2 marzo 2010 – Passeggiata notturna sopra Arenzano

Non si può proprio dire che io oggi sia stata una lavoratrice modello. A parte l’ora passata a pedalare sui rulli prima dell’alba, ho già rosicchiato una mezz’ora da appiccicare alla pausa pranzo per imbastire un giretto in bici: con una giornata così, solitaria gemma di sole e tepore in una stagione di clima uggioso, umido e gelido, non approfittarne sarebbe stato un sacrilegio. Ed ora, alle sei e mezza, sono ancora in fuga. La fida Opel ed io galoppiamo, all’ultima luce del tramonto, destinazione mare. Non fare oggi quel che puoi fare domani, dice una versione saggia del proverbio: esatto, alle faccende dell’ufficio penserò domani; questa sera, al cuore non si comanda, alle gambe tantomeno. I garretti sono ansiosi di calpestar sentiero.

Arrivo ad Arenzano dopo un’ora e tre quarti, anche un po’ in ritardo. Il guaio è che, sulla Torino Savona, riesco a tagliare i tempi solo quando posso parimenti tagliare, senza troppi patemi, tutte le innumerevoli curve; ma il traffico del tardo pomeriggio di un giorno feriale è tale da sconsigliare caldamente la pratica, a meno che non si sia deciso di andare a misurare personalmente la velocità di caduta di un grave da un viadotto. Ma non è il mio caso; a me la fisica non è mai andata a genio.
Matteo è già lì, ovviamente in bici, ovviamente in pantaloncini corti. Non si può dire che la temperatura sia siberiana, ma io a scoprire cotanta superficie di epidermide aspetterei ancora almeno un paio di mesi… Ormai rinuncio a stupirmi. Poveretto, già in questi giorni il clima lavorativo per lui è più frenetico del solito; poi, mi ci metto anche io con i miei capricci di camminate notturne… Ma è colpa mia se è tutto così bello da queste parti?
Frugale cena in auto, a base di immancabile focaccia: bianca e al formaggio, pura goduria. Matteo, che è un salutista, si concede anche yogurt e frutta; io no, non sia mai che il mio stomaco si abitui a gestire cibi men che spazzatura. Poi, veloce trasferimento a poca distanza, su per una stradina ripidissima. Parcheggiamo l’auto alla partenza della strada sterrata che conduce alla Gava, ma non è quella la nostra prima destinazione. L’itinerario prevede di raggiungere, in primis, il lago della Tinna.

In un attimo, Matteo ha cambiato divisa: da quella ciclistica a quella montanara. Manco fosse un camaleonte. Mi domando dove stipi tutta ‘sta roba e come faccia ad essere così rapido… Per me, il cambio d’abito volante è sempre un cruccio! Mi ci vorrebbe un gabbiotto portatile, tipo gli spogliatoi dei magazzini d’abbigliamento, con le tendine. Tutto pronto: si parte, sotto un cielo stellato che più non si può. Potrebbero essere le otto e mezza, forse le nove meno un quarto, chissà, non ha molta importanza. A me è sufficiente rientrare domattina alle otto e mezza in ufficio; le ore di sonno perse si recupereranno, prima o poi…
Ci avviamo lungo una stradina sterrata, all’inizio piana e bella comoda per procedere affiancati. Speravo, in tutta sincerità, di incappare in una sera un po’ più calda; invece, il freddo passa senza problemi la stoffa sottile dei pantaloni. E martella il crapone, protetto solo dalla fascia per le orecchie. Mannaggia a me: il berretto di pile non sarebbe stato affatto eccessivo… I primi km se ne vanno, come sempre, nel racconto delle ultime novità, per lo più lavorative. Le luci della costa sono ancora troppo vicine perché il buio del sentiero possa ispirarmi paura; le montagne dall’altro lato della valle sono una massa scura, indistinta, contro il firmamento. Calma e sangue freddo, Gian. Non ho ancora dimenticato – e come dimenticarlo? – l’incontro con la carcassa mezza spolpata della pecora, quel mattino in cui Matteo ed io, dopo aver passato la notte in tenda a poca distanza, tornavamo verso la Gava. S’era deciso che fosse opera dei lupi: e sarà pur vero che il lupo non attacca l’uomo, ma ammetto che l’incontro con una rappresentanza della specie non mi riposerebbe poi troppo. Del resto, siamo sempre noi ad invadere il loro territorio, non viceversa; siamo noi a dover chiedere permesso e, ahimé, a dover pagare le eventuali conseguenze di un eccesso di prepotenza.
Man mano che il buio si fa più buio, però, non posso fare a meno di drizzare le orecchie ad ogni minimo fruscìo, il più delle volte provocato poi da me stessa o da Matteo, che cammina davanti a me. Tronchi e rami, confusi nell’oscurità, hanno un aspetto inquietante; forse perché riesco ad osservarli solo di sbieco: se dirotto lo sguardo via dal sentiero, m’inciampo all’istante. Il sentiero, in alcuni punti, è sorretto da muretti in pietra e corre accanto ad un bel salto, di cui al buio non si vede il fondo. Matteo, sempre premuroso, si preoccupa che io ci passi indenne: ma il vuoto, se non lo vedo, non mi fa così paura.

