2 agosto 2009 – Trail du Tour des Fiz (Passy)

“Se solo domani fosse una giornata come oggi”: ripetiamo questa frase come una litanìa, da quando siamo ripartiti da Aosta. Anzi, Isacco ed io abbiamo cominciato già prima, da Carmagnola, tra una boiata e l’altra inventate per ingannare il tempo del viaggio. L’arrivo di Mark, al casello di Aosta, è graditissimo per due motivi: perché è di una simpatia travolgente… E perché, finalmente, il sedile passeggero si potrà sottrarre alla morsa delle unghie di Isacco, che finora ho visto impercettibilmente teso per timore del pilota, anzi della pilotessa! E vagli a dire che, in dieci onorati anni di carriera automobilistica, ho mietuto come unica vittima uno specchietto retrovisore. Ciò non è bastato a placare la tensione dei suoi nervi… Ha le dita più allenate di quelle di Manolo, dopo due ore sulla Opel con me! Ecco, almeno Mark lo fa chiacchierare e lo distrae un po’…

In coda al Tunnel del Monte Bianco, stufi, lessati dal caldo e tormentati dalla sete – possibile che nemmeno uno dei nostri inutili agglomerati di neuroni abbia partorito l’idea di una bottiglia d’acqua da portar via? – puntiamo i nasi al cielo azzurro, appena disturbato da qualche nuvola di passaggio, ed al meraviglioso massiccio del Bianco, sperando in fondo ai cuori che le previsioni abbiano preso una gran cantonata e che domani, in luogo del diluvio universale, ci assista il sole. Ahimé, pia illusione: al giorno d’oggi, i bollettini meteo son così precisi che non lasciano nemmeno più spazio alla speranza. E, se sbagliano, è sempre solo per annunciare sole quando in realtà pioverà; mai il contrario.
Il Trail du Tour de Fiz non si presenta sotto i migliori auspici: mezz’ora di coda per uscire al casello di Aosta a raccattare Mark è già stato un primo segno infausto; ora ci tocca una lunga ora di attesa per entrare nel tunnel, non prima di aver enumerato le disgrazie passate, presenti e future che hanno avuto come teatro questo lugubre passaggio sotto la montagna: in effetti, pensare d’avere migliaia di metri di roccia sopra il capoccione non è proprio così rilassante. Giungeranno i nostri eroi alla meta? Chissà: io ho dato un’occhiata a Googlemaps prima di partire; Isacco conosce il nome della località che dobbiamo raggiungere stasera; arriveremo con circa due ore di ritardo sulla tabella di marcia… Allegria!

Tra una curva e l’altra, e qualche incrocio risicato su per una strada ben più stretta di due auto affiancate, e tanti improperi lanciati dal povero Isacco, e chissà quanti altri gelosamente custoditi nel suo animo, finalmente conquistiamo l’obiettivo della serata: Plaine Joux. E, mentre scendo dall’auto e mi guardo intorno, penso che son già contenta di essere venuta fin qua: vero che domani sarà una giornata di tregenda, ma questo posto è un paradiso, una vera balconata sul Monte Bianco, e poi era da tempo che non ridevo così tanto, così di gusto, come in questo viaggio con due matti peggio di me, e simpaticissimi. Ne è già valsa la pena!

I segni della malevolenza degli dèi continuano sotto forma di scomparsa dei pettorali di gara: io conquisto subito il mio numero 8, mentre Isacco e Mark restano a bocca asciutta. “Ritentate dopo le 20, sarete più fortunati!”. Cominciamo bene…
Plaine Joux, come dice il nome, è un ampio pianoro con pochi edifici, questa specie di sala polivalente che fa da base per la gara, più un bar e, credo, poche altre strutture turistiche. Individuiamo un posto per le tende: e dire che, se fosse stato per me, avrei molto semplicemente dormito in auto… Invece Isacco no, lui è un giovane virgulto delicato e viziato, pretende la tenda e pure il materassino! E allora va bene, passi la tenda, ma il materassino no, ad un vero uomo come me non si addice. Montiamo la tenda, credo, su un blocco unico di ferro che i picchetti nemmeno scalfiscono; va bè, pazienza, speriamo che nella notte un uragano non ci porti via. Poi, recuperati a fatica i pettorali dei miei due colleghi, Isacco ed io ci concediamo una frugale cena al sacco sul tavolino del belvedere: lui da vero atleta, con pasta e uova sode e frutta, io da irriducibile casinista anche nel cibo, con qualche boccone di formaggio di montagna abbinato a curiosissime pagnotte con l’uvetta: e già prima, nel corso delle tribolazioni burocratiche dei due malcapitati, ho spazzolato un paio di goduriosissimi tranci di pizza con due chili di formaggio ciascuno. Scruto con timore ed un po’ di rancore la vetta del Mont Joly, dall’altra parte della valle, che mi ha respinta un paio di settimane fa, in occasione di un altro trail: abbi fede, malefica cima, prima di quanto tu immagini tornerò a zampettarti sulla testa, e questa volta non mi ricaccerai indietro, parola mia!

