20/23 agosto 2009 – Tortour de Suisse

Non appena Matteo gira la chiave, un urlo lancinante squarcia il silenzio mattutino del campeggio. Pianto e stridore di denti, ma soprattutto di frizione, che gela il sangue nelle vene ed intontisce i timpani tant’è acuto. Io di motori non ho mai capito un beneamato nulla, non è nemmeno che la materia mi affascini più di tanto, ma ho la netta sensazione che si tratti di qualcosa di grave. Matteo non proferisce verbo, ma credo la pensi allo stesso modo.
Primo immediato problema: siamo a Saint Gervais Les Bains, poco oltre il Traforo del Monte Bianco, ed abbiamo in programma di trascorrere ancora due giorni di vacanza in terra francese, spostandoci però a Saint Michel de Maurienne per pedalare un po’. Ci arriveremo? Lo scopriremo solo vivendo. Ci arriviamo, sì. Ma, da un veloce consulto per telefono con il suo meccanico di fiducia, Matteo riceve la funesta diagnosi: probabilmente il problema del furgone è un cuscinetto della frizione che va sostituito; intervento che richiede un certo tempo e, ahimé, la disponibilità di un pezzo di ricambio. Così com’è, il buon Volkswagen potrebbe percorrere ancora 5000 km oppure 500 metri, ma chi lo sa. Aggiungiamo poi che oggi è la mattina del 17 agosto e che il mio meccanico, a Carmagnola, è ovviamente in ferie; sommiamo ancora la disponibilità gentilissima di un meccanico di Saluzzo, che contatto mentre pedalo verso la Croix de Fer (chissà cosa pensa che io stia facendo, con ‘sto fiatone) e che mi risponde “Io il furgone ve lo guardo, ma senza il pezzo di ricambio non posso far nulla…”.
Così a prima vista, è un bel guaio: non tanto per il ritorno a casa, che volendo, via Modane e Tunnel del Frejus, si potrebbe anche percorrere per intero in autostrada, con poco strazio per la frizione. Il fatto è che il furgone era predestinato, già da un po’, a fare da auto al seguito per il mio Tortour. Breve parentesi per chi non è “imparato” in materia: il Tortour de Suisse è una corsa ciclistica che percorre il giro della Svizzera in 1077 km, circa 13.000 m di dislivello e 56 ore di tempo massimo, a cui mi sono iscritta in preda a non so quale dei miei tanti raptus di follia qualche mese fa. Insomma: oggi è il 17 agosto, domani saremo ancora qui, domani sera rientreremo a casa mia a Carmagnola, mercoledì ci toccheranno i lavori forzati per i preparativi della spedizione in terra elvetica e giovedì 20 si partirà per Schaffhausen, in quattro persone; oltre a io me medesima, anche tre elementi obbligatori per il seguito della gara. Viaggiare comunque con il VW sarebbe un azzardo: e se decidesse di rendere l’anima durante la trasferta, o peggio durante la gara? Ahimè, non s’ha proprio da fare… Anche l’ultimo viaggio della speranza, a Saluzzo, mercoledì mattina, quando spedisco Matteo quasi per forza, ha esito infausto.

Si passa dunque al piano B. E meno male che un piano B è possibile. Faccio ricorso a due delle tre Opel Corsa di famiglia (eh sì, siamo clienti molto affezionati quando ci troviamo bene con un prodotto…): ci trasferiremo in Svizzera caricando armi e bagagli un po’ sull’una e un po’ sull’altra, e poi useremo quella meno vecchietta come auto al seguito. Certo, il programma non mi soddisfa per niente, anzi direi che mi agghiaccia; si tratterà di costringere per chissà quante ore di fila i miei tre angeli custodi in una scatoletta di sardine, in cui stipare anche il corredo di abiti e cibarie per la mia gara e per loro stessi, in cui dovranno anche, a turno, dormire un po’. Per me sarà una gara lunga e faticosa, ma per loro temo sarà molto peggio: nel giro di un giorno ed una notte di forzata immobilità, avranno già dato di testa. Purtroppo questo è ciò che passa il convento, quindi tocca adattarsi.

Giovedì mattina, intorno alle cinque, la carovana è sotto casa mia, pronta a partire. Opel bianca, la vecchietta, ed Opel blu, quella meno vecchia, stracariche di ogni sorta di mercanzia. Due tende e quattro sacchi a pelo, si sa mai che non troviamo posto in albergo. Per la corsa, le mie due bici appese al portabici esterno, più attrezzi da meccanico, parti di ricambio, luci; il borsone dell’abbigliamento estivo, con tre cambi completi già bell’e pronti e divisi in borse di plastica, e quello dell’abbigliamento invernale o per il caso di brutto tempo; la cassa di legno dei generi di conforto, con Coca Cola, acqua, succhi di frutta, lattine di Red Bull tarocco, frutta secca, Nutella, marmellata, miele, formaggio, pane, pasta, the, barrette, gel; il minifrigorifero portatile; i bagagli personali “borghesi” per me e per la scorta; le bici di Matteo e di Luca che approfitteranno della trasferta per fare qualche salita in Svizzera. E le cartine stradali, nonché le stampe dettagliate dell’itinerario di gara, a cui ha provveduto con efficienza inaudita il buon Matteo, già da tempo. Meno male che ci ha pensato lui, a stampare ed a studiare, perché io, come sempre, mi son lasciata arrivare addosso la data di partenza senza provvedere quasi a nulla, se non alla spesa, il giorno precedente, e, anche lì, in compagnia di Matteo che fungeva da mente pensante. Io da sola avrei dimenticato la maggior parte delle cose.

Si parte: Luisa ed io su un’auto, Matteo e Luca sull’altra, destinazione paradiso, o inferno, a seconda dei punti di vista. Per me sarà entrambe le cose. Parto con una strana sensazione, con poca voglia, forse con troppo pessimismo che nasce dal guasto al furgone, seguito immediatamente dalla morte della lavatrice… In realtà è il ricordo, ben vivo anche perché recente, delle altre corse dello stesso genere del Tortour che ho già affrontato e in cui, sempre, mi son dovuta arrendere al tempo massimo od ai cancelli di tempo intermedi, troppo ristretti per le mie possibilità; ormai è un po’ di tempo che mi domando “Ma chi te lo fa fare?”. Mi piacciono le gare di lunghissima distanza, mi attraggono e mi affascinano. Certo, ha ragione chi dice che dovrei puntare ad obiettivi che siano alla mia portata; ma proprio perché sono alla mia portata, quegli obiettivi non m’interessano, non mi dicono nulla. Le cosiddette corse di ultradistanza sono un altro pianeta, un sogno… Purtroppo, si tratta di un sogno irraggiungibile per le mie gambe, che sta diventando anche troppo costoso. Le spese di viaggio e di iscrizione sono consistenti; certo, se vincessi al Superenalotto potrei continuare a provare questa e poi quella gara in giro per l’Europa, ma, siccome non gioco neanche, la vedo dura… Insomma, il Tortour per un po’ sarà l’ultima competizione ciclistica a cui parteciperò; l’anno prossimo mi dedicherò solo alle corse in montagna, altrettanto affascinanti e, almeno per il momento, meno impegnative sia quanto a costi che quanto ad organizzazione.

