20-21 giugno 2008 – Race Across The Alps

Nauders è talmente piccola che basta una trentina di ciclisti, con accompagnatori al seguito, qualche fotografo, un palco ed un microfono, a creare il caos. Sono le undici del mattino e dalla casetta dove alloggiamo Alex ed io, con i nostri accompagnatori, si sente già il brusio. Son qui che friggo, guardo di continuo l’orologio del campanile; se fosse per me, sarei già giù in piazza da un bel pezzo!
Sono agitata per la gran voglia di partire, ma questa volta non riesco ad avere paura. Sarà l’esperienza dell’anno scorso, sarà la consapevolezza che quelle benedette 32 ore di tempo massimo sono troppo poche per me, anche se facessi i miracoli; sono qui per partire, pedalare, viverla, questa corsa, comunque vada a finire. Ovvio che ce la metterò tutta, per me stessa e per gli amici che si sono presi la pesantissima briga di seguirmi fin qui e che si preparano a vivere un giorno e mezzo, a mio parere, ben più terribile di quello che affronterò io!

Fisso la stradina d’ingresso alla casa come se fossi ipnotizzata. Allora, andiamo o non andiamo? Vado avanti e indietro, con impazienza e sguardo interrogativo, come il mio cagnone quando mi preparo per portarlo a spasso ma cincischio un po’ prima di aprire la porta. Finalmente anche Alex esce di casa: foto di rito agli “atleti” (le virgolette sono per me, mica per lui che è un atleta sul serio) e poi ci avviamo verso la partenza, che dista ben due isolati da lì. La minuscola via centrale è gremita di ciclisti e di gregari motorizzati. I ciclisti fan paura: molti sono secchi secchi, tiratissimi; vedo visi bruciati dal sole, sguardi durie fermi di chi è consapevole del proprio valore, divise linde e perfette per il giusto risalto agli sponsor, bici ipertecnologiche che dovrei vendere un paio di reni per poter comprare, ruote in carbonio, ruote ad alto profilo, ruote a razze. Non parliamo poi delle auto al seguito, veri e propri laboratori di cucina-meccanica-pronto soccorso semoventi. Vedo una delle altre donne in gara, piccolissima, magra come un chiodo, peserà più o meno quanto una mia chiappa; porca miseria, questa mi mangia in insalata, et voilà! Per fortuna c’è anche qualche collega dall’aspetto più umano, qualcuno che sul viso lascia trasparire un velo di timore e preoccupazione. C’è Neria, alla prima esperienza, visibilmente tesa nonostante la garanzia di un gregario eccezionale, Rudolf, un veterano di questo genere di corse al massacro. C’è un ciclista vestito di giallo, con strani calzettoni bianchi lunghi fino al ginocchio. Poi c’è Marco, simpaticissimo ciclista di Imola, una forza ed una simpatia innate. Proprio lui che ieri sera, alla cerimonia di presentazione, è salito sul palco ed ha detto di voler fare la RATA con i suoi 90 kg di morbidezza! Alla faccia di tutti gli scheletri bionici presenti in sala!
Ci sono amici, curiosi, turisti frastornati dalla confusione, che ci guardano un po’ come si guardano gli animali del circo chiusi nelle gabbie: beh insomma, squilibrati lo siamo, senza dubbio, ma non siamo certo pericolosi per il nostro prossimo: facciamo del male solo a noi stessi!
I big pedalano avanti e indietro per la via centrale: si vede, chi è che ha un talento… Gli altri, me compresa, si guardano bene dall’idea di sprecare anche solo mezza caloria che non sia assolutamente indispensabile spendere! Le ruote a razze della bici di Vandelli, uno dei pezzi più grossi nonché candidato alla vittoria, mi fanno un effetto quasi ipnotico.

La giornata è calda, serena; cielo blu che esalta la bellezza di questa splendida bomboniera che è Nauders. Sembra un paese da favola, lindo, ordinato, in mezzo a pendii e boschi verdissimi i cui contorni sembrano delineati con squadra e righello, tanto sono perfetti.
Alex ed io ci accomodiamo sugli scalini d’ingresso al supermercato. Manca più o meno un’ora di tempo, che trascorreremo a chiacchierare e sghignazzare con i nostri assistenti, un buon modo per stemperare la tensione. Guardo di sottecchi Alex, mi fa immensamente piacere vederlo tutto sommato sereno: ha passato una notte d’inferno per il mal di pancia; ancora stamattina si sentiva ovviamente molto debole, fiacco, oltre che preoccupato e demotivato per la corsa. Non so dove abbia trovato il coraggio, ma adesso è qui, partirà, ed è questo che conta. Stefano, uno dei suoi amici, ha un talento tutto speciale per farci ribaltare dalle risate: quasi non mi accorgo che sia già ora di andare!