Le ombre della sera rendono lo spettacolo, se possibile, ancor più incantevole. Da una parte il Bianco incorniciato da nuvoloni a cavolfiore, dall’altra l’imponente muraglione del Fiz, che ha un po’ l’aspetto delle Barricate della Valle Stura, roccia stratificata, a striscie orizzontali: e qui dovrei cedere la parola ad Isacco che, vista la sua imminente laurea in geologia, è indubbiamente ferratissimo in materia. Ma preferisco non interrompere la sua verve comica… Rischio di strozzarmi con la cena a furia di ridere!
Purtroppo, non appena cala il sole, fa feddo e la poesia del belvedere cede alla voglia di infilarsi nel sacco a pelo. Indugio ancora un po’, ben insaccata e riparata, sull’ingresso della tenda, a seguire i giochi di uno splendido Golden Retriever scatenato a correre in mezzo al prato, a pensare che sarebbe tutto davvero perfetto se qui ci fosse anche qualcun altro… Finché i brividi sulla pelle non mi convincono a ritirarmi; sassi o non sassi, un paio di messaggi dal cellulare e poi piombo immediatamente in un profondissimo coma, da cui la buonanotte di Mark e l’arrivo di Isacco in tenda, ad un’ora che non saprei precisare, mi svegliano solo in parte e solo per un attimo.

Mi sveglia invece, più tardi, il rumore della pioggia che frusta la tenda. Isacco è sveglio anche lui, mugugna preoccupato… Sì, non è un bel segno; guardo l’ora, sono le due, alle tre e mezza ci toccherà alzarci ed uscire, qualsiasi cosa ci sia là fuori. Ma ormai, sarà l’abitudine, sarà la rassegnazione, non riesco più ad esserne agitata; mi riaddormento, cullata dalla piacevole sensazione di caldo riparo quando fuori piove. Mi sveglia il buon Isacco, bel più solerte di me, ma ci vuole un po’ di tempo e qualche grufolio prima che io mi rassegni all’idea. Uscire, vestirsi, smontare la tenda fradicia, mannaggia la miseria a chi me l’ha fatta mettere su; preparare lo zaino, mettere su il numero, consumare una colazione frettolosa. Brevi scrosci di pioggia si alternano a stelle che fanno capolino ed infondono fiducia; la temperatura però è troppo alta per una notte serena a quota 1.300 m. Il buio non lascia vedere nulla, né la luna che pure dovrebbe essere alta e quasi piena, né le nuvole che però di certo incombono. Decido di partire comunque con il minimo bagaglio possibile: una maglietta ed una canotta di ricambio, una giacca impermeabile, il berretto; niente guanti lunghi, niente maglia supplementare, perché non ho proprio voglia di viaggiare zavorrata. Dopotutto la corsa non sconfinerà nella notte; alla peggio batterò un po’ i denti. Mi sarebbe piaciuto provare a tenere un ritmo da subito un po’ meno lumacoso del mio solito, insomma, osare un po’; la distanza, 65 km, ed il dislivello, 5.300 m, lo avrebbero permesso. Già, piccolo particolare: lo avrebbero permesso, se fosse una bella giornata. Ma so che con la pioggia farò fatica a vedere dove metto i piedi e, quel che è peggio, il mio già scarso equilibrio ne sarà ancor più compromesso. Pace, sarà per la prossima volta.

Riparata sotto una tettoia, combatto per finire l’ultimo panino con l’uvetta e, come sempre, conduco l’analisi fisiognomica dei grugni dei miei colleghi di gara. Siamo davvero quattro gatti, credo centocinquanta persone ma forse nemmeno: decimati dalla paura del maltempo e dalle voci di un possibile annullamento della manifestazione. Tutti pronti e scattanti; non vedo tensione sui volti che non sia quella dell’agonismo. Per la maggior parte dei veterani di questo tipo di gare, probabilmente la condizione del meteo non fa alcuna differenza; altrimenti non mi spiego come molti possano presentarsi al via in canotta, a spalle scoperte. Rabbrividisco, è il caso di dirlo, solo a vederli. Volti noti, stavolta nessuno, se non Mark ed Isacco nella penombra.
I responsabili della corsa parlano dal palco: non c’è speranza di avere qualche brandello di informazione che non sia in francese, ma riesco comunque a capire quel che conta: pare che la gara sarà abbreviata rispetto all’itinerario originale; si eliminerà una salita, se ben comprendo, e si percorreranno quindi 52 km circa. Non è che la notizia mi renda felice, anzi; so che, dopo ore di acqua, anche 52 “soli” km avranno già lasciato il segno, ma mi dispiace, è già una sorta di sconfitta questa. Ma ormai son qui, tantovale partire, non ci sono alternative. L’entusiasmo di Mark poi travolge tutto: lui non sembra turbato né dal diluvio né dalle variazioni; scatta fotografie, sembra divertito, non vede l’ora di partire.

