21-22 agosto 2020 – Giro dei sei colli

Se l’intenzione è quella di affrontare un giro in bici da oltre 300 km ed 8.000 metri di dislivello, pedalando due giorni ed anche la notte in mezzo, sarebbe buona norma dormire un certo numero di ore almeno la notte precedente la partenza. Tuttavia, poter dormire quel certo numero di ore è un’utopia, se nella stessa stanza con te dorme il Pillo, un grosso, grasso ed adorabile Labrador che russa. Già. Russa producendo più frastuono di un’intera squadra di boscaioli al lavoro. Così, Matteo ed io, andati a dormire già troppo tardi per finire i preparativi, ci svegliamo alle tre e mezza dopo un sonno a pezzi e bocconi, interrotto di continuo per pregare il Pillo di abbassare il volume del suo russare. Invano.

Meno male che le bici sono già in auto dalla sera prima. Caricandole nel cuore della notte, avremmo di certo dimenticato a casa una o più ruote. Partiamo quasi puntuali alle quattro e mezza: il povero Matteo, che non convive ogni giorno con una ventina di cani e non è abituato alle loro intemperanze come me, si accascia sul sedile passeggero e, per tutto il viaggio, brontola di tanto in tanto qualche frase sconnessa, smozzicata per il sonno.

L’appuntamento è ad Aisone, in Valle Stura, per le sei e mezza. Persino tardi, secondo i miei standard, ma ho pensato che comunque la notte successiva si sarebbe pedalata tutta… Inutile partire troppo presto per farsi bastare le ore di luce. E poi, Aisone è luogo strategico per via del suo comodissimo ed anche pulitissimo bagnetto pubblico. Arriviamo addirittura con un po’ di anticipo: poco più di un’ora e mezza di auto. Il povero Matteo recupera ancora qualche minuto di sonno, mentre io approfitto del succitato bagno, poi si dedica a ricomporre le bici. Organizziamo anche il bagaglio: borsello da manubrio e borsello sottosella per lui, lo stesso per me con infausta aggiunta dello zaino. Mannaggia a me: non ho il dono della sintesi, nemmeno con gli oggetti. Ho sempre bisogno di spazio: avessi almeno scelto lo zainetto piccolo… Invece no, son qui con il Millet da escursionismo che ha, sì, un sacco di tasche anche molto comode, ma copre tutta la schiena e pesa già da vuoto. Mi pentirò amaramente della scelta, pur soffrendo quasi in silenzio.

Cibo nel borsello anteriore, abbigliamento pesante e luci per la notte in quello posteriore. Nello zaino, altro cibo, i documenti, le batterie per ricaricare GPS e telefono, il telefono… E poco altro. Alla fin fine, lo zaino rimane quasi vuoto.

Alla partenza ci raggiunge Andrea ABS, in vacanza a Pontebernardo per fuggire dalla pazza folla e deciso a fare con noi la prima salita. E’ appena chiaro quando ci avviamo per il breve tratto di statale tra Aisone, Vinadio ed il bivio per il Colle della Lombarda. Matteo mi rimprovera subito per il ritmo troppo sostenuto, ma io pedalo per paura dei camion, che su questa strada abbondano sia in salita che in discesa. Ci va di lusso: nei cinque o sei km di statale, sono solo tre i tir che ci sorpassano. Dal bivio della Lombarda in poi, si può star tranquilli. Ci attendono 21 km e circa 1.400 m di salita.

Prime pedalate del giro in salita: per ora fa fresco, si sta bene, nulla lascia presagire le sofferenze che arriveranno nel pomeriggio ed in serata. Andrea si invola subito; Matteo, che in altre occasioni non si sarebbe fatto sfuggire la lepre, rimane cauto al mio fianco. Teme anche lui l’enormità del giro, anche se in fondo non ne ha motivo. Ce la farà senza dubbio, lui. Non ho la stessa certezza per me stessa. Infatti pedalo fin da subito al massimo risparmio. La velocità indicata dal GPS oscilla tra 5 e 6 km/h, finché per dispetto non elimino il campo dalla schermata. Mi interessano la distanza percorsa, la quota, il dislivello accumulato; al limite, per curiosità, l’ora del giorno e la temperatura. Del resto nulla m’importa e non voglio averne notizia.

Superiamo qua e là qualche gruppo di viandanti a piedi, che salgono al Santuario di Sant’Anna di Vinadio. Il sole arriverà tardi qui in fondo, nella parte più bassa del vallone.