Uno dei boss della corsa, un omone burbero con i baffoni grigi, mi fa un cenno: via, tutti in posizione di partenza. Beh, non c’è che dire, non mi capita spesso di partire per una gara in bici dalla prima fila. Tralasciamo il fatto che dietro ce ne siano solo altre due o tre… Una trentina di persone in tutto. Un tizio con il microfono continua ad assordarci con un discorso in tedesco iniziato un’ora fa, di cui avrò compreso si e no dieci parole; tutt’intorno, flash dei fotografi, applausi, incitazioni in ogni lingua, il sole di mezzogiorno che continua a picchiare sulla capoccia. Sono emozionata, direi, il giusto: tutto questo è un già visto, l’ho vissuto esattamente identico un anno fa ma mi sembra ieri, è incredibile ma sono qui, ancora una volta. Il conto alla rovescia: dieci, nove, le mani che tremano, otto, sette, Andrea là avanti che mi chiama perché guardi l’obiettivo della fotocamera, sei, cinque, sguardo d’intesa e di incoraggiamento con Alex e con Neria, quattro, il copertone anteriore è a posto, tre, due, uno, via, si parte. Qualche curva nel paese, qualche tombino e via al galoppo verso il Passo Resia, pochi km verso il confine italiano. Lo sapevo già: son partiti tutti come dei pazzi, mi superano a grappoli. Riesco a restare a malapena in vista del gruppone per qualche km, poi fine, lo vedo sparire all’orizzonte. Ma che senso avrebbe? Già così ho le gambe di legno ed il cuore che scoppia; all’inferno tutti loro e la loro andatura controllata fino a Spondigna, ci sono 500 e passa km prima della fine, a cosa serve dannarsi l’anima qui?

Con la gola in fiamme, metto un rapporto più morbido, rallento l’andatura. Il falsopiano lungo il lago di Resia è interminabile, per me che odio questo tipo di percorsi. Poi mi tocca anche fare lo slalom tra le auto in colonna… Per un pelo, anzi, non ne tampono una! Maledetto il mio vizio di pedalare senza guardare dove metto le ruote. Arranco, sbuffo, arrivo finalmente al punto in cui inizia la discesa verso Spondigna. Discesa per modo di dire: in realtà, è un lunghissimo tratto con pendenza blanda a favore ma molti punti in cui si risale. Insomma, uno spaccagambe non da poco, reso ancor più duro dal caldo asfissiante del fondovalle e dal traffico intenso del giorno feriale.