Così medito mentre seguo i cartelli autostradali, vedo il cielo colorarsi di chiaro ed il disco rosso del sole spuntare all’orizzonte. Questo viaggio non ha molto senso; questa gara andrà a finire come tutte le altre, una bella esperienza ma monca, ed intanto ho mobilitato tre persone che magari avrebbero avuto piacere di trascorrere le proprie ferie in altro modo, magari in bici, almeno per Luca e Matteo. Insomma, son proprio di umore cupo. Meno male che Luisa ronfa della grossa; così non posso sfogar le mie paturnie su di lei.

Milano, dogana di Chiasso, traforo del Gottardo, Zurigo: viaggio lungo, caldo e travagliato, tra deviazioni, errori e vivaci scambi di opinioni tra i due equipaggi circa l’itinerario da seguire per raggiungere questo misterioso posto che si chiama Schaffhausen. Ma anche paesaggi vari e meravigliosi, dalla zona del lago appena oltre la dogana, alle montagne sopra il Gottardo, alle colline dolci e verdissime dell’area di Zurigo. E poi non è finita qui: giunti in loco, ci accorgiamo che la città è grande e che nessuno di noi ha idea di dove si svolgano le operazioni preliminari della gara… Per immensa fortuna, girovagando senza meta, ci imbattiamo in alcuni furgoni che hanno già sulla fiancata il grosso adesivo tondo “Tortour de Suisse”: immediatamente, al grido di “Seguite quell’auto!!!”, ci lanciamo in un inseguimento rocambolesco per le vie del paese, incuranti di precedenze e sensi unici, finché Matteo e Luca individuano l’oggetto della nostra caccia nel cortile di un albergo, Si tratta di un gruppo di ciclisti che correrà la gara nella versione a squadra di sei persone: grazie a loro, riusciamo a raggiungere l’area destinata all’organizzazione della gara, quando mancano dieci minuti all’una del pomeriggio. Il mio controllo è fissato per l’una.

Entriamo nell’ampio piazzale di fronte ad un capannone industriale. Immediatamente mi assale la solita sensazione, ormai nota, di essere un pesce fuor d’acqua. Intorno a noi ci sono camper, furgoni superlusso tirati a lucido, orde di biciclette talmente sofisticate e costose che, se qualcuno oggi decidesse di compiere una rapina a mano armata, farebbe il colpaccio del secolo; ruote Lightweight, telai ed appendici da crono, caschi a punta, insomma, ho la netta sensazione che ci sia un po’ di gente che la prende molto sul serio… Al confronto, con la nostra modesta carovana di due Opel Corsa stracariche e pure sporche, perché non è che io abbia grande cura dell’estetica dei miei mezzi, sembriamo una banda di profughi.
Il sole del primo pomeriggio picchia rabbioso sul piazzale, proprio come nella piana carmagnolese; il minimo movimento costa litri di sudore. Siamo tutti un po’ incerti sul da farsi: così, mentre i due masculi si dedicano a ciò che compete loro, cioè la parte meccanica di revisione delle bici, Luisa ed io andiamo a caccia del luogo a cui presentarsi per dire, che so, “Eccoci, ci siamo”. Pare infatti che la procedura di consegna dei numeri di gara sia molto articolata. Prima tocca presentarsi al “check in desk”, dove ciascun atleta troverà un operatore di riferimento; il mio è la signora Sandra. Qui compilo una scheda con i miei dati e ricevo i numeri di gara, per me e per l’auto, nonché una cassetta di lattine di una bevanda tipo Red Bull, a base di caffeina e simili; mi viene inoltre affidato il famigerato GPS, strumento che dovrà restare collegato alla presa dell’accendisigari in auto, per mezzo di un altro aggeggio chiamato Inverter. Mi giro e mi rigiro tra le mani questo gingillo che, credo, valga più dell’auto su cui sarà installato; sguardo d’intesa con Luisa: se ci freghiamo ‘sto coso e scappiamo, ci rifacciamo di tutte le spese del viaggio e ne avanza ancora per una bella cena! Ecco cos’era il famigerato Athlosoft di cui si parlava nel regolamento. In buona sostanza, gli spostamenti dell’atleta, o meglio quelli dell’auto al seguito, saranno registrati in tempo reale grazie al GPS e saranno visibili sul sito Internet della gara. Poche e chiare le istruzioni per farlo funzionare: collegatelo alla batteria, accendetelo e dimenticatelo, così ci spiegano i tecnici.

Al ritorno nel piazzale, trovo Luca e Matteo in frenetica attività intorno alle mie due bici: puliscono, lubrificano, svitano, avvitano, lavorano di carta e stracci e detergente ed olio spray, madidi di sudore. Resto a bocca aperta, anzi, proprio commossa… In fondo è quel che ho sempre sognato: aver qualcuno che, nell’imminenza di una corsa, provvede a tutto ma proprio a tutto, lasciando a me solo l’incombenza di mangiare e riposare. Eppure mi sento a disagio, io qui a non far nulla e loro a sgobbare alacremente. Ora tocca alla seconda fase del controllo pre-gara: due personaggi dall’aria marziale, con maglietta nera e scritta “STAFF” o qualcosa del genere, si aggirano a caccia del numero 151. Proprio mentre io sto menando fendenti di forchetta nella ciotola piena di pasta, ovviamente fredda e collosa, che ho preparato ieri sera. Consiglio, o meglio costrizione anche questa di Matteo: del resto, ho promesso di stare brava ed obbedire ai consigli dei miei fidi assistenti, almeno fino a fine gara…
I due loschi figuri, dall’aria simpatica ed accomodante ma dai modi severissimi, tipicamente svizzeri e per giunta della Svizzera tedesca, mettono alla prova prima di tutto la Opel blu, quella che farà da scorta: luci di posizione, anabbaglianti, abbaglianti; freccia destra e sinistra; contrassegno di assicurazione; giacchino rifrangente per tutto l’equipaggio. E già qui trattengo il respiro, cuore in gola… Poi tocca alla bici, anzi, alle bici. Va tutto bene ma… Mancano i rifrangenti adesivi da attaccare alle pedivelle, alla forcella, al carro, al manubrio, alle ruote. Vagli a spiegare che già avrò le luci anteriori e posteriori, il giacchino rifrangente, tre fascette rifrangenti da fissare intorno al polpaccio, e che per di più il regolamento, scritto da loro stessi, prevede che, tra le 20.30 e le 6.30, l’auto al seguito sia sempre rigorosamente incollata al fondoschiena del ciclista. Con queste premesse, che me ne faccio ancora dei rifrangenti? Devo proprio conciarmi come un albero di Natale? Ahimè, pare proprio di sì. Quasi mi stupisco della calma olimpica con cui reagisco, quando mi dicono, in soldoni, “Niente approvazione delle bici finché non ci sono i rifrangenti, ripasseremo tra poco”. Ok, in fondo me l’aspettavo; avevo anche letto la clausola del regolamento che ne imponeva l’obbligo, ma mi pareva, ragionando a buonsenso, che non potesse trattarsi di una previsione così stringente. Sbagliavo, io sono italiana, loro svizzeri. Io le norme le interpreto, loro le rispettano e basta. Riparto con Luisa, sotto il solleone che scoppia la testa, a caccia dei rifrangenti: per fortuna, li recupero quasi subito, al punto di controllo a cui mi sono rivolta la prima volta; due foglietti con piccoli rifrangenti adesivi di varie forme. Nelle mani di Luca e Matteo, quei foglietti diventano opere d’arte: in un attimo, le mie due bici diventano brillanti e sciccosissime; proprio come dice Luisa, mancherebbero giusto le paillettes.
I due gerarchi incaricati del controllo ricompaiono quando il lavoro certosino dei miei fidi è ancora in corso: non possono fare a meno, neppure loro, di sorridere… Che dire, non saremo certo la squadra più forte, anzi, ma siamo senz’altro la più simpatica! Qui intorno han tutti dei musi lunghi che toccano terra, manco stessero giocandosi il futuro del mondo, mentre noi non abbiamo ancora smesso di sghignazzare, scambiarci battute da camionista e piantar cagnara! Secondo me i due mastini ci rinunciano… Per disperazione mi concedono i bollini di omologazione delle bici e, dopo avermi augurato buona fortuna e buon divertimento con un che di profondamente sadico nello sguardo, se ne vanno a tormentare qualcun altro. Ma non è finita… Pochi istanti e si presenta un altro losco figuro, anche lui munito di maglietta nera regolamentare; non per far controlli, questa volta, ma solo per prenderci in giro. “Is this YOUR car? It’s quite small… Three people in there?”. Guagliò, che t’aggiadì, questo passa il convento, ed ancora grazie! Se ne va sghignazzando…

