20 giugno 2020 – Ricominciano le notturne

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio per le mattane. A dire il vero, per un po’ di anni l’ho accantonato, quel vizio, per mille motivi contingenti, cercando di convincermi che non fosse più cosa per me. Per un po’ ha funzionato; avrei quasi potuto considerarmi rinsavita… Ma il fuoco, sotto la cenere, si è conservato ed ultimamente sembra proprio voler riprendere vita.

Così, detto fatto, approfittando del primo vero caldo estivo della stagione, decido di trascorrere una notte in bici. Davvero non ricordo più l’ultima volta in cui l’ho fatto. E per un bel po’ di tempo ho pensato che non avrei più vissuto l’esperienza: sempre troppo il sonno arretrato, tra lavoro ed incombenze casalinghe; sempre più difficile scollarsi dal cuscino al mattino; sempre più frequente l’”abbiocco” sulla tastiera del PC ad ogni ora del giorno. Credevo d’essere invecchiata. In realtà sì, sono invecchiata, questo è innegabile: la carta d’identità, peraltro scaduta, ed i primi capelli bianchi sono lì a ricordarmelo, se ce ne fosse bisogno. E le rughe e le tette cascanti e chissà quali altri segni che preferisco non scoprire.

Opto per una notte “comoda”, sabato su domenica, in modo da potermi aggirare per casa come uno zombie, il giorno successivo, senza troppo danno. Lancio il sasso dell’idea sia a Matteo che ad Ivano: Matteo, da persona saggia qual è, rifiuta senza scuse, proprio in spregio al mio progetto; Ivano si aggregherebbe, se potesse, ma non riesce a liberarsi, per via dei turni in ospedale. Pazienza: vorrà dire che, per questa volta, mi godrò la nottata da sola.

Rispolvero i ricordi dei preparativi: pila frontale potente, pila frontale di riserva, batterie per entrambe, luce posteriore sulla bici, fasce rifrangenti da legare intorno ai polpacci, gilet rifrangente, una maglia in più per il freddo dell’alba e poi cibo, tanto cibo. A parità di percorso, un itinerario notturno mi provoca sempre una fame di gran lunga più disperata di quella che mi causerebbe un tragitto diurno. Madre fa finta di niente, ma è già in allarme: pensava che ormai io fossi cresciuta… “Invecchiare senza maturità”, citando Guccini, è la mia missione! I cani non fanno una piega: dopo la pappa del tardo pomeriggio, si ritirano in buon ordine e vanno in catalessi, salvo imprevisti.

L’idea è di partire intorno alle dieci di sera. Un po’ tardi, con il senno di poi, ma per questa volta va così: date le incombenze della giornata, non sarei comunque riuscita a mettermi in marcia prima. Madre, come sempre, mi infonde coraggio e sicurezza: “Vedi di non finire come Zanardi”, mi ammonisce, riferendosi al recente grave incidente occorso al campione paralimpico. ‘azz. Adesso sì, che posso andar via serena.

La partenza da casa è sempre in salita, tanto per scaldare subito le gambe. Ho la scelta tra una salita ripida ed una ripidissima, ma opto sempre per la prima: “esageruma nen”, almeno all’inizio. La prima sosta è proprio in cima alla salita di casa: il mio amico Leo, il cagnino biondo che abita nella casa d’angolo, reclama il pedaggio di un biscotto. Ne ho sempre una scorta con me.

Il cielo non è ancora del tutto buio: in effetti, ho acceso la luce rossa posteriore, in modalità lampeggiante, ma non ancora la pila frontale. Dal centro della frazione San Rocco di Montaldo Roero, casa mia, scendo in direzione Vezza, percorrendo il tratto della località Sanche che ho ribattezzato “la ghiacciaia”: in qualsiasi stagione, ci fa molto più freddo, o meno caldo, che in altre zone anche vicine. La prima salita, insidiosa, è quella di Castagnito: breve, forse un paio di km, ma dritta o quasi. Calma, sangue freddo e corona anteriore piccola: è il caso di risparmiare le gambe, il tragitto sarà lungo. Per la verità, non ho ancora un preciso piano d’azione. Mi riesce difficile fare previsioni sulla tabella di marcia in notturna: è come se tutte le mie azioni fossero rallentate. Un piano troppo ambizioso facilmente dovrà essere ridimensionato. Quindi, andrò a sentimento.

Arrivo in centro a Castagnito decisamente accaldata, per l’ora. Per la successiva discesa fino a località Baraccone è proprio giunto il momento di accendere la pila frontale. Già dal primo tratto, capisco che, stanotte, le discese saranno più ostiche del solito. Non credo riuscirò mai a spiegarmi il motivo: da sempre ho molta paura e nessuna familiarità con le discese, nonostante ne abbia percorse a centinaia, forse a migliaia. Però, ci sono giorni – e notti – in cui la situazione è peggiore del solito e la mia sensazione di essere in balia della bici è più forte che mai. In quelle circostanze, non mi resta che aggrapparmi disperatamente ai freni e scendere, non esagero, ad una velocità inferiore a quella che terrei se viaggiassi in pianura. Al limite della velocità del passo d’uomo, in certi tratti.