Ad un semaforo rosso, raggiungo Neria che è partita come un razzo: i nostri rispettivi equipaggi sono già vicini. Lei mi stacca sulle salitelle: cavoli, pedala davvero bene! Lungi da me ovviamente l’idea di inseguire; il resto del mondo per me non deve esistere; l’unica avversaria per me sono io stessa!
Dopo trenta e passa km ed un buon numero di santi abbattuti, arrivo finalmente a Spondigna. Si sale, meno male. I primi dieci km, all’incirca, sono una bella tragedia: la strada sale ma poco; il sole picchia cattivo; la sensazione è di peso e di mancanza d’aria. I miei angioletti custodi sono anche troppo assidui: mi superano e si fermano ogni pochi metri. Penso, ma se hanno intenzione di far così per tutta la corsa, impazziscono loro e pure io! Mea culpa, come al solito mi sono presentata a questa corsa più disorganizzata che mai: non ho nemmeno provveduto a spiegare loro com’è che di preciso si devono comportare; non posso certo pretendere che se lo inventino!
Fino a Trafoi, soffro tanto, troppo, come al solito. Sento tanta fatica in più di quella che sarebbe normale accusare su questa pendenza. Poi, ai primi tornanti seri, mi si apre il cuore: da qui, sembra di prender le scale, si va su in un attimo; la salita c’è, ma è vivace, in mezzo al bosco, dà respiro nelle curve, mi raccoglie dal fondovalle ed in un attimo mi porta sulla soglia di quel paradiso che è la vista sul ghiacciaio, sul Passo dello Stelvio, sulla strada che sembra posata sui prati come un cavo arrotolato. Appena fuori dal bosco, mancano ancora tanti km, ma non mi pesano per nulla se solo alzo il naso. Andrea e Roberto, fedelissimi ed ancora freschi, scattano foto e mi riempono di continuo la borraccia: Coca Cola, per adesso, non voglio vedere altro.
Lassù in alto c’è un’auto scura che segue lentamente un puntino chiaro: sarà Neria, probabilmente. Cavoli che vantaggio che ha! Lei che diceva di non essere allenata…
Pian piano arrivo verso la cima: -4, -3, continua a fare molto caldo, ma quassù è gradevole. Come sempre, io inizio a sentirmi bene quando la quota si fa più elevata. A fondovalle soffro e sbuffo, a 2700 mt salgo benissimo.
Ore 15.48: in cima, chiudo il gilet, tiro su i manicotti e via. Andar giù verso Bormio mi crea sempre particolare ansia: è una discesa che mi preoccupa molto, mi dà la sensazione di vuoto, soprattutto dopo l’incrocio con la strada che sale dall’Umbrail. Lancio un’occhiata alla dogana: speriamo di vederci, domani sera! Le nuvole su in cielo sono sempre al loro posto: oggi pare proprio che non voglia fare nemmeno un temporaluccio! Scendo, ahimè, tirando troppo i freni, anche se un po’ meno del solito; la fida Multipla di Robi mi illumina le gallerie quasi buie e strette.

A Bormio, mi libero in fretta dal traffico cittadino ed imbocco la strada verso il Gavia. Anche questa è una salita che, fino a Valfurva, patisco molto: stradone largo, dritto, senza tornanti. Andrea mi dice che Neria è due minuti avanti: mi fa piacere, ma, davvero, inseguire non è cosa che mi interessi… Bado piuttosto a risparmiare il più possibile, anche se mi sentirei di andare di più. Non so perché, ma continuo ad avere la sensazione di “troppa fatica”: meglio essere prudenti. Mangio qualche barretta, sempre le mie Enervit Power Sport: dovrebbero farmi uno sconto quantità! Non si può dire che siano buone, ma riempono bene. E poi, Coca Cola a fiumi: è indescrivibile il piacere della prima sorsata frizzantissima, anche se poi ovviamente nella borraccia il gas se ne va.
I miei angeli custodi si sfogano con le macchine fotografiche. Intanto io arrivo al punto in cui la strada, dopo un paio di strappi secchi, svolta a sinistra e si avvia verso gli ultimi cinque km del passo: qui incontro Neria con la sua squadra.
Manca poca fatica, ormai, al Gavia; qui la pendenza non è più sostenuta, anzi, si sale e si scende, siamo già alla quota giusta. I laghetti, il passo, poi giù.Ore 18.45. La giacca non serve, basta anche qui il gilet. Raccomando ai miei amici di seguirmi da vicino nella galleria buia: richiesta eseguita alla perfezione! Poi giù, via, con un briciolo di sicurezza e di entusiasmo in più, supero la mia avversaria e giungo abbastanza in fretta alla risalita di Ponte di Legno, complice anche un asfalto eccellente lungo quasi tutta la strada. Due ciclisti in MTB danno prova evidente della loro eccezionale abilità di discesisti: fantastici! Se solo potessero donarmene un po’…
La salitella mi mette davanti al problema: le gambe sono dure, troppo dure per aver fatto solo due salite! Anche se quelle due si chiamano Stelvio e Gavia. Urge rimediare. Mangio una barretta, chiedo una busta di Nimesulide e me la sbafo, innaffiandola con la Coca Cola: povero stomaco, un trattamento assassino, ma non posso stare a far sottigliezze qui adesso!
La discesa su Edolo è forse l’unica che riesco a fare in maniera decente: sfido, è un’autostrada! Con Robi ed Andrea sempre dietro, posso anche permettermi di tagliare qualche curva un po’ più del consentito. Poi da Edolo verso Aprica: suggerisco loro di andare ad aspettarmi in cima e riposarsi un po’, ma non c’è verso, sono sempre dietro di me. Mi dispiace, cavoli, si annoieranno a morte, oltre ad infliggere un trattamento barbino alla povera Multipla! Ma sono grandi, sanno quel che fanno, non devo certo preoccuparmi per loro. Per me stessa, sì… Solo che mi sforzo di non pensarci, alla corsa, alla notte che sta per arrivare, a tutti i km che ancora mancano. Gian, come sempre, una salita per volta, una per volta, e quando sarai in cima penserai alla prossima.