Nel buio della notte, son quasi le cinque, ci spostiamo in branco, piccolo esercito di temerari, verso l’arco di partenza. Nasi in su alla ricerca di qualche stella, ma si sa che il temporale è balzano, t’illude con le stelle ed un attimo dopo ti si rovescia addosso. Il via ci coglie quasi di sorpresa: davanti partono, si parte anche noi. In discesa, lungo un sentierone in mezzo al bosco, a mò di pecoroni: e già qui rotolo inesorabilmente nelle ultime posizioni, perché una delle cose che mi riesce peggio è restare in equilibrio sui rocchi, sulle buche, nel fango, mentre una folla da bolgia infernale sembra volermi travolgere ad ogni costo. Detesto le partenze in discesa, anche se saranno si e no 200 m di dislivello; al buio poi… Non vedo un tubo!
Vano ogni tentativo di tenere il ritmo di Isacco, che sparisce in pochi istanti tra la folla. Non è che ci sperassi, so che quest’anno lui è ben allenato; e già senza allenamento sarebbe comunque più forte di me.

Non mi resta che accogliere con gioia la prima rampa della salita. Supero qualche avversario che si ferma a levare la giacca: io ormai ho collaudato un metodo quasi scientifico per vestirmi e svestirmi in movimento… Puntualmente inciampo e rischio di rovinare a terra, ma finora è andata bene. Il buio ci accompagna ancora lungo i tornanti della prima salita, un bel sentiero che presto esce dal bosco e sale su verso la parete verticale del massiccio: non è una montagna “a punta” questa, è un’unica ampia parete. Vedo lassù il serpente di lucine, molto più lungo davanti a me che non dietro: sono quasi ultima. In salita guadagno qualche posizione, ma è poca roba; in discesa perderò comunque tutto, con gli interessi. Il chiarore del giorno tarda a dare conforto, trattenuto a forza da una coltre di nuvole spesse e minacciose. Solo qualche squarcio che subito si richiude. Non riesco a capire dov’è che vada a passare il sentiero: sembra che la fila di lucine sparisca nel nulla… Come se ci fosse una galleria. Al buio però non riesco a valutare la distanza, non distinguo i dettagli, e nemmeno posso osservare con attenzione la direzione dei primi; devo tenere gli occhi ben incollati a terra, a rischio di inciamparmi. Con mia grande sorpresa sento la voce di Mark dietro di me: “Qui sembra che non abbia piovuto”… E’ vero, la sabbia del sentiero è asciutta, quando stanotte, a brevissima distanza da qui, la tenda ci ha protetti da uno scroscio memorabile.

Mark passa presto avanti e, con il primo chiarore, si scatena con la macchina fotografica, del tutto incurante del tempo, della gara, della posizione. Tanto, con le gambe che si ritrova, può recuperare come e quando vuole! Intanto i contorni ed i dettagli si fanno più netti; il sentiero si inerpica con tornantini sempre più stretti fino alla base della parete rocciosa, poi ecco che s’infila in una fessura impressionante, maestosa, di roccia scura e stratificata in “fogli” disposti in orizzontale con una regolarità sorprendente. Supera poi una passerella di metallo e via, un lungo tratto a mezza costa, uno splendido anfiteatro da cui si vede la valle, pure un po’ sbiadita dalla nebbia e dalla luce pallida. Le nuvole sono sempre più gonfie di pioggia; già mi pare di percepire qualche bubbolìo. Del tutto inatteso, compare un punto di controllo dove gentilissimi volontari dispensano caffé… Non sto certo a sottilizzare sulla qualità del caffé francese; la caffeina c’è, la temperatura pure, di grande conforto per il pancino che non gode dell’aria fredda ed umida di oggi. La signora addetta alla registrazione dei numeri di gara si stupisce: “Il numero 8 ha dichiarato stamattina di non voler partire”, obietta in un francese che stavolta afferro al volo. “Macché – rispondo in un misto francoangloitaliano – il numero 8 non ha dichiarato un bel tubo! Come vede, sono qua…”. Poi riparto, lasciando i burocrati al loro ingrato compito; spero che non ci siano problemi, ma in fondo non è che la cosa mi turbi più di tanto. Alla peggio, non risulterò in classifica, o risulterò col nome ed il numero di qualcun altro, quel che conta è portare a termine la corsa. Non c’è molta differenza tra comparire a fondo classifica e non comparire affatto…

