2, 3, 4 luglio 2010 – Super Rando Fausto Coppi

Qualcuno che mi osservasse, in questo momento, dal fondo del lettone, potrebbe trovare in me una certa somiglianza con il Cristo del Mantegna. Anche la vitalità più o meno è la stessa. Solo, il Cristo del dipinto non indossa una specie di vestaglia a fiorelloni, lisa e sbrindellata, ed io non ho accanto nessuno che pianga per me: c’è Skipper, sì, ma è svaccato sul pavimento, ansimante, a godersi il fresco delle piastrelle di marmo. Altra differenza sostanziale: ho la sensazione che a me ci vorranno più di tre giorni, per risorgere. Non ho nemmeno la forza di girarmi su un fianco; sento la testa lì lì per scoppiare da un momento all’altro, le braccia e le gambe pesanti come se fossero di piombo. Ed ho la vaga coscienza che sia primo pomeriggio, perché ho buttato l’occhio all’orologio, poco fa; ma per me, dopo due notti insonni spese in sella a faticare, potrebbe essere qualunque momento del giorno o della notte. Il mio bioritmo ha alzato bandiera bianca. Per natura, ho orrore dell’inattività, ma in questo momento è tutto ciò che posso permettermi, in attesa che il buon Morfeo mi accolga tra le sue braccia, almeno per un po’. Ho la sensazione che non ci vorrà molto…

Raggiungo Cuneo intorno alle sette e mezza di venerdì sera; ad onta del vero spirito dell’atleta, mi spingo con l’auto proprio in Piazza Galimberti, con la ferma intenzione di abbandonare la Opel, per poco, in divieto assoluto di sosta, con il lasciapassare delle quattro frecce accese. C’è un viavai che non mi aspettavo: di solito, una randonnée che si rispetti è cosa che non interessa a nessuno, salvo monopolizzare anima e cuore di chi vi prende parte. Ma il mistero è presto svelato: la folla non è qui per il via della Super Randonnée; è attratta da tavole imbandite e musica a tutto volume. Panem et circenses. Il fatto che, nella stessa piazza, stia per radunarsi una truppa multicolore e luminosa di ciclisti è una pura coincidenza. Mi carico sulle spalle i due borsoni da lasciare sotto il tendone dell’organizzazione, dove ritiro, nel contempo, il numero di corsa: 151. Devo ammettere che, quest’anno, il papà della Super Rando, il temutissimo Ivano il Terribile alias l’Invasato delle Alpi Occidentali, ha dato prova di insospettabile magnanimità nei confronti dei suoi sudditi a due ruote. E’ vero, ci infligge un itinerario di 440 km, con partenza da Cuneo e salite al Colle della Lombarda, al Col de la Bonette, al Col de Vars, al Col Izoard, al Colle dell’Agnello, al Colle di Sampeyre, al Colle di Fauniera altresì detto dei Morti ed alla Madonna del Colletto come dessert, con obbligo di rientro a Cuneo entro 44 ore dal via; però, bontà sua, anzi Sua con la “S” maiuscola, ci concede di preparare due borse da spedire una al punto di controllo e ristoro di Vars les Claux e l’altra a Sampeyre, dove non riceveremo, sulla carta, alcun sostegno alimentare, ma potremo fare una doccia e dormire qualche ora in una palestra. In più, il Terribile ha pensato bene di farci omaggio, sul sito Internet della manifestazione, di una sintetica raccolta di consigli dedicati proprio al bagaglio. Per quanto io sia, di norma, allergica ai consigli, questa volta ho deciso di fare un’eccezione, visto che il buon Ivano ha senz’altro più randonnée nel curriculum che peli sparsi per le varie parti del corpo e, suo imprescindibile cavallo di battaglia, vanta il 100% di successi: insomma, è sempre arrivato al traguardo, più o meno vivo e capace di intendere e volere. Quindi, mi duole ammetterlo, ma qualcosa ne dovrebbe sapere.

Quasi mi stupisco di me stessa al pensiero della cura meticolosa con cui ho riempito le mie due borse. Anzi, un passo indietro: evento inaudito, ho persino elaborato una tabellina di marcia, pur sapendo che, su un percorso del genere e con due notti insonni, qualsiasi previsione lascia il tempo che trova. Dal momento che si parte questa sera alle 21, ho meditato che potrei raggiungere Vars Les Claux, primo punto di ristoro, domattina, sabato, tra le 9 e le 10; lì troverò già da mangiare, quindi nella borsa destinata a quella meta ho messo un cambio d’abito completo, maglietta canotta e pantaloncini, un po’ di cibo da trasferire nel borsello della bici e portar via, due lattine di Red Bull ed una dose di collutorio, perché odio avere i denti sporchi ed il gustaccio in bocca.
A Sampeyre dovrei arrivare, sempre con beneficio d’inventario, intorno alle 20-21 di domani sera. Lì avrei intenzione di dormire tre o quattro ore e, possibilmente, di lavarmi un po’; spedisco quindi un cambio d’abito completo con pantaloni ¾, maglietta, canotta, gilet, guanti lunghi, perché ripartirò con il freddo della notte in montagna, e batterie di ricambio per eventuali problemi con le luci. Inoltre, dal momento che a Sampeyre non è previsto ristoro alimentare, ho preparato una mezza dispensa con ogni sorta di derrata alimentare: formaggio molle e grasso, pane, una latta di pesche sciroppate, un litro di succo di frutta, quattro lattine di Red Bull e due di Burn, marmellatine, bustine di sali, barrette, merendine con il cioccolato, Nutella, frutta secca. Non che abbia intenzione di spazzolare tutto: il fatto è che ormai mi conosco e so che, a quel punto, mi troverò a far fronte ai desideri alimentari più assurdi ed imprevedibili, e soddisfarli sarà condizione necessaria per il proseguimento della mia corsa. Ci sono poi anche posate, spazzolino, dentifricio, salviettine, sapone ed asciugamano per la doccia. Il risultato è che la mia borsa è la più grossa e pesante di tutte…

Al ritiro del numero di gara, un attimo di panico. “Ecco il numero che devi attaccare sul casco…”. Un momento, quale casco? Non è obbligatorio indossare il casco, infatti io non ce l’ho. “Come – ribatte la ragazza dietro al banco – è obbligatorio per il Codice della Strada!”. No, niente affatto… Scartabelli pure sui fogli del regolamento; per mia fortuna, di una simile ridicola norma si è discusso, tempo fa, ma nulla si è deciso. Uno dei tanti aspetti della Super Rando che adoro è proprio questo; nessuno si arroga il diritto di costringermi a tutelare la mia capoccia. Infatti partirò, come sempre, con il capello al vento. O meglio, sfoggiando la gloriosa bandana nera degli Orsi, il gruppo organizzatore del tostissimo trail “Porte di Pietra”.

Sbrigate le faccende burocratiche, mi sposto nella piazza poco distante, dove la Opel riposerà fino a domenica, e preparo con cura la bici e me stessa. Sulla Ridley fisso le luci ed il borsellino anteriore, gonfio le ruote e stringo qua e là le varie viti, mossa che ha più che altro lo scopo di tranquillizzarmi un po’; su me stessa sistemo le varie bande rifrangenti e lo zainetto. Ho deciso di viaggiare il più possibile leggera, visto anche il fatto che il meteo dovrebbe essere fausto; nello zaino trasporto un copertoncino di ricambio, il telo termico, la giacca Goretex, un paio di guanti invernali ed un gilet, più alcune barrette, qualche bustina di zucchero, qualche soldo, documenti e la farmacia di rito: antiinfiammatori, Muscoril, Aspirina, Imodium, una pastiglia di caffeina ed un po’ di pastiglie di guaranà. Nel borsello da bici, tre tranci di focaccia bianca, ridotti in monodosi che ho amorevolmente confezionato in alluminio; nelle borracce, due litri di purissimo caffé con miele. Nel caso non si fosse percepito, so già che la mia resistenza al sonno è quasi nulla; faccio il possibile per porre rimedio a questo gravissimo difetto.