Ad Aprica, alle nove in punto, mi fermo per la prima volta per più di dieci secondi: mangio un po’ di frutta secca, metto il gilet e giù dietro a Neria che mi ha appena superata. Qualche km, poi uno dei giudici di gara ci fa deviare verso una minuscola stradina sulla sinistra. In teoria, la strada diretta verso il fondovalle è chiusa per lavori, anche se gli sbarramenti non ci sono più: porcaccia miseria, se solo non ci fossero stati i boss, io avrei tirati dritto. L’aveva detto anche Gernot, il capoccia della manifestazione, ieri: “Se trovate aperto, tirate dritto”. Perché infliggerci ancora questa inutile sofferenza? Comunque, inutile recriminare; s’ha da fare, si fa. La stradina, roba da lupi, si inerpica su per la montagna con un paio di strappi mica da ridere; gli incroci con le altre auto, per le nostre squadre, sono tutt’altro che una passeggiata. Perdo Neria che va più forte di me; poi la discesa, con tante curve strette e fondo ignobile, buche, fessure. Adesso è sera; più tardi mi toccherà ripassar di qua a notte fatta, andiamo bene. Finalmente arrivo all’incrocio con la strada statale che va a Bormio; almeno quindici km trafficatissimi da lì a Tirano, che io percorro come una lumaca perché, come sempre, non sono proprio capace di pedalare in pianura. Robi ed Andrea sempre vicinissimi dietro; provochiamo l’ira funesta degli automobilisti e camionisti a cui tocca superarci, ma, per una volta, rinuncio alla mia abituale reazione di sollevamento del dito medio: non vorrei dovermi ritirare dalla RATA per rissa… Mi distraggo mangiando barrette e frutta secca e bevendo a garganella, ma la sofferenza qui è davvero tanta. Non parliamo poi del drittone che da Tirano porta verso Lovero e l’attacco del Mortirolo: da incubo!!! Traffico, gambe dure, sensazione di non farcela più.

Il bivio per il Mortirolo è una liberazione: la temo ed insieme la adoro, questa salita. 34×29, subito, fisso, e via, rampa dopo rampa, al buio. La Multipla mi segue… Ma che siano impazziti? Seguirmi qui, alla mia velocità? Ma fonderanno tutto! Sento il lamento sordo del motore, speriamo bene. Oh, insomma Gian, ti vuoi preoccupare un po’ dei cavolacci tuoi? Sapranno loro come fare, no?
In uno dei tornanti, alzo la testa e vedo l’auto di Neria, e lei stessa poco avanti. La sorpasso nel tratto duro indicato al 18%, la incito, ma non la vedo ripartire: in effetti, da qui in poi non avrò più notizie di lei. Proseguo, faccio una fatica ignobile, ma è troppo bello qui, il silenzio, la luce che illumina a malapena la linea di bordo strada. Quasi temo la prima allucinazione quando incontro due persone che stanno appendendo un lenzuolo decorato a due alberi: i nostri sguardi si incrociano, ciascuno a cercare la follia negli occhi dell’altro, ciascuno a chiedere all’altro “Ma che /&$&% ci fai qui a quest’ora di notte?”, ma è un attimo, poi tiro dritto per la mia strada. Rampa dopo rampa, mi sento bene; Andrea commenta la salita impressionato e, ahimè, ha ragione! Però ormai questa è mia, l’ho percorsa un sacco di volte, non la temo più. Ancora rampe, guardo le quote delle varie frazioncine, sto salendo molto in fretta: merito della pendenza, mica mio! Poi, un muggito mi fa capire che sono ormai alla fine; arrivo al prato, due tornanti ed infine il cartello. Ore 11.45, arrivo in cima madida di sudore, maglietta e gilet completamente zuppi; faccio una sosta tecnica mentre gli angeli custodi mi preparano i rifornimenti e mi sistemano la bici. Indosso per la prima volta la giacca: la discesa adesso è fredda, non devo fare la cavolata di scendere senza coprirmi. Scendo piano perché qui la strada è molto ripida; meno male che una buona mano mi arriva dai fari dell’auto. Intanto, per distrarmi, penso ai prossimi colli, penso ad Alex che chissà a quest’ora dove è già, penso anche che i primi non mi hanno ancora doppiato… E non lo faranno! Sono andata meglio dell’anno scorso, finora, molto meglio. C’è anche da dire che il meteo è stato propizio, stavolta non ha piovuto.

