perduto”; non avrei la volontà per trascinarmi camminando per altre 12 ore. Potrei farlo, anzi ce la metterei tutta, in un altro genere di gara, una bella corsa in montagna in cui c’è un colle da superare, un ristoro da raggiungere, un traguardo che dà emozione. Qua non c’è nulla di tutto ciò. Girare, girare e ancora girare. Senza contare il fatto che prima o poi io qui faccio una strage…
Ad ogni giro, cerco convulsamente l’orologio. Attendo le 8; l’unico mio desiderio è che arrivino le 8. Poi salterò in auto e me ne andrò da questo posto disgustoso – odioso indipendentemente dalla corsa – per non metterci piede mai più.
Giro dopo giro, il mio traguardo si avvicina. Penso a domani, ad Alba, alle mie colline. Ci arriverò con le gambe devastate, soffrirò parecchio, ma non ha importanza. Sarò mille volte più felice.
Ennesimo passaggio sotto l’orologio. Le otto. Ok, perfetto, è fatta. Raggiungo il tappeto del cronometro in area di partenza, registro il passaggio. Poi mi siedo, slaccio le scarpe, levo il chip cronometrico, lo restituisco. Ed è la prima volta, nella mia lunga anche se non troppo gloriosa carriera sportiva, che compio questo gesto con incrollabile convinzione ed infinito sollievo. Mi sento già molto meglio. Recupero il mio tavolino, la mia borsa; carico la Opel, constato con gratitudine verso i gendarmi monegaschi che sul mio parabrezza non compare alcuna multa. Speriamo che qui le multe non siano occulte. Metto in moto e me ne vado, senza rimpianti. Tra un semaforo e l’altro, mando un messagio a Giorgio: “Passatemi a prendere domani, tu e Candido. Vengo ad Alba anch’io”. Resta il disappunto per aver ridotto le gambe in questo stato disastroso, al punto da non riuscire più a correre. Non ne sarei così delusa, se solo sapessi di aver percorso, in 12 ore, ben 116 km. Lo scoprirò lunedì… A riprova del fatto che, con il nervoso in corpo, ho perso qualsiasi buonsenso e prudenza nella corsa.
Mi godo la guida tranquilla su per la Valle Roja, la solitudine dell’abitacolo della Opel e della strada quasi deserta. All’imbocco del tunnel del Tenda, il semaforo è rosso; c’è un po’ di coda. Mi rassegno all’attesa. D’improvviso scorgo due fagotti indefiniti, uno a destra, l’altro a sinistra dell’auto che mi precede, vicinissimi. Un parto della mia stanchezza? Strabuzzo gli occhi. Sono due volpi… E ce n’è una terza, poco distante. Sono allibita… Le bestiole fissano insistentemente i finestrini delle auto in coda, da cui arriva qualche porzione di cibo della più varia natura. Ho ancora un pezzetto di focaccia: abbasso il finestrino, allungo la mano. La volpe non si fa pregare, prende il boccone dalla mano e manco ci pensa, a dividerlo con le compagne. So di non aver compiuto un’azione saggia: il comportamento di queste bestie è tutto fuorché naturale; quel che è peggio, con simile fiducia verso gli esseri umani, le volpi si espongono al rischio che qualche bipede idiota e criminale faccia loro del male.
Mezzanotte è passata da poco quando rientro a casa, accolta dai miei amori pelosi. Crollo sul divano senza nemmeno pensare alla doccia ed entro in coma. La sveglia suona alle 6, appuntamento alle sette e mezza: ho un bel po’ di incombenze da sbrigare. Quella doccia che qualche ora fa ho saltato, ad esempio… Lunga, calda e confortevole. E poi il bagaglio, le scarpe, le stesse Salomon che ho indossato ieri. Sul sentiero, terreno per cui sono state pensate, a mio parere valgono poco, ma su asfalto sono ottime e comode. Un po’ di colazione, del tutto insufficiente a reintegrare lo sforzo di ieri ed a fare da serbatoio per la maratona di oggi. Purtroppo il frigo piange, è vuoto, ed io sono troppo pigra per aver voglia di cucinare una pasta. Infine, ecco l’inseparabile zainetto con cui correrò anche oggi.