Torno in Piazza Galimberti e sono già in un bagno di sudore: ma la cosa non mi dispiace, tutt’altro; amo con tutta me stessa il clima torrido delle estati della pianura piemontese. Quest’anno, poi, la stagione calda s’è fatta attendere troppo… E durerà, purtroppo, come sempre, troppo poco. Ma i vari siti meteo in giro per Internet, che questa settimana ho esaminato con maniacalità da sindrome ossessivo-compulsiva, sono più o meno concordi nel promettere caldo, bel tempo e zero termico a quote quasi himalayane per i due giorni e mezzo della Super Randonnée.

Il tempo di scambiare quattro parole con alcuni dei ciclisti pronti al via: gli immancabili ed implacabili Franco, Graziano e Marco, che lo scorso fine settimana, tanto per gradire, si sono sciroppati un’altra rando da 600 km intorno al Bianco; il debuttante della notte in bici, Mik, che sinceramente non pensavo davvero di trovare al via; Roberto, ormai scatenatissimo nelle lunghe distanze, che ha alle spalle una carriera ciclistica breve e fulminea, e tanti altri volti più o meno noti. Intravedo l’inconfondibile figura del Terribile: di lì a poco, il suo vocione tonante ci convoca imperiosamente davanti al palco, per gli ultimissimi aggiornamenti. Uno su tutti: l’inattesa, ma inevitabile modifica del percorso, con il taglio della salita al Col Izoard da Briançon. Pare che, proprio questa mattina, una frana sia precipitata sulla strada nel tratto della Casse Deserte: la strada è stata chiusa, per decisione delle autorità francesi. La massa a due ruote è ancora fresca e vivace a sufficienza per lanciare esclamazioni di protesta e rammarico: ma non c’è proprio nulla che si possa fare per rimediare? Mandare i più veloci in avanscoperta a rimuovere l’ostacolo, muniti di pale e piccozze? Unire all’aspetto ciclistico della prova anche un tratto di arrampicata libera con bici a spalle? Sperare nella proverbiale efficienza dei cantonieri d’oltralpe? Niente da fare. Tocca rassegnarsi: alla fine della discesa del Vars, a Guillestre, dovremo tirare dritto per Chateau Queyras ed il Colle dell’Agnello, anziché dirigerci verso Briançon. Certo, così la rando perde circa 1.300 m di dislivello e 53 km; però, tra me e me, non sono poi così sicura di dovermene rammaricare. La salita all’Izoard da Briançon, ad eccezione degli ultimi dieci km, non ha proprio nulla di suggestivo; in più, i trenta km di stradone trafficato, in leggera salita, tra Guillestre e Briançon sono orrendi, angoscianti, infiniti.
Il tempo massimo sarà di conseguenza ridotto, da 44 a 40 ore: si dovrà tornare a Cuneo entro domenica alle 13. E questa non è affatto una buona notizia. Di conseguenza, saranno ridimensionati anche i cancelli orari intermedi, ai vari punti di controllo: ma mi perdo ben presto nella gragnuola di cifre e tempi che il Terribile infligge al suo tristo popolo dall’alto del palco. Ha un piglio tale che gli mancano solo i baffetti, la divisa militare e le mostrine sulle maniche… Sembra quasi che si compiaccia, il fetentissimo, fustigandoci con le sue parole crudeli come punte del gatto a nove code. Anche se io so bene che quell’omino lì non è affatto cattivo come vuol far credere… Potrei demolire in pochi minuti quell’aura di spietata crudeltà che il Terribile si è pazientemente cucito addosso in anni ed anni di onorata odiosissima antipatia!

Mi distraggo buttando l’occhio qua e là sui miei compagni di avventura, in paziente attesa. Nessuna traccia di muscoli lustri e guizzanti, sguardi truci e coltelli tra i denti, o quasi; niente odore di olio da massaggi, niente bici ipertecnologiche tirate a lucido e tutine iperaderenti a caccia del profilo il più possibile aerodinamico. Sembriamo un’allegra e sgangherata armata Brancaleone. Chi ha lo zaino sulle spalle, chi le borse sulle bici, chi entrambe le cose, più qualche chilo di troppo incorporato, ma si sa, quelle sono le riserve di energia per la lunga distanza. Anche negli impianti luce per le bici, la fantasia s’è scatenata: qualcuno ha lampade di ultimissima generazione, fari da discoteca o da stadio, qualcun altro si accontenta di lanterne più o meno improvvisate; cavi, cavetti, batterie piccole e batterie ingombranti, escrescenze luminose sul manubrio o sul casco. E il meglio dello spettacolo si vedrà quando farà buio.

Al termine del solenne discorso in stile Presidente della Repubblica a Capodanno, la truppa sciama nella direzione indicata e si dispone in bell’ordine per il via: qualche applauso, qualche foto, tutti pronti, e invece no, falso allarme, ricominciamo da capo, non si parte da qui ma dall’altro lato della piazza. Meno male, perché qui si trattava di scendere uno scalino! Il primo timbro sulla carta di viaggio arriva nientemeno che dal Sindaco di Cuneo. Saluto la bellissima Piazza Galimberti con le ombre lunghe della sera, tra gli incoraggiamenti della piccola folla che, ebbene sì, s’è radunata anche per noi: tornerò, forse, tra molte ore e molte, moltissime pedalate.
I primi km scorrono lenti, con la protezione delle moto della scorta che ci accompagnano attraverso Cuneo e Borgo San Dalmazzo. Sarà noioso e pericolosetto il primo tratto, quei trentacinque km fino a Vinadio: mi domando perché non si possa passare, da veri randagi, lungo la vecchia strada che corre dall’altro lato della valle rispetto alla Stura. La strada del Colle della Maddalena è caotica: auto, camion, camper, soprattutto piloti nervosi che nulla sanno della Super Rando e che si dimostrano tutto fuorché pazienti nei nostri confronti. Va tutto bene, si fa per dire, finché la truppa resta unita: peccato che, manco a dirlo, io rotoli subito indietro… Con la prospettiva di quattrocento km da macinare, non mi va proprio di sfinirmi già qui, sull’orrido falsopiano. Mi tiene compagnia il buon Roberto, che ha promesso di prendermi come riferimento per risparmiare le forze sulla prima salita: secondo me, se la rimangerebbe già volentieri, la promessa…

Non vediamo l’ora, né Robi né io, che questo stramaledetto tratto iniziale si concluda, ammesso e non concesso che noi si riesca ad uscirne vivi. Senti il rumore del motore che si avvicina alle spalle e non sai mai se chi è alla guida vorrà prendersi la premura di schivarti; che angoscia. Se proprio è destino che in questa corsa io passi a miglior vita, lasciatemi almeno inanellare qualche salita ed un po’ di gloria… In compenso, la temperatura è adorabile; già all’imbocco della Valle Stura, siamo ancora al di sopra dei 20°C, e ormai saranno quasi le dieci di sera, notte quasi fatta. Si percepisce ancora un vago chiarore oltre il contorno delle montagne, alla nostra destra: lì dovrebbe essere l’ovest… Una delle poche certezze.
Il “drittone” in leggera salita passa il bivio di Festiona, l’insegna del ristorante, la cappelletta e lo spaccio di latte e formaggi; Demonte, finalmente. Qui è fisiologico che l’occhio saetti tra le colonnine dei portici alla ricerca della vetrina della pasticceria Agnello: chiusa, è ovvio… Ma i vassoi di paste e pasticcini son tutti lì in bella mostra; viene voglia di prendere un mattone, aprirsi un varco nel vetro e fare man bassa. C’è ancora vita a quest’ora in paese. Da qui a Vinadio è ancora lunga, ma un po’ più gradevole; c’è qualche curva e si passa ad Aisone, ovviamente con il semaforo rosso, in spregio alla fila di auto e camper in paziente attesa. Uno dei camperisti ci rende il favore appena oltre l’abitato: un sorpasso criminale, schivando per un pelo sia le bici che il camion in arrivo in senso contrario… Ma sei in vacanza, dov’è che devi andare così di corsa, pezzo di idiota? Qui ci vorrebbe Ivano: sarebbe capace di inseguire il malcapitato turista frettoloso fino a sfinimento, approfittare della prima sosta caffè del furbacchine, tirarlo giù dalla cabina e gonfiarlo di legnate!