Dalla località Baraccone parte l’unico tratto di strada che mi fa davvero paura, lo stradone che porta a Neive e che io percorrerò per il tratto di rettilineo fino al ponte sul Tanaro, anzi appena oltre. E’ un tratto che mi mette una fifa blu di giorno, figuriamoci di notte: i veicoli sfrecciano senza risparmio. In verità, lo dico spesso, di notte un ciclista ben illuminato rischia meno che di giorno: gli automobilisti, i camionisti ecc. vedono questo oggetto non ben identificato, luminoso, ondeggiante, rifrangente e rallentano probabilmente per istinto. Sento il rumore dei motori che si avvicinano e perdono giri. Tuttavia, preferisco levarmi di qui il prima possibile. Appena oltre il ponte, all’altezza della vecchia gloria della discoteca “Pepedoro”, svolto a sinistra per imboccare una stradina secondaria che, con una rasoiata iniziale in salita, mi porterà a Neive per via più tranquilla. Più o meno, perché, quasi in cima alla rampa, incrocio un’auto che scende a velocità senza senso, con a bordo un gruppo di giovinastri probabilmente alticci ed urlanti. Cominciamo bene… Schivo il veicolo, barcollo ma rimango in strada. Mi serviva giusto questa impennata dei battiti cardiaci, per prepararmi alle salite venture.

Poco più avanti, passo di fronte ad una struttura turistica dal cui recinto fanno capolino quattro maestosi maremmani: non parrà loro vero di avere un’occasione per esercitare il loro talento di guardiani. Non credo passi molta gente, di qua.

Il cielo è carico di stelle, ma non c’è traccia di luna. Probabilmente sono incappata nella serata di luna nuova. Pazienza, vorrà dire che sfrutterò un po’ di più la luce frontale. A Neive mi reimmetto per un breve tratto sulla strada principale, fino al bivio per Coazzolo. Non immaginavo un traffico tanto fitto, a quest’ora, per quanto può essere fitto il traffico da queste parti. La salita a Coazzolo mi porta finalmente fuori dalle strade principali. In paese, si sente il gran vociare degli avventori di un ristorante. Ed ancora un incontro sgradevole: un branco di ragazzini e ragazzine a coppie su quattro moto tipo cross: prima li incrocio nella strettoia del paese, ovviamente spetezzanti e ad una velocità non consona al luogo; poi, me li ritrovo alle spalle urlanti. Mi sorpassano molto, troppo vicino. Confesso di non essere affatto tranquilla: nel dubbio, afferro nel borsello anteriore della bici il coltello da montagna che porto sempre con me nei giri solitari, che sarà pure arma impropria ma almeno mi permette di non essere del tutto indifesa di fronte alle sorprese. Oltre ad essere fondamentale per tagliare la toma. Se i bellimbusti han deciso di divertirsi alle mie spalle, farò loro capire che non è il caso. Per fortuna, non tornano indietro.

Le rampe della salita dopo Coazzolo sono sempre indigeste. Irregolari e cattive. Ma brevi: nel giro di poco sono al bivio per Valdivilla e dei motociclisti nessuna traccia, né visiva, né uditiva. Svolto a sinistra per Valdivilla e Santo Stefano Belbo. Intanto, approfittando del tratto di pianura, mangio qualcosa.

Un pannello luminoso diceche ci sono 22 gradi. Cavoli, per essere quasi mezzanotte, non male.A Valdivilla, le seggiole ed i tavolini del bar, piazzati davantiall’ingresso di una chiesetta che immagino sconsacrata al culto econsacrata alle gioie dei crapuloni, sono ancora occupati da allegriavventori. Passo loro a fianco, imboccando la strada per SantoStefano Belbo. Altra lunga discesa che mi fa soffrire. Il Relais SanMaurizio, illuminato da calde luci gialle, è più suggestivo chemai. Sotto di me, le luci di Santo Stefano, ma io tiro i freni e ciarrivo dopo un’eternità. Niente da fare, stasera non va, tanto valeadeguarsi ed essere prudenti.