Puntualissimi arrivano Giorgio e Candido. Meno di mezz’ora e siamo ad Alba, accolti da una fredda ma bellissima giornata di sole. Cammino con qualche difficoltà: le gambe sono inchiodate proprio come ieri sera. Ma mi do un contegno. Ritiriamo il numero di gara, accompagnato da due invitanti bottiglie di vino: io non sono un’estimatrice e non ne capisco nulla, ma conosco qualcuno che apprezzerà. Gli spogliatoi del centro sportivo sono caldi e confortevoli, in piacevole contrasto con il clima gelido della giornata. Attendiamo le 10, ora del via, gironzolando per le vie di Alba, a caccia di un bar che sia già aperto. Alla fine, ne troveremo due, con altrettanti caffè. Mi sforzo di capire come e quanto le gambe potranno sostenermi; le premesse non sono incoraggianti. Ma non è la prima volta che piazzo una maratona in coda ad un’altra corsa lunga ed impegnativa: solo lo scorso ottobre, mi sono trascinata al traguardo dell’Ecomaratona di Cuneo dopo aver concluso, nella notte, i 110 km del Morenic Trail. E in mezzo, quella volta, ho avuto niente più di un’ora di sonno… Nonostante tutto, mi avvio alla partenza un po’ titubante e con un buon carico di preoccupazione.
Una splendida luce illumina le torri, ma non raggiunge ancora la piccola folla di atleti radunati sulla piazza del Duomo. Ragioni misteriose ritardano la partenza; nell’attesa, registro previsioni e prospettive di chi mi sta intorno. Una piccola folla, anche se molti si limiteranno alla mezza maratona. Non che io sia lieta del ritardo: qui si congela… Però trovo maleducati e fastidiosi i fischi che si levano all’indirizzo dell’organizzatore, che parla dal palco. Possibile che non si riesca ad avere qualche minuto di pazienza, nemmeno quando si va in giro per divertimento? Prendiamoci un po’ meno sul serio…
Finalmente, all’improvviso, si parte. Mi ritrovo a muovere i primi passi di corsa: non mi ci vuole molto ad avere la certezza che sarà un calvario… Le gambe sono pezzi di legno, pesanti, rigide; la gola brucia; l’aria fatica ad arrivare ai polmoni. Calma, Gian. E’ così, all’inizio, ma vedrai che andrà un po’ meglio, quando ti sarai scaldata. Il mio timore, adesso, è restare indietro rispetto al resto del gruppo: non siamo così numerosi da poter contare sulla presenza di qualche collega di fatica sempre nei paraggi. Inoltre ho l’impressione che, là davanti, gli apripista non si accorgerebbero se l’ultima ruota del carro si staccasse. E, nel tratto iniziale, il percorso non è segnalato o quasi…
Il primo tratto si corre in mezzo ad un prato, a ridosso della città. Subito il dolore al fianco destro, appena sotto le costole, si fa sentire, prepotente. I posteriori dei miei compagni di corsa sono già lontani; mi sorpassano tutti, proprio tutti. Le mie articolazioni si muovono a scatti. Premo la mano contro il fianco, sforzandomi di non sentire la fitta. Gian, mi sa che stavolta hai fatto una boiata. Se non passa, come la mettiamo? Certo, nessuno ti obbliga a concludere la maratona; puoi sempre ritirarti. Ma così, serviresti su un piatto d’argento l’occasione ai tuoi detrattori: ecco, ha voluto fare la spaccona e si è sgonfiata come un palloncino bucato… Per carità, non è che io abbia dei detrattori. Non sono così importante da avere dei nemici e credo che il mio prossimo abbia qualcosa di più importante a cui dedicarsi, che non la ricerca della mia posizione in classifica. E’ la mia stessa delusione, quella che temo di più. E’ frustrante dover riconoscere di aver fatto il passo più lungo della gamba: a proposito, dato il contesto, direi che questa è una metafora azzeccatissima.