Ruscelletti attraversano il sentiero ogni pochi metri: io ho indossato, vista la passeggiata, un paio di scarpe da sentiero vecchie e malconce, che, soprattutto, non sono impermeabili; in men che non si dica, mi ritrovo con i piedi zuppi. E me li terrò zuppi fino a casa, dal momento che non ho portato scarpe di ricambio.
La chiacchiera di Matteo riesce a distrarmi un po’ dai miei timori. Ma io stessa sono, con mia meraviglia, abbastanza tranquilla. Sul chi va là, ma tranquilla. L’unico animale in cui ci imbattiamo, infatti, è innocuo: un daino, sentenzia Matteo, che resta un po’ a guardarci, da sotto in su, forse abbagliato dalle luci delle nostre frontali, e poi sparisce in mezzo al bosco, con un guizzo del codino bianco. In sottofondo, rumore di acqua che scorre impetuosa: un lungo tratto di saliscendi ci porta alla prima grande pozza formata dal torrente, d’acqua limpidissima, riflessi verdi ed una bellissima cascata che ci si tuffa. Per arrivare al lago vero e proprio, bisogna salire lungo le sponde rocciose del torrente: passo il primo scalino, passo il secondo, ma poi si tratta di attraversare la corrente… E lì mi fermo. E’ davvero un passo da niente, lo vedo da sola; Matteo insiste, “dai, è facilissimo, ti tengo io”, passa più e più volte da una parte all’altra del minuscolo guado con immensa disinvoltura. Ma non c’è niente da fare, io non mi fido; ho paura dell’appoggio scivoloso e della corrente così forte e subito profonda, ho paura di cadere e battere malamente. Matteo non è certo un esempio incoraggiante; per lui qualsiasi cosa che abbia a che fare con un sentiero risulta facile e naturalissima: uno che per passatempo s’infila nelle grotte non teme certo un ruscelletto… No, no e no, mi dispiace, io lì non passo. E più il poveretto insiste, più io mi arrocco sulla mia posizione. Ecco, forse, se fosse giorno, se fossi da sola ad affrontare l’ostacolo, o semplicemente se fossi qui in un altro giorno, con un’altra disposizione d’animo: conosco bene le mie paure, oggi ci sono e domani no, chissà, forse passerei. Ma stasera no, non posso. Così Matteo se ne va su da solo; vedo la sua luce allontanarsi e sparire. Un attimo di panico: mi ritrovo qui, in mezzo al bosco e al buio, e da sola. E, chissà poi perché, sarei del tutto indifferente se, nella stessa situazione, avessi sotto i piedi una strada asfaltata anziché un sentiero. Calma Gian, calma e sangue freddo. Guardati intorno, solo alberi ed il fragore della cascata. E la luce di Matteo che ricompare, in alto, indugia qua e là e poi s’avvicina. Tutto offeso, lui, a chiedermi con una voce grave che non gli avevo mai sentito: “Perché non hai voluto passare?”. Elementare Watson, domanda da un milione di dollari. Perché ho paura. E’ così difficile da accettare, che uno possa aver paura? Beh, forse sì, almeno nel mio caso, dato che, lo so benissimo, quasi tutte le mie paure sono assurde, esagerate, irrazionali. Ma che ci posso fare? E’ una brutta bestiaccia, la paura; se poi le lascio strada, è finita, allora sì che posso far danni. Riesco a superarla, quasi sempre, solo se con me c’è qualcuno di cui mi fido ciecamente, ma per cui non provo alcun affetto particolare: Matteo no, non è proprio la persona giusta, avrei troppa paura di far del male anche a lui, oltre che a me stessa, anzi, ancor più paura. Insomma, ci sarebbe materia per uno strizzacervelli, ma di quelli bravi!