A Vinadio, per un pelo non saltiamo il punto di controllo. Rallento, mi guardo intorno, nulla… Me l’aspettavo sulla piazzetta, invece no, è poco più avanti, al bar. Timbro veloce: la barista non appare entusiasta del ruolo che le è toccato… Ripartiamo, Roberto sempre pazientemente in coda, ed incontriamo parecchi colleghi che tornano indietro: il controllo, loro, proprio non l’hanno visto!
L’ultimo brivido, per me, è la svolta a sinistra al bivio per il Colle della Lombarda. Hai un bell’alzare il braccio per segnalare la manovra, di notte: difficilmente, da un veicolo che arriva alle spalle, si può vedere la manina tesa. E qui sulla strada della Valle Stura c’è un bel po’ di movimento di camion, anche di notte. Fila tutto liscio, per fortuna: la prima ascesa ha inizio. 34 x 27 e tanta pazienza. Uno sciame silenzioso attraversa la borgata: sulla soglia di casa, un autoctono ci osserva perplesso, in canotta, pantaloncini, ciabatte e strofinaccio per i piatti sulla spalla. Starà pensando certo che è ora di smettere di bere…

Sorseggio il caffé mentre, sui primi tornanti, cerco di capire come stanno le gambe. Che fatica spingere su la bici, il corpaccione, lo zaino. E che fastidio il campo visivo così limitato dalle luci della frontale e della pila da manubrio. Qui la valle è ancora profonda ed incassata, offre la vista su uno spicchio di cielo. Quel poco che vediamo, però, è incoraggiante; stelle e ancora stelle. Procedo con immensa cautela, un po’ per risparmiare le forze, un po’ per vedere bene dove metto le ruote. Alla spicciolata, molti colleghi passano oltre: esorto Robi ad andare, se ne ha, ma preferisce restarmi al seguito ancora per un po’.
Il frastuono del torrente, in certi punti, è quasi assordante. Al buio, gli occhi servono a poco; prevalgono i sensi che non si è abituati ad ascoltare. Di giorno, il rumore dell’acqua è quasi un contorno; di notte, dà alla testa , non c’è scampo. E la strada non si vede; è solo dalla durezza della pedalata, che riesco ad intuire più o meno a che punto siamo, anche se, d’improvviso, il mio senso dell’orientamento già precario subisce un duro colpo: là dove pensavo di essere rivolta con la faccia verso il colle, vedo le luci che arrivano dal fondovalle… E’ come se stessi pedalando nel vuoto, senza sapere dove sia la meta; è una sensazione inquietante, anche se l’ho già vissuta più volte.
Finalmente, i primi tornanti ci portano un po’ più su, sull’altro lato della valle, da cui ci è concesso di godere un po’ più di cielo. Notte limpida e perfetta. L’aria si fa più fresca man mano che saliamo; un refolo di vento, di tanto in tanto, ci rinfresca le idee. E le lucciole ci illuminano il cammino. Sotto e sopra di noi, la lunga scia delle lucine delle altre bici, lente e silenziose. Bevo come una spugna; la prima delle due borracce di caffé e miele è quasi andata. Si suda, nonostante la quota e l’ora tarda, tornante dopo tornante. La prima metà della salita se ne va in chiacchiere e fatica che avevo già messo in preventivo, conoscendomi. Non appena la strada spiana, il freddo della notte sulle braccia nude si fa sentire. In alto, davanti a noi, una fila di luci: possibile che sia il Santuario di Sant’Anna? Eppure no, dovrebbe vedersi solo oltre i prossimi due tornanti… Il ricordo che ho con la luce del giorno mi inganna. E’ proprio il santuario; d’altronde, nella valle, non c’è altra costruzione che possa essere così imponentre ed illuminata. Lasciamo le mucche che sonnecchiano in mezzo al prato e l’acqua impetuosa del torrente, per imboccare il bivio, gli ultimi 8 km verso il Colle. Sempre pian piano. Oltre i tornanti, il bosco si dirada fino a scomparire, quasi di colpo; la vista ora spazia sull’intera vallata e sul cielo limpidissimo, nero, una cascata di stelle. Peccato che la luce artificiale delle pile infastidisca gli occhi e dia quasi il mal di testa: d’improvviso, però, oltre una cima alla nostra sinistra, spunta una fetta di luna, luminosissima. Interrompo il chiacchiericcio di Roberto e di un altro collega, per far loro notare con impeto la sorpresa. Ce l’aspettavamo, questa sera, la luna: non piena, ma comunque molto utile. La valle è pian piano invasa da una pallida luce azzurrina; le dita sono intirizzite, le orecchie idem. Lascio che i miei compagni prendano un po’ di vantaggio, mentre litigo con le ultime rampe in mezzo ai laghetti che riflettono lo scintillio di chissà cosa. Alle mie spalle non vedo più nessuno; penso ai primi, chissà dove saranno già, a quest’ora. Il Santuario è solo più un bocciolo di luce, lontano. Son passate un paio di auto lungo la salita: sono quasi certa che si tratti dell’assistenza abusiva a qualche randonneur… Cavoli suoi, in ogni caso.

In cima trovo un gruppetto di ciclisti che mi ha preceduta di poco. Vestizione per la discesa: giacca, guanti lunghi ed una buona scorta di coraggio. Si parte, a freni tirati, alla luce della luna e di ogni altra fonte a mia disposizione. Roberto mi sorpassa subito e sparisce; non lo vedrò più. Coraggio Gian, dai, molla un po’ questi freni. L’asfalto sembra in buone condizioni; il freddo è pungente, ma non eccessivo; siamo, in ogni caso, ampiamente sopra lo zero. Il guaio è che il buio confonde ancor più, se possibile, i miei sensi dell’orientamento e dell’equilibrio; mi sembra di viaggiare senza appoggio sul terreno. Più che mai qui ho la dimostrazione pratica del realismo della metafora di Ivano: le mie curve, secondo lui, sono quadrate… Da Isola 2000 in poi va un po’ meglio, ma solo perché la strada è larga. Ma il sonno non tarda a bussare alla mia porta, improvviso quanto insistente. Pochi km di discesa e già mi si chiudono gli occhi, senza appello. Provo a fermarmi qualche minuto contro il muro di un edificio: seduta a terra, la testa appoggiata alla parete, piombo in un sonno fulmineo e profondissimo. Mi risveglio con un salto quando sento il fruscìo di una bici: allora qualcuno alle mie spalle c’era ancora… Potrei aver dormito un minuto, cinque, dieci, chissà. Mi rialzo infreddolita, torno in sella: da lì a Isola, a fondovalle, una lunghissima battaglia contro le palpebre che vogliono chiudersi. Hai voglia a bere caffé, non serve a nulla; vero, gli occhi sono aperti, ma spesso non vedono; negli ultimi tornanti, più volte mi tocca fermarmi sull’esterno della curva, scendere per un attimo dalla bici, riordinare le idee e ripartire. I chilometri indicati sulle paline a bordo strada non scorrono mai; la luce della luna in questo imbuto non arriva più. Finalmente, Isola: la speranza è che la pianura mi svegli un po’, visto che dovrò per forza pedalare. Ma poche decine di metri bastano a farmi capire che non sarà così. Ancora sonno, testa pesante, voglia inarrestabile di fermarmi, lasciar perdere, buttarmi per terra e dormire.

