21-22 maggio 2011 – NOVE COLLI RUNNING

“Nonzò, un casino pazzesco, ‘stiddefiscienti!”. Sollevo una palpebra all’indirizzo dell’energumeno che passeggia davanti alla mia auto e sbraita nel telefonino. Cambio per l’ennesima volta posizione alle gambe doloranti, ai piedi gonfi e violacei che non trovano pace né sollievo. “Soddefiscienti, vanno tutti ar mare da mezzogggiorno alle scinque eppoi tuttinzieme in autostrada”, prosegue l’esimio letterato dell’Accademia della Crusca. Il concetto di base è corretto: l’autostrada è quasi bloccata; “code a tratti”, avvisa il tabellone, come se non ce ne fossimo accorti; peccato che il macchinario ometta di precisare che sono tratti di venti km l’uno. Però, caro il mio fenomeno, se gli inscatolati alle nostre spalle sono defiscienti, di certo tu non sei il fratello segreto di Einstein. E nemmeno io, intruppata nel caos automobilistico proprio come te. Altrimenti non ci troveremmo qui. Infatti io ci ho già rinunciato: dopo aver impiegato oltre un’ora per percorrere meno di quindici km, da Cesenatico al casello autostradale di Cesena, ed altrettanto per percorrerne si e no altri venti, ho imboccato il primo autogrill. Il sonno non mi manca: giù il sedile, dormirò fin quando le luci dei fanali alle mie spalle non saranno più desolatamente immobili. In altre circostanze, sarei furiosa, in pieno stile “tipico automobilista torinese intrappolato nel traffico”. Oggi no, oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Non ha alcuna importanza se il sedile è scomodo, se ho male ad ogni minuscolo ossicino, se mi sento sudaticcia ed appiccicosa perché i fazzolettini bagnati, dopo un giorno intero e oltre di corsa, fanno solo quel che possono, se ho la pancia vuota e la bocca impastata, se ho una sete che brucia, se sarò costretta a ritardare il rientro a casa. Se l’urlatore telefonico mi farà la grazia di chiudere la comunicazione o perlomeno spostarsi a sbraitare davanti alla sua, di auto, ne approfitterò per accumulare un po’ di sonno in vista del lungo viaggio verso casa.

La sveglia suona sabato mattina, poco prima delle quattro. La tensione che mi ha accompagnata negli ultimi due giorni mi aggredisce a tradimento, l’ultima sferzata prima ancora che mi sia alzata dal letto. Colazione abbondante, una crostata, uno yogurt, pane, miele, caffé, più due tortine da mettere in auto per il viaggio. Fiala di Enterogermina per il pancino: è tutta la settimana che faccio la cura, nella speranza di limitare le manifestazioni di sofferenza ed insofferenza del ventre durante la corsa. L’appello dei bagagli: borsone per il dopo gara, borsa con gli indumenti da indossare per la gara, due borse da spedire, sul furgone dell’organizzazione, a due dei posti tappa. Scarpe, fondamentali. Me le rigiro tra le mani: non si può dire che siano in condizioni eccellenti… Ma direi che è un po’ tardi per preoccuparsene. Dovranno andar bene.

L’autostrada scorre via veloce alle prime luci dell’alba. Anche troppo veloce: ho il piede pesante, stamattina… La lancetta del contakm è fissa sui 140, velocità a cui né io né la Opel siamo avvezzi. Non è saggio per questioni di sicurezza, né per questioni di consumi; oltre i 100, la mia bagnarola brucia più di una petroliera in fiamme. Ma ho una gran voglia di arrivare. Mi accompagna e mi guida, prima di Piacenza, un enorme sole rosso, mentre l’autoradio suona la splendida “Always” di Jon Bon Jovi, che io non manco di straziare con il mio accompagnamento canoro. Sono tante, le canzoni che quasi interpreto come beneauguranti, stamattina, una più bella dell’altra; cerco di fissarle in mente, per richiamarle poi durante la corsa, quando sarò in crisi. Solo una sosta, poco prima di Bologna, autogrill e benzina. Ormai, posso dire di conoscere Cesenatico; poco prima delle nove son già in loco e rintraccio, senza fatica, il parcheggio in cui ho abbandonato la Opel l’anno scorso, quando ho avuto la malsana idea di tentare per la prima volta la Nove Colli Running. C’è ancora posto, forse perché, a quest’ora del mattino in località balneare, sono operative solo le madame che vanno a far la spesa e si fermano in crocchio, sotto un sole già caldo. Non scendo: scavo un po’ nel borsone; preparo gli indumenti che indosserò tra un paio d’ore, per la corsa; ripeto più e più volte il censimento di ciò che ho preso e di ciò che ho dimenticato. Infine, abbasso lo schienale del sedile e provo ad assopirmi una mezz’oretta. Per fortuna, se c’è qualcosa che mi riesce estremamente facile, in ogni luogo ed in ogni tempo, è dormire. Ogni minuto di sonno è prezioso, perché la prossima notte passerà in bianco e la notte scorsa è stata breve.

Di tanto in tanto, apro un occhio, finché l’orologio non segna le dieci meno un quarto. Allora non resisto più. Alle dieci, davanti al municipio, dovrebbe iniziare la distribuzione dei pettorali di gara. Pochi passi ed eccomi in loco. Ciclisti ovunque, a sciami: domani sarà il loro turno con la Granfondo Nove Colli, che credo quest’anno si aggiri sui 14mila iscritti; aggiungiamo, per molti, le famiglie al seguito… Insomma, una bolgia infernale. Vado a caccia dell’unico angolino d’ombra, accanto ad una panchina già occupata da un gruppo di podisti. Non sono in vena di attaccare bottone: troppo tesa, preoccupata. Fuori posto. Osservo le vele delle barche antiche, o anticheggianti, ormeggiate nel canale; oscillano in modo quasi impercettibile. Osservo il passaggio dei ciclisti, per lo più in sella a bici fiammanti e fasciati di tute fiammanti, ma non sempre dotati di corpi fiammanti, piuttosto a volte di pance fiammanti. Nessuno è perfetto, ovvio, ma la tutina aderente e magari anche sgargiante non perdona. I miei compari d’attesa ridono, scherzano, fanno un po’ i gradassi. Il discorso cade sui microsonni, su cui due atleti si producono in battute scherzose; a quanto pare, non sono affatto convinti dell’utilità del microsonno. Quasi quasi, li invito a correre il prossimo Tor des Geants, dopodiché chiedo loro se la pensano ancora alla stessa maniera… Ma non è il caso, meglio che io mantenga il mio isolamento. Sono fuori posto, qui.
Si avvicinano alcuni corridori già calzati, vestiti e muniti di pettorale, che devono aver ritirato presso l’albergo convenzionato con la gara. Aspetto ed incedere solenni; intorno, uno stuolo di paggetti adoranti. Ecco: ad occhio, anche quest’anno, buona parte degli iscritti alla corsa avrà l’assistenza personale sul percorso. E’ l’unica nota stonata nell’organizzazione di questa prova. La classifica finale, assistiti o no, sarà unica… Ma in fondo non ha alcuna importanza. Primo, perché la classifica finale non sarà un mio problema, non ci rientrerò. Secondo, perché, se proprio volessi, forse l’assistenza potrei averla anch’io… Il punto è che non voglio, preferisco essere sola, dovermi preoccupare solo di me stessa.

Una signora, accompagnatrice, scova gli organizzatori intenti a sistemare tavolino e sedie dall’altra parte dell’edificio comunale, in uno dei pochissimi francobolli d’ombra. Ci fiondiamo in branco. Il cuore mi schizza in gola. In coda, ascolto senza pudore i discorsi altrui, osservo i corpi dei miei avversari e delle mie avversarie, una volta tanto non con intenzioni equivoche, ma con l’occhio volto solo a valutare, più o meno, quel che simili marcantoni saranno capaci di combinare in corsa. Faccio il paragone con il mio, di corpaccione, molto meno definito, molto più morbido: ho come la netta sensazione che qualcosa non vada… “Corre anche Lei per duecento chilometri?”. Eh? Dice a me? E’ la signora di prima. “Sì, cioè, no, insomma, ci provo… Ma l’anno scorso mi sono fermata al km 158, fuori tempo”. Fioccano le solite frasi fatte, è un bel traguardo comunque, l’importante è provarci. Certo, come no. In fondo è questo il motivo per cui oggi sono qui: provarci un’altra volta, proprio per esser sicura che non ce la potrò mai fare. Non lasciamo nulla di intentato.

Con il mio numero di pettorale, il 20, e la maglietta verde con il logo “Nove Colli Running”, me ne torno verso l’auto, occhi bassi e maldestro tentativo di mimetizzarmi con la pavimentazione della piazza. Probabilmente qui intorno c’è qualcuno che dovrei riconoscere e salutare… Il sole picchia deciso, caldissimo; la luce è limpida. Una giornata stupenda.
L’auto è già diventata un forno. Sono le dieci e un quarto, la partenza è a mezzogiorno. Gian, calma e sangue freddo, riposa ancora un po’. Finestrini abbassati, occhi chiusi, sonnolenza. Il copione si ripete, tra poco si parte.
Più di tanto non resisto. Mi prende la frenesia della preparazione. Pasta di Fissan sui piedi e sulle parti a rischio di sfregamenti; sistemo il portatelefono da braccio. Controllo mille volte lo zainetto: portafoglio, bustina dei medicinali, giacchino sottile, una borraccetta di miele, un paio di gel e soprattutto l’insostituibile rotolo di papiro, il componente più pesante e voluminoso dell’equipaggiamento. Già, dimenticavo: anche le salviettine umide per le pudenda. D’accordo, non saranno indispensabili, ma vuoi mettere la sensazione di essere più o meno puliti là dove i bruciori possono aggiungere sofferenza alla sofferenza della corsa?