Oltre la prima serie di tornanti, vedo un losco figuro ciclista in canotta che scende verso di me. Aguzzo la vista: è lui o non è lui? E’ lui, con una gomma a terra. Sconsolato per la seconda foratura, dopo la prima di ieri. Saluto e proseguo, mentre Matteo si ferma per dare una mano. Mi raggiungerà senza alcun problema.

Superati i primi due “scalini” di tornanti, nel breve tratto centrale di strada in falsopiano, scorgo in alto, sulla destra, il Santuario illuminato. Perché il sole arrivi anche su di me, ci vorrà un po’: qui la strada passa sull’altro versante della valle e rimane ancora per qualche km in ombra. Passa qualche auto, ma non si può dire per ora che ci sia gran traffico. Nel secondo tratto di salita, oltre il bivio per il Santuario, incrocio parecchie auto in discesa dalla Francia. Ed anche qualche camper. Matteo mi raggiunge a cinque o sei km dalla cima, solo: pare che Andrea, nonostante la ruota ormai a posto, non abbia voluto rischiare una terza foratura in due giorni ed abbia preferito tornare all’albergo.

Lungo la strada, negli ultimi km della salita non più boscosi, sono parcheggiati parecchi camper di tutti i tipi; anche sul colle si vedono, già da lontano, un bel po’ di veicoli.

Breve sosta in vetta per indossare gilet, manicotti e guanti e via in discesa, a freni disperatamente tirati come sempre. Con il mio consumo di pastiglie dei freni a disco, potrei diventare azionista di maggioranza di qualche azienda produttrice. Anche in discesa, Matteo resta nei paraggi, nonostante io lo preghi di avere pietà dei suoi dischi: niente da fare. Così, l’ululato sincrono dei freni di entrambe le bici prosegue per tutti i ventuno, ventidue km fino ad Isola. E dire che la Lombarda, dal versante francese, è uno stradone enorme, tutto sommato con un ottimo asfalto, una discesa facile. Ma io ho paura. Soprattutto nel tratto alto, che è molto aperto sulla vallata. Più in basso, il vallone si stringe, limita la vista ed il senso di vuoto e mi preoccupa un po’ meno, anche se non fa di me una discesista. Per fortuna, automobilisti e motociclisti francesi hanno tanta pazienza. E’ raro che mi rimproverino a suon di clacson quando non riesco a mantenermi proprio sulla destra della strada (cosa che, in effetti, accade abbastanza spesso).

Ad Isola, tappa a bagnetto e fontana. Ho una mappa mentale dettagliatissima di tutti i bagnetti pubblici nell’arco di centinaia di km da casa. Questo bagnetto in particolare è privo di lavandino: ci si va, ma non ci si può lavar le mani. Pazienza: è vero che i Francesi in fatto di bisogni corporali sono un po’ zozzoni, tuttavia, rispetto a noi, piazzano wc pubblici ovunque. Di solito, almeno in località di montagna, anche puliti. Ergo, preferisco mille volte il loro concetto di igiene un po’ naif, piuttosto che la tendenza nostrana a far finta che il corpo umano non debba espellere scorie e che, di conseguenza, trovare un bagno pubblico sia più difficile che scindere l’atomo con forchetta e coltello.

Alla fontana, arricchisco l’acqua della borraccia con un po’ dello sciroppo per ghiaccioli che Matteo ha avuto la geniale idea di comprare il giorno prima. Già, che spasso, la spesa alimentare per questi giri: si scrutano gli scaffali di ogni reparto alla ricerca dei cibi che contengono più calorie e più grassi in assoluto. Formaggi grassissimi, biscotti con percentuale vergognosa di burro, frutta disidratata e zuccherata, bevande ipercaloriche… Torna tutto utile, se la stima che Matteo ha fatto del consumo energetico, approssimativamente una caloria ogni metro di dislivello, è corretta. Ne abbiamo più di ottomila da salire.

Lasciamo Isola alla volta di St Etienne de Tinee. Quindici km odiosi, prevalentemente in leggera salita, dove la temperatura ci dà un assaggio del forno che abiteremo per il resto della giornata. In cielo non c’è una nuvola e questo è bene, per carità: probabilmente non ci sarà rischio di temporali pomeridiani. Ma il caldo sarà spietato.