Una luce che non è la mia arriva alle mie spalle: è un ciclista straniero, parla un po’ di francese ma ho l’impressione che quella non sia la sua lingua madre. In ogni caso, è l’unica in cui possiamo provare ad intenderci: il guaio è che io più o meno lo capisco, ma ho seri problemi nel rispondere. A quanto pare, anche lui ha avuto qualche diverbio con Morfeo; in più, ha trovato la salita alla Lombarda molto lunga ed impegnativa. Non è un buon segno, penso tra me e me; ci attende ben di peggio… Mi fermo nello spiazzo sulla destra, dove c’è una fontanella, per levarmi gli abiti della discesa; il collega prosegue e si allontana, ma in fondo è meglio così; detesto tentare un dialogo in cui non capisco nulla e non riesco a farmi intendere. Poi riprendo, pian piano, il mio viaggio nel buio. Qualche casa, l’officina di un meccanico, auto malridotte, ancor più tetre nel buio. Poco prima di St Etienne, inizia un breve tratto di risalita; raggiungo un altro ciclista titubante tra la strada principale e la pista ciclabile. Gli suggerisco di tirare dritto e così faccio io: lo sconosciuto non risponde, ma di lì a poco mi risorpassa e tira dritto. Alla prima curva, io getto la spugna un’altra volta: il sonno mi fa barcollare… Scendo di sella, mi siedo a terra con la testa appoggiata al guard rail: un attimo di sonno, il freddo mi aggredisce subito. Mi rialzo, riparto per l’ennesima volta, ma, al tornante successivo, sono dinuovo ferma. Non c’è niente da fare: o mi rassegno a mettere un po’ di sonno in tasca, oppure di qui non mi muovo più. Indosso la giacca, mi sdraio sulla comoda pendenza della roccia. Non ho idea di che ora sia quando mi addormento… Al mio risveglio, il cielo ha il primissimo tenuo colore dell’alba. Bando agli indugi: mangiucchio qualcosa, riparto. Breve discesa su St Etienne: il paesetto è deserto. Ormai credo di avere un distacco abissale rispetto ai miei compagni di viaggio, ma non è il momento di gettare la spugna. Chissà…

All’attacco della salita, trovo un ciclista che procede a piedi, la bici per mano. Un guasto non riparabile, povero lui: spero che qualcuno possa provvedere a raccattarlo… Il cielo pian piano si fa più chiaro, ma non è ancora ora di spegnere la frontale. Mi concentro sulla pedalata, sui km da qui alla vetta, su qualsiasi cosa che mi impedisca di pensare al sonno, ma è dura… Le gambe sono di piombo. Dal bivio di St Dalmas alla cima mancano più di venti km; del resto, ormai conosco questa salita come le mie tasche e non ho bisogno dei numeri per sapere quanto dovrò ancora faticare. Si annuncia un’alba stupenda. La cascata alla base dei due tornanti sconfina sull’asfalto; chissà che un po’ d’acqua fresca non mi ricomponga le idee… Con infinita fatica tiro avanti. Scruto l’orizzonte, ora che è ormai chiaro, alla ricerca di qualche puntino come me che si muova lungo la strada, ma non vedo nulla. Deserto. Le case di Le Praz sono ancora chiuse, immobili; la vetta si vede già, lassù, nuda e maestosa, ma tanto tanto lontana. Non c’è da esser fiduciosi, eppure, strano, non riesco ad abbattermi. Forse perché me l’aspettavo, la disfatta, o forse perché non è ancora detta l’ultima parola. Oppure, ipotesi più realistica, perché i miei pensieri navigano nella melma del sonno, sono vaghi ed inconsistenti. E le gambe procedono non per scelta ma per abitudine. Meglio così. Sono certa che, quando avrò la luce diretta del sole addosso, andrà meglio. Forse.

Bousieyas, l’ultimo baluardo di civiltà che per me significa, da sempre, essere “quasi in cima”. Anche se mancano tredici km di strada in mezzo ai prati ed alle pecore. Supero con fatica la rampa che mi porta al di sopra dei tetti e sbuco su quello che per me è il tetto del mondo… Lassù, poco avanti a me, due figurine pedalanti: uno è senz’altro il ciclista francese, o pseudo tale, che mi ha accompagnata nel tratto in pianura prima di St Etienne. Una botta di coraggio; dunque, non sono sola… Non ci si può nascondere, qui dove la strada sale con ampi tornanti e taglia pendii nudi. Non c’è nemmeno l’idea di un albero; solo cespugli, erba, acqua. Posso seguire il movimento dei due puntini e metto sui pedali, involontariamente, un po’ di foga. Uno dei due, il ciclista pseudo-francese, si arena prima dei ruderi di Camp de Fourches; l’altro sembra essersi accorto di me e non intende mollare l’osso. Non sa che io sono a caccia non di rivalità, ma di compagnia: mi va benissimo che lui mantegna la distanza, perché so che, comunque, nei paraggi qualcuno c’è.
Il guaio è che, passate le baracche, il sonno mi aggredisce un’altra volta, a tradimento. Per quanto mi sforzi di concentrare la mente su un pensiero e gli occhi su una linea, non c’è nulla da fare, sbando, barcollo. Scendo di sella, mi siedo a terra, appoggiata alla parete. Pochissimi minuti, forse nemmeno uno; è davvero impossibile capire quanto a lungo si dorma in questi momenti, anche se davanti alle pupille scorre un’infinità di immagini convulse. Il sonno s’interrompe di solito per i brividi di freddo, oppure con un sussulto per l’impressione di cadere. In piedi, in sella, un altro chilometro; mi sa che il fuggitivo è nelle mie stesse precarie condizioni, perché non s’è allontanato di molto. Ancora sonno, ancora una pausa irriverente al cospetto di Sua Maestà dei ciclisti, la Bonette, ancora una volta si riparte, metro dopo metro. C’è già un po’ di viavai di auto. Il giro della cima, che sia obbligatorio o meno secondo la carta di viaggio, non lo prendo nemmeno per un istante in considerazione. Al colle indosso giacca e guanti e riparto, mentre il ciclista fuggitivo è ancora intento a vestirsi e mangiare. Non c’è problema, mi raggiungerà.

La discesa è gelida ed angosciante: lunghissima, sarà un vero incubo per lo stato pietoso di sonno in cui mi ritrovo. Il sole illumina già qualche angolo della strada, ma è troppo poco perché il mio bioritmo riesca a capire che è fatta, è giorno e pazienza se stanotte non s’è dormito. Sforzo disperato di concentrazione per seguire la strada e, com’è ovvio, tecnica di discesa ancor più sconclusionata del solito. Mi divido nella mente i tratti del percorso, ecco questo è fatto, quest’altro pure, dai che non manca tanto… Ma, quando incrocio un veicolo, non è così facile centrare lo spazio tra lui e la parete, o tra lui e il baratro, anche se magari ci sono due metri.
Mi raggiunge il ciclista che avevo abbandonato sulla cima. E’ giovane, occhio e croce parecchio più di me, e mi chiede se io sia Giancarla… Che dire, sarò un po’ povera di spirito, ma non posso negare la sottile soddisfazione che provo quando incontro un lettore del mio blog! Osservo che il collega scende con un paio di pedali normali, senza aggancio: mi viene spontaneo pensare al dolore che ormai tormenta i miei piedi in modo assiduo… “Per le velocità che farò in questa corsa, va benissimo così”, mi risponde. E provvedo subito a tatuarmi queste parole sulla fronte, per non dimenticarle. D’ora in poi, al diavolo i pedali a sgancio rapido ed il male lancinante ed i piedi gonfi.