Il sentiero sale più dolce attraverso un lungo pianoro. Mi sembra già di sentire qualche goccia, ma no, per adesso è solo suggestione. Il pianoro muore in una corona di pareti e fenditure che, è evidente, dobbiamo ancora superare; la fila di puntini colorati si arrampica infatti verso una spaccatura nella roccia, un passaggio splendido e suggestivo da raggiungere a prezzo di un altro piccolo ed intenso sforzo, un tratto di salita quasi da arrampicata, almeno per me che mi aggrappo a tutto quel che trovo e qua e là frano rovinosamente. Col de Portette, 2.300 e rotti metri, l’entusiasmo esagerato dei volontari che presidiano il passaggio… E poi, ahimè, la discesa. Non saprei dire se è l’inquietudine per il temporale che cresce sopra la mia testa, se è un po’ di stanchezza arretrata, se è questa luce incerta che mette a dura prova i miei miseri occhi miopi, ma subito mi rendo conto che non sarà impresa facile. Il sentiero non è dei più concilianti, pietre grosse e spigolose, sabbia scivolosa; mi tocca meditare ogni passo e, nonostante questo, non riesco ad evitare una storta dietro l’altra, la caviglia che si piega pericolosamente all’infuori, quell’attimo di dolore acutissimo. Ho il terrore di farmi male ed essere costretta all’immobilità… E non è che questo stato d’animo mi aiuti ad essere più rapida. Non posso che rassegnarmi a veder passare avanti tutti, seguire le figure sempre più piccole che spariscono dietro alle rocce, oltre il pianoro; io cammino come se avessi, rispetto a loro, il freno a mano tirato, ma tant’è, non posso farci nulla. Dietro di me un solo corridore, lì per lì non capisco perché non mi sorpassi, all’ennesima storta mi fermo un attimo reprimendo una miseria e lo invito ad andare: mi fa segno di no, non può… Ah ecco, è la scopa! Per fortuna – sono cinica, mors tua vita mea – nel pianoro che segue, raggiungo una ragazza che sembra patire qualche problema fisico: così la scopa si scolla dalle mie costole e s’appiccica alle sue… Piove. Inevitabilmente, inesorabilmente, piove. Applico la mia complicatissima tecnica per indossare la giacca senza fermarmi: ci metto un po’, rallento molto, ma alla fine la missione è compiuta. Questo sentiero in piano non finisce mai, e non è nemmeno più un sentiero, è un pantano, tutto fango e pozze e pietre rese viscide dalla pioggia. In un attimo è il diluvio: ma ormai ci son così abituata che la reazione non è più nemmeno di preoccupazione, solo di rassegnato fastidio.

Supero un gruppo di abitazioni, sembra un minuscolo paese; da qualche porta s’affacciano persone che non capisco se siano residenti o volontari della corsa. Un bicchiere d’acqua al tavolo del punto di controllo e subito riparto; solo uno sguardo ad un paio di corridori in canotta e pantaloncini corti, rifugiati sotto lo spiovente di un tetto. Han tutta l’aria di aver già concluso la loro fatica, per oggi.
Appena oltre le case, mentre mi arrovello per capire la direzione giusta da prendere al bivio – non è che qui ci sia stato sperpero di segnalazioni, mannaggia la miseria! – e strizzo gli occhi alla ricerca di un’invisibile balise un po’ più avanti, m’abbaglia una fiammata gialla e subito un colpo di tuono da far rizzare i capelli in testa: poi un altro, ed un altro ancora. A giudicare dal brevissimo intervallo di tempo che intercorre tra il lampo ed il tuono, direi che il temporalozzo è parecchio vicino. Bah. Passato lo sconcerto iniziale, faccio spallucce: da qui in giù il sentiero pende parecchio, dal pianoro si tuffa verso la valle, ed è piastrellato da quelle malefiche rocce che col bagnato diventano piste di pattinaggio sul ghiaccio; tra il rischio di essere incenerita e quello di lasciarci una caviglia, ritengo che il secondo sia ben più concreto e, per me, ben più preoccupante, quindi scendo sì, ma con calma e cautela, maledicendo mille volte la forza di gravità. Il vallone qui si è di colpo ristretto; il fiume scorre fragoroso tra due ripidi pendii; poco più giù si vede il bosco, poi più niente, tutto avvolto dal grigio e dalla nebbia. La discesa è interminabile, ostica di per sé, e poi non vedo un tubo, nulla di nulla… Chissà che ora è, quanti chilometri ho alle spalle? Sono fradicia come un pulcino, ma misembra di capire che il temporale, sfogata la sua rabbia, vada placandosi man mano che scendo. Sembra persino che tra le nuvole traspaia un chiarore beneaugurante. Non mi faccio illusioni; le previsioni meteo hanno promesso tregenda per tutto il giorno, ma ne approfitto per scuotere via un po’ d’acqua dalle pieghe della giacca.
Verso la fine della discesa, riecco la scopa: sento gracchiare la radio già da lontano. Tenta di attaccare bottone: peccato che lui non conosca l’inglese e che io non sappia articolare frasi sensate in francese, anche se ormai me la cavo abbastanza a decifrare quel che mi viene detto. “Savà?” “Eh sì sì, savà, dontuorri… Sandrebbe meglio se non avessi i pesci rossi nelle orecchie!”.