Si rientra in mezzo alle case, al passaggio a livello ed ancora su sentiero, questa volta in salita, però. Una volta tanto, sono ben lieta di dover smettere di correre. Non sono proprio sola; un paio di tapini, con me, ci sono. Guarda tu… Chi l’avrebbe mai detto che un sentiero così aspro si potesse trovare qui, proprio a ridosso della città? Fango, arbusti, foglie morte, fiato corto e mani a spingere gioù le ginocchia. Spuntiamo sul crinale di una collina, nei pressi di alcune ville che sono una favola già solo per il panorama di cui godono… Vecchi edifici ristrutturati in modo magistrale, tettoie, porticati, archi e volte in mattoni, un sogno. Un po’ di asfalto, un po’ di strada sterrata; le gambe, per ora, sembrano accettare un trotto appena accennato. Tutt’intorno le colline che conosco da anni, come non le avevo mai viste; davanti, la strada bianca che sale e scende dolcemente. Ben pochi concorrenti sono ancora in vista, gli altri schizzati chissà dove.
Mi ritrovo, non so bene come, sulla strada principale che da Alba sale a Barbaresco con curvoni ampi e dolci; percorro questo tratto in compagnia di una mamma genovese impegnata nella mezza maratona. Chiacchiero e intanto corro: non voglio mollare, nonostante la salita e la stanchezza. I muscoli caldi sono un po’ più docili. Non riesco a fare a meno di meravigliarmi per la splendida giornata… E di ringraziare, mille e mille volte, la decisione di abbandonare quello scellerato circuito di Monaco, quell’assurdo calvario, quel disgustoso carnaio. Qui mi sento a casa, per nulla al mondo vorrei essere altrove…
Giorgio e Candido saranno già anni luce più avanti, a quest’ora. Del resto, non potrei reggere il loro passo nemmeno se fossi fresca e riposata, figuriamoci in questo stato. Ma del tratto che sto percorrendo conosco ogni metro, per averlo salito tante volte in bici da corsa; ogni metro, ogni cortile, ogni casa, ogni cane. Ancora in compagnia della signora genovese, seguo le indicazioni che conducono verso il centro del paese, di una bellezza struggente: l’itinerario prevede il passaggio proprio sotto alla splendida torre, con tanto di piccola scalinata da risalire: goduria massima per i miei poveri garretti. Ma soffro stoicamente, anche perché poco oltre, mimetizzato tra i banchetti del mercato, c’è il tavolino del ristoro, con Coca Cola, succhi di frutta, the caldo e vino, più una quantità di frutta secca di ogni genere. Mi allontano con le mani colme di noci e nocciole: un breve tratto in salita mi ricollega alla strada principale poc’anzi abbandonata. Ma è una breve illusione: sulla sinistra mi attende una discesa molto ripida, giù per una strada che deve aver visto l’ultima ripassata di asfalto ai tempi delle Guerre Puniche. Una rampa lunghissima, in picchiata, tortura per le ginocchia ed i muscoli induriti; ci sarebbe quasi da correre all’indietro! Breve deviazione in mezzo ai campi ed ai pioppi, passaggio sotto lo stradone e poi si torna lungo una bella strada asfaltata, secondaria, per fortuna. Ho perso l’orientamento; so di essere nei paraggi di Neive, ma non credo di esser mai passata di qua. I nomi delle borgate non mi dicono alcunché.
Il sole mi dona il suo tepore, nonostante la stagione fredda già inoltrata; sgranocchio un Tronky rubacchiato all’ultimo ristoro. La strada risale blanda, proprio in direzione di Neive: quasi mi stupisco di come io riesca ancora a trottare bene in salita. In lontananza mi pare di scorgere qualche altro corridore… Raggiungo infine il bivio tra il percorso della mezza e quello della maratona; a me, buona ultima, tocca svoltare a destra. La mia compagna di viaggio, rimasta un po’ indietro, si vede piccola piccola, in basso. Proseguo in salita, ormai senza più il senso della direzione, ma curiosissima di vedere dove andrò a finire. A Neive, proprio in centro, tra i profumi invitanti delle trattorie ed i grappoli di affamati che stanno per invaderle. Un punto di ristoro anche qui, presidiato da simpaticissimi volontari che apprezzano senza dubbio il mio pantaloncino minimo; si beve, si mangiucchia, si riparte, sempre con un occhio alle frecce che indicano il percorso. Giù per un bel viale, poi su per una strada che diventa sentiero e si inerpica tra i filari delle viti. In cielo non una nuvola; la terra è secca, polverosa. Ai piedi delle viti, quel che resta di grappoli scartati e ormai avizziti.