Il laghetto a metà della discesa è già meta di un piccolo raduno di pescatori. Poco oltre, già vedo il fondovalle e mi rincuoro: ci arrivo, però, dopo troppi km ed un’ennesima pausa per il sonno. Al pelo: i due volontari del punto di controllo di Jausiers stanno già sbaraccando. Uno di loro, tra l’altro, è il papà del Terribile: ma, rimbecillita come sono, non me ne accorgo. La delusione mi piomba addosso tutta d’un colpo. E’ tardissimo… Sono le nove: significa che ho impiegato dodici ore, ben dodici ore da Cuneo a qui. Meno di centocinquanta km, poco più di tremila metri di dislivello. Non che io sia un fulmine, di solito, ma questo è uno sfacelo… Stanca, demoralizzata ed assonnata, mi rimetto in marcia. “Troverò ancora qualcuno a Vars?”. Sì, mi rassicurano, ma senza convinzione. Ora sì che è un bel guaio. Che fare? Continuo, oppure risalgo passando dalla Maddalena e vado a Cuneo, e chi s’è visto s’è visto? Tanto non ce la posso fare, non ha alcun senso. Con poco più di tremila km di bici nelle gambe quest’anno, dov’è che vuoi andare? E poi c’è la stanchezza accumulata con tutte le mattane, per lo più podistiche… Solo nelle ultime due settimane, la 100 km Torino Saint Vincent su asfalto ed i 110 km del Trail di Cro Magnon su per i bricchi. Ok, non lo ammetterai mai, però lo stai provando sulla tua pelle, Gian, che tutto questo ha lasciato il segno.
Anche nel tratto quasi piatto verso La Condamine, ho sonno. E sono stanca, fiacca, non vado avanti. Che fare, proseguire o mollare? Mangio un po’ di focaccia, supero l’abitato, il ponte. Arrivo al bivio. Destra, Maddalena e ritiro? Oppure sinistra, Vars e si va avanti? Ma no, dai Gian. Così non si molla. E’ da pusillanimi, te ne pentiresti amaramente, lo sai. Decido di tentare il Vars. Se poi davvero il ristoro di Le Claux dovesse già essere sparito… Va bè, pace, allora tornerò indietro e rientrerò in Italia dalla Maddalena. Ma non senza averci provato.

In cerca di conforto spirituale, in barba al costo delle chiamate dall’estero, telefono a Matteo. Intanto, il lievissimo accenno di salita dei primi km oltre il bivio sembra fare già effetto. E il sole, finalmente diretto sulla testa, oltre le due gallerie, mi ringalluzzisce un po’. Sulla destra, è fermo un grosso camper, bianco pezzato di nero, con il disegno del mantello di una mucca: “Bellissimo”, esclamo, suscitando orgoglio e soddisfazione nel pingue proprietario. Sotto un cielo azzurro che più non si può, al vero attacco della salita, dopo Saint Paul, sento finalmente il sangue che torna a scorrere nelle vene, nelle arterie, insomma là dove serve. Davanti a me, una distesa di prati verdissimi e, soprattutto, una scia di puntini che procede lungo la strada. Vuoi vedere che… Pesto e pedalo, in barba alla prudenza, che vorrebbe il risparmio delle energie prima di tutto, con un sorriso che si allarga da un orecchio all’altro. Vedo la strada metro per metro, ma ogni metro l’ho già anticipato nella memoria. Raggiungo un paio di colleghi nel tratto degli ultimi, ripidi cinque km: potenza della suggestione, mi sembra di volare… Non è spregio nei loro confronti, è riacchiappare per la coda un sogno che sembrava già scappato via. L’ultima cascata a bordo strada, l’ultimo lungo rettilineo e, infine, il colle. Un gruppo di motociclisti saluta ed applaude: chiudo la zip del gilet, tiro su i manicotti e via, senza nemmeno metter piede a terra, mi dimentico per un attimo che ho il terrore della discesa e mi fiondo a Vars, oltre il lago, oltre il Refuge Napoleon, a capofitto in mezzo agli orrendi palazzoni. Immensa è la gioia quando, nello spiazzo che per tradizione ormai è destinato al ristoro delle Randonnée della Coppi, vedo una fila di sdraio ed altrettanti ciclisti che poltriscono al sole. Allora non sono ancora fuori corsa… Ok, perfetto Gian, adesso però calma e sangue freddo. Non fare cretinate, non lasciarti prendere dalla fretta e dall’entusiasmo. Pappa prima di tutto: formaggio, pane, marmellata, miele, zucchero, frutta secca, tutto in rigoroso ordine sparso. Tanto, pare che qui se la prendano tutti comoda. Poi, cambio d’abito: recupero la borsa che avevo spedito qui ed approfitto dei bagni pubblici, unisex, per cambiarmi maglia, canotta e pantaloncini, darmi una pulita alla bell’e meglio con le salviette e rinnovare lo strato di pasta di Fissan sul soprassella. Infine, trasferisco nel borsello della bici una buona dose di barrette e due merendine, scolo una Red Bull, vuoto l’altra nella borraccia. Rinfrescata e pure rinfrancata, torno in sella e proseguo la discesa verso Guillestre. La rotta qui è nervosa, passa tra i paesi, talvolta risale e ridiscende; non lascia troppo spazio al sonno. E, quando le palpebre mostrano dinuovo voglia di chiudersi, son già quasi in fondo, tuffata nel caldo pesante del fondovalle. Ritrovo alla rotonda un gruppo di colleghi, con cui poi condivido parte del noioso trasferimento verso Chateau Queyras: bellissima, questa valle con le sue gole, ma lunga, noiosa e logorante per la leggera pendenza in salita. Stento, infatti, a seguire il passo dei miei compagni, ma nemmeno, d’altro canto, voglio rischiare di imballare le gambe. Inganno il tempo scrivendo messaggi qua e là. Il fiume scorre impetuoso e rumoroso. Scopro che il collega che viaggia con me è un veterano delle lunghissime distanze, 1001 Miglia, Parigi Brest Parigi e chi più ne ha più ne metta… Ecco perché, sulla breve ma ostica risalita prima del bivio per l’Izoard, lo lascio andare. Sbuffo e sbuffo, fatico a riprendere il ritmo.

Al bivio, un cartello rosso conferma l’infausta notizia: il Col Izoard è chiuso per frana. Un randonneur duro e puro andrebbe almeno fin su a vedere il misfatto con i propri occhi; per fortuna io non lo sono… E tiro dritto senza indugio. Ritrovo i miei compari spaparanzati ad un bar a Chateau Ville Vieille: mi invitano ad aggregarmi, ma di pause io proprio non voglio sentir parlare. Pedalo come una furia verso il bivio per il Colle dell’Agnello. Un occhio preoccupato al cielo: grossi e minacciosi nuvoloni si stanno addensando proprio nella direzione del colle. E ciò non è bello, affatto. Ma non ho molta scelta, purtroppo.

Attacco la salita con molta cautela. I primi cinque o sei km non sono poi così duri, sulla carta: ma il caldo è feroce, l’asfalto è nero, la strada larga e con un certo viavai di auto. So che soffro sempre, qui. Pian piano, senza esagerare: mi godo la vista della Demoiselle Coiffée, che anche oggi affascina un buon gruppo di turisti armati di macchina fotografica. Curva dopo curva, attendo con ansia il primo dei tre paesini che s’incontrano lungo l’itinerario al colle, Molines en Queyras. Appena prima del bivio, sulla sinistra, mi cade l’occhio oggi per la prima volta sul campanile della chiesetta del cimitero: a pianta quadrata, in pietra, è sormontato da una struttura in legno che sostiene gli ingranaggi della campana e da una copertura piramidale; linee semplici, molto belle. E quante volte sarò già passata di qui?
A Molines non mi fermo, anche se avrei voglia di sciacquarmi la faccia, allungare il contenuto delle borracce con acqua fresca e mangiare qualcosa. Supero ancora il lungo rettilineo con la splendida vista sulla valle di Saint Veran e sulla cerchia di montagne intorno al colle: i nuvoloni sono sempre più scuri e minacciosi. Mi sa proprio che non la scamperò, l’acqua… E già ne ho il terrore, conoscendo la discesa in terra italiana. Se piove, io di lassù posso scendere solo a piedi… Pazienza, non c’è proprio nulla che possa fare per evitare il disastro. Ed ho bisogno di una pausa: al secondo paesino, alla prima delle innumerevoli fontane, scendo di sella e mi concedo qualche minuto di tregua. Faccia e mani nell’acqua, mangio due paninetti con il cioccolato, immergendoli nell’acqua per riuscire a buttarli giù. Casette splendide, senza pretese, giardini colorati e prati a non finire: questo sì è un posto dove apprezzerei una casa, altro che quelle latrine da villeggiatura tipo Sestriere…