Qualche saliscendi su strada sterrata, di cui le gambe approfittano per sgranchirsi dalla discesa e dal freddo, e sono, buona ultima, al ristoro di Salvagny. Strabuzzo gli occhi alla vista di Isacco che mi viene incontro e, per un attimo, mi lascio assalire dallo spavento: che ci fa ancora qui? Cosa gli è successo? Nulla, per fortuna: pare che la gara sia stata sospesa, in attesa del bollettino meteo delle 10, in cui si deciderà se far ripartire i concorrenti o meno. Povero Isacco, è già qui da un’ora… Le circostanze hanno dato ragione alla sua proverbiale prudenza; il bagaglio gigante con tanto di ricambio completo asciutto gli è servito! Altrimenti sarebbe già ibernato. C’è un pulmino che fa la spola per portare i concorrenti in centro paese, un paio di km da qui, in un ampio locale riscaldato, ma è ovvio che trasferire tutti quanti richiede tempo ed un sacco di viaggi: insomma, mi viene il sospetto che questa gara sia sponsorizzata da qualche casa farmaceutica che produce medicine contro la polmonite! Sono senza parole, e pure un po’ inferocita. Sospendere la gara… Per un temporale? In montagna? Ma allora tantovale non farla nemmeno partire! Un giorno intero senza temporali, d’estate, è una rarità… Non metto in dubbio che gli organizzatori sentano il peso della responsabilità, l’ombra della tragedia del Trail del Mercantour con freddo, neve e tre vittime, ma questa è proprio una situazione al limite del ridicolo, a mio parere. Non vuoi rischiare? Organizza un torneo di bocce, non una corsa in montagna!

A malincuore, brontolando, Isacco ed io saliamo sul pulmino. Tempo di arrivare in paese, cambiarmi e fare tappa in bagno: la corsa riparte. Non è che ci volesse il bollettino meteo: sarebbe bastato tirare su il naso, per capire che la situazione sta migliorando già da un po’.

La folla si rimette in cammino, qualcuno corre, gli altri camminano e chiacchierano. Isacco e Mark per ora restano quieti: ne approfitto per far due chiacchiere, per ascoltare ancora qualche spezzone del racconto del Mercantour, che Isacco ha vissuto in prima persona e ricorda con vivo terrore. C’era anche Mark, ma lui è stato, a quanto pare, più veloce, salvandosi dal momento più critico della tempesta.

Poi imbocchiamo un’ampia strada sterrata nel bosco, con tratti a pendenza di tutto rispetto; qui l’umanità dolente si sfilaccia, qualcuno corre, altri restano indietro. Le gambe maledicono la sosta forzata, che ha raffreddato i muscoli e gli animi, rubando il senso della competizione agli amanti dell’agonismo. Si corre contro un rivale fisico, qualcuno che vedi poco più avanti a te, qualcuno che senti dal fiato sul collo; non si corre contro una classifica che verrà combinata sulla base di un collage di tempi parziali… E poi, visto che già la distribuzione dei numeri è già stata gestita in modo molto fantasioso, chissà che ne sarà di questa classifica.

