2 aprile 09 – Cronaca di un pomeriggio di ordinaria follia!

Già da qualche giorno sapevo che stasera, alle sei, avrei dovuto essere a Savigliano, presso la palestra di un amico, per fare una prova che ha a che vedere con il programma di preparazione ciclistica che sto seguendo. E già da qualche giorno piove a dirotto. Cielo grigio, cupo, gonfio d’acqua anche nei rari momenti in cui dall’alto non casca nulla; umido che ti entra nel naso, nelle ossa, negli abiti, nell’umore, che tende anch’esso alle tinte fosche della luce. Par d’essere precipitati in una triste settimana di novembre, non fosse per la temperatura, un po’ più alta, anche se io non ci credo poi molto.
Però io voglio andarci in bici. In fondo, che sarà mai? E’ un po’ d’acqua. Anzi, questa è un’ottima occasione per costringersi fuori e fare un po’ di allenamento, non al pedale, che non ne ho bisogno direi, ma al disagio, al freddo, all’umido, agli occhiali bagnati che non ti lasciano vedere dove vai. In fondo sono venticinque chilometri ad andare, altrettanti a tornare; una prova di coraggio, sì, ma con tutte le attenuanti del caso, in pianura, su strada statale, facile facile.
Intorno a mezzogiorno, sembra quasi che Giove Pluvio voglia concedere una tregua. La luce che filtra dalla finestra dell’ufficio è un po’ più chiara; pare addirittura di scorgere qualche chiazza di azzurro. Toh, stiamo a vedere che stasera riesco anche a mettermi in marcia all’asciutto: sì, perché va bene la prova da duri… Ma se posso scamparla, è pur sempre meglio! Purtroppo l’ottimismo però ha vita breve; le nuvole tornano a chiudersi, anzi, si tingono di un grigio sempre più scuro e minaccioso, di quelli da temporale estivo, da rovescio rabbioso, vento che ti ribalta per terra. Ed anche questo è un falso allarme; alla fine, tutto quel che succede è che ricomincia a piovere, pioggia battente, pesante, ma semplice pioggia.

Alle cinque meno dieci, bardata di tutto punto, con giacca e pantaloni impermeabili, sono in sella. Mi chiudo il cancello alle spalle sotto l’occhio perplesso e sconcertato di mezzo parentado, perché si sa che, quando meno gradiresti avere spettatori, di certo ti ritrovi attorno la folla dello stadio di San Siro quando si gioca il derby. Faccio spallucce, li compatisco, non possono capire loro, non son ciclisti… E parto, in compagnia dello scroscio dell’acqua fredda sulla giacca GoreTex. Imbocco la statale e realizzo il primo dei problemi: il bordo della strada non esiste più. Ci sono degli oceani al suo posto, gigantesche pozze di acqua limacciosa, una in fila all’altra. Impossibile pedalare sulla destra: tocca stare a metà della corsia, con gran gioia degli automobilisti tutti presi dalla frenesia del rientro ed ancor più rabbiosi per via del meteo. Pazienza, me ne infischio, lascio che suonino e spero che non mi passino sopra. In fondo son pochi quelli che s’arrabbiano davvero… A loro concedo, con eleganza e stile tutti miei, l’aggraziato gesto di saluto che fa ricorso al dito medio.
Il torrente appena fuori Carmagnola, di solito in secca o quasi, è gonfio da far paura, fangoso, quasi rasente al piano del ponte; i campi ed i pioppeti attorno hanno l’aspetto di risaie, tutto dello stesso colore della terra. Probabilmente questa notte la strada verrà chiusa.

Altro problema, i camion: quando sorpassano, pur con cautela, sollevano una nube d’acqua che mi avvolge e per diversi metri mi acceca. Non sono ancora a Racconigi, dieci chilometri neanche, e già mi assale il dubbio d’aver fatto una gran boiata… Comunque, boiata o no, ormai sono in ballo e devo ballare. Racconigi, con le curve a gomito lungo il muro del castello, prese a passo di lumaca per non scivolare; il vialone di uscita verso Savigliano. Gli occhiali sono anche un po’ meno appannati; meglio di così…