Un po’ rinfrescata, riparto per gli ultimi lunghi km di salita: dodici, occhio e croce, da qui, o poco più. Mi raggiunge uno dei colleghi ritardatari, quello che sostiene di essere qui per colpa mia… Sarà pur vero che per lui è la prima rando, ma lo vedo fresco, riposato ed allegro come un veterano! Davanti a noi, il ciclista con i pedali da passeggio. Al piccolo bar sulla sinistra, presenza un po’ fuori luogo nello splendido nulla di questa vallata, abbiamo ancora il sole sulla testa, ma in lontananza già si sentono i primi mormorii del tuono. Il colle è ancora lontano, ma già si vede lassù, proprio nel fitto delle nubi. Andar più forte, per me, non è proprio possibile; la pendenza, verso la fine della salita, si fa più aspra. Mi sforzo di chiacchierare senza pensarci troppo: in fondo, ogni pedalata all’asciutto mi avvicina lassù senza danno… I colpi di tuono si susseguono e rinforzano; e dire che, nei tratti in cui la strada volge verso il fondovalle, si scorge un bel cielo azzurro. Meno cinque, meno quattro, tornanti e rampe finali; all’ultimo rifugio, quando mancano circa due km, le prime gocce raminghe, tra gli escursionisti armati di ombrelli e giacche impermeabili che si ritirano in buon ordine verso le auto. Meno uno e sono ancora asciutta; il colle ormai è lì… Viaggiamo in tre, di buon passo, fino all’ultimissimo tornante, fino al vento che ci investe in vetta. Il cielo è plumbeo, la strada nera, sporca, bagnata: vuoi vedere che capita un colpo di fortuna? Sembra che qui il temporale si sia già scaricato… In preda ad una tremenda altalena di paura ed euforia, mi vesto e schizzo giù. Schizzo, si fa per dire, perché parto già a freni tirati. La Ridley ha il pregio di una frenata potentissima, ma il difetto – che è difetto solo per me – di permettermi di impugnare le leve solo “da sotto”, come peraltro sarebbe normale fare, per un normale ciclista. Ecco: quella posizione, con il didietro per aria ed il peso del tronco sbilanciato in avanti, verso il basso, accentua la mia orrenda sensazione di siluro lanciato verso il vuoto; se poi ci aggiungo la pendenza fortissima della strada dal lato italiano, fino a Chianale, il disastro è assicurato. Nelle prime curve, mi affianca il neofita delle rando: “Volevo vedere se sei davvero così paracarro come dici…”. Ottima occasione perché tu possa verificarlo di persona! Scendo, è il caso di dirlo, a passo d’uomo. Cade qualche goccia, la luce è quella che precede la notte, anche se siamo appena nel pomeriggio. Però, è evidente che il peggio, qui, è già passato. Mi sento quanto mai instabile, “come d’autunno sugli alberi le foglie”: come se fossi appesa su un veicolo di cui non ho il minimo controllo… Ho già le dita piene di crampi, a furia di stringere le povere leve. Dopo poco più di due km di discesa, quando la strada s’affaccia sulla lunga serie di tornanti, è il panico. Scendo pianissimo, al punto quasi da cascare giù di lato; non riesco ad imboccare il primo tornante, tanto che mi devo fermare e girare la bici sollevandola. Mi faccio impressione da sola per quanto sono ridicola, ma che ci posso fare? E poi rampe, ancora rampe, il pensiero fisso ai cavi dei freni, già li vedo sfilacciati, sul punto di rompersi, li vedo spezzarsi e vedo me stessa partire come un siluro verso il tornante, verso il vuoto. O magari buttarmi a terra per evitare il salto e grattarmi via la pelle contro la strada… Un lungo, interminabile supplizio. Al punto in cui la pendenza raggiunge il 16%, decido che per me è troppo. Scendo di sella e percorro quella rampa a piedi; ne approfitto per chiamare Matteo, con un tono questa volta ben più incoraggiante della telefonata precedente, anche se in questo preciso istante mi trovo, ecco, in difficoltà. Chissenefrega: alla peggio, continuo a piedi fino a Chianale. Ma non è necessario; riesco, sia pure con difficoltà, a tornare in sella. Mi superano frotte di ciclisti, della corsa e no, ma questo ormai è normale. Anche su Chianale, il cielo è cupo: ma confido nelle previsioni meteo, che per questa notte annunciano miglioramento. Ora, tutto ciò che desidero è raggiungere Sampeyre: dovrebbe essere possibile fare una doccia e dormire un po’. Il lago, Pontechianale, la lunga discesa su Casteldelfino; il freddo mi morde le mani e le gambe nude. Non so se sia la pioggia a bagnarmi, o l’acqua che le ruote tirano su da terra; ma quant’è ancora lontana Sampeyre… Tuoni in lontananza, foglie strappate sparse sulla strada, il lungo rettilineo davanti all’area pic nic, il campeggio. Finalmente, Sampeyre e, come promesso, le frecce che indicano la palestra. Si sale nella parte alta del paese, su per rampe che tagliano le gambe: crudeltà gratuita… Sulla più dura, scendo e procedo a piedi, al diavolo l’orgoglio. Arrivo all’ingresso della struttura e trovo un’accoglienza calorosa come mai mi sarei immaginata, da parte sia dei volontari che dei ciclisti presenti. E’ un’iniezione di fiducia ed allegria, vedere qui tanta gente che se la prende con calma. Forse c’è tempo anche per me… Con vivissima gioia, mi ritrovo davanti il Terribile, nella veste affettuosa e sincera che io conosco: un suo complimento per la mia testa dura è il più forte degli incentivi… C’è anche Roberto, già sulla via di ripartenza, ed il mitico Giaccone. Un po’ confusa e frastornata, mangio un piatto di pasta, seduta sul bordo dello scalino. Poi, con calma, mi concedo una doccia. Certo, tutto ciò stride con l’aura di professionisti della fatica che qualcuno attribuisce ai ciclisti di questo splendido viaggio… Ma per me l’acqua caldissima ed il sapone sulla pelle significano la rinascita; starei qui a godermi il getto bollente per ore. Mi cambio, indosso questa volta i pantaloni ¾; ripongo gli abiti sporchi nella borsa che mi sarà rispedita a Cuneo. E commetto, qui, un errore fatale: decido di rimandare il trasferimento del cibo, dal borsone al borsello della bici, a dopo la nanna. Perché saranno anche le sette e un quarto di sera, ma io casco letteralmente dal sonno. Conquisto un materasso ed una coperta e piombo nel sonno: profondissimo e ristoratore. So bene che, così facendo, perdo le ultime ore di luce della giornata, che sarebbero buone per pedalare, ma so anche che non ho alcuna speranza di riuscire a superare un’altra notte completamente insonne. Rischio poi di dovermi rassegnare a dormire magari su in alto, in quota, al freddo ed all’addiaccio. Tempo ne ho ancora, quindi meglio essere cauti e saggi, una volta tanto, e fermarsi qui per un po’.
Mi risveglia il brusio di un gruppo di ciclisti in partenza: uno sguardo all’ora, sono solo le otto e quaranta; meravigliosa sensazione di potersi girare dall’altra parte e riprendere il sonno.

La sveglia suona alle undici. Mi ridesto un po’ intontita: la palestra è buia, solo un alone delle luci di emergenza; c’è solo più una persona, oltre a me, che russa beata sulla branda accanto. Subito dopo, lo squillo di un messaggio. E chi può mai essere a quest’ora? Stento a credere ai miei occhi: è Lorenzo, il mitico 53×1. “Ciao Gianca, dove sei? Ti aspettiamo sui primi tornanti del Sampeyre”. Ma come… Sul Sampeyre? Ma che ci fa qui? Bando alle elucubrazioni. Schizzo giù dal mio giaciglio, mi fiondo ancora una volta in bagno; poi vado al recupero della bici ed alla ricerca della scorta di cibarie nella borsa… Che non c’è più. Oh cavolo… Che fine ha fatto la mia borsa? Probabilmente è già in viaggio verso Cuneo… I volontari sono già in via di smobilitazione; dovranno lasciare la palestra a mezzanotte. Forse potrei chiedere a loro, magari l’hanno caricata su un veicolo che è ancora nei paraggi… Ma non oso disturbarli oltre: sono già stati anche troppo gentili e disponibili. E’ comprensibile che abbiano voglia di andar via, anche loro. Recito un requiem per il mio Camembert, il mio pane, le marmellate, il miele, il succo di frutta, le lattine di Red Bull, gli yogurt. Quando il gioco si fa duro, del resto, i duri cominciano a giocare: mi restano tre o quattro barrette ed un gel, me li farò bastare.