Seguo rassegnata la pendenza, corricchio dove posso, un po’ delusa. Isacco sparisce subito, Mark resta in vista un po’ più a lungo, poi se ne va, anche lui. Adoro le strade sterrate in mezzo al bosco, sono comode, rilassanti. Saremo a poco più di mille metri adesso. Cammino e cammino, persa tra mille pensieri, quando d’un tratto alzo la testa e vedo un’altra coda. Che succede adesso? Perché son tutti fermi? Lo capisco con orrore in un istante… La passerella! O porca miseria, me n’ero dimenticata, e sì che l’avevo sentita menzionare poco prima della partenza. La passerella… Un ponte sospeso con corde di metallo, che oscilla tragicamente ed oltrepassa un torrente impetuoso molto più in giù. Mi si ferma il cuore: io lì non passerò mai! Mi metto in fila; si passa solo una persona per volta, non c’è nulla da fare, tocca avere pazienza. Con la pelle d’oca osservo chi passa veloce e sicuro, chi tentenna, chi avanza come una lumaca e reprime a fatica il terrore. Mi distrae per un attimo solo la vista del buon Isacco, in coda pure lui, che dallo zaino-tasca di Eta Beta estrae l’ennesimo cambio asciutto e fa bella mostra di sé a schiena nuda: è giusto in direzione del ponte, quindi posso anche approfittarne un attimo, alla peggio posso sempre dire che stavo osservando il ponte! Curioso quel che passa per la testa nei momenti drammatici… Mi torna in mente un articolo su un recente numero di Focus, in cui si sosteneva che, nelle relazioni tra uomo e donna, l’uomo è attratto da parti del corpo ben precisa, mentre la donna non cerca i particolari bensì una storia, un’emozione, ecc.ecc. Beh, io credo proprio di essere l’eccezione che conferma la regola; pur essendo vegetariana, in questo campo apprezzo parecchio la macelleria, nulla di più attraente di un bel paio di spalle tornite!
Purtroppo però l’istinto di conservazione prevale. Isacco scherza, fa lo spaccone, mi prende in giro… Ma io sono pietrificata dalla paura sul serio! E lui stesso riesce a passar di là solo al secondo tentativo, esultando fragorosamente quando conquista l’altro capo del ponte.
Come previsto, quando tocca a me… Si consuma il dramma. Metto su un piede, il ponte oscilla; torno indietro immediatamente in preda al panico. Lascio passare le ultime tre persone dietro di me. Per un attimo sono sicura che la mia gara sia finita qui: dall’altra parte non passerò mai e poi mai… Ma la fortuna questa volta si manifesta nella pietà di una delle volontarie che presidiano questo punto del percorso: con determinazione incontestabile, si dirige verso la jeep, prende un rotolo di corda da arrampicata, me ne lega un capo intorno alla vita, si assicura all’altro capo e si mette il resto del rotolo a tracolla; dopodiché, in barba al divieto, si avvia verso il ponte tenendomi al guinzaglio. Sale lei, fa un passo; salgo io, chiudo gli occhi, sento la corda che tira. Un attimo di esitazione e via, ad occhi chiusi, il cuore impazzito ed il rombo della corrente d’acqua parecchi metri sotto di me; le mani tremanti a tenere i mancorrenti di corda metallica. Seguo la corda e reprimo a fatica i singhiozzi; quasi non respiro, mi chiedono come va, rispondo a fatica. Commetto l’errore di aprire gli occhi a metà ponte, le gambe quasi si piegano… Mi ci vuole più di un momento per riprendere forma umana quando approdo finalmente all’altro lato del ponte; mi avvio con le gambe tremanti e l’energia dell’adrenalina che quasi mi fa correre, con rabbia raggiungo alcuni dei corridori che mi hanno preceduta al ponte. Altra lunga salita con il cielo che torna a chiudersi; supero un gruppo di case dov’è piazzato l’ennesimo punto di controllo: non c’è che dire, diamo a Cesare quel che è di Cesare, l’assistenza lungo il percorso è capillare. Un po’ rinfrancata, riprendo il cammino di buona lena, salita lunga ma questa volta non così impervia. Si raggiunge un primo colle, poi un tratto di discesa che fa perdere credo circa duecento metri di dislivello; saremo intorno ai duemila metri di quota e riprende a piovere. Dall’alto cerco con lo sguardo il prossimo sentiero; difficile però capire quale sia la direzione. Alla mia destra, solo montagne troppo impervie; alla sinistra una traccia sembra tagliare il prato sul fianco della montagna, ma non vedo nessuno che salga. Sarà colpa degli occhiali bagnati, visto che proprio adesso, nella discesa, Giove Pluvio ha elargito con somma generosità un’altra doccia. Metti la giacca, leva la giacca; in fondo al sentiero, due tapini al riparo di poncho e cappucci indicano la direzione, proprio quella che avevo intuito. Davanti a me, come in ogni tratto di salita, la ragazza che corre in canottiera: ho freddo io per lei… La supero, rallenta vistosamente; scollino quella che sembra un colle ma non lo è affatto. Oltre, un bellissimo lago dal colore intenso, cime che si perdono nella nebbia. Approfitto del pianoro per mangiare qualcosa e per dare respiro alle gambe; poi si sale ancora, lungo un sentiero un po’ meno ripido dove riesco a mietere altre due vittime. Ancora un colle finto, una breve discesa, poi l’ultima rampa: contro il cielo, lassù, si stagliano le sagome di persone che stanno lì ad aspettarci. E mi sembra di vedere persino un paletto di quelli che indicano il colle… Fosse vero. Il corridore che mi precede si volta di continuo, forse temendo che io voglia superarlo: tranqui fratello, non ce l’ho con te… E’ al colle che voglio arrivare! Col d’Anterne, quota 2.200 più o meno, e poi giù.

La discesa è asciutta dal cielo, ma è un pantano in cui le scarpe affondano e s’appiccicano senza pietà. O forse sono io che non ne posso più. Non è la stanchezza, è che son proprio stufa; l’ho presa malissimo, questa storia della sospensione, della deviazione, insomma, ho la sensazione di dover arrivare alla fine già che son qui, ma senza entusiasmo. Tengo la giacca fin quasi al ristoro del Rifugio: da lì, dopo il pieno alle borracce, in poi si segue un sentiero per lungo tratto pianeggiante. Sulla destra, i contrafforti di questo strano massiccio del Fiz; davanti, se si vedesse, ci sarebbe il Bianco… Invece si intravede, sotto le nuvole, la parte bassa della valle da cui siamo partiti.

A questo punto non so cosa mi attenda. Non ho guardato l’altimetria; a quanto ho capito, la seconda salita, il Grenarion, è stata tagliata, ma mi risulta che ce ne sia ancora una quarta. Chissà che ne sarà di me? I cartelli segnaletici dei sentieri indicano Passy, quindi si direbbe che la direzione vada verso il punto di partenza nonché di arrivo… Ma rinuncio a tentare qualsiasi ipotesi: il mio senso dell’orientamento è a dir poco disastroso, più o meno come la discesa che d’improvviso si tuffa verso il fondovalle, con salti e scalini che mi costringono a fare largo uso dell’appoggio di mani e chiappe. Discesa estenuante, interminabile, faticosa e lenta in modo esagerato, per me che ho l’agilità di un elefante obeso: come se non bastasse, ci sono anche punti attrezzati con le catene… Stento a mantenere la calma; fatico, costringo le gambe a contorsioni innaturali e dolorose, sento i muscoli tesi per lo sforzo ed il nervoso… Insomma, se prima m’era rimasto un barlume di entusiasmo, ora basta, non ce n’è proprio più. Non mi era mai accaduto di meditare il ritiro per esaurimento della voglia. Odio questa discesa con tutto il cuore, la spianerei con la dinamite se potessi; il fondovalle è lì e non arriva mai… A nulla vale la bellissima vegetazione ricca di fiori che ingentilisce l’ambiente. Solo il torrente in fondo, e qualche casa, mi danno la speranza che il supplizio stia per finire.