Infine, l’ultimissima fase di questa estenuante trafila che è la procedura pre-gara. La foto ufficiale, seguita dalla consegna del braccialetto di gara, che mi verrà legato al polso direttamente da un addetto. Meno male che io sono abituata, per mestiere, alle code infinite presso gli uffici pubblici ed ai rimbalzi assurdi da sportello a sportello… Rimedio una foto orrenda ed il bracciale giallo; finalmente, poi, all’alba delle tre e mezza, sono libera di andare a caccia di una camera d’albergo. Ho bisogno di una doccia e poi vorrei tanto buttarmi sul letto e dormire un paio d’ore, visto quel che mi attende; anche la truppa, poi, è ovviamente cotta e stracotta, vuoi per il viaggio, vuoi per il caldo. Credo che il mal di testa sia comune. Eppure no… Niente relax, non si può, perché alle sei è prevista la riunione in cui verranno presentati i dettagli del percorso e della gara. Riunione obbligatoria sia per gli atleti che per gli assistenti. Che giubilo. E noi dobbiamo ancora far la spesa: nonostante abbiamo cibo in auto per un reggimento, dobbiamo ancora procacciarci la cena e la colazione per domani mattina. Così ci fiondiamo in un supermercato, da cui usciamo carichi di vettovaglie che non credo facciano di solito parte della tipica alimentazione di un atleta: due formaggette scelte accuratamente in base alla percentuale di grasso (rispettivamente 40% e 60%), quattro budini al cioccolato con la panna, un chilo di yogurt, carne in scatola (non per me, io quella robaccia non la mangio), bibite dolci, più alcune quisquilie salutiste come frutta ed acqua frizzante. Però… Se persino Luca, il teorico dell’allenamento scientifico, dice che va bene così, significa che va bene così. Riportiamo tutto in albergo, avendo cura di non farci pinzare dal boss della baracca, e ce ne andiamo all’incontro chiarificatore… Che è tutto fuorché chiarificatore, visto che l’intero discorso è tenuto in tedesco. Qualcosa capisco, a furia di frequentare paesi ed amicizie di lingua tedesca, ma è troppo poco per fondarci sopra la gara; quindi, con fare indignato, attraverso la sala gremita di atleti ed accompagnatori e vado a reclamare la traduzione in inglese. Mi dà retta il buon, nonché bellissimo, Gunther, tipico esemplare di teteskone robusto, biondo e con gli occhi azzurri, che mi fa un rapido riassunto; meno male che c’è anche Luca, così a decifrare e mandare a memoria siamo in due… In un attimo, attorno a noi si crea un capannello di gente che, proprio come noi, non ha capito una fava del lunghissimo soliloquio in tedesco, ma non osava ammetterlo! Intanto, Matteo e Luisa, rimasti al tavolo, fanno scempio delle portate del pasta party.

Torniamo in camera più confusi ed intontiti che mai. Quello che sta peggio è Matteo, agitatissimo e teso come se la corsa fosse la sua: ma io so che in fondo è un po’ come se fosse proprio così… So che ci tiene, so che ci soffre e partecipa quasi quanto me. Io però non sono per nulla agitata, non lo sono stata per tutto il giorno; mi sento, direi, molto distaccata, come se l’intera faccenda non mi riguardasse. In fondo, credo sia questo il giusto atteggiamento di fronte ad una corsa da mille chilometri: un conto è gareggiare su un percorso in cui ti giochi il piazzamento in pochi secondi, ma qui parliamo di lunghissime ore, in cui soffri, gioisci ed ancora soffri, vuoi mollare e poi vuoi ripartire, insomma, succede di tutto. Ho sonno, questo sì; dopo la levataccia alle quattro, sette ore alla guida e mezza giornata di sballottamenti, ho solo sonno. Mi godo una prima pennichella mentre i fedelissimi organizzano il bagaglio sull’auto scopa, ma sempre con un certo senso di colpa nei confronti di chi sta lavorando per me; una mezz’oretta dopo, eccoli di ritorno: “Domani si farà così, così e così”, Matteo scandisce le istruzioni per il via, senza possibilità di replica. Va bene, obbedirò… Ora però spengo la luce e non ci penso più: domani, cioè tra poche ore, è un altro giorno!

La sveglia alle quattro, stessa ora di ieri, è un dramma. Di certo non è questo il modo migliore per prepararsi ad affrontare una gara che richiede due notti sui pedali, anche se, realisticamente, io so che sopravviverò una sola notte, e parte del giorno dopo, prima di finire fuori tempo a qualche cancello orario intermedio oltre i 500 km. Comunque, non è questo il modo di affrontare nemmeno una sola notte sui pedali. Oltretutto, l’ennesima della stagione… Ho perso il conto delle notti trascorse in bici o a piedi dalla scorsa primavera!
Ci ritroviamo tutti alle prese con una colazione di cui, credo, nessuno ha davvero voglia; io continuo la mia opera di ingozzo iniziata ieri, ma più di tanto non riesco a mandar giù. Nel giro di pochi minuti siamo tutti bell’e pronti per partire; bisogna essere a Rheinfalls, pochi minuti d’auto da qui, entro le cinque e quaranta. E’ forse qui, nel cortiletto dell’albergo, alle cinque, che mi assale l’unico accesso di nervosismo dell’intera spedizione: non so perché, ma ho timore che sia già tardi, che si debba far più in fretta, altrimenti la gara partirà senza di me; così costringo l’equipaggio a concludere in fretta e furia gli ultimi preparativi per il via. Alle cinque e un quarto siamo al parcheggio nei pressi della linea di partenza: ovviamente, troppo presto. Nonostante il viavai di mezzi, persone, luci, biciclette avveniristiche e scintillanti, ciclisti già vestiti di tutto punto, sguardi truci che si leggono anche al buio, ripiombo nel mio torpore da sveglia notturna e mancanza di caffé, nel vano tentativo di strappare ancora qualche inutile minuto di sonno. Poi mi riscuoto, salgo in sella, seguo la massa: mi ritrovo così dietro la linea di partenza, con le orecchie frustate dalla voce dello speaker che probabilmente sta cercando di infondere la carica, peccato che parli solo in tedesco… Alle mie spalle, le cascate del Reno, bellissimo salto d’acqua non molto alto ma in compenso larghissimo, in mezzo alla città, nelle sfumature d’azzurro della notte. Intorno a me, lo sparuto gruppo di pazzi: in particolare, un tale con il casco aerodinamico a punta e, sotto il didietro, una bici da crono a tutti gli effetti, una di quelle presunte meraviglie della tecnologia che a me però paiono più orrendi aborti della manifattura ciclistica. Io capisco che ci siano, di fatto, 180 km di quasi pianura prima delle montagne… Ma gliel’ha spiegato qualcuno, a ‘sto tizio, che passeremo in mezzo a città e paesi, che ci saranno semafori e rotonde e passaggi a livello e soprattutto il traffico delle auto? Mah. C’è poi un ciclista con un braccio solo, l’altro mancante per intero, dalla spalla; ha in viso determinazione ed un sorriso radioso, mi fa restare senza fiato per il coraggio che deve per forza avere, ed anche per l’equilibrio… Io che fatico a stare in sella anche se di braccia ne ho due! Per fortuna, c’è anche qualche elemento dall’aspetto più umano.
Succede tutto troppo in fretta: faccio appena in tempo ad intravedere i volti dei miei amici accanto alla griglia di partenza, che parte il conto alla rovescia. Quello, anche se in tedesco, lo capisco.