Scarico le borse da spedire lungo il percorso: la prima andrà al Barbotto, il quarto colle, km 84, dove arriverò a notte fatta, e contiene la maglia per la notte, quella super della No Limits, un po’ di frutta secca, qualche gel e due lattine di Red Bull; la seconda al Pugliano, il settimo colle, km 137, che dovrei raggiungere domani mattina presto. In quest’ultima ho messo una canotta ed una maglietta leggere, ancora frutta secca, gel e Red Bull. Chiudo la Opel, ripongo la chiave, mi avvio.
La piazza del Municipio brulica di gente: corridori, assistenti, curiosi. Vedo volti noti a cui non riesco ad associare nomi né nomignoli; mi affaccio alla sala dove è in corso la riunione con gli atleti: il boss della corsa, Mario Castagnoli, illustra i dettagli del percorso e le varie formalità. Non mi fermo: preferisco stare all’aria aperta. Mi siedo sul bordo del canale, contro un piloncino di metallo per l’ormeggio delle barche. Osservo corridori ed equipaggi: poco distante da me, una delle squadre ospita anche un componente canino, uno splendido husky tosato per l’occasione. Povera bestia, chissà che caldo patirà, anche con il mantello sfrondato.
Ho mangiato, durante il viaggio, le due tortine che mi ero portata di scorta, una alla marmellata, l’altra friabile alla nocciola. Però, a ben pensarci, ho ancora fame. Una delle mie avversarie sbocconcella un bel pezzo di focaccia: quasi quasi, se ci fosse una panetteria… Mi alzo, esploro le vetrine affacciate sul canale, a destra ed a sinistra: non c’è traccia di panetteria. Forse però è meglio così: ormai sto invecchiando, non sopporto più le abbuffate appena prima del via di una gara. Meglio partire leggeri.

Sotto un sole sempre più a picco, il rito delle foto. Noi vittime sacrificali ci schieriamo su due file, ma non basta, siamo troppi per gli obiettivi delle macchine fotografiche. Il boss della corsa, giustamente orgoglioso, commenta: “All’inizio eravamo in cinque, ci stavamo comodi”. Dai cinque partenti della prima edizione ai centotredici di oggi, quattordici anni dopo. Mica male, se si considera la difficoltà di questa prova. Non sono tanti, i corridodi che hanno la struttura fisica, la voglia, la passione, la possibilità di allenarsi, la costanza per allenarsi in modo adeguato.

L’ultima tappa in bagno mi fa arrivare in ritardo per l’inizio dell’appello. Qui niente chip, niente cronometraggio elettronico, si fa tutto a mano. Mi insinuo tra la folla per avvicinarmi a Castagnoli, che legge i nomi uno ad uno ad alta voce: un nome, un altro nome, un altro ancora… Ne ho già sentiti più di venti. Stà a vedere che mi sono persa il turno… Beh, aspetto che l’elenco finisca e poi vado a segnalare che ci sono anch’io. Nel frattempo osservo via via i chiamati: qualcuno è un volto noto, qualcuno è un nome a cui solo ora associo un viso. Tra le mie colleghe, una signora che l’anno scorso, come me, si è fermata al km 158: decisissima, quest’anno, a finire a tutti i costi. Quasi tutte sfoggiano un fisichino asciutto e scolpito; c’è anche una donna bionda, francese, con una schiena e due spalle tali che preferirei non litigarci…
Svelato l’arcano: l’appello è sì in ordine di pettorale, ma è un ordine inverso. Arriva anche il mio nome. Bene, ora non ho più scuse, sono scesa nell’arena. E non sono affatto felice di esserci. Non ci credo, nemmeno un po’. La benedizione: già l’anno scorso mi era risultata indigesta… Stesso moto di fastidio, ma è un male passeggero. Nemmeno il tempo di accorgermene e sono già partita.

Bene, Gian, adesso calma e sangue freddo. Ventun km da correre tutti, possibilmente senza perdere il gruppo, ma soprattutto senza esagerare. Saranno lunghi e sofferti, ma finiranno, prima o poi; ti ci devi rassegnare. I Vigili Urbani ci scortano, la strada è tutta per noi, almeno la corsia di destra. Tifo appassionato lungo la strada, dai giardini, dalla soglia dei negozi; sguardi interrogativi, quando non inviperiti, da parte degli automobilisti bloccati in colonna, in senso inverso. Perplessi anche i ciclisti che ci vedono partire. La maggior parte di coloro che domani pedaleranno nella granfondo non ha la più pallida idea di cosa sia la Nove Colli Running..
Le prime fontanelle sono già prese s’assalto. Fa molto caldo, in effetti, credo ben più di trenta gradi: per me è una vera goduria. Per carità, forse è vero che, da un punto di vista strettamente fisico, il corpo reagisce meglio e rende meglio, però per me è fondamentale la tranquillità di non dovermi portare dietro chissà quale scorta di vestiario, di non dover temere la pioggia, di non patire i brividi. L’asfalto nero riverbera il calore; c’è chi corre in pantaloncini, addirittura un atleta che indossa solo una sorta di mutanda da corsa blu: trattandosi di un bel fisicaccio massiccio, tutt’altro che grasso ma comunque consistente, direi che è anche un gran bel vedere.

Case, palazzi, giardini, splendide ville, cani che abbaiano, gente che saluta, scherza. Anche i miei compari di sventura sono ancora tutti piuttosto arzilli e chiacchieroni. Ritrovo, uscendo da Cesenatico, quell’esilarante minaccia scritta a caratteri cubitali, sul muro della propria abitazione, da un proprietario probabilmente un po’ paranoico: “vietato parcheggiare sulla particella 119”, e giù una sequela di inquietanti minacce di ritorsioni legali… Anche quest’anno mi rammarico di non avere la macchina fotografica.

Vorrei poter pensare ad altro, distrarmi, e invece sono sempre qui a rimestare. Penso al tempo massimo, 30 ore. Star sulle gambe per 30 ore, correre sull’asfalto per 30 ore. Ti rendi conto, Gian? Non ce la farai mai. Sarà la testa a cedere, ancor prima delle gambe. Già adesso, mi sembra di sentirle rigide, imballate. Scambio quattro chiacchiere qua e là; nel frattempo, tengo d’occhio il gruppo; faccio il possibile per non farmi staccare, ma non voglio nemmeno forzare il passo. E’ solo che ho paura di perdermi…

I ristori, in questo primo tratto, sono frequenti e ben forniti di beveraggi. C’è anche un po’ di frutta secca. E ci sono le fragole! Mi fermo ad ogni tavolino pochi istanti, il tempo di bere un bicchiere di Coca ed afferrare qualcosa da mangiare. Mi rimbomba in testa la raccomandazione di Andrea, alias Darta, un veterano di questo genere di massacri: “Fermati il meno possibile”. Il meno possibile, Gian. Ho bisogno di quei pochi secondi di requie per le gambe, ma quelli mi devono bastare. Poi si va.

I corridori intorno a me mantengono più o meno le stesse posizioni reciproche. Nei primissimi metri di gara, ho fatto persino in tempo a scorgere il fenomenale Ivan Cudin, il vincitore della Spartathlon 2010. Lo penso senza saper nulla del suo mestiere, che abbia l’aspetto di un ingegnere, di chi non ti stupiresti di vedere seduto e concentrato di fronte ad un computer, forse per gli occhiali da vista, per nulla tecnici – e credo sia l’unico particolare che abbiamo in comune: i miei per giunta sono riciclati e brutti. In effetti, scoprirò che è proprio un ingegnere. Alla faccia degli stereotipi!

Attraversiamo via via alcuni paesi e raggiungiamo Cesena, dove si corre per un po’ in città. Ricordo la bellissima piazza centrale, ma devo fare attenzione a dove metto i piedi: marciapiedi, buche, scalini sono un vero attentato per i garretti. Qualche salitella, qualche sottopasso, il dramma del dubbio: devo correre? E’ salita, ma è così breve… Ci si perde e ci si ritrova, tra tapini che corrono più o meno sempre con la stessa andatura. Succederà anche più avanti, ma a quel punto non saremo in grado di rivolgerci altro che sguardi stanchi e spenti.