Attraverso il centro del paese, dove c’è ancora un certo movimento. Penso e spero che, per questa notte, sia l’ultimo luogo in cui incontro presenza umana. Spesso mi sono sentita chiedere se non abbia paura di trovarmi sola in posti sperduti: no, assolutamente. Sono i luoghi abitati e frequentati, che mi mettono timore. In effetti, questa sera avevo pensato inizialmente ad un itinerario leggermente diverso, che avrebbe però richiesto di passare per Canelli: proprio per questo ho rinunciato. Anche a Santo Stefano Belbo avrei volentieri evitato di passare, ma non potevo. Me ne allontano comunque in fretta, imboccando la bellissima salita per località Seirole. Salita regolare, mai troppo dura, tra le cascine, a tornanti, che mi porta su parecchio in quota a vedere le luci dei paesi dall’alto. Poi la strada spiana, prende a salire e scendere irregolarmente, si allontana dalla valle e sprofonda nel buio. Ma buio per davvero, in questa notte senza luna. L’asfalto in certi tratti è sconnesso: sono costretta a tenere la luce della pila frontale quasi al massimo, per evitare di finire in qualche buca. Ma voglio fermarmi per un momento e spegnerla, perché questo buio e questo silenzio valgono la pena. Il profilo delle colline si distingue solo perché in cielo ci sono le stelle. Fa ancora caldo. Ormai penso che la mezzanotte sia passata da un po’.

Riparto, proseguo incrociando ancora qualche isolatissima abitazione, fino al bivio per Loazzolo, che decido di imboccare. Qua e là qualche cane si avventa furioso contro la recinzione di casa: spero solo che i proprietari, spaventati, non decidano di imbracciare la doppietta… Non ricordo di aver mai percorso prima questo tratto di strada. E’ una bella discesa facile, sulla carta, però mi porta un po’ troppo distante da Vesime, sulla strada che da Cortemilia va verso Acqui. Mi tocca risalirne un po’ di km verso destra, in direzione Cortemilia. Per fortuna, pur trattandosi di una strada su cui probabilmente le auto corrono parecchio, a quest’ora non c’è nessuno. Ne incontro, forse, tre o quattro in un pugno di km, tutte molto caute nel sorpassarmi. Appena prima di Vesime, c’è un restringimento di carreggiata con tanto di semaforo, la cui luce è potentissima nella notte.

A Vesime imbocco la salita per Roccaverano, passato il ponte sulla Bormida. Mangiucchio ancora qualcosa, prima che la salita mi levi del tutto il fiato. Anche qui, le pendenze non sono mai proibitive, ma da Vesime a Roccaverano c’è una decina di km. Niente da fare, la luna proprio non si farà vedere, questa notte. In compenso, la stellata è meravigliosa. E fa ancora caldo.

I primi attacchi del sonno arrivano qui. Qualche sbadiglio, un po’ di annebbiamento della vista. Di solito, la mia tecnica per combattere il sonno è cantare: il guaio è che siamo in salita e non ne ho il fiato.

Al bivio per San Giorgio Scarampi, mi fermo per riempire la borraccia, ormai desolatamente vuota. Niente da fare: la fontanella c’è, ma è a secco. Non mi resta che tenermi la sete e proseguire la salita verso Roccaverano, nel buio e nel silenzio sempre più fitti.

Avrei voluto scendere dall’altra parte, passando per Vengore, e risalire da Mombaldone, ma mi accorgo che è tardi. Proprio come pensavo, ho impiegato un’eternità per arrivare fin qui. Un bradipo a pedali. Sono quasi le quattro… Se scendo e risalgo, chissà poi a che ora rientro a casa. Pazienza: decido di girare in direzione di Serole. Lungo la strada di crinale, in leggera discesa, c’è la chiesetta di San Rocco, punto strategico per il rifornimento d’acqua. Verso la Liguria, si vedono in distanza, contro il cielo, le luci rosse delle pale eoliche.

Alla chiesetta faccio unapiccola sosta, riempo la borraccia, mangio con voluttà lo yogurt –che eleganza, ho portato persino il cucchiaino – e bevo una lattinadi bibita energetica, sperando che mi aiuti a svegliarmi un po’.Nonostante la temperatura, mi raffreddo rapidamente, fino ad avere ibrividi: per fortuna, la ripartenza è in leggera salita, per qualchecentinaio di metri. Alle mie spalle, il primo vago chiarore insidiala monotonia del cielo nero. Meraviglioso, sono appena passate lequattro. Se potessi firmare per avere tante ore di luce tutto l’annoquante ce ne sono oggi… Tra l’altro, dovrebbe essere il giorno piùlungo dell’anno o giù di lì.