Ma è troppo bello per essere vero. Poco oltre l’abitato, mi sposto sulla destra sfruttando un allargamento della carreggiata; fendo i flutti di questa specie di fiume che è ormai l’asfalto… All’improvviso, sento una gran botta sotto le ruote; per non so quale strana combinazione di eventi, riesco ad evitare di cadere, ma per un pelo. Son finita in una di quelle voragini dai bordi taglienti che si aprono nelle nostre strade, evidentemente di eccezionale qualità tecnica, dopo due-tre giorni di pioggia abbondante. Un senso di ineluttabilità mi pervade: continuo a pedalare ma so già cosa succederà… Infatti, pochi metri dopo, la ruota posteriore è a terra.
Ok Gian. Perfetto. Fermati un attimo e raccogli le idee. Sei sul ciglio di una strada statale ben incasinata. Piove a dirotto. Hai l’appuntamento tra mezz’ora. Cosa devi fare? Elementare Watson, non vedo molte soluzioni possibili: cambi la gomma e riparti. Già. Ma, come dice saggiamente il buon Murphy, prima o poi la peggiore combinazione di cause possibili è destinata a prodursi. E tu sai bene, perché lo sai, sissignora, in che casino ti sei cacciata adesso. Allora, un obiettivo per volta. Oltre la strada c’è uno slargo, il cancello di un capannone. Prima mossa, passare di là; questo è facile, ce la fo. Seconda mossa: levare i guanti fradici. Per fortuna, addosso alla cancellata, c’è una piccola cabina dell’ENEL che può fungere da piano d’appoggio. Perfetto. Levo la ruota posteriore e faccio la prima cosa che non dovrei fare: appoggiare la bici sul cambio. Vaffambagno, non è il luogo né il momento per le finezze. Poi scavo nervosamente nel borsello sottosella, dove so che, ahimé, non troverò i levagomme. Uno l’ho perso, l’altro l’ho rotto, è una vita che mi ripeto di andarli a comprare, ma per pigrizia non l’ho mai fatto. Infatti, cerco qualcosa che possa supplire alla mancanza dei due pezzetti di plastica gialla: trovo una specie di chiave inglese, piatta, nonché le chiavi di casa.
Sempre sotto il diluvio, e sforzandomi di ignorare gli sguardi attoniti di chi passa lungo la strada, che non vedo ma percepisco netti e pesanti sulla schiena, comincio ad armeggiare selvaggiamente con il copertoncino. Eppure me lo ricordavo morbidissimo, tanto che quasi saltava fuori solo usando le mani… Niente da fare, pianto la chiave inglese, provo con le chiavi lunghe e robuste della porta blindata; la spalla esce un po’, ma poi ricade dentro il cerchio e non c’è verso di farla saltar fuori quel tanto che basta per poi far presa e toglierla per intero. In più, io son senza occhiali, quindi vedo solo l’immagine sfocata di quel che sto combinando. Non vedo quel che però è abbastanza evidente: di sicuro, così facendo, sto massacrando il cerchio… Va bè, pace, tanto pare che sia da cambiare.
Traffico e traffico, senza risultato; nel contempo però, quasi fossi una spettatrice a guardarmi da fuori, mi meraviglio della calma olimpica con cui sto facendo tutto questo. Non ho ancora abbattuto nemmeno un santo! Anzi, sembra quasi che tutto ciò fosse già scritto… Effettivamente, era abbastanza prevedibile che, a furia di girare senza levagomme, mi sarei trovata nei pasticci. Così come era prevedibile che, sotto la pozza, ci fosse una buca. Insomma, tutto questo non si può imputare alla jella: diciamo che il termine giusto è idiozia… Piccoli atti di idiozia, figli del grande atto di idiozia capostipite, quello di non voler prendere l’auto.
Così rimuginando, un colpo di genio: e se invece provassi l’altra spalla? Averci pensato subito… L’altra spalla getta la spugna subito, è un attimo; via il copertoncino, via la camera bucata. A guardare dove si sia forata provvederò, con calma, a casa. Metto su l’altra camera, risistemo la spalla del copertoncino, che va su come se niente fosse; estraggo la pompetta e mi metto a gonfiare. Come sempre, la ruota resta molliccia, ma nell’emergenza può andare. Chissà che ora s’è fatta; tra una contorsione e l’altra, avrò perso venti minuti. Amen, risistemo la ruota, raccolgo i cocci della mia operazione di soccorso e perdo altri minuti ad aspettare un varco nel traffico, per attraversare e riprendere la marcia. Pedalare con la ruota poco gonfia non è il massimo, costa un sacco di fatica… Però almeno mi scaldo, anche se devo dire di non essermi poi raffreddata molto stando ferma. Altra pioggia, altre nuvole d’acqua, Cavallermaggiore in vista; tempo di arrivare alla rotonda oltre il curvone, ed accade l’irreparabile. Altra foratura, l’anteriore questa volta, a terra di botto.