Ripercorriamo un tratto del sentiero dell’andata, fino ad incappare in un bivio verso sinistra. Aggiudicato, si va da quella parte, in direzione della Gava, ma anche del Ponte Isabella. Un ponticello dall’aspetto poco rassicurante, che abbiamo visto dall’alto in occasione dell’ultima bella camminata da queste parti, il 2 gennaio scorso. Cammina e cammina, mentre le montagne dall’altro lato della valle sono ora più luminose e nitide: se ne vedono le cime coperte di neve. Una luce azzurra, quasi di neon; è la luna che sta salendo, alle spalle dei monti dalla nostra parte; è per quello, che non la vediamo, ma ne vediamo l’effetto. Ancora lungo saliscendi: guardo di fronte a me, ma non sono capace di intuire l’itinerario del sentiero in quell’enorme unica massa scura che mi sta di fronte. Però sento il fragore dell’acqua del torrente, chissà dove; sembra molto lontano, ma, come osserva Matteo, non può esserlo: l’aria è troppo fredda. In effetti, c’è da rabbrividire… Il ponticello spunta di lì a poco: una passerella di cemento, sorretta da travi in ferro, direi; l’aspetto è tutt’altro che solido, anche se di certo la struttura è lì da un bel po’ di tempo ed è destinata a restarci a lungo. Io però non ci passo e guato con una certa inquietudine Matteo che va su e giù e si sporge dal parapetto: freno a fatica l’impulso di urlargli “Vieni via di lì!”. Come se non bastasse, poi, il marrano si dedica all’equilibrismo sulle rocce che passano accanto al baratro; vedo la lucina che fa tutto il giro intorno alla conca, fino all’estermo opposto; indugia un po’ e poi si riavvicina. Certo che non sono proprio fatta per la vita selvaggia, io… Tutto quel che è meno di un sentiero stabile sotto le scarpe mi mette in agitazione. L’equilibrio ed io non abbiamo proprio alcun punto d’incontro.

Si torna indietro: meno male, perché lì, ferma, rischiavo il congelamento. La luce della luna scende sempre più verso il fondo della valle; in lontananza, si vedono le luci della costa. Ma il nostro itinerario ci porta ancora a sinistra, lungo il sentiero che sale alla Gava. Sale, si fa per dire; a me sembra che, a parte qualche strappo, non salga proprio mai. Il silenzio è assoluto; anche il rumore dell’acqua ormai è lontano, attutito. Ad un bivio inatteso, la guida turistica sentenzia: “Andiamo dritto, l’importante è non finire dall’altro lato della valle; ma ce ne accorgiamo, se ci finiamo…”. Agli ordini, io seguo. Anche in pianura, fatico a tenere il passo di Matteo, che spesso si volta per controllare se ci sono ancora. Ormai conosce bene la mia inettitudine ed i miei attacchi di paura: mi sa che li teme… Io invece ci convivo con una certa serenità; diciamo che non posso fare altro che accettare i miei limiti: in fondo qualche qualità buona ce l’ho anch’io; mi limito a coltivare quella, e pazienza.
Le stelle non si vedono quasi più. In men che non si dica, le nuvole se le sono mangiate. L’aveva promesso, il meteo: peggioramento per mercoledì, che poi sarebbe ora, visto che non credo manchi molto alla mezzanotte. Già durante il viaggio in auto, ho visto le lunghissime striscie in arrivo da dietro il Monviso. Speriamo di essere graziati per stasera. “Ma siamo sicuri che non stiamo finendo davvero dall’altro lato della valle?”. Non mi trattengo più: questo sentiero non sale mai, e intorno a me non vedo che contorni di montagne ancora troppo alte; dove andiamo a finire? Detto, fatto; compare un bivio sulla destra che subito impenna e ci fa prendere quota. Sbuffo un po’ di più, ma sono finalmente sollevata. Incredibile, come quel poco di senso di orientamento che già mi ritrovo in pieno sole sia completamente sconvolto ed inutile quand’è buio, quando non si riesce a valutare la distanza, la profondità. Saliamo e saliamo, di buon passo; solo un verso, una specie di abbaio, mi inchioda per un attimo immobile sul sentiero… Matteo sostiene che si tratti di un volatile; speriamo bene. E’ vero, non ho mai sentito di qualcuno aggredito e sbranato da fiere lungo i sentieri, nottetempo, almeno da queste parti. C’è anche da dire, però, che non è che ci sia tutta questa gente a spasso per i sentieri, nottetempo. Manca il materiale per un serio studio statistico, insomma.