Sono dinuovo ad Edolo: via la giacca, altra salita ad Aprica, auto sempre al seguito. Sono molto combattuta: da una parte, mi sento bene, spero di poter fare bene oggi, anche se lungi da me l’idea di arrivare alla fine nelle 32 ore; dall’altra, però, i primi segni di stanchezza sono evidenti. Ripasso i km ed il dislivello già fatti, e quelli ancora da fare, ma mi sforzo di non fare pronostici. Dovrei saperlo, che le crisi vanno e vengono mille volte. Prima o poi ne arriverà una, devo essere pronta. Ad Aprica sono le 2.35, notte fonda, gilet e via. Fa davvero caldo stanotte. Questa volta, per grazia del direttore di gara, si scende per la via diretta: cosa che, sul Mortirolo, avevo già preso la decisione di fare comunque.

Altra tirata, una decina di piattissimi km verso Tirano: mangio e bevo in abbondanza, sempre le mie barrette, perché il Bernina è una brutta bestia. Qui la cotta arriva, ne sono più che certa; me l’aspetto, come l’anno scorso, perché la salita è lunghissima, interminabile. Salgo piano, sempre piano, sempre 34×29 anche dove non sarebbe necessario; intanto tracanno la prima di una lunga serie di dosi di Red Bull. E’ ancora buio pesto quando passo la dogana; guardo le case addormentate,le insegne spente, poi pian piano arrivo al lago ed approfitto del falsopiano per attaccare un gel. Dopo Poschiavo, inizia la vera salita verso la parte alta della valle: la pendenza non è mai minacciosa, ma so che qui soffrirò. Il cielo comincia appena a farsi chiaro, si delineano le cime e le nuvole, uno spettacolo da favola. Speriamo che i gregari non risparmino sulle foto! Poveretti, li vedo un po’ provati… Come dar loro torto? Mi sa che si sono già pentiti di aver dato adesione! Spero almeno che riescano a riposare un poco, per quanto possibile.
Chiedo il lettore Mp3, mi godo il momento magico dell’alba che viene su e nelle orecchie una canzone meravigliosa di Michael Bolton, “Said I loved you but I lied”: pazienza se qualcuno mi dirà che non so ascoltare il silenzio della montagna, ma lo sto già ascoltando da diciotto e più ore e ne ho le scatole piene! E poi devo vincere questo sonno che mi sta assalendo, questa stanchezza, la crisi che aspettavo ed è arrivata, con tutto il suo strascico di pensieri tragici. Mi sento tanto fiacca: manca ancora un’eternità… Dopo un’eternità di tempo, con un venticello freddo che mi fa chiudere il gilet e tirare su i manicotti, arrivo alla dogana per Livigno; da qui manca ancora qualche km e qualche tornante. Cerco di pensare che Il Bernina è una meraviglia, vero, ma non basta a consolarmi. Bando alla tristezza, sono le 7.10, adesso si scende a Pontresina e poi si va a La Punt. Che sofferenza in discesa: il sonno la fa da padrone; mi sforzo di mantenere la concentrazione, ma gli occhi si chiudono e, quando anche non si chiudono, per qualche istante non vedono nulla, il cervello stacca la spina. Quante volte mi tocca correggere la traiettoria d’improvviso!
A fondovalle, pochi km piatti mi portano a La Punt ed al bivio per l’Albula. Salita molto corta ma cattiva: per fortuna, almeno il paesaggio è paradisiaco. Sento sempre più fatica, ma la sensazione è di cavarmela abbastanza in fretta, complice il panorama mozzafiato della neve e dei laghetti. Albula, 8.56, come sono precisi i miei efficientissimi custodi!