Qualche balzo più in giù, proprio al termine del tratto ripido, con grande sorpresa ritrovo Isacco. Lì per lì lo prendo un po’ in giro, come sempre, ma in un barlume di vita del neurone mi rendo conto che deve esserci qualcosa che non va. Non è possibile che io, la lumaca per eccellenza in discesa, l’abbia raggiunto, lui che chissà quale vantaggio mi mangia già solo in salita. Infatti il tono della sua voce è cupo e sinceramente arrabbiato; cammina con difficoltà, ha male ad un ginocchio. Mi spiace… Avrebbe potuto concludere in un tempo davvero egregio, a giudicare da com’era pòartito. Mi chiede la chiave dell’auto, vuole ritirarsi: gliele consegno e sbotto, qualcosa del tipo “Se ti consola, ne ho anch’io le scatole piene di questa cavolo di gara”, solo che lo esprimo con termini un po’ più coloriti. Mi torna in risposta quel suo bello sguardo sornione di sempre… Da cui capisco, con sollievo, che da buon vero e duro corridore trail, è acciaccato ed arrabbiato ma ce la farà.

Tiro dritto senza sapere per dove e per quanto. Il cielo si è chiuso ancora una volta; la strada è un’ampia sterrata ove compaiono ricorrenti i cartelli per il Lac Vert e per Plaine Joux. Vuoi vedere che han tagliato ancora il percorso e da qui si va direttamente all’arrivo? C’è qualche gruppo di turisti da tavola… Da qui intuisco che, molto ma molto vicino, ci deve essere qualche località da merenderos; questi qua non schiodano certo il didietro dalla sdraio per percorrere più di qualche centinaio di metri, e già si tratta della specie di merendero più evoluta, quella che al posto delle quattro ruote ha ancora le gambe, anche se poco usate.
Infatti, di lì a poco mi ritrovo al ristoro del Lac Vert, un parco che sarebbe anche bello, se solo non fosse gremito di gente. Resto di stucco quando una delle assistenti mi misura la pressione: pare che il controllo medico fosse già obbligatorio al primo ristoro di Salvagny, ma io non me ne sono proprio accorta. 99/140, tutto ok. Arraffo in disordine formaggio e cioccolato e frutta secca ed ancora formaggio, il tutto innaffiato di Coca Cola; riempo l’odioso bicchiere che mi porto dietro dal via, per volontà suprema ed a mio avviso un po’ idiota del regolamento – comune ahimé ultimamente ai regolamenti di quasi tutti i trail, e sapesse chi ha inventato questa norma quale uso farei su di lui del bicchiere… – di alimenti vari e riparto. Mi chiedono se ho intenzione di seguire il percorso “grand” o il “petit”: casco dalle nuvole, non avevo idea che ci fosse questa alternativa. Scopro solo qui che la corsa prevede due percorsi, in origine di 65 e 50 km, che oggi, dopo i tagli, sono diventati all’incirca 52 e meno di 40 rispettivamente. Ma non m’interessa: se c’è un “grand”, io tiro per il “grand”. Anche se, devo essere sincera fino in fondo, al bivio tra i due percorsi la tentazione di tagliare per il breve è fortissima. Devo fare appello a tutto il mio orgoglio per svoltare a sinistra, seguendo la freccia bianca a terra con il numero 65. E non è affatto stanchezza, è proprio solo delusione, è che sono stufa. Un’altra strada sterrata, per andare chissà dove. Occhio e croce, da qui dovrebbero mancare 15 km. Si scende, prima lungo la strada in mezzo alle gaggie, poi a sinistra lungo un sentierino nel bosco che oltrepassa un torrente, anch’esso ancora presidiato dai volontari. Ancora bosco ed ancora discesa, siamo davvero bassi qui; non credo più di 1.000 m di quota, forse meno. Rinuncio a fare ipotesi, tanto s’ha da camminare, qualsiasi cosa capiti. Mi ritrovo di punto in bianco nel mezzo di un paese, Plateau d’Assy; seguo le frecce disegnate per terra con precisione svizzera: mi indicano persino dove devo attraversare la strada… Intorno a me, pochi turisti umidi che mi osservano come una bestia rara; mi tengo lontana, onde evitare di causare qualche decesso per asfissia, visto che, tra sudore pioggia e fango, ormai faccio schifo anche a me stessa. Cammina cammina, risalgo la via principale del paese, finché un altro assistente – ma quanti sono? – mi indica un sentiero che si stacca in mezzo alle case sulla destra. “10 km”, annuncia, ed è finita. Ah bè, allora arriverò verso le otto, visto che ora sono le cinque e mezza. A giudicare dalla luce del giorno, sembra più tardi, ma è solo colpa delle nuvole. Mi arrampico su per una traccia in mezzo alle case e poi solo più alle gaggie; risalgo nel bosco, e ancora un lunghissimo tratto in pianura, ove accenno persino qualche passo di corsa, solo per la voglia di finire. O, almeno, di andare incontro alla salita.