Breve discesa fino albivio per Serole: da lì, imbocco la stradina più che secondaria cheva verso il Santuario del Todocco. Il cielo alle mie spalle sisquarcia di rosso. La stradina si immette per un tratto sullaprincipale che da Cortemilia va verso Piana Crixia: me ne distacco unpaio di km più avanti, proprio al confine con la Liguria, perrisalire verso la località Todocco. La pila frontale è ancoraaccesa, ma per poco. Imbocco la strada per Gorra, anche qui più chesecondaria, a saliscendi e strappi severi. L’alba ora è definita,meravigliosa sui campi di lavanda di questa zona: non posso fare ameno di fermarmi per alcune foto. Poche, isolatissime case, unrecinto con pecore ed un cagnone di guardia, che mi abbaia pococonvinto. Può star tranquillo, non mangio carne…

Un po’ prima di Santa Giulia, mentre mi godo il fresco dell’alba e cerco di combattere il sonno, squilla il cellulare. Non ho bisogno di guardare lo schermo per capire chi è: solo Ivano può telefonarmi alle cinque e venti del mattino. Vuole sincerarsi che vada tutto bene e mi aiuta a svegliarmi un po’. Di già che sono ferma, levo la pila frontale e le bande rifrangenti alle gambe: ormai è giorno fatto. E mangio, e riparto. Quassù sul crinale è talmente bello che non vorrei più scendere: tutto intorno, solo verde a perdita d’occhio e poche isolatissime case di cui invidio selvaggiamente i proprietari.

A Santa Giulia decido di scendere per la stradina che porta a Scaletta Uzzone, bellissima e panoramica, ma decisamente non adatta ad un mio giorno “no” per le discese. In certi tratti è parecchio ripida, con asfalto molto danneggiato. La paura e la tensione si moltiplicano: arrivo in fondo con braccia e polsi doloranti, impiegando un’eternità.

A questo punto, depongo le armi: fisicamente mi sento bene, non avrei problemi ad inanellare altre salite, ma arriverei a casa decisamente tardi e, soprattutto, ho quasi finito le scorte alimentari. Decido quindi di scendere a Cortemilia per la strada principale della Valle Uzzone. Ecco, adesso sì, fa freddo: sono a fondovalle, nelle ore più fredde della giornata. Le mani sono intirizzite. Potrei fermarmi ed indossare giacca e guanti, ma decido di resistere: basta pause, altrimenti non arrivo più a casa… Ed i cani sono in attesa della pappa.

Attraverso Cortemiliadeserta. Decido di salire a Castino dalla strada di Castel Martino,un’impietosa sequenza di strappi di rara crudeltà ed altrettantorara bellezza: nel giro di poche rampe, ci si immerge nel bosco,punteggiato di poche sontuose abitazioni. L’omonimo agriturismo diCastel Martino, poi, è un vero gioiello. Gli ultimi due km, occhio ecroce, di salita sono più pietosi, ma sterrati. In giorni buoni,riesco a percorrerli restando in sella, sia pure con un certo timore,ma oggi non c’è verso. Benché la bici su cui viaggio sia unamountain bike, il senso di instabilità dato da ghiaietto edavvallamenti è troppo forte. Scendo di sella e procedo a piedi,sgranocchiando l’ultimo cubetto di Parmigiano. Incontro, quasi altermine del tratto sterrato, tre viandanti o forse cercatori difunghi, i primi esseri umani che vedo da ieri sera. Tornosull’asfalto, riprendo a pedalare. Da quassù il panorama spaziasulle due valli, Belbo e Bormida; si vede, più in basso, la stradaprincipale che sale da Cortemilia a Castino. Io a Castino arrivodall’alto.

Cortemilia sotto le nuvole

Discesa a Campetto, al ponte sul Belbo, e risalita a Borgomale e Benevello: una salita che di solito evito, vuoi perché di giorno è parecchio trafficata, vuoi perché è rovente. Stamattina, con il fresco delle prime ore di luce, risulta persino piacevole. Mi compiaccio di come le gambe girino ancora bene: anche il sonno, ormai, ha deciso di deporre le armi, anche se mi rendo ben conto che essere svegli ed attenti è un’altra cosa. Ciò che mi dà più fastidio, quando esco da una notte insonne, è la sensazione di avere il campo visivo ristretto, gli occhi secchi, una certa difficoltà a mettere a fuoco le immagini.

Da Benevello scendo, come sempre, passando dalla località Madonna di Como. La strada è più lunga, ma più tranquilla e panoramica. A quest’ora, vicino ad Alba ci sono i primi viandanti a passeggio ed i primi ciclisti. Lambisco la città ancora senza traffico.

L’ultima prova spietata è la salita che porta a San Rocco tagliando via l’angolo della strada principale per chi arriva da Corneliano: una rampa che posso affrontare solo grazie a “santa tripla”, sperando sempre di non incrociare auto, perché salgo a zig zag. Per questa volta sono fortunata: come sempre, arrivo in cima in apnea. L’orologio della chiesa della frazione segna le dieci: un totale di 142 km e circa 2.400 m di dislivello, una media ridicola di poco più dei 10 km/h, ma tant’è. So bene di non poter chiedere di più, in certi momenti. La profezia nefasta di Madre non s’è avverata, c’è da essere soddisfatti.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!