Osservo con desiderio le colline, prima là sullo sfondo, poi sempre più vicine. Non vedo l’ora che inizi la salita, ma soprattutto l’isolamento. Da Settecrociari in poi, con le prime asperità, cadrà quell’innata sensazione di dover controllare a che punto sono gli altri, di non doverli far fuggire. Non vorrei cantar vittoria troppo presto, ma quest’anno mi par di sentirmi meglio rispetto all’anno scorso, quando sono giunta ai piedi della prima salita quasi scoppiata, stanchissima, per aver voluto esagerare. Raggiungo finalmente il ristoro; mentre entro nell’area dedicata, incrocio il fenomenale Ivan Cudin, vincitore dell’ultima Spartathlon, che riprende la corsa. Sembra incredibile che anche gli alieni, almeno nella primissima parte della gara, siano umani! Il vantaggio, abbastanza contenuto, che ha sui tapini come me adesso è destinato a dilatarsi a dismisura. Mi concedo solo una breve pausa per riempire la borraccia. Butto l’occhio a quel che c’è da mangiare; biscotti, fette di crostata. Ci sarebbe anche la pasta, volendo, ma non si può perdere tutto questo tempo già al km 21.

Riparto ingollando la crostata; pochi passi di corsa e subito inizia la prima salita. Il Polenta, uno dei tanti spauracchi dei ciclisti in questa corsa, non certo per l’asprezza quanto per il fatto che ci si forma “il tappo”: troppi, tutti insieme, tutti giù di sella e si spinge. Passo di marcia, stile bersagliere. A correre in salita non devo nemmeno pensare per scherzo. Mi sfiancherei, senza tra l’altro trarne gran beneficio quanto a velocità. Qualcuno mi incita, quasi che camminare fosse un segno di debolezza. Andate, andate, se ne avete. Vi auguro di averne fino alla fine, ma mi permetto d’essere, almeno in qualche caso, scettica. Finalmente la pianura è alle spalle. Non mi manca, non mi volterò a guardarla… Del resto, ho la certezza che non la vedrò nemmeno domani, perché è proprio impossibile che io riesca a superare quel maledetto cancello orario delle 19 ore al km 158. 19 o 20, non ricordo nemmeno più con certezza, comunque cambia poco. L’anno scorso ci sono arrivata troppo tardi e distrutta. Quest’anno sono, se possibile, ancor meno allenata alla lunga distanza su asfalto. E poi quest’anno è nato male, l’abbandono al Trail di Santa Croce a Bogliasco sotto il diluvio, l’abbandono alla 100 km di Seregno perché ho voluto partire come una scriteriata e mi sono inchiodata al km 60, la rinuncia alla “100 e lode” di Vicenza per la febbre. Non ho proprio alcuna ragione per illudermi.

Così rimuginando, marcio di buon passo lungo la salita. Il sole picchia furioso, ma a me sembra di sentire già una leggera brezza. Colori intensi, mille sfumature di verde, l’asfalto nero che riverbera il calore. Taglio le curve come i maratoneti. Non va… Non va bene, non come vorrei. Le gambe sembrano già rigide. Senz’altro non è così, è solo colpa dell’umore. La fatica dell’avvio: niente da fare, perché io mi scaldi e riesca a sentirmi un po’ meglio occorre un disastro di chilometri. Per ora arranco, ho il fiatone, vedo gli altri corridori scappar via. Lo so, lo so che per molti è solo l’entusiasmo dell’inizio, ma non c’è ragionamento sensato che valga a darmi un po’ di coraggio. Quattro parole qua e là, un sorriso, qualche risata: in compagnia non voglio far la musona; assecondo volentieri chi scherza; i viaggiatori in branco sono ancora abbastanza freschi da scambiarsi frizzi e lazzi. Di solito, resto un po’ indietro nei tratti più pianeggianti, in cui più o meno i miei colleghi di sventure si lanciano a correre, ma recupero nei tratti in salita. Così si finisce per vedere sempre le stesse facce: a questo punto, le andature di ciascuno tendono a stabilizzarsi e resteranno costanti per lunghi chilometri ancora.

Dall’abitato di Bertinoro, volendo, si vede ancora Cesenatico con il suo grattacielo. Così mi dicono. Io mi rifiuto anche solo di alzare lo sguardo. Vorrei tanto vederlo domani, davanti a me. Bertinoro, Polenta, poi su verso l’omonimo colle, il primo.

Al ristoro, rapida pausa per un po’ di frutta secca, un bicchiere di Coca, uno di sali. Ci sono persino le fragole ed i pomodori. La fragola, Gian, dai, ci son le vitamine, fa bene. A cosa ci si aggrappa, pur di credere. Via in discesa, la prima. Lascio andare le gambe, senza forzare; mi distraggo ammirando la bellissima distesa di colline. C’è qualcosa, però, che non torna… La pancia comincia a dare i primi segni di insofferenza. No, porcaccia miseria, sono in viaggio da trenta km scarsi… Eppure sì, non c’è santo che tenga, la natura reclama il suo tributo. La discesa digrada dolce verso il fondovalle; il guaio è che c’infiliamo tra le poche case degli abitati di Fratta, prima, e Meldola, poi. Qui non c’è posto per chi, come me, soffre. Più efficiente di un radar, scandaglio con lo sguardo ogni angolo… Niente. Resisti, Gian, resisti e procedi.

La gran parte dei corridori è assistita da una o più persone, in auto o addirittura in camper. Molti tra quegli accompagnatori, tuttavia, si fanno in quattro per tutti: materialmente, per i rispettivi protetti, ma moralmente per chiunque si trovi a correre nei loro paraggi. Hanno sempre una parola di incoraggiamento. In particolare, un simpaticissimo duetto su un’auto di un colore blu metallizzato molto acceso: non mancano mai di incitarmi. Anche qui, in questo lungo tratto di pianura, di salita appena accennata, in cui medito sui miei dolores de panza e vedo sfumare ancor più il sogno che nemmeno oso accarezzare. Sono caciaroni, i due, ma hanno l’occhio attento e perspicace. “Non ci credo, il problema è che non ci credo”, così rispondo sconsolata al loro entusiasmo. “No – urla uno dei due, con voce roca, cattiva – DEVI crederci! Guarda che io ho puntato tutto su di te!”. Un’esortazione che, lì per lì, non scalfisce la mia tristezza esistenziale, ma che, a conti fatti, mi si stamperà nella memoria credo per tutta la vita.

Corro, con cautela, per un lungo tratto quasi pianeggiante: poche parole da scambiare ogni tanto con altri corridori di passaggio. Siamo pochi, 113 alla partenza, ma non si resta mai soli, una volta che le varie andature sono consolidate. All’improvviso, davanti a me, una visione che ha del miracoloso: un vecchio edificio, un bar in mezzo al nulla; un piazzale e, in fondo… Nientemeno che due wc chimici! Probabilmente sono già stati piazzati per la corsa ciclistica di domani; fatto sta che capitano a fagiolo. Mi ci fiondo, sotto gli occhi perplessi del personale dell’ambulanza lì parcheggiata: “C’è il bar”, mi fanno osservare. “Sì, lo so, ma va bene qui, grazie”. Sottinteso: qui perdo meno tempo.

Riparto, rinfrancata, di gran carriera. Basta così poco, per risollevare un poco il morale. Di tanto in tanto, passa l’auto su cui il boss della manifestazione, Castagnoli, sorveglia i suoi protetti. Sia lui che i suoi collaboratori distribuiscono bottigliette d’acqua: una manna, davvero, anche per me che adoro il caldo. Soprattutto perché l’acqua è frizzante! Incredibile, la sensazione piacevole dell’acqua frizzante quando si è sotto sforzo ed accaldati. Seconda, direi, solo a quella della Coca Cola… Il servizio di assistenza è eccellente; si sono riunite le forze della squadra organizzatrice con quelle degli spettatori occasionali e dei gruppi di assistenza personali. Tra le presenze fisse lungo il percorso, ad intervalli regolari, c’è nientemeno che Andrea Accorsi, un volto ed un nome notissimi per chi apprezza questo genere di massacri.