Sulla pista ciclabile, superiamo un ciclista con carretto per i bagagli, bello ma dall’aria pesantissima. Sono irresistibilmente attratta da qualsiasi forma di trasporto bagagli in bici: il carrellino per ora è ciò che mi ispira di più. Anche se non sono una viaggiatrice, nel senso che difficilmente mi allontano da casa per una notte, ed in ogni caso non sarei una viaggiatrice in bici: preferisco che a portare i bagagli sia l’auto, da piazzare poi strategicamente in qualche luogo adatto per far partire e concludere un bel giro.

La rampa crudele appena prima del paese è un assaggio di quel che ci attenderà sulla Bonette: salitone mai particolarmente ripido, ma infinito. Da St Etienne sono 25 km e 1.800 m di dislivello, di cui conosco ogni metro. Non ho idea di quante volte abbia ripetuto questa e tutte le altre salite. C’è traffico, ma meno che nei giorni feriali. I primi km, una dozzina, fino a Bousieyas, sono sempre un po’ penosi: pochi tornanti, molti tratti lunghi a pendenza costante ed insidiosa. Al minuscolo abitato, ci concediamo due lattine di Coca Cola ed una sosta alla fontana, per poi ripartire per gli ultimi tredici km,tutti in piena esposizione al sole. Poco più avanti del paese,scendo ancora di sella un attimo per buttare i piedi, con scarpe e tutto, nel rigagnolo a bordo strada. Nel frattempo, mi supera una colonna di grosse moto da turismo, alcune bordeaux, altre nere,ciascuna con un carrellino portabagagli ancorato dietro, dello stesso colore della moto. Una sciccheria.

La cima si vede già, ma la strada da percorrere è ancora tanta. Non sono poi così in forma, anzi: fatico ed ho il fiatone, un po’ troppo per le mie abitudini. Ma più piano di così non posso andare. Matteo stoicamente resta sempre al mio passo, anche se a quest’ora potrebbe essere come minimo in cima al Vars, il colle successivo. Pian piano, in cima ci arriverò… E poi a Jausiers si farà una pausa mangereccia. Spero di riprendermi.

Non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello, una volta giunti al colle, di aggiungere ancora il giro della cima della Bonette. Indossiamo il gilet, anche se è quasi inutile, dato il caldo, e via in discesa. Altro calvario, sia per me che per il mio compagno di viaggio. Il paesaggio è da levare il fiato, ma non posso godermelo, tesa come sono. Ogni tanto, il povero Matteo ci prova, a convincermi a mollare i freni, ma non c’è niente da fare. Io ho paura e so di non essere in grado di controllare la bici oltre ad una certa velocità. Pazienza per le pastiglie dei freni.

La discesa è un forno ventilato. A Jausiers, circa 1.200 m di quota, l’asfalto riverbera un calore soffocante. Ed io che ho sempre amato il caldo… Ora lo patisco senza misericordia.

Ci fermiamo a mangiare un po’ delle nostre scorte su un tavolino da picnic, nei paraggi dei bagni pubblici, mia luce e mio conforto. Formaggio, maionese sul pane dolce, biscotti, accoppiamenti di sapori che farebbero accapponare la pelle, in giornate normali. Oggi, l’importante è ingerire qualsiasi cosa. Riparto con un po’ di vantaggio su Matteo, che finisce di sistemare il suo bagaglio. Il programma prevede di arrivare a Guillestre e fare spesa per la notte e per il giorno dopo. Ma mi sa che sia un programma un po’ troppo ottimistico… Non penso di riuscire ad arrivare in tempo prima della chiusura dei negozi.

Affronto con calma il tratto di lievi saliscendi da Jausiers a La Condamine e poi al bivio per il Colle di Vars. Dal bivio al colle sono 16 km e circa 900 m di dislivello, anche se la salita vera e propria inizia dopo St Paul sur Ubaye. La strada sale in maniera irregolare fino a St Paul, con tratti dritti che mi fanno penare un po’. Cerco di non pensare che sto facendo troppa fatica, per la pendenza che ho sotto le ruote. Va un po’ meglio dopo St Paul, quando la strada sale sì più severa, ma permette di prendere un passo abbastanza regolare. Tuttavia, sono ancora molto lenta ed abbattuta dal caldo. Tant’è che, appena prima del cippo che indica gli ultimi cinque, duri km per il colle, suggerisco a Matteo di prendere il suo passo, andare in cima e fiondarsi a Guillestre, alla fine della discesa, per trovare un supermercato. Gli cedo il mio zaino, quasi vuoto, per metterci le provviste; ci diamo appuntamento alla rotonda a fine discesa e ci separiamo. Lui sparisce in quattro e quattr’otto, mentre io mi dispongo mentalmente ad arrancare quanto possibile. Le speranze di riuscire a portare a termine il giro sono attaccate alla consapevolezza che, spesso, queste crisi di “cotta” si risolvono con i km: la mia speranza è che tutta questa gran fatica sia dovuta al caldo. Ormai sono le sei, eppure la temperatura non accenna a scendere. Tuttavia, il sole pian piano cala e qualche tratto delle rampe del Vars è in ombra: quel poco che basta a rinvigorirmi un po’ negli ultimi due km. O forse me ne voglio solo convincere.