All’ennesimo bivio, alcuni addetti mi chiedono se sono l’ultima: non so rispondere con certezza, secondo me una o due persone potrebbero ancora esserci. Scoprirò solo dopo, di essermi sbagliata, ma l’errore se non altro vale a tenere la scopa ancora lontana per un po’. Non ce l’avrei fatta a sopportare l’avvoltoio sulla spalla per tutta la salita. A proposito: volevo salire, eccomi accontentata; il sentiero si impenna, si innesta in parte su strada sterrata, è ripido come si deve, tutto a tornanti. Sbuffo ma finalmente prendo il mio passo, cammino volentieri e di buona lena, osservando il bosco che cambia e si fa sempre meno fitto. Si intravede finalmente la valle; il Bianco ancora tagliato a mezza altezza dalle nubi, il pendio boscoso che si vedeva dal belvedere ieri sera, e quell’edificio bianco che spicca in mezzo agli alberi, quello dove mi piacerebbe andare a vivere, inespugnabile dalla massa dei rompiballe che animano la vita quotidiana. Più o meno è proprio il punto di vista che avevamo ieri sera; quindi la fine dovrebbe essere vicina. Per ora, però, ci si sposta in verticale, guadagando quota rapidamente, a quanto pare. Su uno dei tanti cartelli leggo 1.400e da lì si sale ancora parecchio. Però qui non mi salvo più… La scopa è in arrivo. Se non altro, questa volta intavoliamo una parvenza di discorso; apprendo che il tizio è stato da pochissimo a Firenze.

La salita culmina al rifugio di Varan: visto che ho un leggerissimo senso di fiacca e sento il bisogno di zuccheri da assimilare subito… Cedo ad una bella fettona di formaggio stagionato che, credo, digerirò in tempo per la gara che correrò tra un mese, ma che bontà! Nel successivo tratto di discesa supero due concorrenti a cui affibbio la scopa; mi lancio all’inseguimento di quello che mi precede: quasi lo raggiungo nei successivi cento metri di risalita… Ma in discesa quello sparisce nel nulla ed io resto con le pive nel sacco. Non mi resta che aguzzare la vista per capire dove va a finire il sentiero; mi sembra che il tempo non passi più, discesa e ancora discesa, i cartelli che indicano Plaine Joux ad un’ora, non ne posso più… Poi il bosco inghiotte tutto, anche me, che rassegnata cerco di allungare il passo ed abbreviare l’agonia. Sono stufa! Basta! Quando finisce questa corsa orrenda?

Finisce, o quasi, agli orrendi palazzoni che abbiamo notato ieri pomeriggio salendo in auto. Alberghi, probabilmente. Più raccapriccianti di quelli del nostro Rucas di Montoso, se possibile. Attraverso la strada, sempre sotto la sorveglianza degli addetti alla corsa; “10 minuti e ci sei”. Infatti, una breve passeggiata ancora su sterrato ed eccomi all’arrivo: venti metri di prato su cui abbozzo qualche passo di corsa, trovo con vera e piacevolissima sorpresa Isacco e Mark ad attendermi, armati di sorriso e macchina fotografica. Gloriosamente taglio il traguardo per ultima: per effetto delle combinazioni dei tempi dopo la sospensione, i due che ho superato in discesa risulteranno classificati prima di me. Ma chissenefrega! Sono contenta d’aver concluso la prova, anche se non certo in modo eccezionale, ma del resto, quando mai potrei concludere una prova in modo eccezionale io? E’ già tanto se non arrivo alla fine strisciando sui gomiti! E poi mi godo le premure dei miei due amici, che a quest’ora avranno pure una gran voglia di levar le tende e tornare a casa, e subito mi indicano la doccia. Che meraviglia un po’ d’acqua finalmente calda, nonostante l’inquietudine della doccia a gettone che, scaduto il tempo, potrebbe d’improvviso diventare una gelida cascata.

Per me l’avventura non finisce qui, con 52 km e poco più di 4.000 m di dislivello nelle gambe, perché il viaggio di ritorno è un altro vero spasso: complice forse l’euforia della gara, Mark ed Isacco danno il meglio di sé, forse non sono consapevoli di rischiare la vita se io perdo il controllo per un attacco di risate… All’autogrill, io mi tuffo sul cappuccino, Isacco su un gelato e Mark, da vero atleta che cura a puntino anche il recupero post gara, su un tubo di irresistibili, maialissime Pringles: non posso esimermi dal chiederne un paio in elemosina, che bontà! Un vero attentato al fegato.

Abbandoniamo poi Mark alla stazione di Pont St Martin: irremovibile dalla sua decisione di piantare la tenda proprio qui, alla stazione, in mezzo ai binari. Con la speranza, mia e di Isacco, che qualche maniaco ferroviario non si accorga di lui: così, alla peggio, torneremo domattina per recuperarlo quando i Carabinieri l’avranno rilasciato con una denuncia a piede libero per vagabondaggio…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!