Il via è da infarto: i primi cinque km per attraversare Schaffhausen si corrono ad una cosiddetta andatura controllata, dietro l’auto e le moto dell’organizzazione; peccato che io conosca i miei polli… Certo, l’andatura è controllata, ma è anche tarata sulle possibilità di questi alieni che ho intorno; fatto sta che questi saliscendi secchi, presi così a freddo ed a questa velocità senza senso, mi fanno schizzare il cuore fuori dalle orecchie, atrii e ventricoli in tutte le direzioni. Ma dico io, abbiamo davanti mille chilometri, che dannato bisogno c’è di partire in questo modo? Coraggio Gian, sono cinque chilometri, vedi di non perderti per strada già qui… Resto incollata con le unghie e con i denti al didietro del gruppo, su e giù per vie e sottopassaggi e rotonde, finché, all’uscita della cittò, i mezzi dell’organizzazione accostano ed i piloti salutano a gran voce. Allora questo dev’essere il via volante. Mi aspetto di veder schizzare via tutti come biglie impazzite: invece no, il gruppo resta compatto, si viaggia in fila indiana, con mio gran terrore di queste situazioni: io che da sempre pedalo sola soletta, non so stare a ruota ed ho sempre paura di far danni a chi mi circonda. Ma il problema si risolve da sé: a pochi chilometri dal via volante, si svolta a sinistra e l’andatura improvvisamente aumenta a dismisura. Non ci provo nemmeno: andate al diavolo, impiccatevi pure tutti quanti, io resto indietro e pedalo alla mia andatura, altrimenti qui va a finir male. Infatti, nel giro di pochi minuti, tutte le ruote spariscono oltre le morbide curve della campagna; mi ritrovo sola. L’unico timore è che le auto al seguito raggiungeranno i rispettivi ciclisti solo a Steckborn, non prima, perché il regolamento lo vieta; devo quindi percorrere da sola i primi 30 km, sperando di non sbagliare strada. Trenta km appena appena ondulati, roba da mandar fuori di testa chi, come me, va sempre e solo a caccia di salite… Ed è appena l’inizio. Pedalo di buona lena; il cielo si è schiarito ma per ora è nuvoloso: non è detto che sia un male, anzi; come ho potuto constatare ieri, da queste parti il sole, quando c’è, picchia feroce. Sul manubrio ho il Polar di Luca, con tanto di fascia cardio intorno al torace; anche questa per me è un’enormità, visto che sulle mie bici da anni ho abolito qualsiasi strumento di misura. Però, come ottimo compromesso, sullo schermo vedo la distanza percorsa ed il dislivello accumulato, oltre al battito cardiaco; non vedo la velocità. Altrimenti il Polar sarebbe già finito nelle acque del Reno. Così, noto con stupore quanto i km possano scorrere in fretta in pianura: mi sembra d’essere partita solo pochi istanti fa ed invece, in men che non si dica, sono già ad apporre il mio autografo al controllo di Steckborn, da buona ultima. Il fotografo mi dice che altri, passati prima di me, avevano un aspetto ben più distrutto del mio: non fatico a crederlo… Si riparte subito, seconda tappa, altri cinquanta km, destinazione Rorschach, lungo il lago; anche qui, la piattitudine più assoluta. Come se non bastasse, poi, s’attraversano diverse città, con tutto quel che ne consegue in termini di pericolo, di semafori, di ferma e riparti, di difficoltà nel tenere il contatto con l’auto al seguito. Inizia qui anche il mio supplizio alimentare… I miei fidi assistenti, ma sarebbe meglio dire aguzzini, si son messi in testa che io sia qualcosa di molto simile ad una centrale termoelettrica a carbone; ad intervalli che a me sembrano esasperatamente brevi, mi rifilano qualcosa da mangiare: pane e formaggio, pane e sottilette, pane e Nutella, Mars, barrette varie. Senza contare le borracce di maltodestrine o di Coca, ma quelle van giù senza difficoltà. Mantengo la mia promessa di obbedienza per un po’, ma arrivo in fretta al punto di esasperazione; tutto ‘sto cibo lo ricaccerei volentieri indietro nell’abitacolo!

Scopriamo, nostro malgrado, che lo Svizzero medio non è affatto così ligio e rispettoso del codice della strada come vuole la tradizione; la povera Opel, pure dotata di enorme adesivo “Bicycle race”, è bersaglio di colpi di clacson e coloriti insulti e sorpassi azzardati. Mi chiedono dall’auto se ho bisogno di qualcosa… Sì, che finisca questo tratto stramaledetto in mezzo alle città! Per il resto nulla, pedalo bene, mi sembra di andare un po’ più forte della mia norma; anzi, mi rendo conto che sto osando troppo, decisamente troppo rispetto al percorso che mi attende, ma tant’è, oggi mi sento così. Sarà l’entusiasmo che è tornato non appena son saltata in sella, sarà la voglia di far bella figura agli occhi di chi, in auto, si sta sbattendo per me.

Altra firma a Rorschach e poi altri sessanta km piattissimi come i precedenti: l’altimetria non ne vuol proprio sapere di salire… La strada attraversa una zona di colline appena accennate, dolcissime, dove il colore dominante è il verde acceso; per fortuna qui il traffico è un po’ diradato, i paesi più piccoli. In realtà di quel che scorre intorno a me vedo poco, perché ho quasi sempre gli occhi incollati alla ruota anteriore. Me l’hanno sostituita senza dirmi nulla, mettendo quella della bici di Matteo al posto della mia: me ne sono accorta, dopo un po’ di km, dal colore del copertoncino… Non so bene per quale ragione, ma Matteo è terrorizzato dall’idea che io possa cadere vittima di un attacco isterico; credo abbia ordinato alla ciurma di trattarmi con le pinze, come un pezzo di metallo incandescente. E’ vero che non ho esattamente un carattere pacato, ma oggi proprio lungi da me l’idea di arrabbiarmi per qualsiasi cosa: sarebbe uno spreco di energie… Ci sono, sì, alcune cose che in altre circostanze mi renderebbero furiosa, vedi la gestione del GPS che purtroppo non posso controllare; ci è stato raccomandato di tenerlo collegato alla batteria, ma so bene che Matteo s’è fissato di voler tenere in funzione il frigorifero portatile e che quindi come minimo alternerà il collegamento dei due apparecchi all’unico accendisigari, arrivando ogni volta al minimo sindacale della carica del GPS, col rischio di farlo spegnere e – conoscendo l’inflessibilità dei giudici di gara – farmi cacciar via dalla corsa. Conosco ormai troppo bene il mio pollo. Ma, anche se l’impulso è quello di scendere e mettermi ad urlare, non posso fare altro che reprimerlo e sforzarmi di non pensarci, tanto non dipende da me.