Anche la seconda salita, Pieve di Rivoschio, scorre al passo di marcia, passo svelto. I punti di ristoro, almeno per ora, sono frequenti, tanto da permettermi di pensare “da un tavolino all’altro”. Le ombre si sono ormai allungate; la luce del sole, non più così violenta, è però ancora tiepida, di un bel giallo intenso che tinge la terra ed il profilo delle colline. Una leggera brezza. Non so di preciso che ora sia, né lo voglio sapere. Osservo i tornanti sotto di me; sento le voci ormai familiari di chi condivide, più o meno, il mio ritmo. Però preferisco viaggiare da sola, senza subire la corsa altrui. Pochi istanti di sosta al tavolino del ristoro, l’immancabile bicchiere di bibita ed un po’ di frutta secca. Mentre riparto, vedo arrivare un’avversaria, una bella donna bionda con un top grigio che le lascia scoperte spalle e schiena: ben presto, l’avversaria mi supera e se ne va, con passo deciso che per me è impossibile seguire. Ha una struttura molto muscolosa; un paio di bicipiti tali che non vorrei essere nei panni del compagno quando la fa arrabbiare… Pace, Gian, lascia che vada. Primo, non ce la faresti a starle dietro; secondo, mettitelo bene in testa, tu non stai affrontando una gara e tutti coloro che ti sono attorno, avanti, alle spalle, in realtà non esistono. Sono solo frutto della tua fantasia. Chiaro?
Procedo di buon passo e mi sforzo di non pensare a nulla. Invece penso alle lunghe ore di cammino e corsa che ancora mi attendono. Trenta quelle concesse dal tempo massimo, fino a domani sera alle sei. Quasi mi spaventa l’idea di correre stasera, stanotte, domattina, ancora domani nel pomeriggio. Beh, almeno fino al km 158, salvo brutte sorprese. Un’eternità. Sarò capace di soffrire così a lungo? Mi tornano in mente frammenti del libro che sto leggendo in questi giorni, quando pedalo sui rulli: di Nuto Revelli, “La strada del davai”. Lo so, è un paragone davvero irriverente il mio: lì erano migliaia di poveri cristi in fuga dal massacro della guerra, dalla fame, dal gelo; qui sono io, rimasta ragazzotta viziata nonostante l’età ormai non più fanciullesca, alle prese con un gioco che, alla peggio, potrà sgretolarsi nelle mie mani, senza danno alcuno. Però, scorrendo quelle pagine, mi impressiona l’incredibile resistenza del corpo e della volontà di coloro che ce l’hanno fatta, o che comunque hanno lottato fino all’ultimo respiro contro l’indicibile, nella speranza di tornare a casa. A me, cresciuta e sempre vissuta tra le comodità, riesce davvero difficile capire come sia possibile sopravvivere al dolore, alle ferite, al terrore, senza lasciarsi cadere e morire lì dove ci si trova. Però una cosa è certa, Gian: al confronto, quello che patirai da qui a domani è un miserrimo nulla. A maggior ragione perché è qualcosa che ti stai infliggendo di tua spontanea volontà. Mal di schiena, mal di gambe: taci, abbi la dignità di tacere, e fila.

Osservo la mia ombra che si staglia in tante direzioni, a seconda di come curva la strada. Alle volte mi spavento, persa come sono nei miei pensieri. D’improvviso, però, riconosco, in alto, sulla mia sinistra, l’edificio chiaro che spunta dalla vegetazione. Ci arrivo superando un ampio tornante a destra. Il cancello del km 57,7, la prima delle temutissime barriere orarie. Non posso fare a meno di scoprire che ora è: i volontari al banchetto della pappatoria non mancano d’informarmi… Ma, una volta tanto, posso tirare un sospiro di sollievo. Sono le 18.45. Il passaggio chiude alle 19.30. Significa aver già messo un po’ di fieno in cascina, tre quarti d’ora di vantaggio sul tempo massimo. Ci sarebbe, volendo, una bella fontanella, ma la ignoro, come già ho fatto con tutte le precedenti. Non avrei la pazienza di attendere che chi mi ha preceduto nella fila abbia finito di godersi il fresco. Anzi, a dire la verità, non avrei la pazienza di fermarmi io stessa. Chi si ferma, si sa, è perduto, soprattutto qui. Via di corsa in discesa, sgranocchiando frutta secca.

L’ho scampata, al primo cancello, ma l’entusiasmo è destinato a durare poco. Il pancino, per nulla soddisfatto del suo tributo, torna a reclamare attenzione. Imperiosamente. No, per favore, no… Il morale precipita come il sasso lasciato cadere dalla cima della Torre di Pisa. So benissimo quel che significa: è solo l’inizio di un vero disastro. E non posso nemmeno far finta di nulla, distrarmi ammirando la luce del sole che va giù, le ombre delle colline proiettate sulle altre colline. Viaggio in un gruppetto, ma con la tensione che mi prende alla testa, oltre che in altra disgraziata parte anatomica. Le pupille, dinuovo, saettano alla ricerca di un luogo utile alla sosta: il mio guaio è che, se non incappo almeno in un bunker antiatomico, non trovo il coraggio di fermarmi… Ancora una volta, però, la dea bendata giunge in mio soccorso. In suggestiva posizione panoramica, su una radura con tanto di belvedere, altri due wc chimici. Non avrei potuto sperare di meglio. Mi ci fiondo, sbrigando le imbarazzanti operazioni con la rapidità dei meccanici di Formula 1. Com’è ovvio, quando esco, i miei occasionali compagni di qualche chilometro sono spariti… Ma li ritroverò. Intanto, molto opportunamente, riprendo a correre, scavando nello zaino a caccia della prima pastiglia di Imodium. Benedetto chi l’ha inventato, ‘sto farmaco: meriterebbe il Nobel.

Speriamo che questa sia la volta buona. Discesa, verso il tramonto. Più tardi ci raggiungeranno i ciclisti coraggiosi della Nove Colli By Night: anche loro sullo stesso itinerario, con partenza da Cesenatico alle 18. Mi distraggo cimentandomi nel calcolo di un ipotetico orario di passaggio dei primi; siccome con i numeri ed il calcolo a mente non sono mai stata un fulmine di guerra, l’operazione mi impegna a lungo.
La salita del Ciola inizia però sotto i peggiori auspici. Le gambe, prima indolenzite, adesso fanno male sul serio. Sono rigide. Mi mancano le forze, ho i brividi per la brezza della sera. Non voglio cedere, non devo rallentare; cammino con rinnovata foga, ora che pian piano le ombre del bosco sfumano i contorni degli alberi e della strada. Freddo. Possibile che la temperatura sia scesa così tanto? Eppure sono in salita… Lo sconforto mi travolge. No, non è possibile… Vero, non sognavo certo di concludere la corsa, ma almeno di raggiungere il km 158 come l’anno scorso, questo sì. E invece guarda come sono ridotta: un sacco vuoto, fiacca, senza più vigore né coraggio. Non ho alcuna speranza, se continua così. Curva dopo curva, cammino con furia, come se volessi sfuggire ai miei fantasmi. Mi sforzo d’essere allegra, se qualcuno mi rivolge un saluto, ma sono davvero tristissima. E, come se non bastasse, ancora una volta in preda al tormento dei visceri. Questa volta, però, è un’inarrestabile nausea. Mal di testa, capogiro, gambe indurite, disgusto al solo pensiero di mangiare qualcosa. Ed è grave, perché, nonostante tutto, ho anche fame. E’ già un po’ che lo stomaco brontola e reclama. Mi duole molto anche la schiena, soprattutto le reni, come se ci avessi appoggiato sopra uno zaino da spedizione himalayana e non un piccolo sacco che è poco più di una tasca. Spalle, schiena, gambe, collo, fa male tutto.

Raggiungo il culmine della terza salita, il Ciola. Una tavola imbandita da fare invidia ad un banchetto nuziale: un bicchiere di Coca va giù, ma un rapido sguardo ai dolciumi fa sì che il mio pancino arrivi ad un passo dal ribellarsi del tutto. Mi gira la testa, vedo tutto blu… Via di qui, Gian, via dall’assembramento, parti subito, anche al passo, ma parti. Anche perché correre, almeno per il momento, mi è impossibile. Respiro a pieni polmoni, combatto con il mio malessere. Basta, adesso è ora di tentare il tutto per tutto. O la va o la spacca. Con buona pace dei puristi, attingo alla mia piccola ma fornitissima farmacia. Trangugio, tutto insieme, una busta di antiinfiammatorio di quelli robusti, una pastiglia di Imodium, la seconda, un Maalox e, per gradire, una fiala di Enterogermina. Ben conscia del rischio che corro, nella condizione già debilitata in cui sono. Non m’interessa, se anche dovessi stramazzare qui. Devo provarci.
Indosso il giacchino leggero, antivento, tiro su il cappuccio. Cautamente riprendo a correre. Tre o quattro persone mi hanno superata, in queste poche centinaia di metri di discesa che ho percorso al passo; mi rincresce, da parte mia è uno spreco di tempo, ma non avrei potuto far di meglio. “Fermati il meno possibile”, mi rimbomba nelle orecchie la voce di Andrea, che in verità me l’ha raccomandato per iscritto. Altrimenti, ci avrebbe come minimo infilato un sonoro “zio can”.

Così protetta dall’aria, con l’aiuto della discesa, pian piano mi riprendo. L’umore risale la china, come se fosse sul piatto della bilancia, quello che sale, mentre la strada va giù. Mi accorgo della distesa di luci della collina, dei fanali delle auto al seguito, che risalgono piano lungo i rilievi dall’altro lato della valle. Là, in fondo, l’abitato di Mercato Saraceno. Questo tratto di strada è quasi magico: scintillante di lucciole, una quantità incredibile di lucciole, a destra ed a sinistra. Sembrano infiniti brillantini investiti dalla luce e mossi dal vento Ne individuo una con gli occhi, la seguo, ma quella lampeggia e sparisce; una luce riappare, poi, ma chissà se è ancora lei. Tutto questo è impagabile.
I muscoli si sciolgono, tornano docili e reattivi. Mancano solo i ciclisti; l’anno scorso, qui, mi avevano già raggiunta. Scavo nella memoria alla ricerca delle canzoni che questa mattina ho ascoltato alla radio: canzonette, per carità, forse banali ed inconsistenti, ma in questo momento mi vengono in soccorso. “(…) si comincia a morire nell’attimo in cui / cala il fuoco di ogni passione”; “(…) segui il passo di un sogno che hai / chi lo sa dove può arrivare”, canta l’inconfondibile voce di Ramazzotti.