Saluto tutti, preparo la luminaria. La musica assordante di un raduno motociclistico, in corso proprio qui in paese, accompagna la mia partenza: e dire che, con questo frastuono, io ho dormito come un ghiro… Poco prima delle undici e mezza, eccomi ad affrontare il Colle di Sampeyre. Massima cautela, nel passo e nello sguardo. La strada è tutta una buca, una crepa; il temporale ha trascinato ghiaia e sabbia sull’asfalto; non è semplice salire schivando le pietre. Ma non avrei proprio voglia di mettermi a cambiare una camera d’aria adesso…
Salgo pian piano in una quiete sempre più irreale. Le luci del paese si spengono giù in basso; attorno a me, silenzio, gocce d’acqua che cadono di foglia in foglia, rivoli che si sentono scorrere, occhi piccoli e gialli di gatti o di chissà che, mi fissano per un attimo e scompaiono. Squittii e versi di uccelli, latrati di cani lontani chissà quanto, un firmamento di stelle sopra la testa, là dove le piante lasciano un po’ di spazio. D’improvviso, oltre una curva, una lucina e due fanali di auto che si accendono: eccolo, è lui, Lorenzo, in compagnia di una ragazza che, mea culpa, ancora non conosco, ma che scoprirò essere una ciclista di tutto rispetto. Non riesco a credere che si siano sciroppati tutta questa strada solo per me… E domani Lorenzo parteciperà ad una corsa in bici! Sono contentissima di vederli, anche se mi fermo solo per pochi istanti; la loro presenza è un incentivo in più per mettercela davvero tutta. Manca poco… E Lucia e Lorenzo sono le ultime due persone che incontrerò da qui al colle, e poi per buona parte della discesa. Riprendo la mia marcia nella solitudine più assoluta. Un leggero venticello agita le foglie, che alla luce della frontale sembrano d’argento; di tanto in tanto, quando passo con le ruote su una pietra, un improperio squarcia la quiete. Dal nero del bosco, sento lo scampanio delle mucche al pascolo, fruscìi e fischi di ogni genere, e a tratti nulla, assolutamente nulla. Di tanto in tanto, a qualche curva, spuntano le luci sempre più lontane del fondovalle. Non sempre sono certa del punto in cui mi trovo; la notte altera le distanze e le sensazioni. Ma, quando arrivo alla fontanella sulla destra, che poi altro non è che un pezzo di tubo di gomma, ho la certezza che ormai è quasi fatta. Di lì a poco, il bosco lascia il posto agli ultimi km con vista sulle stelle e sulla sagoma appena accennata, splendida, del Monviso e delle cime lì accanto; la Luna ancora alta, tanto che, in omaggio al Colle, spengo entrambe le luci, la frontale e quella da manubrio, e salgo alla sola fioca luce azzurra, fino al noto spiazzo proprio in faccia al Monviso. E’ così bello che varrebbe la pena di stendere il sacco a pelo e dormire qui… Ma non ce l’ho, il sacco a pelo. Mi vesto e mi avvio in discesa: non ho più nemmeno i guanti lunghi, che sono rimasti nel borsone; per fortuna, la temperatura non è così rigida. I primi quattro km verso il Colle della Cavallina scorrono lenti: al buio, ho la sensazione che la pendenza sia ancora più forte e che la bici sia ancor più difficile da governare; mi aggrappo, come sempre, alla mia unica ancora di salvezza, le leve dei freni. Vedo di sfuggita le luci disperse sui pendii più in basso; sento, anche qui, i campanacci delle vacche, che però non riesco ad individuare. Ho paura della discesa, di questo tratto in cui attorno non c’è nulla; dal colle in giù, se non altro, ci sarà il bosco…

Mi pareva di ricordare, anzi direi ne sono certa, che qui alla Cavallina, al rifugio, ci fosse un punto di controllo. Ma così, occhio e croce, mi par di capire che siano tutti a nanna. Provo ad avvicinarmi con cautela alla porta d’ingresso: tutto buio, chiuso, sprangato. Ohibò, e mò che faccio? Non ho macchina fotografica né telefonino con fotocamera; non vedo proprio come potrei provare senza spazio per il dubbio di esser passata di qua. Bah, pazienza, non ha alcuna importanza, non posso certo stare ferma quassù a cincischiare: per giunta, fa freddo… Riprendo la discesa verso Stroppo, un interminabile calvario di buche, fessure, sabbia e sonno. Non è una strada, questa, è una mulattiera… Tornanti dopo tornanti, attendo l’arrivo almeno delle prime case, ma il sonno non ammette repliche. Vedo ombre che mi attraversano la strada; la bici sbanda qua e là. Mi fermo qualche minuto su uno slargo, appoggio la testa contro una catasta di tronchi; riparto, macino ancora un po’ di strada. D’improvviso, vedo una corda tesa in mezzo alla strada, all’altezza della mia faccia, tra due alberi; spaventatissima, inchiodo e per poco non cado… La corda tesa lentamente riprende le sue sembianze, è il bordo della strada che, chissà come, s’è spostato e sollevato nella mia fantasia. Butto a terra la bici e lo zaino, a mò di cuscino, mi sdraio, mi addormento.

Torno nel mondo dei vivi col frusciò di una ruota che mi passa accanto, lungo la strada. Dev’essere il collega che ho lasciato ancora tra le braccia di Morfeo, a Sampeyre. Mi rialzo anch’io, mi scuoto, riparto, lottando contro le pesantissime palpebre fino a Stroppo, all’incrocio con la strada di fondovalle della Val Maira.
Non resta che l’ultimo vero scoglio. I 22 km di salita al Colle di Fauniera, da Ponte Marmora: sulla carta, il versante più facile, ma a questo punto non c’è più nulla che possa definirsi facile. Piano, Gian, pianissimo, un km dietro l’altro. Se necessario, salirai anche a piedi, ma lassù ci devi arrivare, per forza. Trovarai un amico ad aspettarti, per giunta: vorrai mica deluderlo?
Il cielo comincia appena a cambiare colore. Salgo senza luce, agli ultimi raggi della Luna, con la compagnia del frastuono del torrente, ora alla sua destra, ora alla sinistra. Fino al primo paese, lo so, si sale poco. Un km dopo l’altro, con fiducia e calma: e sono già a Vernetti, il luogo del punto di controllo. Chissà se qui troverò qualcuno? Altroché. Con mia gran sorpresa, la Locanda Ceaglio è in piena attività; la titolare, il marito ed il giovanissimo rampollo sono impegnati a sfornare piatti e caffé proprio per noi ciclisti. Gentilissimi, oltretutto, e disponibili: vale davvero la pena di tornare qui, magari in orario diurno, per la splendida ospitalità che ci viene riservata questa notte. “Non è che io sia entusiasta di restare tutta la notte in piedi, visto che siamo già aperti 18 ore al giorno – sentenzia la signora – ma lavoriamo in prevalenza con i ciclisti, quindi, se c’è da farlo, lo facciamo”. Penso all’atteggiamento di altri esercizi commerciali piazzati sul percorso della Granfondo Fausto Coppi, che fanno il diavolo a quattro contro il passaggio della gara, e mi consolo al pensiero che in fondo qualche persona intelligente e disponibile da queste parti c’è!
Abbandono la locanda con un arrivederci e riprendo il mio cammino, con un doppio caffé in corpo. Sempre con cautela, con un occhio ai cartelli che segnalano i km mancanti alla vetta. Sono tanti, Gian, ma pian piano ce la farai. Sorge il sole mentre percorro il tratto quasi in falsopiano verso Tolosano, e poi la lunga sequenza di tornanti in mezzo al bosco. Quella stessa sequenza di strappi brevi ma ripidissimi, un insulto ai garretti, quattro o cinque, uno dietro l’altro nell’arco di pochi km. Sul primo, mi ammutino e scendo di bici: quei pochi secondi che perdo, salendo a piedi, sono nulla in confronto alle energie che risparmio. I muscoli sono ormai troppo provati. Poi torno in sella, continuo a salire pian piano, tra le pigne, curva dopo curva, di buona lena, mentre tutt’intorno le cime s’incendiano di rosa nella luce di una splendida giornata. Guardo giù, ma non c’è traccia dei miei colleghi rimasti a fare il pieno di pappa e riposo alla locanda. Ad una curva, appena lo sguardo supera il basso parapetto in pietra, lo spettacolo è da levare il fiato: il Monviso, limpidissimo, d’un colore rosa acceso, sullo sfondo di un cielo appena più chiaro. Meravigliosa quest’immagine, meraviglioso essere qui, nonostante la fatica che tanto ormai non si sente più. Ancora strappi, li affronto tutti in bici tranne l’ultimo, che supero ancora a piedi, perché è proprio spietato, E poi, fuori dal bosco, le prime malghe, la strettoia, la vallata che si apre sui prati. Le marmotte che tornano a fischiare; fiori ed acqua dappertutto; l’ultima malga, dove si compra dell’ottimo formaggio. Se non fosse troppo presto… Mancano ancora cinque km e le gambe girano come se fossi fresca e riposata. Piano, Gian, non esagerare, non farti prendere dalla foga. Le cime spuntano una dopo l’altra, la bellissima Rocca La Meja su tutte, è uno spettacolo impagabile, riempe il cuore di una gioia incontenibile. E poi so che, ormai, metro dopo metro, è fatta, so che arriverò a Cuneo e potrò stringere tra le mani la maglia Finisher per cui avevo già perso la speranza…