Nel frattempo mi hanno già superata i primi componenti delle squadre, da 3 e da 6 elementi, che sono partite per la corsa a staffetta un’ora dopo i cosiddetti “solo”, cioè quelli come me. E, intorno al km 130, incontro il mio amico Heinz: siamo nei pressi del Liechtenstein, casa sua; così si aggrega e macina qualche chilometro con me, in sella ad una mountain bike con tanto di carrettino portabagagli al seguito. Qualche chiacchiera, ma non troppe, perché il fiato manca e la tensione è alta; Heinz è notoriamente matto come un cavallo, un po’ s’affianca e si fa strombazzare dalle auto, un po’ salta sui marciapiedi, me lo ritrovo a destra ed a sinistra come un fantasma. Altro controllo ed altra tappa, in cui finalmente s’inizierà ad assaggiare un po’ di salita; resto di stucco quando i miei fedelissimi mi comunicano che, fin qui, ho tenuto la media dei 27 km/h: per un passista decente è qualcosa di ridicolo, ma per me è già un grandissimo risultato! Sono stupitissima, nel contempo, e davvero commossa dall’impegno che i miei tre scudieri stanno dedicando a quest’avventura; io che vivevo nel timore che s’annoiassero o si stancassero troppo… Invece schizzano come molle, efficientissimi, non sbagliano un colpo, nemmeno Luisa che pure sta al ciclismo come io sto alla fisica nucleare; dispensano cibo, bevande e consigli, si destreggiano nel traffico ed in dubbie manovre di affiancamento. Proprio quel che ci vuole in questi casi, una squadra a cui non è necessario dire “ho bisogno di questo e di quell’altro”. Però cibo… Basta!!!

Heinz mi lascia poco prima di Bad Ragaz, piccolo e splendido paese che conosco già, come anche Sargans e Landquart; sono già stata da queste parti, è un po’ di conforto.
La prima salita è un po’ traumatica: forse i lunghi chilometri di pianura, a cui non ero minimamente abituata, hanno lasciato un po’ il segno su schiena, garretti e soprasella, forse è il sole che si è liberato dalle nubi e picchia senza pietà su questa rampa secca e dritta come un fuso, asfalto bollente del primo pomeriggio; fatto sta che mi sento improvvisamente fiacca, stanchissima, rallentata a dismisura, in una parola, piantata. I chilometri che mi separano da Davos sono a dire poco impegnativi: finalmente la salita c’è, ma non si tratta ovviamente di belle salite a tornanti su strade di alta montagna, bensì di lunghi tratti su stradone trafficato, per di più costellati di lavori in corso e tratti di passaggio a senso unico alternato con semafori che qui tocca proprio rispettare. Impressionante la quantità di cantieri aperti lungo le strade, da queste parti! Così, mi ritrovo a misurare la fatica su pendenze che mi sembrano esagerate ma non possono proprio esserlo, perché qui passano auto e camion senza pietà; sento le gambe pesanti, affaticate, sento il peso dello sconforto nonostante la presenza assidua dei miei amici, che a quanto pare in auto hanno rotto il ghiaccio da un po’ e si stanno facendo grasse risate. Attraverso ancora paesi, ordinati e lindi come sempre, mentre il paesaggio intorno a me ha ormai da tempo assunto i contorni di montagna aspra, colori di roccia scura e verde intenso delle pinete, passaggi tra pareti a picco; la mia marcia è scandita dai pasti che mi arrivano dal finestrino, fette di mozzarella, porzioni di torta di mele, tutte cose che, in altre circostanze, mi farebbero irresistibilmente gola, ma che adesso devo proprio trangugiare a fatica. Non vedo l’ora che arrivi Davos, spero prima che le mie forze si spengano, perché lì ci sarà la prima vera salita, quella che va al Passo Fluela. Mi riprenderò, lo so che mi riprenderò, perché le crisi vanno e vengono; qui è solo la testa che si sta ribellando, ma le gambe ne hanno ancora, oh se ne hanno. Scruto le nuvole, sembra che per ora il tempo voglia tenere.

A Davos è prevista una breve sosta dell’auto scopa per fare un po’ di spesa: ne approfitto per una pausa, ma solo due minuti ed una pastiglia di antiinfiammatorio per lenire i dolori lasciati dalla galoppata in pianura. Riparto tranquilla e rasserenata: anche questo è un luogo ben noto; la salita al Fluela non è lunghissima, saranno circa 15 km, e nemmeno particolarmente impegnativa. Nella prima parte è un ampio stradone che corre tra i boschi di conifere, poi si apre e diventa un susseguirsi di ampi tornanti verso la testa della valle, coronata da vette aguzze e ripide pietraie. Rapidissimi i miei assistenti che son già qui: hanno fatto la spesa stile cambio gomme ai box Ferrari, uno in coda mentre gli altri fanno incetta dei prodotti nella lista. Implacabili nella loro opera di ingozzo del tacchino: qui sì, rischiano che io abbia una reazione inconsulta…