Mi sorprendo a sorridere involontariamente. Attenzione, Gian, non cedere ai facili entusiasmi. Giù in paese avrai ottanta km alle spalle, e davanti… Mah, chi può dirlo. Mi raggiunge di gran carriera un collega un po’ squinternato: “Sto male, non riesco a mangiare”, sbraita, e passa avanti, con andatura senz’altro rapida ma molto sconclusionata. Resto perplessa: non ha tutti i torti, chi sostiene che questo genere di sforzi non giovi ai neuroni. Mi raggiunge una delle auto di scorta ai corridori, un’Audi SW: a bordo, una simpatica squadra che deve aver trovato in me una sorta di mascotte. Sono premurosi e calorosissimi. “Ma tu ce l’hai, l’assistenza, no?”. “No – rispondo – è qui la mia scorta”, e do una pacca allo zainetto sulle spalle. Restano molto stupiti. “Però adesso va meglio – mi sfogo, forse più per convincere me stessa – adesso la cotta è passata!”.
All’incrocio con la strada principale di fondovalle, è d’obbligo raddoppiare l’attenzione, di già che la stanchezza ormai si fa sentire. Distrarsi e finire travolti è un attimo: morte ingloriosa per un aspirante alla Nove Colli Running! Sulla piazza del paese, capannelli di ragazzini in libera uscita, smargiassi quanto basta, si mischiano alle auto ed ai volontari della corsa. Corro via di ottimo umore e di gran carriera: imbocco di corsa la rampa che porta al bivio per il Barbotto, ma, appena fuori della vista della piazzetta, riprendo il passo dell’asino stanco. Qui si sale, solo quattro km ma impegnativi. E’ notte fatta ormai. Salgo sull’onda dell’entusiasmo, passo lungo, braccia in moto in sincronia. Non mi spiacerebbe affatto, su queste pendenze, avere l’aiuto dei bastoncini da montagna, anche se si viaggia sull’asfalto. Sarebbe un enorme vantaggio per il risparmio delle forze e per allontanare il male alle gambe. C’è un corridore che li usa, in effetti: però ha l’auto al seguito, così può portarli con sé solo quando servono. Per me, scarrozzarli per tutto il percorso sarebbe stato impensabile.

Curva dopo curva, raggiungo un paio di colleghi, un po’ in crisi. Uno di loro si avvicina spesso all’auto degli assistenti, si ferma e riparte; mi conferma di non sentirsi troppo bene. A me tocca spesso mordere il freno, costringermi a non tirare troppo. Un tumulto di sentimenti, speranza e timore. Per la speranza, però, è ancora troppo presto. Mi rassegno a tirar fuori dallo zaino la pila frontale, onde evitare almeno di finir fuori dal ciglio della strada. Di lì a poco, però, noto un bagliore, un po’ più avanti. Ed un certo frastuono. E’ il ristoro sul colle. L’ultimo tratto della salita è illuminato e segnato da candele: seguo le fiammelle tremolanti e vengo letteralmente travolta dal calore del ristoro, dei volontari e degli spettatori, alimentato forse dall’amore per lo sport ma soprattutto, credo, dai litri di vino e birra che scorrono quassù. Sono le undici meno un quarto. Quest’anno niente massaggi. Devo fare in fretta, devo ripartire subito ed anche prima. Individuo, con occhio di falco, la prima delle sue borse che avevo depositato alla partenza. Almeno il tempo per vestirmi per la notte, però, devo prendermelo. Indosso la maglia tecnica a maniche lunghe della No Limits, un vero portento per la sensazione che dà di aver la pelle sempre asciutta, con sopra una maglietta a maniche corte. Se sarà il caso, più avanti aggiungerò il giacchino antivento.
Rapida sosta al punto di ristoro: trangugio un po’ di frutta secca, un po’ di pane, un caffé e l’immancabile Coca Cola. Riparto con una porzione di crostata: uno dei volontari mi ferma e mi mette al braccio sinistro un bracciale rifrangente con la lucina rossa intermittente. In realtà, io ho già la frontale e qualche altra banda rifrangente qua e là. “Adesso arrivano i ciclisti” – ammonisce l’ubiquo Castagnoli – “State sempre a sinistra e fatevi vedere”. Ah, ma allora ci sono, i ciclisti. Non ne ho visti, finora; cominciavo a dubitare che quest’anno la Nove Colli By Night fosse abortita.

Via di corsa, in discesa. Per puro caso, ritrovo Dodo, il corridore veneto con cui ho già condiviso un bel pezzo di strada, oggi. Un po’ acciaccato, dolorante ad un ginocchio. Insieme affrontiamo la lunga discesa. Il prossimo cancello orario è a Ponte Uso, al km 101, dopo 14 ore dal via, quindi alle 2 di notte; da qui sono circa 17 km, quasi tutti in discesa. In teoria, dovremmo farcela. Procediamo di corsa, di buona lena; con Dodo non ci si annoia, ha un curriculum da corridore con i fiocchi, ha già sperimentato prove di corsa nei deserti di mezzo mondo. Ama il caldo, anche lui. La discesa scorre tranquilla, pendenza ideale per lasciar correre un po’ le gambe senza forzare. La notte non sembra voler essere troppo fredda. Pochissime abitazioni isolate lungo il percorso; foglie mosse da una leggera brezza. Ecco, vorrei sentirmi così per sempre, o almeno fino alla fine di quest’avventura, dovunque e quandunque sia.
Ci sorprende il ristoro al bivio che per i ciclisti separa il percorso lungo, la Nove Colli vera e propria, dal percorso breve, la Quattro Colli: ma siamo già qui? Cavoli… Stiamo viaggiando forte. Forse un po’ troppo. Afferro un po’ di formaggio, un pezzo di piadina, un po’ di frutta secca. Poi via, ancora di corsa. Pochi km a Ponte Uso, alla barriera oraria. Noto una strana sagoma di un colore rosso profondo, su in alto in un punto che dovrebbe essere cielo. Strabuzzo gli occhi, cos’è? Ah, è la luna, un’enorme luna rossa che sta appena sorgendo.

Mi raggiunge Dodo, sempre più zoppicante, poveretto. E’ un problema che lo tormenta spesso, ma non sempre. Pare si tratti della famigerata bandelletta ileotibiale: non ho ancora capito che roba sia, anche se ne sento parlare già da qualche tempo; mi è chiaro soltanto che, come podista, se non hai quella roba lì non sei nessuno. Io non ce l’ho, infatti… Non credo che, tra le tante frattaglie che compongono il mio corpaccione, ci sia qualcosa del genere.
Traditore, arriva il primo sbadiglio. Per me, una tragedia. So già che patirò questa notte in modo inaudito. In questo periodo, tra lavoro ed allenamenti, durante la settimana dormo davvero poco; troppo poco per essere pronta ad affrontare notti in bianco ed in marcia. La notte scorsa, poi, la sveglia ha trillato alle quattro… La lunga discesa, poi, non giova. Nemmeno il mio compare, sofferente, giova: è diventato un po’ più taciturno, come dargli torto. Del resto, io stessa non sono mai di gran compagnia; è difficile che l’innesco di un discorso venga da me.
Come se non bastasse, ho i polpacci martoriati dal sole: chi mai sarebbe andato ad immaginare un’ustione proprio lì… La pelle brucia molto e, al contatto, sembra gonfia, come se ci fosse uno “scalino” tra la parte sana e quella scottata. Cavoli, speriamo non sia nulla di grave, ma al momento non saprei cosa farci. Me ne preoccuperò domani.