Oltre una delle ultime curve, ecco un losco figuro in Vespa. “Toh, chi si vede”, esclamo, ma sapevo benissimo che l’avrei incontrato. E’ Giorgio, che s’è sciroppato una levataccia inaudita per venire fin quassù, da Virle, in sella al motorino. Ha portato, dice, due banane ed una bottiglietta di Coca Cola: lo caccio via senza nemmeno fargli finire la frase, “No, non si può, è vietata l’assistenza, mi squalificano…”. Metto tale foga nel mio rifiuto, che il poveretto, dal terrore, s’allontana. Lo ritrovo su in cima, al Fauniera, dopo aver percorso con gran fatica l’ultimo km di salita, che dell’asfalto ha ormai solo un pallido ricordo. Non riesco a smettere di ammirare quanto sia tutto bellissimo qui intorno; vorrei potermelo portare via, questo posto, fino a casa… Al colle, fervono i preparativi per il passaggio della granfondo; i volontari stanno montando il gazebo del ristoro. Una signora gentile e premurosa, che scopro poi essere la mamma di Emma Mana, la boss dell’organizzazione della gara, mi offre un caffé con lo zucchero; in barba a tutti i divieti, poi, finisco per cedere alle lusinghe del buon Giorgio e stappo anche la Coca Cola.

Suo malgrado, il poveretto decide di accompagnarmi in discesa; pessima scelta per una moto che non ha le marce, almeno così ho capito, ma solo i freni. Se pensa di scendere alla mia velocità, anzi alla mia lentezza, rischia di fondere tutto… Infatti, molto opportunamente, decide di andare avanti e fermarsi di tanto in tanto. C’è da dire che, per me, la discesa del Vallone dell’Arma è meno critica di altre, a parte i primi quattro o cinque km; impiego sì un’eternità a percorrerla, ma è un’eternità un po’ meno eterna del solito. Del resto, è proprio la cautela che, nelle prime curve, mi salva dall’incontro ravvicinato con il cofano di un’auto sbucata all’improvviso.
Lo spettacolo del Vallone è anch’esso impagabile. La neve che, fino a qualche settimana fa, occupava la strada, è sparita. Si scende di buona lena, si passa la baita, poi i tornanti, in mezzo ai pascoli ed alle mucche che mi osservano perplesse; i paesini, uno dopo l’altro. Ad un certo punto, Giorgio, fermo a bordo strada con la cartina aperta sotto il naso, sentenzia: “Hai ancora trentacinque km”. Sì, e una Madonna del Colletto in mezzo…

A Demonte, mi svesto ed imbocco la stradina laterale che porta dall’altro lato della Stura. L’aria è limpidissima e frizzante, io sono su di giri, emozionatissima, felice. La scorta motorizzata mi accompagna fino alla prima rampa oltre Festiona: poi mi abbandona, onde evitare di fondere il motore. Saluto, ringrazio, schizzo via, pazza di gioia: le staffilate della Madonna del Colletto non si sentono nemmeno più. “Sei la prima della granfondo”, mi prendono in giro alcuni viandanti che aspettano il passaggio della gara: “No – medito tra me e me – non sono la prima della granfondo, ma ho fatto di peggio…”. Il colle è sopra la mia testa, nascosto da una fitta vegetazione; le rampe sono crudeli, ma nulla possono contro l’entusiasmo che anima i miei garretti. Pedalata dopo pedalata, in piedi o seduta, ora non ho più il pensiero di dover risparmiare le forze. Nello spazio di tempo che mi sembra un attimo, sbuco fuori dall’ultima curva: in cima, al ristoro, applausi e complimenti, il timbro sulla carta di viaggio, una bottiglietta d’acqua frizzante. E’ fatta, Gian. E’ fatta davvero. Riparto in discesa, pianissimo, come se camminassi sulle uova; mi hanno raccomandato di fare attenzione alle “buche invisibili”… Infatti è proprio così; l’asfalto ha veri e propri avvallamenti, profondi, che però da lontano non si individuano, se non per i segni tracciati con le bombolette colorate: tu vai per la tua strada e d’improvviso ti senti mancar la terra sotto le ruote… E’ una sensazione che mi mette gran paura: ma ormai posso permettermi di tirare i freni, come e quanto mi pare. E’ fatta, è dannatissimamente fatta, e cosa importa se impiego due secoli a raggiungere Valdieri. Da qui in poi, la strada è presidiata ad ogni incrocio; ho l’impressione che sia imminente l’arrivo dei primi atleti del percorso corto della gara. Ma della sorveglianza approfitto anche io: sotto un bel sole già caldo, in pianura, raggiungo Borgo San Dalmazzo. Un collega mi offre di seguire la sua scia, ma non ce la farei, proprio non ne ho la testa; voglio godermi gli ultimi km in tutta tranquillità. Da Borgo a Cuneo si viaggia per strade secondarie, che mai e poi mai saprei ritrovare da sola: infatti, ad un incrocio, è solo grazie alla solerzia di un sorvegliante, che non tiro dritto anziché girare a sinistra. Mi chiama per nome, quel volontario: toh, un altro lettore… Felicissima, parto di gran carriera. I cartelli della corsa annunciano meno cinque, meno quattro, meno tre. Peccato solo per il passaggio nel viale di Cuneo, chiuso alle auto e caotico di gente a passeggio: ma non ha importanza, un attimo dopo c’è la piazza, l’arco d’arrivo che non è per me anche se ci passo sotto, il gazebo dell’ultimo controllo. 390 km, circa 10.000 m di dislivello, 37h 40′ comprese le pause. L’ultimo timbro, la maglia rossa, bellissima, “Finisher”, la tensione che si scioglie. E il viaggio verso casa, in auto, prima che il sonno abbia il sopravvento. Una soddisfazione immensa ed un immenso grazie a chi l’ha resa possibile: sì sì, proprio lui… Il Terribile!

(Visited 9 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!