Altra discesa da piangere, altro assillo del sonno. Alzo il volume della musica, provo a cantare anch’io, benché mi dispiaccia arrecare un simile danno all’ecosistema… Però non basta, la sensazione di equilibrio, già precaria, è definitivamente compromessa; freno troppo, molto più del necessario, mi sento molto confusa. Bene o male, però, alla fine ci arrivo: svolto per Davos… E qui commetto un errore fatale. Qui c’è una quindicina di km di strada che sale, blanda, con lunghi tratti di falsopiano. Dall’anno scorso ho un black out: non ricordo nulla, assolutamente nulla di come sia fatto il Flüela Pass. Nulla di nulla, il vuoto assoluto. Da qui la fregatura: senz’altro il Flüela è questo… Già, non mi sono nemmeno presa la briga di fissarmi in mente la successione di passi e paesi; altrimenti, mi sarebbe stato facile dedurre che, se Davos è prima del passo, e se qui mi trovo prima di Davos, questo non può essere il passo!!! Arrivo al termine di questa salita ignota, talmente convinta che non chiedo nulla ai miei amici, e giù in discesa. Orrenda galleria di quasi tre km in falsopiano in salita almeno per metà e, soprattutto, gelida; da qui, memore di una cotta micidiale nell’edizione 2007, percorro i cinque o sei km verso Davos con la massima cautela, attenta a non spendere mezza caloria più del necessario. E continuo a strafogarmi di barrette, Coca Cola, Red Bull, con qualche intermezzo sano dato dai panini al miele che mi preparano i fedelissimi.