A cinque o sei km dalla fine, l’incorreggibile Matteo scende: mi accompagnerà fino al colle… Di corsa. Ovvio, lui non ha alcun problema a corrermi accanto; anzi, correndo potrebbe raggiungere il colle molto più in fretta di me che sono in bici. Gli voglio un bene immenso, ma non è questo il luogo né il momento per dirlo, e poi non ce n’è bisogno, lui lo sa già. La sua presenza proprio qui accanto mi è di grande conforto, anche se per ora sto abbastanza bene e, in vista degli ultimi tornanti, mi sento tranquilla. Il sole brilla ma non scalda troppo; il colle è quasi a quota 2.400. Matteo mi incoraggia, mi fa i complimenti, dice che sto andando bene, e quasi quasi voglio credergli; mi raccomanda di non rifiutare troppe volte il cibo… Già, una parola! A questo punto i km sono circa 220 e finalmente il dislivello sul Polar ha preso a crescere. In vetta mi attende la squadra già perfettamente organizzata: cambio della maglietta, massaggio alle gambe, barattolone di yogurt, giacca per la discesa. Ho tre assistenti, ma è come se ne avessi quindici! Il massaggio poi è una vera goduria, tanto che di qui non mi alzerei più; invece devo: mi fiondo giù in discesa, destinazione Susch, e poi svolto a destra. Conosco ancora questo breve tratto di strada, almeno fino al bivio per l’Ofenpass; l’ho sempre temuto, perché è leggermente in salita, ma, con mia gran sorpresa, lo supero senza difficoltà. Al paese successivo, Zernez, c’è il controllo, ennesima firma, un istante e via. Devo raggiungere St Moritz, per poi attaccare la salita dello Julierpass. Sono circa trenta km in leggera salita… Ma nel frattempo il meteo è cambiato: un accenno di vento freddo e nuvoloni neri all’orizzonte, luce che diventa livida, mi sa che marca male. Tra non molto, si apriranno le cateratte del cielo. Infatti, a pochi km da St Moritz, il vento è già rabbioso; soffia di fronte e di fianco, tanto da rischiare, in molti tratti, di buttarmi per terra. Mi abbasso sul manubrio, trattengo il fiato per la paura; sento le gocce di pioggia sempre più fitte, ma per ora preferisco non indossare la giacca. Insisto così ancora un po’, mentre intorno a me sembra improvvisamente scesa la notte; mi passano dall’auto ancora qualcosa da mangiare. Quando poi gli scrosci d’acqua si fanno più intensi, mi rassegno a coprirmi, giacca da pioggia e berrettino con visiera rubato a Luca. Con mia immensa sorpresa, però, non mi lascio prendere dal panico. La strada è già abbondantemente bagnata, ci sono i rivoli d’acqua che scorrono impetuosi sui bordi; è probabile che buona parte del temporale si sia già scaricata, o si stia scaricando in questo momento. Tuoni e fulmini, meglio incontrarli qui, finché la quota è bassa e non ci sono problemi di freddo né di discesa pericolosa. Temo solo un po’ il traffico e le raffiche di vento: una volta tanto, accolgo con sollievo l’arrivo dell’abitato, che mi offre un po’ di riparo.

A St Moritz non mancano i lavori in corso che costringono a complicate deviazioni, fino a riprendere la strada verso Silvaplana ed il passo Julier. Non conosco questa salita, se non di fama; non credo possa essere particolarmente impegnativa, infatti non lo è, a parte qualche rampa più severa. L’ascesa è breve, una decina di km, anche meno; l’attacco sotto la pioggia, ma alle mie spalle si estende già un bellissimo arcobaleno. Trovo i miei custodi ad attendermi sotto la pioggia: io vorrei solo che si riposassero un po’, anche loro… La strada è ancora dannatamente lunga, io non ho bisogno di nulla in salita, fermatevi da qualche parte e riposate un po’! Macché, non c’è nulla da fare.
Oltre il passo filtra la luce del sole, l’ultimo sole della giornata, perché ormai è sera; il panorama è meraviglioso, se solo avessi la forza di apprezzarlo. Altra firma al controllo, cambio la maglia ed indosso la felpa, prime operazioni per la notte che incombe e che, devo ammettere, mi incute una paura dannata.

La settima tappa, sulla carta, è prevalentemente in discesa; in realtà, non lesina continui cambi di pendenza e strappi, perché spesso l’itinerario di gara impone di abbandonare la strada principale per attraversare i paesi. Non ho idea di che ora sia, ma ormai è buio; non saprei nemmeno dire da quanto. Quando cala la notte, così, mi sembra sempre che siano, chissà, le due o le tre, invece magari sono solo le undici. Quello che spero, con tutto il cuore, è che torni in fretta la luce del sole. Attraversiamo paesi deserti, solo qualche sparuto passante, qualche losco figuro ciondolante, forse ubriaco, ma è possibile che lui pensi lo stesso di me. Al controllo di Sils, ennesima firma. Mi sa che ha ragione Luisa: agli ultimi controlli, non ci saranno più firme ma solo croci, perché nessuno sarà più in grado di ricordare il proprio nome e cognome! Riparto in fretta e furia, dimenticandomi la ferrea norma per cui l’auto al seguito deve essere sempre incollata al ciclista: immediatamente mi fermano con gran strepito di fischietti ed urla, che faccio finta di non sentire. Non sono proprio dell’umore giusto per le sottigliezze.

Imbocchiamo da lì un cammino che sa di infinito e di infernale; una strada che prende a salire in mezzo al bosco, attraversa qualche borgata e poi più nulla, sale e ancora sale e non si capisce per dove. Mi guardo intorno, ma è tutto nero, nere le montagne e nero il cielo; nemmeno una stella, anzi, qualche goccia di pioggia. Il numero 111 è sempre nei miei paraggi e questo è l’unico motivo di conforto; quando abbiamo scambiato qualche parola, a sera, mi ha spiegato di essere partito troppo forte e, come se non bastasse, di essere vittima di un improvviso mal di denti che gli impedisce di mangiare come dovrebbe. Spero che non riprenda a piovere come a St Moritz… Adesso sì che sarebbe una tragedia, perché già così la notte è difficile. La strada sale a strappi, poi spiana e poi sale ancora; so che devo arrivare a Disentis, perché poi da lì la strada mi è nota, la conosco metro per metro per tutto il tratto delle montagne, non mi farà più paura. Ma qui, dove diavolo ci stanno mandando? La strada si restringe, è spesso squassata dagli onnipresenti lavori in corso, ha più buche di un campo da golf. Ormai ho passato i quattrocento km e posso anche permettermi un po’ di disperazione… Che però cerco di non lasciar trapelare agli occhi dei miei scudieri, senza dubbio provati quanto me. Non ce la faccio proprio più a mangiare, adesso; devo superare questo momento di sconforto; attendo con ansia di uscire da questo girone infernale, o almeno di capire dove sono… Guardo in alto a caccia di un avvallamento, una linea, qualcosa che somigli ad un colle, perché, se sto salendo da così tanto tempo, prima o poi dovrò pur scendere.

In effetti, da Ilanz in poi la strada prende una piega un po’ meno inquietante; ci lasciamo alle spalle la valle chiusa e boscosa – chissà, magari durante il giorno è bellissima, ridente, accogliente, ma stanotte proprio non ne dava l’impressione – e proseguiamo, dopo un paio di tentativi andati a vuoto lungo strade laterali, sulla direttrice principale verso Disentis. “Ci andiamo per la via normale, e buonanotte”. Il sonno la fa da padrone: ho la testa pesante, gli occhi aperti che non vedono, i pensieri che viaggiano per conto loro, senza un filo logico; mi sforzo di concentrarmi sulla bici, ma non c’è verso. Cerco conforto nel lettore Mp3 e nei miei angeli custodi, come se loro potessero fare qualcosa per me; possono incoraggiarmi, passarmi le lattine di simil Red Bull e vari, e infatti lo fanno con grande dedizione, ma non basta, purtroppo. Disentis, ma quando arriva Disentis? La vedo da lontano, una concentrazione di luci contro la montagna; non può che essere quella, devo arrivarci, almeno fino lì; poi il falsopiano finirà, perché inizia la salita all’Oberalppass.

Al controllo mi concedo qualche minuto di sonno, ma è un sonno leggero e rapidissimo, che non dà conforto. Paradossalmente, tutta la caffeina che ho bevuto finora mi ha lasciato un senso di agitazione addosso, senza però impedire al sonno di fare i suoi danni; non so se sia così per tutti, ma ho già notato che, su di me, caffé ed affini, le poche volte in cui riescono a sortire un minimo effetto, non lasciano che io mi addormenti del tutto, ma non aiutano a mantenere viva l’attenzione; la mente e gli occhi vagano comunque senza controllo. E la bici di conseguenza.