In cima scatto una foto da inviare a Madre. Ha da poco scoperto Whatsapp… E quassù c’è campo e connessione dati. Poi mi dispongo ad affrontare la discesa: davvero facile, questa, tant’è che persino io riesco ad affrontarla in maniera decente. Pur con cautela, perché a Vars c’è un gran viavai di gente. Mai visto tanto turismo in montagna come quest’estate. Intercetto una fontana a metà discesa, per fare il pieno alla borraccia e rinfrescarmi. Sono circa le 19 quando arrivo alla rotonda convenuta per l’appuntamento: in quello stesso istante arriva Matteo, carico di roba, dopo aver acquistato mezzo supermercato. Per la serie “tanto non è che ci sia tutta questa salita da fare”, ci sono yogurt da bere, brioche, formaggi, due bottiglie di Coca Cola da un litro e varie altre derrate alimentari che fatichiamo a stipare nei borselli e nello zaino. L’idea è di percorrere ancora i circa 20 km, parte in leggera discesa e parte in altrettanto leggera salita, lungo la bellissima Valle del Guil, per arrivare a Chateau – Ville Vieille, alla base della salita del Colle dell’Agnello, sfruttando l’ultima parte della giornata prima che cali la notte. E così facciamo, infatti, arrivando al paese ai piedi dell’Agnello quando è ormai quasi buio. E fa ancora un caldo irreale.

Colonizziamo una pensilina del bus, stendendo sulla panca la nostra cena. Sarebbe anche un posticino comodissimo per mettersi a dormire… Ma è troppo presto: se si crolla a nanna già adesso, si rischia di perdere l’intera notte a dormire. Quindi, ci prepariamo per il buio. A malincuore, perché l’inizio della notte, almeno per me, è sempre una sofferenza, una forzatura, per quanto io mi stia ultimamente costringendo a pedalare spesso dalla sera al mattino. E’ proprio innaturale, soprattutto per me che, con l’andare delle stagioni,d’inverno sarei capace di dormire quattordici ore al giorno.

Ricomposto il bagaglio, accese le luci, riparto appena prima di Matteo. La salita qui prevede 22 km e circa 1.700 m di dislivello. Mi lascio alle spalle il paese, per affrontare il muro nero della prima parte di salita, facile e regolare, fino a Molines en Queyras. Matteo mi raggiunge, si chiacchiera; l’attenzione è ancora desta perché c’è un po’ di traffico. Ma mi assale un subdolo, forte mal di testa che mi rende arduo tenere gli occhi aperti. Cerco di scacciarlo mentre superiamo il paese e saliamo verso il secondo abitato, Pierre Grosse. E ancora verso il terzo, Fontgillarde: ma qui la mia testa è ormai un macigno. Non credo di poter proseguire molto oltre. Non posso più far finta di niente. Cerchiamo un posto un po’ riparato dal vento: siamo quasi a quota 2000, non proprio il luogo più adatto per dormire all’addiaccio… Troviamo una panchina in una sorta di rientranza tra due abitazioni, con una bella fontana dal getto grosso proprio di fronte. Ci sediamo dopo aver indossato la giacca antivento, in modo da restare appiccicati con la maggiore superficie corporea possibile: raffreddarsi in quella condizione è cosa rapidissima e per nulla piacevole. Io ho la maglia bagnata sulla schiena, per via dello zaino, e maledico il fatto di non aver portato con me il botticino di borotalco, utilissimo in questi casi ad asciugare la pelle e levare la sensazione di umido. Ma non voglio indossare la maglia che ho portato per la discesa: altrimenti, poi, scendere dai 2.700 di quota del colle, di notte, sarà un calvario.