Finalmente, le lucine del punto di ristoro ci danno conforto: km 101, siamo a metà, ma soprattutto siamo fuori dal capestro della barriera oraria. Un bicchiere di Coca, l’ennesimo, e riparto con rinnovato vigore. Salita al Monte Tiffi, breve, e poi più lunga ed impegnativa al Perticara. In entrambi i casi, mi distraggo e perdo il cartello con l’indicazione della lunghezza. Pazienza, que serà, serà. Il mio collega veneto prende vantaggio, là dove io, alla minima pendenza positiva, tiro i remi in barca e mi metto a camminare. Mantengo il mio passo costante di marcia, penso ad altro, al lavoro, a casa, ai cagnoni che chissà cosa stanno combinando a quest’ora. Dormiranno entrambi come sassi, è probabile. Spesso spengo la pila frontale: il cielo è una distesa limpidissima di stelle, anche se la luna non si vede più. Il frinire dei grili è l’unico rumore, che fa tanto estate. Finché posso, combatto il sonno con gli stratagemmi più vari, concentrarmi sui passi, contare, rimandare a memoria qualche poesia studiata nella notte dei tempi. Raggiungo Dodo, ma anche lui è un po’ stordito dal sonno. “Dai, raccontami qualche deserto, che mi vien sonno…”. Poveretto, ho l’impressione di essere il suo incubo. Davanti a noi, sulla destra, il campanile del paese. La nostra meta, il ristoro grande, è più o meno lì. Le proviamo tutte, persino il canto, con grave strazio dei residenti del paese di Monte Tiffi: De Andrè, Battisti, Ramazzotti., Ligabue. Ma non c’è nulla da fare, almeno per me, il sonno mi piega la testa. Spengo la frontale quando si raggiunge il viale centrale, illuminato dalla luce gialla e stanca dei lampioni. Ancora un po’ di passi ed eccoci sul piazzale. Due grandi tavoli, un capannone da cui escono piatti di pasta calda; i volontari più che mai svegli ed attivi. Prendo un caffé e poco altro: sto bene, adesso, ma non riesco a costringermi a mangiare. E dovrei, perché siamo ancora ben lontani dalla meta. Anche da quella intermedia, al km 158.
Veloce tappa in bagno e riparto. Mi guardo intorno, chissà che fine ha fatto il mio compare? Sarà già ripartito, sarà entrato nel capannone? Boh. Indosso il giacchino, che ormai il fresco si fa sentire, e giù in discesa. Per modo di dire, perché la strada va ancora a lungo in piano. Sonno, un sonno insopportabile. Le provo tutte, ancora una volta; tendere un muscolo per volta, cantare, impegnare la mente in qualche modo. Ricorro al repertorio degli 883, incurante dei due corridori francesi che mi stanno per sorpassare. Procediamo più o meno con gli stessi tempi, loro ed io, con la differenza che loro fanno lunghe soste e poi ripartono più veloci. Non c’è verso, Gian, non puoi fermarti a dormire. Devi stare sveglia. L’unica nota positiva è il fatto che la notte, a fine maggio, è abbastanza breve… Non c’è luna, la luce della frontale è alienante. Brividi.
Il male alle gambe, quel senso di rigidità e pesantezza, è tornato a farsi sentire. Ora che ho mangiato qualcosa, è il momento della seconda dose di antiinfiammatorio, prima che la situazione degeneri. La terza andrà per gli ultimi 50 km, se mai avrò la ventura di poterli percorrere.

Il primo chiarore, la prima pallida sfumatura, pian piano si allarga in una macchia di luce, ancora tenue. La temperatura, quasi subito, scende. Un ristoro sulla sinistra, poi un bivio a destra, un punto che ricordo alla perfezione. Sono stordita, procedo, ce la metto tutta, ma è come se, ad intervalli, il cervello si spegnesse del tutto. Oltre il bivio, si procede su una stradina stretta, secondaria, un po’ sconnessa. Raggiungo qui un’avversaria, una collega credo francese, minuta. Sembra in difficoltà ma, al mio arrivo, ce la mette tutta per riprendersi e pian piano si allontana. A dire il vero, l’inseguimento è l’ultimo dei miei problemi. E’ quasi chiaro ormai, ma il sonno non se ne va; non mi abbandonerà fin quando la luce del sole non sarà diretta e violenta. Spesso chiudo gli occhi, procedo per qualche passo in uno stato di alienazione che credo sia davvero sonno, o qualcosa di molto vicino. Poi mi scuoto, all’improvviso; ancora avanti, ancora occhi chiusi, ancora sonno. O microsonno, come va di moda dire adesso. Talvolta mi avvicino un po’ troppo al bordo, scivolo fuori strada con il piede, mi riprendo di soprassalto. E’ un calvario… L’arrivo, il lungomare di Cesenatico, è un’immagine che si avvicina e si allontana. Non oso pensarci, non voglio proprio sentirne parlare, non mi devo illudere.

Attacco con il chiaro la salita al Pugliano, settima asperità della giornata. Ancora combatto contro il sonno; anche qui, percorro diversi metri ad occhi chiusi, perdendomi in un sonno brevissimo senza riposo. Il rischio è di cadere e disintegrarsi magari una caviglia… Diventerei lo zimbello di tutti i podisti d’Italia! Sono preoccupata, ho la sensazione di aver rallentato tanto, di aver perso tempo. Ma è una sensazione; non so che ora sia adesso. Potrebbero essere le cinque e mezza, a giudicare dalla luce. Certo che le colline, con il chiarore del mattino, sono davvero meravigliose.
Raggiungo in salita una collega, un’altra, questa volta italiana, che lotta strenuamente con un dolore al piede. Il suo assistente la segue con una dedizione che quasi sconfina nel martirio; si ferma ogni duecento metri ad attenderla, la segue, la rincuora. Scambio con lei qualche parola, ma ho l’impressione che il suo ritmo sia appena un po’ più sostenuto del mio. Meglio lasciarla andare, è ancora troppo lunga la marcia. Ma, con il sole, il mio morale torna a volare. Lunghe ombre, questa volta del mattino; colori tenui, sfumati da un accenno di foschia a fondovalle. La mia compagna di viaggio mi precede, ma non di molto. Intravedo tracce dell’abitato; la strada si allarga, la pendenza si attenua. Sulla sinistra, il banchetto del punto di ristoro. Raggiungo Dodo, un attimo prima. Più zoppicante che mai, ma è qui. L’assistente della donna le comunica la vittoria di Ivan Cudin con un tempo a dir poco strepitoso, diciotto ore e mezza, forse meno. Per noi il viaggio sarà ancora lunghissimo…
Pochissime cose ormai da mangiare, qualche biscotto, un cracker. Trovo la seconda borsa; secondo cambio, via la maglia a maniche lunghe, indosso una canotta traforata ed una maglietta a maniche corte asciutta. Prendo una delle lattine di simil Red Bull, la berrò in discesa; un bicchiere di Coca e via. Ci lanciamo, Dodo ed io, insieme alla collega. Questo tratto di strada offre uno spettacolo da prima fila sulla giornata che nasce, limpidissima come ieri, sulle striscie di nuvole alte, ma soprattutto sulla meravigliosa imponente Rocca di San Leo, quasi abbacinante per il bianco della roccia e dell’edificio arroccato su, in cima. Dodo me la fa notare, ma io sono incantata già da un po’… Comincia il toto-cancello orario: ce la facciamo, non ce la facciamo. Sono le sette, più o meno; mio malgrado, mi tocca digerire questa comunicazione che avrei preferito non ricevere. Quattordici km al cancello del 158. Ce la facciamo per forza. Ce la faremmo anche solo camminando. Mi assale un brivido. No, non può essere. E’ troppo presto per crederci. Calma, calma, calma. Non può essere che io sia qui, adesso, con questo vantaggio per me esagerato sulla barriera oraria. Ci dev’essere un errore, sì, senz’altro un errore nel calcolo. Allungo il passo, poi rallento per prudenza. Il mio compagno di sventura rimane spesso indietro; non ha avuto beneficio dagli antiinfiammatori, o comunque minimo. Lo so, dovrei aspettarlo, dovrei aiutarlo. Ma divento mostruosamente egoista quando ho un sogno da raggiungere; peggio che mai quando il sogno, impossibile fino a pochi minuti fa, diventa appena un poco più vicino…

Proseguo la discesa lungo la splendida strada che va a passare proprio alla base della splendida parete di roccia. Attacco bottone con la mia collega, anche lei dolorante per un problema al piede, anche lei che non ha tratto alcun beneficio dai farmaci. Per ora, però, mi pare che proceda di buon passo. S’informa sul cancello orario: mi scopro a rispondere “Ma sì, ce la facciamo di sicuro” con un’ostentazione in cui ancora non credo. Lei sembra volersi fermare al km 158, è preoccupata. “Guarda – cerco di rincuorarla – tu cerca di arrivare comunque al km 158. Quando sarai lì, deciderai”. Proseguiamo insieme la lunga discesa; oltrepassiamo una strada trafficata ed un paesello, poi ancora giù, lungo una strada secondaria, qualche tornante, in mezzo alle cascine. Il sole, finalmente alto, è tornato a scaldare. Circolano i primi ciclisti, indipendenti; oggi è la loro giornata. Chissà quando ci raggiungeranno i granfondisti? Abbozzo qualche calcolo. In ogni caso, spero che accada dopo la fine della prossima discesa. Ricordo con orrore il passaggio dei gruppi di testa, l’anno scorso, lungo la discesa del Passo delle Siepi. Criminali fatti e finiti. Raccomando attenzione alla mia collega, che, se dovesse rallentare, si troverà proprio in quella situazione.