A Davos… Il dramma. Alzo la testa, vedo un cartello, direzione Flüela Pass. Più o meno, se qualcuno mi avesse tirato una solenne tranvata in testa in quel momento, avrfebbe sortito lo stesso effetto. Ommaremma maiala, ed una serie di altri improperi che non è il caso di riferire. Ho fatto finta di nulla, ma in quell’istante mi è crollato il mondo addosso. Pessima situazione, quando sei già cotto impanato, pensi di aver davanti ancora tre salite che non sai se riuscirai a fare… E scopri che le salite sono quattro. Taccio il mio errore madornale ed idiota, ma confesso, approfittando di un provvidenziale passaggio a livello chiuso, tutta la mia stanchezza ai gregari, che di colpo lasciano i panni dei solo assistenti e si trasformano in psicologi-massaggiatori-ultras. Si alzano le sbarre, riparto con il morale sotto i copertoncini, le gambe dure come i chiodi, nessuna voglia di soffrire ancora, solo il desiderio di sparire di qui, ora e subito. Il sole picchia, feroce, io adoro il sole, ma adesso vorrei che si spegnesse anche quello. Un bel drittone per cominciare, per levare via ogni residuo spirito di combattimento… Mi sforzo di ricordare, ma niente, non c’è niente da fare, non riesco a riportare alla mente nemmeno la minima immagine di questa salita, come sia, dove vada, quanto penda, niente. Mi aggrappo solo ad una frase che Alex ha detto ieri, “Il Flüela Pass è corto”, speriamo che abbia ragione… Sto sempre peggio, mi sento una debolezza indecente addosso, la testa che gira, la schiena che fa male in fondo, dolori al basso ventre. Sembrano tutti i sintomi del ciclo mensile, anche se questo non è assolutamente il periodo canonico; per fortuna, non so bene perché, rinuncio all’idea di fermarmi e controllare… Un po’ perché non saprei come e dove, qui non c’è nemmeno un cespuglio, un po’ perché dopotutto non me ne frega niente, non ne posso più, sto male, voglio smettere. Scoprirò poi alla sera che la mia diagnosi era giusta, anche se è una cosa stranissima che non m’era mai successa. Boh, anche questi sono gli inconvenienti dei ciclisti, anzi cicliste, che aspirano alle lunghe distanze. O no? Sono le 13.10. Quasi odio Andrea che invece ce la mette tutta per aiutarmi a resistere, ancora un colle, poi si va sullo Stelvio, è quasi un ordine, così imperativo che non si può contraddire. Dov’è finito, Gian, il tuo spirito di testa dura? Tutto qui quello che sai fare? Tutto qui quello che dirai a chi sta seguendo la tua corsa, a chi ti sta mandando messaggi? Un altro degli ennesimi fiaschi? Ho solo voglia di piangere mentre son qui seduta per terra, Andrea che mi massaggia le gambe, Robi che mi porge i panini. Devo sforzarmi di mangiare, non riesco più a buttare giù niente, provo a pensare a qualcosa che vorrei mangiare, ma niente, nemmeno la pasta, nemmeno la pizza, se per ipotesi le avessi. La situazione è tragica. Manca solo più che Andrea mi prenda a calci; lo so, devo andare, ci devo ancora provare, anche se non ce la farò mai, mai, sono sfinita. La discesa dal Flüela è un calvario, la strada con asfalto tutto salti e gobbe, il sonno, gli occhi pieni di lacrime di rabbia sorda, la bici che va un po’ dove vuole. Non c’è ritorno questa volta, non so perché, il fatto è che sto malissimo e non ho più voglia di soffrire, non riesco a far sì che la testa vada dove le gambe non vogliono più. Ancora sette ore di bici… Ma come posso anche solo lontanamente pensare di farcela? Come? Quasi quasi vorrei che il tempo massimo finisse adesso! L’Ofen… Altro drittone iniziale, ancora salita, ancora caldo. Le gambe sono disperatamente vuote. Ancora poche pedalate, poi basta, poi mollo, non ce la faccio. Ma loro no, Andrea e Robi mi tallonano, non mi lasciano un attimo, sempre vicini, sempre ad incitarmi. Li odio tanto adesso, quanto li ringrazierò alla fine. Ho caldo, la testa che pesa come un macigno, i crampi alle dita delle mani a furia di piantare le unghie nel manubrio; dai Gian, per favore, un ultimo sforzo, l’ultimo, giuro… L’Ofen sì, che me lo ricordo, tutto saliscendi, poi un lungo tratto di discesa, poi ancora cinque o sei km di salita un po’ più seria. Niente di tremendo, in condizioni normali, ma adesso per me è peggio del Mortirolo. Ce la faccio… No non ce la posso fare… Ancora un paninetto, qualche gel, accolgo come una liberazione – proprio io – i tratti in cui la strada spiana. All’improvviso, sulla sinistra, compare il passo, da cui mi separano ancora un po’ di tornanti che danno l’idea di una pendenza seria: oh miseria, ma chi ci arriva più, fin là? E’ un’alternanza logorante di speranza e voglia di mollare tutto, non credo d’aver mai fatto una fatica del genere. Mi chiedo cos’avrei dovuto fare più dei tanti km che ho fatto quest’anno, come sia possibile una cotta del genere, ma non ho risposte, solo rabbia, solo delusione. Ma adesso mancano solo tre tornanti, due, uno, pochi metri… Non so se devo gioire; i miei angeli custodi mi festeggiano come se la corsa l’avessi vinta, ma adesso c’è uno Stelvio di mezzo… Sono più di 1500 mt di dislivello! Come faccio? Con quali gambe? Ha senso che mi illuda? Non ce la farò mai, non ho speranza!
Però ha ragione Andrea: ormai sono qui. Non posso mollare qui. E poi in fondo in fondo al cuore, un po’ di speranza sembra spuntare, solo un poco. E se… Se ci arrivassi, lassù? A Nauders no, ormai è impossibile. Ma allo Stelvio… Forse… Calma Gian. Non ti aiutano questi tira e molla. Non ti servono a niente. Vai, provi.

A Santa Maria butto la testa sotto la fontana, poi via, attacco. Piano, con la massima cautela, ma lo vedo subito che questa è la mia salita. Pendenze sostenute, ma tutta a tornanti, uno sopra l’altro, molto ravvicinati, all’ombra del bosco: un paradiso. Peccato solo per quei chilometri di strada sterrata, ben curata, per carità, ma per me comunque odiosa. Meno male, sono arrivata qui senza sapere che lo sterrato fosse così lungo, altrimenti avrei avuto un motivo di angoscia in più. Mi conforta il sorriso sul viso di Andrea, quasi la sua sicurezza passasse così a me attraverso lo sguardo. All’uscita del bosco, alla fine del tratto sterrato, mi chiede come ho intenzione di festeggiare. Sono felice anch’io, ma guardo su e mi ri-abbatto: l’imbuto della vallata, lo Stelvio ancora infinitamente più in alto, tanta strada e tanto dislivello. I tornanti in mezzo al prato, sul versante a sinistra; poi quelli a destra, all’ombra; guardo su, ne vedo ancora, e poi ancora, le gambe molli, la fatica che cresce, Gian non puoi cedere adesso… Mangio un paio di gel, quelli che io chiamo “dentifrici” per via della confezione; sarà effetto placebo, fatto sta che mi sembra di riprendermi un po’. Continuo a salire, questa valle è uno spettacolo, questa strada sarebbe meravigliosa se solo me la potessi godere con le gambe fresche. Una curva, ancora una curva, finalmente, come una liberazione, la dogana: sono le 18.25, sono all’Umbrail. Guardo torvo i tornanti che mi separano ancora dallo Stelvio: 250 m di dislivello, un’infinità… Ancora una piccola pausa, tanto a Nauders nelle 32 ore non arrivo: e nemmeno mi interessa; stasera io voglio solo arrivare lassù, allo Stelvio. Ho sofferto l’inimmaginabile, posso essere felice di arrivare lì, è tutto quel che chiedo. Riprendo la marcia, un po’ titubante, ma adesso non ho più dubbi, su in cima arrivo anche a piedi. Una, due, tre curve, le forze al lumicino, ancora un piccolo gel; a mangiare qualcosa di solido non riesco più da tempo. Per fortuna Robi aveva un succo di frutta, qualcosa di civile da regalare al mio stomaco dopo quasi 31 ore di marcia a chimica pura.