Ci assopiamo seduti, ma di lì a poco a me tocca una forte sensazione di nausea. Credo sia colpa del caldo della giornata e del fatto che probabilmente non ho bevuto tanto quanto avrei dovuto… Fatto sta che mi devo proprio sdraiare. Il povero Matteo, riconvertito ad infermiere, mi offre per la testa l’appoggio delle gambe e stende il provvidenziale telo termico. Dormiamo, ad intermittenza e scossi dai brividi per il vento che penetra tra le case, per quasi due ore, anche se a me sembra un minuto. Risvegliarsi e prepararsi a ripartire è lo sforzo più difficile, quasi sovrumano. Non ho più mal di testa né nausea, per fortuna, ma mi sento completamente rimbecillita. Più del solito. Devo togliere i pantaloni antivento, ricomporre il bagaglio, risalire in sella col posteriore dolente dopo la pausa. Anche Matteo soffre parecchio e trema di freddo. L’idea sarebbe stata di fermarsi molto dopo, all’attacco della salita del Colle di Sampeyre… Ma io non ci sarei mai arrivata.

Anche per il Colle dell’Agnello dal lato francese, come per il Vars, la parte più impegnativa della salita si trova negli ultimi 5 km. Matteo, tra i tremori del freddo, si ingegna a chiacchierare per tenermi sveglia, ma ora mi sento abbastanza bene, tant’è che salgo senza particolare fatica. Altra sua ottima idea è quella di fermarsi e cambiarsi per la discesa qualche centinaio di metri prima di scollinare. Così, ci si spoglia e ci si raffredda, ci si riveste con la maglia pesante e ci si riscalda di nuovo un pochino, senza tuttavia sudare ed infradiciare la stoffa, prima di buttarsi giù verso Chianale. Seduti a bordo strada, masticando l’ennesimo pezzo di pane con la maionese, oscuriamo per un momento le pile frontali per guardare la distesa di stelle. Il silenzio è perfetto. Poco sotto di noi, abbiamo visto parecchi camper parcheggiati, ma a quest’ora gli occupanti ronfano.

In cima al colle accendiamo la luminaria da discesa. Questa volta, pur affrontando la discesa con il mio solito timore, ho meno paura, perché il buio fa sì che io non possa vedere il vuoto oltre la strada. So benissimo che c’è, conosco bene questo tratto, ma non lo vedo e tengo a bada il terrore. Tant’è che mi sembra persino di arrivare a Chianale abbastanza in fretta. Da lì in poi, la strada diventa ampia e meno pendente, anche se spesso con asfalto in pessime condizioni. Superiamo Pontechianale e stavolta è Matteo a patire il sonno più di me. Ma anch’io tribolo a restare sveglia, passata l’adrenalina dei primi dieci km. Decidiamo senza dircelo di fare ancora una tappa a Casteldelfino: precisamente, nell’area di ingresso dell’ufficio turistico, che ha una piccola rientranza ed un muretto basso che può fungere da sedia alla perfezione. Questa volta con meno affanno, estraiamo e stendiamo il telo termico. Matteo si sistema con la schiena appoggiata al muro, io con la schiena contro il suo torace ed il telo termico addosso. Dormire in condizioni precarie è quasi una scienza! Anche qui, la nausea dopo poco mi riassale e mi costringe a cambiar posizione, per appoggiare meglio la testa. Quando ci svegliamo, è ormai l’alba ed un paio di persone sono già passate a piedi nella viuzza centrale, probabilmente stupite dall’insolito spettacolo.

Ci ricomponiamo e ripartiamo per l’ultimo tratto di discesa. Torrette e poi Sampeyre, dove un cappuccino caldo ed una brioche ci rimettono all’onor del mondo. Adesso sì, siamo oltre la metà del giro, sia per la distanza che per il dislivello. Dovrebbero mancare poco più di 90 km e 2.800 m di dislivello, il che significa che ne abbiamo circa 220 e 6.000 rispettivamente alle spalle.

Circa un km dopo l’inizio della salita del Colle di Sampeyre, 17 km per 1.300 m di dislivello, siamo di nuovo fermi, questa volta per levare l’abbigliamento pesante. L’escursione termica, sia dell’ambiente che dei nostri corpi rinfrancati dalla colazione, è stata repentina. La salita nel bosco è inoltre molto umida. Poi riprendiamo, lentamente, regolarmente, godendoci il fresco finché c’è. Io temo l’ultima salita, la successiva, quella a cui arriveremo in tarda mattinata, con il caldo… Ma mi rimprovero mentalmente. Le salite vanno affrontate una per volta, ciascuna come se fosse l’unica.