Se il senso dell’orientamento non m’inganna, ormai ho passato la metà della corsa e dovrei quindi tornare verso Alba. Non mi rassegno a camminare, in salita, ma il mio passo è molto lento e legnoso. Spero davvero di farcela, fino alla fine. Ma sì, farcela sì, insomma, credo. Quel che non so è se troverò ancora qualcuno ad attendermi al traguardo! Lo sguardo si perde tra bellissimi casali ristrutturati e ville nuove, ahimè, quasi inevitabilmente pacchiane e pretenziose. Tra salite e discese in cui non so più dire come io sia girata, d’improvviso mi ritrovo in un luogo familiare: Barbaresco, o meglio la strada principale che vi passa accanto. Al bivio per località Tre Stelle, un’ambulanza è pronta a ripartire: il punto di ristoro è già stato sbaraccato. “Mi hanno detto che non c’era più nessuno”, esclama uno dei volontari. Beh caro mio, ti hanno informato male… Imbocco la strada in salita, sulla sinistra, inondata di sole; pian piano, al mio passo, corricchio, dissimulando fatica e dolore con un enigmatico sorriso in stile Gioconda. Almeno, nelle intenzioni. Non so se il risultato sia proprio quello. L’ambulanza mi affianca, “Signora, vuole salire?”. Salire, io? Piuttosto striscio fino al traguardo… No no, non se ne parla nemmeno. Non so se sono in tempo o fuori tempo, poco m’importa. Mi dispiace per i tapini costretti a prolungare il loro turno di assistenza, ma tirerò dritto! Chi si ferma è perduto!
Conosco a memoria la salilta blanda e regolare fino al paese. Lì un punto di ristoro ancora in piedi mi offre bibite, nocciole e noci, fantastico! Via in direzione di Treiso: i garretti protestano fieramente, ma sapere che ormai ho passato da un po’ la metà mi mette di ottimo umore. Lungo questo splendido tratto con vista a perdita d’occhio sulle colline, scopro con piacere di non essere sola: poco avanti a me, un puntolino ciondolante in assetto da corsa… E’ un rivale! Non è certo la prospettiva di giungere penultima anziché ultima al traguardo che mi mette le ali ai piedi, quanto il sollievo di sapere che, d’ora in avanti, non sarò più il solo bersaglio degli strali dei volontari al seguito. La loro interminabile pena non è più solo colpa mia… E le colpe si sopportano meglio, se spartite con altre spalle.