Davanti a noi si apre un ampio pianoro. Quel paese che si vede, là davanti a noi, è l’attacco della penultima salita; c’è un punto di ristoro. Una ripida rampa in discesa tra due cascine ristrutturate con ottimo gusto, poi un lungo tratto in pianura ed un ponte. Corro ininterrottamente da molti km; mi concedo qualche metro al passo, tracannando finalmente la lattina. Ci sorpassano due corridori troppo freschi per essere nostri compagni di sventura; saranno podisti indipendenti, in allenamento. Per quanto mi riguarda, dopo oltre 140 km, le gambe sono stanche ed un po’ rigide, ma le pupille sono mobilissime e vanno subito a posarsi sui pantaloncini dei due, invero molto succinti ed ottimamente indossati. Ma torno seria, quasi subito, quando si entra in paese. Svolta a destra; qualche centinaio di metri di corsa su e giù per i marciapiedi. Dovrei camminare, non ha senso sforzare così le gambe… Ma chi mi ferma più, ormai? Raggiungo il banchetto del ristoro; solito bicchiere d’acqua, solita frutta secca. La mia compagna di viaggio chiede del ghiaccio spray: purtroppo non ce n’è; l’ambulanza che era qui fino a poco fa è ripartita. Ci salutiamo: “Comunque vada per me, spero che tu ce la faccia”, mi incoraggia. Apprezzo molto le sue parole. Riparto di gran carriera. Comincio a perdere, pezzo per pezzo, i cocci dei miei dubbi. E’ evidente ormai che non posso non farcela a superare il cancello…

Mi godo, ancora per poco, la frescura degli alberi. Il traffico pian piano cresce; ciclisti, moto. Approfitto dell’ultima quiete per una rapida sosta oltre un cespuglio, poi via, il solito passo svelto, marziale. Estraggo dallo zaino il tubetto di Pasta di Fissan e, senza fermarmi, ne spalmo una dose abbondante sui polpacci, martoriati dal sole di ieri. Non è crema solare, ma è spessa e spero possa offrire una barriera se non altro fisica alla rabbia del sole. Cammino con gioia e con rabbia. La squadra dell’Audi non smette di incitarmi ogni volta che passo davanti al loro punto di appostamento. Supero i tornanti nell’interno, scarico nelle gambe il vigore che mi resta. La salita è impegnativa, ma sono davvero pochi i km che mi separano dal temuto cancello orario. Raggiungo ancora un paio di avversari, che poi restano indietro tra le curve, nascosti dalla vegetazione. Ciclisti e persone a piedi vanno e vengono, preparano nei prati i teli da pic nic; il mondo s’è decisamente risvegliato. Al culmine della salita, i volontari dell’assistenza alla granfondo stanno allestendo il punto di ristoro: è noto che i rifornimenti della Nove Colli sono pantagruelici… Non per nulla, ci sono ciclisti che sostano a lungo, abbandonando per un po’ la bici in favore della piadina. Sfilo accanto, tiro dritto: vorrei un po’ d’acqua frizzante, ma non oso chiederla, non è mia competenza questo tavolo. Riprendo la corsa non appena la pendenza si inverte, sotto l’occhio attonito di un gruppo di ciclisti. Ormai è tutto un dialogo a caso. Siamo sul crinale, con vista panoramica sia a destra che a sinistra.

Un bivio inatteso: l’anno scorso, si andava giù… Invece, adesso, sembra che la strada da seguire sia quella che, sulla sinistra, sale ad un gruppo di case con chiesetta. Per fortuna, un’enorme scritta sull’asfalto, destinata evidentemente a soggetti con la mente già piuttosto ottenebrata dalla stanchezza, avvisa perentoria: “Podisti dritto”. Meno male: a questo punto, anche una blanda salita in più può far soffrire. Giù a rotta di collo, per quanto le gambe stanche ed imballate ancora consentano. Calcolo approssimativamente i km che mancano a Ponte Uso, ma è inutile. Lo si vede, là sotto. Una sequenza di morbidi tornanti. I muscoli delle gambe fanno male, tanto male. Come se una mano li stringesse conficcandoci le unghie. Ma non è questo il momento di cedere, non più. Curva dopo curva. Mi raggiunge e mi supera l’auto guidata da Ilaria, fortissima atleta da ultramaratona e compagna di Luciano, che è un po’ più indietro: le chiedo di lui, mi dice che sta bene. Allora tra poco mi supererà di gran carriera, mi sa. Ma ne sarò ben contenta!

A Ponte Uso, sotto un sole ormai a picco, incrocio i ciclisti che scendono dal Barbotto ed arrivano qui per la prima volta, proprio come abbiamo fatto noi podisti. Per raggiungermi alle spalle, dovranno superare ancora quattro salite. Viaggiano come treni, tutti in fila con precisione millimetrica, ruota anteriore incollata a ruota posteriore. Eppure molti riescono persino a guardarsi intorno; salutano ed incoraggiano i podisti. Un sonoro “Vai Giancarlaaa” squarcia l’aria: chissà chi era… Ben difficile mettere a fuoco qualcuno, per giunta bardato di occhiali scuri e casco, in questo marasma. A me sembra di scoppiare, tale è la gioia. Esulto al punto di ristoro come se fossi arrivata: ben lungi, mi mancano 44 km. Una maratona, Gian, poco più di una dannatissima maratona. Ancora frutta e bibite, poi via. La decina di km che mi attende da qui alla prossima salita sarà un tormento: piattura, anzi, leggera salita, con le gambe doloranti. Accendo un attimo il telefono: prima chiamo mamma per dirle che è quasi fatta, poi rispondo ad un messaggio di Andrea: “Passato il cancello orario del km 158 con un’ora e mezza di anticipo, adesso o arrivo alla fine o muoio!”.
Alterno passo e corsa, a seconda della pendenza della strada. I muscoli sono al lumicino, non posso rischiare di sforzarli troppo, anche se la salita è molto blanda. Combatto tra gioia e terrore che, proprio adesso, succeda qualcosa che mi strapperà via il mio traguardo… Il viavai di auto, moto, ciclisti è ora ininterrotto, in entrambe le direzioni. Piovono incoraggiamenti e commenti, ad onor del vero equamente distribuiti tra la mia prestazione sportiva ed il mio lato B. Notevole, il successo che riscuote questo paio di pantaloncini mignon. Tutto ciò non può che farmi piacere; manca ormai pochissimo al mio trentesimo compleanno ed ho il terrore di cambiare cifra…

Me l’han detto proprio tutti: “Questa volta ce la fai”. L’unica a non crederci ero io. In effetti non è ancora fatta, però c’è una differenza; io adesso voglio arrivare, a tutti i costi… Credo manchi poco alle 11; mi restano ben 7 ore per arrivare. Ce la farei anche camminando. Ma non se ne parla nemmeno, di camminare. Corro e corro ancora. Raggiungo e supero alcuni avversari, da soli, a coppie; restano indietro, non tentano reazione. Ma non è per la classifica che corro. Non m’importa un beato nulla della classifica, io voglio arrivare a Cesenatico.

Avanti, ancora avanti. Passano le prime moto della Polizia, di scorta alla corsa. Tra poco i ciclisti saranno qui. Il male alle gambe non dà tregua. Bando alle esitazioni, recupero ed ingollo la terza bustina di antiinfiammatorio. Devo arrivare, a qualsiasi costo, e non ce la farò con i muscoli in queste condizioni. Ancora cinque km, mi dicono, cinque km di questa strada dannata, piatta, piena di traffico. Non importa, Gian, prima o poi finirà. Tieni duro. Esorcizzo il male alle gambe immaginando l’arrivo a Cesenatico. L’anno scorso, scesa dal pulmino scopa, avevo attraversato mezza città per andare a recuperare l’auto ed avevo sentito, in lontananza, l’altoparlante annunciare l’arrivo trionfale di uno dei concorrenti. Ricordo la tristezza di quel momento. Oggi quell’annuncio potrebbe essere per me… Anche un po’ meno trionfale, va benissimo.

All’attacco della salita, tiro un lungo sospiro di sollievo. Il Nimesulide non tradisce, le gambe stanno meglio. E poi sono raggiante… La gioia funge da ottimo anestetico. Piovono gli applausi per il primo ciclista della granfondo, che sale le rampe del Gorolo con un rapporto durissimo, impressionante; la sensazione, dall’espressione del suo viso e dal movimento così sgraziato sui pedali, è che sia troppo duro anche per lui stesso. Un buon intervallo lo separa dal gruppetto degli inseguitori. Persino dai gruppi di testa arrivano gli incoraggiamenti. Affronto con tutta la decisione di cui son capace, e con tutta la forza che mi resta, le ripide rampe del Gorolo. Non so quanto sia lungo: dei miei trascorsi ciclistici alla Nove Colli ricordo ben poco di numerico… “E’ ancora lungo”, mi informa un pingue spettatore bello rubizzo. “Solo più 2 km”, corregge un altro. Ah beh… 2 km. La vedo, lassù, la strada; seguo tra gli alberi la colonna di ciclisti e veicoli al seguito; vedo le rampe, i tornanti, so già qual è il mio destino. Guadagno quota insieme al mio umore, mi sembra di esplodere di felicità. Sarà ancora durissima, Gian, dopo la vetta; almeno venticinque km, con tanta lunghissima terribile pianura. Ma ormai ce la devi fare. Passi brevi e svelti sulle rampe più insidiose, dove i ciclisti si alzano in piedi sui pedali ed emettono versi gutturali strazianti. Uno di loro perde gli occhiali in un tornante; gli tocca fermarsi. Vorrei raccoglierli io, ma è troppo il tempo che passa da quando l’impulso dal neurone giunge alle gambe: s’è già arrangiato… La strada sembrava lassù, lontanissima, irraggiungibile, eppure è già qui sotto le mie suole, dopo l’ultimo tornante. E l’entusiasmo dei tifosi è tutto per il mio numero 20 appeso allo zainetto. Trattengo a stento il pianto; quasi corro l’ultimo tratto di salita, al ristoro. Ritrovo, per l’ennesima volta, uno degli autisti dei pulmini: “Ecco il 20”, esulta anche lui. La solita manciata di frutta secca, un po’ di pane e marmellata, un bicchiere di succo di frutta, uno di Coca Cola. Ci sono altri corridori accasciati sulle sedie, tramortiti. Scappo via di corsa, anche se dovrò ancora cedere al passo per molti lunghi tratti: la vetta del Gorolo è solo fittizia; in realtà, i saliscendi si susseguono sul crinale, con la vista che spazia tra le colline inondate di un sole cocente. I ciclisti passano ormai a sciami; alla partenza mi risulta fossero circa dodicimila, credo almeno la metà sul percorso lungo. Sfileranno quassù ancora per ore. Corro ogni volta che posso, attenta al minimo segno d’insofferenza dei muscoli; cammino la minima salita. Mi conforta il fatto che un paio di avversari, che sto tenendo d’occhio e che hanno poco vantaggio, procedono con la mia stessa cadenza. L’entusiasmo dei ciclisti non cessa; anzi, man mano che arrivano gli esemplari un po’ meno assatanati per la gara, l’attenzione si sposta su quei pochi podisti spennacchiati, sudati, stanchissimi. Mi è di enorme aiuto il conforto dei tifosi, soprattutto di quelli che mi riconoscono e mi chiamano per nome. Nessuno di loro può fermarsi, ovviamente; causerebbe una catastrofe, un’ecatombe. Già trovo insensata e criminale l’idea di permettere addirittura alle auto di salire in senso contrario alla corsa: vero che la strada è larga, ma le bici sono tante davvero… Ed accade più di una volta che un’auto si fermi appena prima di una curva. Basta che un ciclista stringa un po’ la traiettoria, con la velocità folle che prende in discesa, ed è un macello. Possibile che i responsabili della sicurezza della gara non se ne rendano conto?