Lungo la salita del Sampeyre, non ci sono molti punti in cui si può fare rifornimento d’acqua. Io ne conosco uno, ma ne scopro con viva sorpresa un altro: un tubo di plastica sorretto da un’asta in metallo, con un getto irregolare ma sufficiente sia a riempire la borraccia che ad inumidire il panino che ho in mano. Il pane asciutto, dopo tanti km, fa fatica ad andar giù: preferisco inzupparlo d’acqua. Pazienza per il gusto di pan bagnato e formaggio, non è il caso di essere così sopraffini adesso.

L’asfalto è un po’ meno malconcio rispetto agli anni scorsi: alcuni tratti sono stati risistemati, anche se in altri tratti restano i crateri, le crepe, i punti pericolosi. Meglio di niente. La pendenza è molto regolare e la strada corre quasi tutta all’ombra, tranne il tratto di qualche km finale, da cui si gode lo spettacolo meraviglioso del Monviso con il classico sbuffo di nuvole in cima. Matteo si avvantaggia nell’ultimo tratto, per arrivare a dormire un po’ in cima, raccomandandomi di svegliarlo al mio arrivo; io procedo mangiucchiando miele dalla borraccetta e bevendo il più possibile. In cima, trovo appunto il compare steso sull’erba. Decidiamo di scendere un po’ per una pausa alimentare e così facciamo, affrontando la discesa davvero rognosissima, per la strada molto stretta, l’asfalto in condizioni deplorevoli ed il traffico di auto in salita. Questa non sarebbe proprio una strada da turismo, tutt’altro… Il semplice incrocio di veicoli può diventare penoso.

Arriviamo con molta fatica a Stroppo. Matteo è in crisi di sonno. Ci sdraiamo sotto un’ala, dove sono accatastate alcune panche tipo quelle che si usano nelle tavolate delle fiere. Mangiamo un po’ di quel che resta. Matteo è angosciatissimo all’idea che il cibo possa non bastare per la prossima salita: vorrebbe fermarsi a fare un’altra spesa, ma lo riduco al silenzio. Ho solo voglia di affrontare e superare anche il Fauniera, perché sono abbastanza distrutta. Non vorrei prolungare ancora l’agonia.

Mentre confabuliamo e ci riposiamo un momento, una comitiva di sei anziani viandanti cincischia sulla piazza. Uno si lamenta dei dolori alle gambe, l’altra sostiene di avere il fiatone per colpa della quota. Siamo a poco più di 1.000 m… Guardandola così, di sfuggita, direi che il fiatone, più che alla quota, è dovuto a quei venti-venticinque chili di panza. Saranno senz’altro chili di ossa grosse o ritenzione idrica, visto che la madama, insieme ai compari, è tutta presa dalla discussione per la scelta della località in cui andare a mangiar pranzo. Alla fine decidono per Prazzo, che è poi alla stessa quota di Stroppo, più o meno… Ma evidentemente al ristorante non si patisce il mal di montagna. Ripartono, gli scriteriati, insieme a me, ma si immettono in salita, anziché in discesa come avrebbero dovuto fare per andare verso Prazzo, e tagliano la strada ad un povero inglese. Poi ci ripensano, fanno retro, imboccano la discesa. Li lascio andare avanti, onde evitare di rischiare la vita, e riparto anch’io. Matteo si riposerà ancora un poco.

Il tratto di fondovalle fino all’imbocco della salita del Fauniera da Marmora è un calvario, perché fa caldo e perché il mio posteriore, pur abbondantemente imbottito, soffre la lunga permanenza in sella. Sono davvero molto preoccupata per l’esito di quest’ultima fatica. Faccio una rapida tappa alla fontana, per riempire ancora una volta la borraccia che ho già in parte scolato: devo bere il più possibile, per non finire di nuovo con la nausea.