Bene… Stavolta son panata. Camere d’aria di ricambio non ne ho più. Fermissimo proposito è prendere questi copertoncini e condurli il più lontano possibile dalla mia vista, perché, se è vero che poco fa ho centrato un cratere in velocità e non è che potessi sperare di farla franca, questa volta avrò preso una pietruzza, una cavolatina, ed è già l’ennesima foratura di questo tipo in si e no tremila chilometri. Ma a parte questo proposito, che metterò in pratica in un secondo tempo, la domanda che ora sorge spontanea è: è mo’ che caxxo faccio? Strano, il panico non mi coglie nemmeno ora… In fondo, sono sul ciglio di una rotonda, con la bici inservibile e le scarpette su cui camminare è una vera impresa, sotto il diluvio universale, accanto a quello che, fino a pochi giorni fa, era un pioppeto, mentre ora è un vero e proprio fiume di acqua fangosa in piena, e meno male che il piano della strada è un buon metro e mezzo più in alto di quello delle radici; rami sterpi e tronchetti navigano come se fossero barchette di carta. Non mi resta, ahimè, che la più invisa delle possibili scelte; alzare il telefonino e chiamare mammà. Eppure, nella situazione critica, mi vien da sorridere: che bella idea ho avuto, ad insistere perché riprendesse la patente… Non la sento entusiasta, ma non m’abbandona; promette di partire subito. So che, con un braccio solo, ci metterà un po’ di tempo ad aprire il garage, il cancello, chiudere il garage, il cancello, venire fin qui, ma non importa; in santa pace, resto in piedi ad osservare il viavai, auto camion trattori camion auto, tantissima gente che va e che viene. Uno solo che si ferma a chiedermi se ho bisogno di aiuto; è già più di quanto mi aspettassi… Declino gentilmente, c’è già chi sta arrivando in soccorso; in ogni caso, avrei preferito una lunga attesa sotto la pioggia, dove in fondo l’unico, e relativo, pericolo è il freddo, piuttosto che un dubbio viaggio in auto con un perfetto sconosciuto. Anche sem nello stato in cui sono, credo di solleticare più la fantasia di un appassionato di film horror, che non quella di un maniaco.
Osservo lontano una striscia di cielo azzurro che si allarga, mentre qui continua a piovere. Le auto di passaggio rallentano ed i nasi dietro ai finestrini osservano stupefatti un po’ me, un po’ la piena del torrente dietro di me; qualcuno addirittura si ferma, scatta una foto con il cellulare per portare a casa un’apocalisse in miniatura di cui chiacchierare stasera a cena, riparte, se ne va. Levo i guanti, li strizzo, colano; arriva il freddo, a furia di star ferma. Basterebbe almeno muovere un po’ le braccia, ma ho la sensazione che, se cominciassi a battermi le palme sulla schiena incrociando i gomiti, qualcuno finirebbe per chiamare la Neuro! Son già a rischio così…

Mammà arriva abbastanza in fretta a prevenire quello che comunque non avrebbe mai potuto essere assideramento; anche stavolta, in ogni caso, penso agli alpinisti che bivaccano o piantano campi sul tetto del mondo, a temperature inimmaginabili… E mi domando come sia possibile.
Raggiungo l’Agila, con i suoi bei sedili immacolati; meno male che ho raccomandato di prender delle coperte. Apro la portiera posteriore, m’investe lo spostamento d’aria del pesantissimo “Te l’avevo detto”: sottintende tante cose, te l’avevo detto che stavi facendo una boiata, te l’avevo detto che avresti dovuto andare in auto, te l’avevo detto che sei pazza, te l’avevo detto che quando sei nei guai devi sempre rompere l’anima a qualcun altro… Con la solidità di una quercia secolare, resisto all’impeto del rimprovero. Anzi, scelgo la strategia dell’ostinazione: avanti così, sempre. Ho perso una battaglia, mica la guerra! Stavolta è andata così… Ho solo il rammarico di aver macinato un sacco di chilometri nei luoghi più sperduti, sotto i diluvi universali, senza che mi capitasse nulla del genere, ed oggi mi faccio mettere ko da un ridicolo giro di cinquanta chilometri in tutto. L’appuntamento ormai è andato, mi vergogno un po’ della figuraccia, telefono, mi scuso, rimedierò: torno a casa, cornuta e mazziata, ma soprattutto fradicia fino alle ossa, grazie al pronto intervento della guida monobraccio di mammà. La degna conclusione spetta a mia sorella: “Possibile, un’altra al posto tuo avrebbe incontrato come minimo una banda di aggressori, tu invece sei una pazza furiosa e non ti capita mai niente!”. E che ti devo dire Ste… Si vede che faccio più paura io!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!