Riparto, beccandomi anche stavolta il cazziatone del motociclista dell’organizzazione perché per venti metri sono stata fuori dal fascio di luce dell’auto. Che stracciamaroni questi qua. Purtroppo, mi accorgo subito che nemmeno la salita è sufficiente a svegliarmi; anche qui sento gli occhi chiudersi, di tanto in tanto cedo alla tentazione di chiuderli davvero, solo pochi istanti. La prima parte dell’ascesa è su stradone ampio che attraversa i paesi, località sciistiche; accanto a me corre la ferrovia che sale all’Oberalp. Chiedo ai tre moschettieri un po’ di compagnia, ora sì che ne ho bisogno: chiacchieriamo, ci lasciamo andare a battutacce scurrili, sghignazziamo a gran voce, con sommo gaudio degli abitanti della valle; svisceriamo gusti ed inclinazioni sessuali quantomeno originali di ciascun elemento della combriccola… Così facendo, le scemenze combattono il sonno, ma tutti quanti abbiamo risorse limitate; sono stanchi anche i viaggiatori in auto: così, non appena torna il silenzio, ricompare puntuale per me anche il sonno. Intanto, a circa nove km dalla cima, comincia il tratto di salita bella, quella che ha davvero l’aspetto di montagna, strada stretta a tornanti in mezzo agli alpeggi. Provo a cambiare ritmo, a rilanciare, alzarmi e sedermi, ma sto davvero male, sento che potrei stramazzare addormentata da un attimo all’altro. Matteo ordina una sosta ad un paio di km dalla vetta, per dormire ancora qualche minuto e per coprire le gambe e vestirmi meglio; per ora sono ancora in pantaloncini corti e felpa. No, non mi va proprio di perdere altro tempo così: dormire pochi minuti non mi servirà a nulla, nella discesa avrò comunque sonno, tantovale andare avanti. La moto dell’organizzazione ci ronza intorno, aggiungendo per me nervoso al nervoso: vero che sono ultima, ma davanti a me ci sono due altri corridori abbastanza vicini. Insomma, non sono proprio dispersa nel nulla; sono ancora in tempo per il prossimo cancello; lasciatemi in pace!
La sosta poco sotto la cima mi tocca davvero; Matteo non sente ragioni ed io sono troppo intontita per reagire. Anche qui, pochi minuti in cui mi assopisco appena; rapido cambio dei pantaloni, indosso i ¾ felpati e via. La cima arriva di lì ad un chilometro e mezzo, la moto dell’organizzazione ancora lì in attesa; la discesa, per fortuna la conosco ed è breve, circa 11 km… Perché è comunque un calvario; veloce com’è, è pericolosissima: basta chiudere gli occhi un istante per combinare un macello. Qualche tornante e le luci di Andermatt sono già vicine; scuoto la testa per mantenere l’attenzione: dietro, i miei fedelissimi danno gran colpi di clacson. Capperi, a notte fonda sveglieremo mezza città… Meglio che mi dia una mossa ed arrivi giù!

In paese conosco bene la strada, dopo aver collezionato tre edizioni dello splendido Alpenbrevet, manifestazione ciclistica che fino a qualche anno fa partiva proprio da qui. Al punto di controllo, davanti alla stazione della cabinovia – anche qui è il regno degli sciatori – mi chiedono se è tutto OK; sì, certo, tutto ok… A parte il sonno. Infatti, poco più in là verso la salita al Passo San Gottardo che si attacca subito, oltrepassato il furgone nero del n. 111 probabilmente intento a ronfare, mi fermo ancora una volta per altri pochi minuti di nanna. Ho una gran rabbia in corpo, ma non posso farci nulla, se non schizzare ancora una volta in sella e dannarmi in salita. L’affronto con un’andatura di certo superiore alla solita, proprio perché ormai mi sono resa conto di non essere da sola, non proprio ultima e dimenticata, ed anche perché un po’ più di brio mi permette di tenere lontano il sonno.

Il nero della notte non è più così compatto; filtra il primo chiarore dell’alba, solo una sfumatura che poi si fa via via più ampia. La luce, non posso crederci, finalmente la luce. Ma, appena riesco ad intravedere qualcosa di più, vedo subito che il passo è avvolto nelle nuvole: non si vedrà altro che nebbia lassù. Mi alzo sui pedali, mi risiedo, mi rialzo; anche il soprasella comincia a dare segni di inquietudine. La valle pian piano è inghiottita dalle nubi; perdo la vista del n. 111, che mi ha risuperata ad inizio salita, e poi anche la vista del colle e quasi del bordo della strada. Nuvole basse, umido, grigiore, null’altro. Solo l’arrivo della galleria mi fa capire che ormai manca poco: peccato, quassù è uno spettacolo da favola e invece oggi i miei fedelissimi non vedranno altro che fitta nebbia. Soffro, il male ai piedi mi tormenta ormai da troppe ore, già da ieri; il grigio fumo uniforme poi non aiuta certo l’umore. Capisco d’essere in vetta solo quando la strada spiana; giacca e via, via di qui, giù in discesa verso Airolo.
La prima parte è facile, veloce, su strada molto ampia; devo però prestare attenzione, perché ad un certo punto si raggiungerà il bivio tra la strada consentita alle bici e quella riservata ai mezzi a motore, e lì è facilissimo sbagliare. Ora che il sonno è sotto controllo, mi resta lo strascico di qualche sbadiglio, ed i primi morsi della fame. Finalmente… Ora posso anche tornare ad assecondare quegli allevatori di oche da foie gras che sono i tre matti al mio seguito! Il bivio incriminato è presidiato da due omini dell’organizzazione, che ci mandano tutti sulla retta via. Peccato che, da qui in giù, la strada offra cinque o sei lunghi tratti di pavè: passo sul primo e quasi arrivo ad urlare dal dolore, male ai piedi, alla schiena, alle braccia, a tutto. Ne esco senza fiato e mi preparo subito ad affrontare, con identico strazio, i pavé successivi, stringendo i denti… Airolo, ma quando arriva?

Airolo arriva e, con essa, l’attacco dell’ultima salita. Ormai è evidente che sono fuori tempo massimo; sono le sette del mattino ed il cancello orario in vetta, originariamente fissato per le ore 12, è stato prima anticipato alle 8 e poi ri-spostato, in corso di gara, alle 9. Comunque troppo poco per me, due ore per oltre venti km di salita, e mica una salita qualsiasi: il Passo della Novena. Luca mi incoraggia, “Ne possiamo parlare”; Matteo fa il tifo; io dal canto mio so bene di non avere alcuna speranza, ma forse proprio per questo decido di tentare il tutto per tutto. Mangio un po’ di pane e formaggio, ingurgito tutto quel che mi danno e parto con tutta la furia di cui sono capace: scoppierò, certo, ma ci devo almeno provare. Sole e cielo azzurro, finalmente, la valle in tutta la sua bellezza, mi mettono voglia di andar su, le ali ai pedali, anche se a questo punto ho già 470 km alle spalle e ben più di 6000 m di dislivello in salita. Faccio il possibile per non lasciare allontanare troppo il n. 111, che è sempre lì con il suo furgone nero, sorridente e contento; solo sulle rampe più ripide devo cedere un po’ il passo, ma non più di tanto. Intorno riprendono traffico e vita; più convinto che mai il tifo dei miei amici, mentre io misuro le forze ma salto sui pedali col naso all’insù. So bene dov’è che va a scollinare questa strada; è ancora lunga, ma gli ultimi dieci km sono di una bellezza che ripaga di qualsiasi fatica. E poi ormai, con la notte alle spalle, è come se mi fossi tolta un pesante fardello dal cuore. Chissà perché tutta quell’angoscia; chissà come mai, nonostante le innumerevoli notti che ho già trascorso in giro per i monti, proprio non riesco ad abituarmi a non vedere altro che il fascio di luce della mia frontale, o dell’auto, in casi fortunati come questo.