Alla Gava arriviamo molto prima di quanto immaginassi. La cascatella e la strada sterrata. Saliamo fin su al passo, pochi minuti e pochi metri di dislivello: lì, al passo, c’è la tavola che indica le direzioni dei vari sentieri. E c’è una vista da mozzare il fiato, le ondulazioni della montagna nette e distinte dalle diverse sfumature del grigio e del nero. Vale la pena di spegnere un attimo la luce frontale. Silenzio assoluto, le luci del mare in lontananza. Ma i brividi del freddo e della brezza che soffia quassù ci convincono a rimetterci subito in marcia, in discesa questa volta, verso l’auto. Matteo, pur compreso della poesia del momento, non dimentica il proprio lato materiale e terreno: la mozzarella, il mio regno per una mozzarella. Mi volto per non assistere all’orrida fine del povero latticino, dilaniato tra le fauci della belva affamata. Non voglio contribuire al crimine efferato: di fame ne ho, eccome, ma me la terrò fino all’auto. Si cammina su strada, ora: sterrata, ma pur sempre comoda, rassicurante strada, a parte una scorciatoia che taglia via un tornante. Fa freddo, ormai; lo sente persino Matteo, tutto compreso, stasera, del proprio mal di gola: è da quando siamo partiti, che si prefigura giorni di dolore e mestizia, a letto, febbricitante… Avrebbe già potuto scrivere la sceneggiatura per una recita a teatro! Un filo ipocondriaco, giusto un filo. Ma mi offre ottime occasioni per prenderlo un po’ in giro! Lui, la sua febbre, le sue crisi di fame, i suoi rovelli sul cibo e sull’allenamento… Sul cibo, soprattutto; mille ragionamenti astrusi, picco glicemico di qua, carboidrati di là, massa grassa su e giù, e poi, se lo metti davanti ad una tavola più o meno imbandita, qualsiasi cosa ci sia nei piatti, nel giro di tre minuti non hai più i piatti e nemmeno la tavola! E quel che fa rabbi a è che è magro come un chiodo… Non come me, che posso farmi la plicometria con le pinze da bucato. Uffa, il destino è ingiusto: io sarei in vantaggio solo in caso di carestia…

Pochi passi, un sorso d’acqua alla fontanella in pietra, e siamo dinuovo alla civiltà: asfalto, la Opel. La stima del percorso dice che potrebbero essere suppergiù diciassette km; dislivello, per me, incalcolabile, ma non credo che sia gran che. E’ circa l’una: riesco ad ottenere da Matteo almeno di accompagnarlo fin giù, al casello dell’autostrada. L’idea di salire in bici e macinare quindici km, di cui almeno la metà su Aurelia, adesso, in piena notte, sembra assoluta follia anche a me, che pure di follie ne so qualcosa; vorrei accompagnarlo a casa, ma non sente ragione. Mi concede solo di rifilargli due Cuneesi al Rhum come sostentamento energetico, e speriamo che ai ciclisti non facciano l’alcool test. Accostiamo a bordo strada, davanti ad un albergo; poco dopo, dietro di noi, accosta un’altra auto. Ma nessuno ne scende: immagino che, terrorizzati alla vista di un pazzo furioso che si sveste, resta in pantaloncini e scarica la bici dalla Opel all’una di notte, per poi saltarci in sella e partire, non abbiano il coraggio di muoversi. L’auto infatti, di lì a poco, se ne va. Me ne vado anch’io, con il magone per una bellissima serata già finita e con un po’ di preoccupazione: speriamo che Matteo sappia quel che fa… Ma sì, che lo sa. Speriamo che lo sappiano anche i piloti notturni.

Il rientro a casa è un vero supplizio. Troppe notti troppo corte alle spalle: non appena entro in autostrada, mi assale un sonno irrefrenabile. Non basta la musica, non basta cantare, stiracchiarsi, e nemmeno pestare sull’acceleratore per arrivare prima ed abbreviare l’agonia. Fino a Mondovì ce la faccio, poi mi infilo in autogrill: un quarto d’ora di sonno profondissimo, la sveglia, riparto, fino a casa, una galoppata senza stelle e con un mal di testa fulminante. A casa, alle tre e mezza, riesco appena a rispondere alla festosa accoglienza del Tittone, poi perdo conoscenza. Mi sveglierò, ahimé, meno di cinque ore dopo, per accorgermi che non ho avuto nemmeno la coscienza di levarmi le calze infangate… Questa sì che si chiama vita!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!