I paesi si susseguono quasi senza soluzione di continuità. Le risalite sembrano non finire mai, sono estenuanti; ogni volta che pare di aver imboccato finalmente la discesa vera, ecco che la strada, in lontananza, torna su, seppure dolcemente. Finirà, Gian. Non puoi cedere qui, non pensarci nemmeno.
D’improvviso, la fame si fa prepotente. Credevo di avere con me ancora un gel… Invece, nulla. Ristori, non ce ne saranno più… Il pensiero mi preoccupa non poco: adesso, una cotta sarebbe davvero gravissima. Provvidenziale l’Audi dei miei tifosi: mi vedono da lontano, mi applaudono festosissimi. Metto tutta la faccia tosta di cui sono capace e chiedo loro qualcosa da mangiare: avrebbero del riso, ma non credo di riuscire a buttarlo giù… Scovano due gel: ecco, perfetto! Sono in debito… Ringrazio e scappo via. Nemmeno un km più avanti c’è il ristoro: ma no, che figura… Pensavo fossero finiti!

Pane, marmellata, Coca Cola. Uno dei volontari sostiene che io sia la prima donna: eh già, come no… Sono Michelle Obama! Esageruma nen: a me basta finire… Riparto di gran carriera. Troppo forte, ma ora siamo in discesa; le gambe urlano di dolore, ma non le ascolto più. Venti km, più o meno. Quel terribile, lunghissimo rettilineo finale che già ai ciclisti fa vedere Belzebù. Corri, Gian, corri. Recupero ancora un paio di avversari. Case, giardini, la strada sempre più larga, un’autostrada quasi. Passo di fronte ad un bar; uno degli avventori esclama: “Sei la seconda donna!”. Mi giro, piccata: “Ma per favore… Ce ne saranno chissà quante davanti!”. Ci resta male, il poveretto. Eppure ne sono convintissima: credo che, dietro di me, non ci sia quasi più nessuno, salvo i pochi che ho appena superato. In effetti, non ha alcuna importanza.

Infine, la temuta pianura. Qui è un disperato esercizio di pazienza, sopportazione, resistenza. Le gambe urlano, il fiato manca, il petto brucia. Corri, Gian, non cedere, corri finché ce la fai, rotonda dopo rotonda, incrocio dopo incrocio. Mi sostiene il tifo dei ciclisti: quelli che passano adesso son già molto meno tirati, concentrati, votati alla missione del traguardo; hanno più l’aspetto degli scanzonati gitanti domenicali – per quanto, in bici, non riuscirei a star loro dietro nemmeno con il gancio traino.

La mia corsa è sempre più penosa. In bilico tra sconforto, fatica e gioia. Incontro ancora un paio di punti di ristoro, l’ultimo a sei km dall’arrivo. Il grattacielo di Cesenatico, all’orizzonte, diventa sempre più nitido e definito, eppure lo spazio tra me e lui sembra dilatarsi senza fine. Non arriverò mai… Tieni duro, Gian, anche se ti fa male tutto. Tieni duro, perché dal Gorolo a qui avrai già superato almeno dieci persone, perché davanti a te ce ne sono altre che supererai. Tieni duro, anche se fa male. Ormai ce l’hai fatta, ormai puoi crederci anche tu che tra tutti eri la più determinata per il no. Felicità immensa. Per qualche km, la strada dei podisti si separa da quella dei ciclisti. E se sbagliassi strada? Cerco con attenzione maniacale le frecce. Non posso dire di avere il batticuore, solo perché il cuore è al limite del crollo, non ce la fa più…

Ad un paio di km dalla fine, sento un rumore di passi velocissimi alle spalle: è Ciro… Matto come un cavallo, mi sorpassa a velocità impressionante, contento come un bambino. Vorrebbe che lo seguissi, ma non ce la faccio: troppo alto il rischio che mi partano i crampi proprio adesso. Per carità, arriverei lo stesso, ma io voglio arrivare di corsa, a modo mio… Si avvicina l’auto di Andrea, l’assistente di Ciro, allibito quanto me: “Io non capisco… Stanotte mi è morto quattro volte! Giuro che non l’ho drogato…”. Mi vien da ridere: io lo capisco, l’effetto dell’entusiasmo!

Mi accompagna per un breve tratto un tifoso in bici da passeggio; si informa sulla gara, si complimenta. Un cavalcavia, due cavalcavia, ancora un paio di avversari raccattati. Ci salutiamo calorosamente, ad ogni sorpasso: loro camminano, io non voglio ancora cedere, anzi, non voglio più cedere. Il penultimo cavalcavia, nero d’asfalto bollente. Ancora corsa, poi l’ultimo cavalcavia. É lo svincolo: il curvone, sempre presidiato dai volontari, che immette nel rettilineo finale. “Ultimo chilometro”, mi urlano, e pazienza se in realtà ne manca ancora uno e mezzo. Come se mi avessero appena anestetizzata con dose da cavallo, di punto in bianco non sento più nulla, nessun dolore alle gambe, alla schiena, nessuna difficoltà a respirare. Imbocco il rettilineo, ultimo km davvero: scarico nelle gambe tutta la forza che mi resta, con un sorriso che arriva fin dietro le orecchie. Gli applausi sono tutti per me; l’altoparlante scandisce parole che hanno dell’incredibile: “Sta arrivando la seconda donna”. La seconda, cavoli… Ma allora era proprio vero! Ed io quel poveretto l’ho anche maltrattato… L’annunciatore mi accoglie sotto il primo dei cinque archi gonfiabili; mi accompagna di corsa, microfono alla mano, fino all’ultimo. Un arrivo a braccia alzate, una cosa che mai mi era capitata nella vita e credo mai ricapiterà. Non ci credo, non ci credo, è fatta davvero… L’abbraccio caloroso di Mario Castagnoli, il saluto degli altri corridori già arrivati. Sono stordita, quasi senza parole. Tempo di ricevere il diploma, poi saluto e mi rimetto in cammino. “Uomo d’acciaio”, 202 km, 27h 39′, che scoprirò poi essere anche il sesto tempo assoluto sui quindici tempi femminili migliori registrati nelle 14 edizioni della gara. E la vincitrice, la francese Brigitte Beck, è arrivata meno di mezz’ora prima di me: per via di una brutta crisi, però. Altrimenti, sarebbe stata capace di polverizzare il record femminile.

Mi avvio a piedi, dando libero sfogo al telefonino, messaggi, chiamate, mamma in primis e poi tutti gli altri, da ringraziare per il sostegno che mi hanno offerto prima e durante la corsa. “Quella ragazza se l’è fatta tutta a piedi”: un gruppo di ciclisti, accanto ad un furgone, mi saluta e mi fa i complimenti. Un paio di km per sgranchire le gambe e sono all’auto, proprio nei pressi del Municipio. Fazzolettini, asciugamano, acqua, alcool per una pulizia sommaria; io non ho prenotato alcun albergo, non ho la doccia e domattina devo essere in ufficio. Un lungo e tormentoso giro in auto per le vie di Cesenatico, caotiche oggi come non mai, per scovare la via dell’albergo dove sono stati riportati i sacchi dislocati sui vari colli: poi via, inizia l’interminabile viaggio di ritorno, tra code, intasamenti e soste in autogrill per dormire, ovviamente sulla Opel. Anche per lei, oggi, altro piccolo traguardo chilometrico: è arrivata a quota 265.000!

Infilo la chiave nel cancello di casa alle 6: giusto in tempo per una doccia, una dose industriale di pasta per calmare la mia fame mostruosa, ed eccomi pronta per l’ufficio. Ovviamente, oggi, la mia presenza al lavoro sarà puramente fisica.

(Visited 25 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!