Ho ancora indosso la felpa ed i pantaloni ¾, ma per ora nulla è di troppo: soffia un leggero vento contrario che, a quest’ora del mattino, mette ancora i brividi. Scorre la strada di cemento, passano alcuni turisti con bici e borse; ancora una volta Matteo scende e mi corre un po’ accanto, con la bottiglia della Coca Cola fresca. Non chiedo che ora è; so bene che per le nove in vetta non arriverò mai. Sono quasi in cima, ma le nove saranno già passate… Infatti, una delle staffette dell’organizzazione si affianca alla Opel per spiegare che, malgrado il ritardo, il mio tempo (ed anche quello del n. 111) sarà comunque omologato, almeno quassù, alla Novena, controllo n. 10. Ci arrivo alle 9.20. Fisicamente sto bene, non mi sento ancora stanca, soprattutto adesso che il sonno è un ricordo. Però mi dicono che, per poter continuare la corsa ed essere considerata ancora in gara, dovrei arrivare a Visp, prossimo controllo, entro le 11. Sì, come no: Visp è a 60 km di qui; è vero che sono 60 km in prevalente discesa, ma si tratterebbe pur sempre di una media dei 40 all’ora, adesso che ho quasi 500 km nelle gambe e su parte di strada molto trafficata. OK, pazienza, ho capito l’antifona… Ormai sono fuori, non c’è niente da fare; è finita anche prima di quanto pensassi. Ma almeno a Visp voglio ancora arrivare. Giù lungo la meravigliosa discesa della Novena, verso Ulrichen: una valle davvero impressionante, tornantoni che schizzano giù in rapida sequenza e poi un tratto drittissimo, quello che, in salita, con il vento contrario, fa sputare lacrime e sangue; nuvolette sospese lungo i pendii, qualche traliccio di troppo ma tant’è.

Ad Ulrichen la temperatura è ben diversa dal colle; il caldo impone di togliere la felpa e rimettere le maniche corte. Ancora una pastiglia di antiinfiammatorio per tacitare i doloretti e via per l’ultima galoppata. In realtà è uno strazio: la strada che da Ulrichen va verso Brig e poi Visp è un macello di traffico, un caos, per lo più turisti, ma anche traffico pesante. Nessuna pietà per il nostro adesivo “Bicycle race”, tutti a suonare ed inveire e fare sorpassi azzardati; sono quasi più in ansia per la scorta che per la mia stessa incolumità. Ormai, sapere che sono per forza fuori gara ha smorzato in me l’entusiasmo; devo arrivare a Visp, ma non ho più addosso quella frenesia, quella voglia di pedalare e di osare che avevo mentre salivo alla Novena. E perdere l’entusiasmo significa lasciare la strada aperta a tutto il resto, tutti i dolori che finora sono stati un po’ in sordina: i piedi che mi fanno impazzire, il soprasella piagato nonostante le abbondanti applicazioni di “creme de cul”, la schiena che chiede misericordia. Divento insofferente a tutto, anche al caldo che di solito amo, alle auto, alla strada che sale e scende e poi s’appiattisce, ai chilometri che mancano a Visp, alle decine di rotonde, svincoli, semafori, sempre più fitti man mano che ci avviciniamo alla meta. Le gambe sono indurite, poco reattive: tutto così, all’improvviso, tutto allo sfascio, quando la testa decide che ormai non ce n’è più.

Visp poi è un caos assoluto, un’unica coda di auto, camper, pullman dall’inizio alla fine del paese; mi tocca spesso fermarmi per non perdere contatto con i miei custodi, poi girare ed ancora girare alla ricerca del negozio di bici ove dovrebbe essere piazzato il punto di controllo. Ci arrivo quand’è quasi mezzogiorno ed ormai, come mi avevano preannunciato alla Novena, non c’è più nessuno.

Certo, se i cancelli orari fossero rimasti quelli promessi nella prima versione del regolamento, a questo punto avrei un paio d’ore di margine rispetto alle tappe successive; come dice Matteo, potrei fare mezz’oretta di sosta, cambiarmi, mangiare da essere umano anziché da pitone come ho fatto sinora, magari godermi un po’ di massaggio, e poi ripartire, non dico fino alla fine, ma per altri 200 km almeno, sì, senza dubbio. Il corpaccione me lo permetterebbe, ma il cronometro no, ennesima dimostrazione che non ho il fisico per questo genere di competizioni. Ma non importa, sono molto soddisfatta di quel che son riuscita a combinare fin qui; sono contenta per le risate che ho sentito scrosciare nella Opel a qualsiasi ora del giorno e della notte, per i sorrisi dei miei tre amici che hanno ancora voglia di sghignazzare e punzecchiarsi l’un l’altro, perché in fondo è andato tutto bene, sono qui integra viva e vegeta…

Peccato solo che da qui, adesso, tocchi tornare a Schaffhausen, a recuperare l’altra auto e riconsegnare il GPS. Già, il GPS: alla fine della mia gara l’ho spento, mandando un messaggio al numero di telefono indicato dall’organizzazione per le comunicazioni; ciononostante, sui cellulari dei miei amici fioccano ordini minatori: “Please restart GPS”! E che cavolo vuoi che io restarti, balengo che non sei altro, se ho finito la corsa?
Il viaggio è lungo e travagliato, ma Luca e Matteo sono davvero inesauribili; si alternano alla guida, sempre tra immancabili frizzi e lazzi, con Matteo a fare da navigatore umano che ci porta inesorabilmente ad incasinarci nel traffico dannato di Zurigo. Infatti, prendendo spunto dal nome del fuoristrada in coda accanto a noi, gli affibbiamo il soprannome di “Pathfinder”. Azzeccatissimo!

La nostra avventura si conclude in un bell’alberghetto lungo il Reno, dopo vari e vani tentativi di trovare una sistemazione a Schaffhausen. Tutto occupato. Rimediamo però una bella stanza con l’angolo cottura, così ci scappa anche una pasta, per opera di Matteo che è lo chef ufficiale; abbiamo tutti, pedalanti e no, una fame che mangeremmo le gambe del tavolo… Domani si tornerà a casa, non prima che Matteo e Luca abbiano sgambettato un po’ sulla salita della Novena, mentre Luisa ed io ci stravaccheremo in qualche prato a prendere il sole.

Detto ciò… Un GRAZIE immenso a Luisa, Luca e Matteo che si sono prestati per quest’avventura e che si sono dati da fare senza risparmio, prima durante e dopo la gara. Siete stati una squadra eccezionale; il vostro sostegno è stato preziosissimo, fondamentale per portarmi fin dove sono arrivata. Spero che vi siate divertiti davvero, che sia stata sul serio una bella esperienza anche per voi… Tranquilli, non concluderò con un “arrivederci alla prossima”: questa volta, per un po’, ne ho abbastanza anche io!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!