I primi 4 km della salita, incassati in bassa valle sotto un sole rabbioso, sono un’agonia. Procedo alla minima velocità per tenere in piedi la bici, quasi soffocando. Se continua così, non ho alcuna speranza di farcela… Trovo un getto d’acqua, levo la maglia, la infradicio e la indosso così, senza neanche strizzarla; idem per la bandana in testa. Mi dà fastidio tutto, il caldo, la sella, la puzza terrificante che emano dopo un giorno e mezzo di fatica e di sudore. Stringo i denti e faccio appello a tutta la mia pazienza. Arrivo con gran pena a Marmora: da lì, dovrebbe andare un po’ meglio, perché alcuni tratti della salita sono nel bosco, in ombra. Anche se hanno quei maledetti gradini. La salita al Fauniera da Marmora è terribile per questo: complessivamente ha una pendenza sopportabilissima, ma in cinque o sei punti sale con delle rampe terrificanti, roba da far staccare la ruota anteriore da terra. Una goduria, per le gambe che ormai non ne hanno più.

Poco oltre Marmora, mi raggiunge Matteo, rinfrancato. Oltre l’ultima borgata, facciamo ancora una breve sosta alla bella fontana e poi via, su per il bosco e verso le rampe. Al km 276, il mio GPS decide che ne ha abbastanza e si spegne. Non per colpa della batteria, no. Si spegne e basta. Matteo, che era il precedente proprietario di questo gingillo elettronico, si ricorda che in effetti, oltre una certa distanza, l’oggetto si ribella. E come dargli torto? Lo prende e si mette a trafficare con i tasti, con molta agilità, mentre io già fatico solo a trascinare me stessa avanti. Mai che me li ricordi tutti, ‘sti gradini: quando mi sembra che siano finiti, ce n’è sempre ancora uno.

Incrociamo parecchi ciclisti in discesa, tra cui Alex che mi riconosce e mi saluta, proprio mentre sono alla canna del gas sull’ultimo scalino. Poi, nel tratto di falsopiano prima della malga del formaggio, riesco a rifiatare. Matteo prende il suo passo e si invola verso il colle: l’intenzione è quella di arrivare in cima, scendere alla sua andatura, arrivare ad Aisone e spostare l’auto a Demonte per evitarmi gli ultimi cinque o sei km sulla statale. E’ una vigliaccata, da parte mia, ma accetto ppiù che volentieri. Ultima mia sosta alla fontana della malga, per mangiare qualche biscotto Ringo sempre inzuppato, riempire la borraccia e fare ricorso all’unico gel della gita. Sono proprio sotto l’imponente Rocca La Meja. Da qui mancano circa 3 km al Colle Esischie e poi poco più di uno al Fauniera. Pazienza, calma e sangue freddo, che è fatta, anche se ad arrivare in cima fatico ancora tanto. E maledico i 70 kg che mi porto a spasso. Certo, se ne pesassi dieci in meno… Ma, per pesare dieci chili in meno, dovrei amputarmi qualche parte del corpo.

Al colle Esischie sembra fatta, invece no. Il Fauniera si vede, ma, per arrivarci, tocca ancora salire penosamente su una strada con asfalto a dir poco indecente. Anche evitare le buche diventa un’agonia, a questo punto.Ma ormai conosco i miei polli, sia il colle che me stessa, e faccio appello ancora una volta alla pazienza. Arrivo in cima, mangio un po’di miele e riparto. La discesa è tribolata in particolare nel primo tratto, fino al Colle di Valcavera, con l’asfalto tutto buche e cunette; per il resto, a farla da padrone è il sonno irresistibile.Non voglio fermarmi e far attendere Matteo oltre lo stretto necessario, quindi cerco di concentrarmi, restare sveglia e procedere, anche se il caldo nuovamente angosciante anche a duemila metri di quota non aiuta. Coraggio, dai: si arriva al Rifugio Carbonetto, poi al primo dei paesi, ossia l’ultimo salendo dal fondovalle, poi ancora gli altri paesi, le brevi risalite. Meno sette, meno sei, meno cinque chilometri. Demonte, finalmente. Dopo 310 km e circa 8.800 m di dislivello in salita.

Vedo subito la Corsa parcheggiata sulla piazza. Mi ci avvicino, pensando che Matteo si sia messo a dormire nell’attesa. Invece no, sull’auto non c’è nessuno. Matteo arriva dopo pochi minuti, fresco come una rosa, con un sacchetto e due pezzi di focaccia, visione celestiale. La vera avventura ora sarà guidare fino a casa senza addormentarsi. Perché la Corsa, classe 1998, è un’auto spartana; non ha certo il condizionatore…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!