Come sempre, non mi sono data pena di consultare l’itinerario, prima del via; così, oggi tutto è una sorpresa. Anche il piccolo “posto di blocco” creato dai veicoli dell’assistenza: lì per lì, ho l’impressione che vogliano caricarmi a forza su un’auto e porre caritatevole fine ai miei patimenti…. Invece no, intendono solo farmi, anzi farci, capire che qui bisogna svoltare a destra. Giù per una ripidissima stradina asfaltata e poi, sempre sotto sorveglianza di un volontario – ma quanti sono? – deviazione su sentiero. Il panorama alla mia destra impone un istante di sosta: mi manca il fiato… Uno spettacolo meraviglioso di muraglioni di sabbia, solcati da profonde rughe; uno scorcio davvero meraviglioso, che io pur passando molto spesso da queste parti in bici da corsa non avevo mai visto… Il pannello delle informazioni spiega che questa conformazione naturale prende il nome di “Rocche dei Sette Fratelli”, pare da una leggenda a sfondo religioso. Sono talmente estasiata che quasi quasi mi dispiace andar via di qui… Il bianco della sabbia di quelle pareti è abbacinante! Sembra uno scenario creato ad arte per un film…
Via, alla svelta, non c’è tempo da perdere. Mi butto a capofitto giù per il ripidissimo sentiero, che altro non è che il taglio di un tornante già ripido di suo, e ancora giù in picchiata, con serio rischio per le articolazioni poco protette dai muscoli stanchi, tra viti e nocciole, giù giù, tanto che sembra di precipitare in un imbuto… Sensazione presto scacciata dalla vista di una bella cascina, credo un bed&breakfast, che mi accoglie nel cortile al cospetto di una sontuosa tavola imbandita. Ci sarebbe persino il vino, ma mi accontento, si fa per dire, di una robusta fetta di torta alle nocciole che è la fine del mondo, condita dalla simpatica cordialità di chi assiste alle libagioni. Mi allontano di malavoglia, leccandomi ancora le dita. Una ripidissima rampa sterrata, degna compare della precedente discesa, mi richiama bruscamente alla realtà: mi arrampico con i piedi, le mani ed i denti, sorpresa e quasi stordita dalla cattiveria improvvisa di questo strappo verso il cielo. E dinuovo ho perso l’orientamento…
Torno a vedere il cielo all’improvviso, come se spuntassi fuori dall’orlo di un pozzo. La vegetazione è ancora rigogliosa, nonostante sia autunno inoltrato; fogliame e rovi non mancano. Chissà dov’è l’inseguitore? In salita l’ho seminato… Ma ora una lunga discesa su asfalto mi rimette in difficoltà. Corro come posso, mentre mi sforzo di riconoscere la vallata in cui sto scendendo. Si risalirà dall’altra parte? O si correrà lungo il fondovalle? La seconda opzione è quella buona, ma lo scopro solo quando ci arrivo. Altri volontari sorvegliano ancora gli incroci, mi chiedono come va. Va benissimo, va, eccome! Località San Rocco Seno d’Elvio. Raccolgo le forze che mi restano; mi concedo ancora una breve sosta al punto di ristoro; corro, salgo e scendo per inerzia… I 120 km scarsi di ieri reclamano giustizia. Mio malgrado, mi tocca abbandonare ancora una volta l’asfalto, in favore di un lungo tratto sterrato in mezzo ai campi ed alla boscaglia, un luogo davvero insolito a due passi dalla città. Corro su un morbido tappeto di foglie secche, mentre altre foglie planano a terra pigre. E’ bellissimo, ma ormai s’insinua sempre più impaziente la voglia di arrivare alla fine… Sono in ansia, non so esattamente quanta strada manchi e m’impensierisco a sentire le forze sempre più flebili. Ormai mi conosco, è un classico alla fine di ogni gara un po’ sofferta: “Ma possibile? Ma dove ci fanno passare ancora? Quanto manca? Bastaaaaaaa!”. Ancora un po’ di salita, passaggio in una località che riconosco per averla già calpestata all’andata; discesa secca e planata su Altavilla, di fronte al cancello di una meravigliosa villa d’epoca, oggi albergo o qualcosa del genere. Manca solo l’ultima discesa su asfalto, un paio di morbidi tornanti con vista sulle torri. Il bivio per Manera, il passaggio a livello, la rotonda. Incredibile, c’è ancora un’auto dei Vigili Urbani in attesa… Imbocco la via che va verso il centro, cercando di farmi piccola piccola e mascherare lo scempio di un arrivo in quasi cinque ore… Anche se sono più che soddisfatta del mio risultato. Che importa quel che pensano gli altri: le mie gambe sanno bene cos’hanno combinato!
Giorgio e Candido sono in fiduciosa attesa; nel frattempo, si sono offerti come sostegno per un numero imprecisato di ragnatele. Per non farli penare oltre, punto diritta all’auto: la meravigliosa vetrina della panetteria pasticceria sulla piazza mi attenderà invano… Ma è l’unica, piccola ombra in una giornata da favola. E Monaco è già solo più un brutto ricordo!
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!