Pian piano mi avvicino e stento a trattenere la gioia: non voglio crederci, proprio finché non sono lassù, ma a stento trattengo un sorriso a 32 denti già all’ultima curva. Tra me e me, penso che, se qualcuno dovesse chiedermi cos’è la felicità, risponderei semplicemente “Questo”. Arrivo su, davvero, senza più forze. Sono quasi le sette. So che le 32 ore sono al lumicino, che l’ora restante mi basterà appena per scendere a Prato, considerati la mia incapacità in discesa, lo sfinimento totale, il sonno che mi assilla e peggiora ancor più la situazione. Da lì a Nauders, in questo stato, impiegherei ancora un’ora e mezza, troppo. E poi, poche storie, è proprio un rifiuto il mio. Non ne posso più, non voglio più saperne di soffrire, non ho più forze. Anzi: se all’improvviso mi comunicassero che il tempo massimo è stato portato da 32 a 34 ore, penso che, invece di gioire, mi butterei a terra a piangere. E’ un fallimento, ma non per me che so che, l’anno scorso, alle otto di sera ero a Santa Maria. Questa volta, invece, alle sette sono in cima allo Stelvio, ed ho detto tutto. La mia gara, nel mio piccolo, l’ho già vinta, perché mai e poi mai, nel mio calvario verso il Flüela Pass, avrei pensato di poter evitare il ritiro già lì. Mai. Ho le gambe disfatte dal male, la testa che gira, non so se per la fatica o per la gioia. Forse questo della RATA è un obiettivo possibile, a questo punto penso di poterlo credere, anche se per il 2009 dovrò chiedere aiuto a chi, di allenamento, ne sa più di me. Forse. Ma non ne sono ancora convinta…

Un GRAZIE tutto speciale, immenso, va ai miei due amici, Roberto ed Andrea: Robi che ha messo a disposizione la sua fantastica Multipla e mi ha sopportata per quattro giorni quattro, tra andata e ritorno e gara, e che alla fine era stravolto tanto quanto me; Andrea che si è sobbarcato il viaggio da Ancona e che è stato semplicemente eccezionale nel suo ruolo di motivatore, e anche di massaggiatore, un toccasana per le mie gambe! Senza il loro aiuto, sarei stata fritta ed impanata, non ce l’avrei mai fatta a superare la crisi. Mai. Se oggi posso essere così felice, lo devo a loro.

… e poi che bello, la sera, ritrovare Alex ed i suoi amici a casa, già a tavola. Alex che, nonostante i suoi guai, nonostante il mal di pancia che lo ha tormentato per tutta la corsa, ha concluso in un tempo più che lusinghiero, 29 ore. Alex che giura che l’anno prossimo non la rifarà, questa gara, ma se lo conosco almeno un poco, cambierà presto idea.

E che malinconia, il mattino dopo, accettare che è tutto finito, rassegnarsi a sbaraccare mestamente, riordinare l’appartamento, caricare i bagagli, salutarsi alla spicciolata e tornare a casa. Mi consolo pensando che il prossimo fine settimana mi attendono altri 500 km, e questa volta assistenza nisba! Me la dovrò proprio cavare da sola…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!