21 dicembre 2013 – UN COMPAGNO INATTESO

Un abbaio insistente e perentorio risveglia il neurone intorpidito dal sonno arretrato e dall’umidità appiccicosa della nebbia. Corro da un’oretta, le gambe ancora ingessate nonostante i saliscendi; lungo la schiena, brividi. Ho appena attraversato la minuscola valletta tra la chiesetta di frazione San Bernardo e la località Lazzarino, entrambe in territorio di Monteu Roero: breve ma ripidissima discesa, altrettanto breve e ripidissima salita; in fondo, un gelido tuffo nella nebbia, che solo un centinaio di metri più in alto si è già diradata. Tutt’intorno, le prime colline del Roero, congelate in uno scatto in bianco e nero, i due soli colori di cui tocca accontentarsi in queste malinconicissime giornate invernali.
Intravedo a malapena la fonte dell’imperiosa emissione sonora: la sagoma di un cagnotto, a circa un centinaio di metri da me. Scuro, snello, qualcosa che somiglia ad un pastore tedesco. L’abbaio è potente, ma la coda sventola in segno di buona intenzione. Mi fermo, mi chino, allargo le braccia: “Ciao piccolo… Vieni qui!”. Il cagnotto, ancora lontano, resta per un secondo immobile, la coda dritta: solo un istante, poi parte a razzo verso di me. Poche falcate e mi trovo le sue zampone addosso: mi ci vuole un bello sforzo per evitare di ruzzolare per terra. La gioia del piccolo, piccolo per modo di dire, è incontenibile: lo copro di coccole e lui, orecchie basse, quasi mi striscia intorno. Poi si lancia, di corsa, nella direzione in cui stavo andando io. Mi rialzo, scuoto via il fango delle sue zampe, riparto anch’io. Raggiungo il bivio: il percorso che avevo pensato per oggi prevede di svoltare a destra, in direzione di San Grato e poi, più avanti, Monteu Roero. Il peloso mi segue, anzi, mi precede. “Poco male”, penso. “Arriverà alla fine del suo territorio e tornerà a casa”. Ma, un chilometro più avanti, il lupone è ancora con me. I casi sono due: o questo personaggio è un latifondista, ha un concetto molto ampio di territorio… Oppure ha deciso che gli sono simpatica. Ma a me sale l’ansia. Qui, per adesso, siamo lungo una stradina che è proprio solo di servizio tra le cascine; passerà un’auto ogni morte di Papa. Ma tra poco c’è l’incrocio con una strada già un po’ più battuta… Troppo pericoloso per il lupone!
Il bellissimo peloso, incurante delle mie preoccupazioni, mi corre davanti, con ampie variazioni sul tema in mezzo alla boscaglia ed ai noccioleti. C’è una gioia incontenibile nel suo modo di correre e saltare. Sembra distratto da tutto, ma mi tiene d’occhio. Infatti, quando giungiamo a ridosso dell’incrocio, mi fermo e gli faccio un fischio: dietrofront, torno indietro. Una massa di pelo scuro mi sfreccia accanto e torna a precedermi, cento metri avanti. E va bene… Mettiamola così: adesso ci facciamo un bel giretto tra i boschi… Però poi torni a casetta tua, ok?
Detto, fatto. Imbocchiamo la stradina sterrata che va verso la località Caratto dei Boschi: l’ultima neve si scioglie e lascia uno strato di fango scivolosissimo. Confido nel potere delle suole delle La Sportiva. Il lupone non ha problemi: con le sue quattro zampe motrici, la forza e l’entusiasmo di un cagnotto giovane e ben nutrito, saetta come una lepre da destra a sinistra. Di tanto in tanto sparisce tra le frasche; un gran crepitio ed eccolo che spunta da un’altra parte. Ho un po’ di timore, questa è zona di caccia… Ma finora non ho ancora sentito spari.
Un pallido sole cerca spazio tra la foschia, ma il freddo continua ad essere pungente. Sulla neve restano le orme delle mie scarpe e delle zampe del lupone, che ha una falcata, ad onor del vero, un po’ sconclusionata. Arriviamo alle poche case di località Caratto: da qui, imbocchiamo una deviazione che scende giù, nel fondo della valletta laterale, e lì muore in mezzo ai campi coltivati. Qui siamo sul versante in ombra della collina; la neve resiste e mi costringe ad una corsa più impacciata. Il lupo non ha problemi… Pianta il naso nella coltre bianca, segue chissà quale pista.Di tanto in tanto si ferma, come folgorato: immobile, in una curiosissima posizione con una delle zampe posteriori che rimane sospesa in aria; il naso al vento. Per terra, orme di lepri e tracce di cinghiali, rami spezzati. I colori cupi fanno contrasto con i sottilissimi fili verdi che spuntano nel campo coltivato; nella mia ignoranza, presumo sia grano.
Vieni lupo, si torna su! Accanto alle case, ripercorriamo la strada sterrata. Ancora una deviazione, un’altra discesa verso il fondo della valletta: ombra e freddo pungente, cosa non si fa per accumulare un po’ di dislivello. Il cagnone asseconda ogni mio cambio di direzione: ha deciso di concedermi l’onore di essere il suo capobranco, per oggi. Quando mi fermo per un, ehm, pit stop, addentrandomi un poco tra gli alberi, lui si volta e non mi vede più: è un attimo, naso a terra, me lo ritrovo accanto, è il caso di dirlo, nel momento del bisogno. Approfitto della pausa per accarezzargli il testone e guardare quegli occhioni scuri dolcissimi, prima che questo cavallino riprenda la sua corsa. Ripassiamo davanti alla cascina da cui il piccolo è uscito: spero che, a questo punto, sia soddisfatto della corsa e se ne torni a casa… Macché: siamo dinuovo sull’asfalto, sulla stessa strada già percorsa prima; io proseguo e lui… Per un attimo, lo vedo puntare in direzione di casa. Allungo il passo: vuoi vedere che ha deciso di tornare alla cuccia? Macché. Qualche minuto e sento alle spalle un galoppo forsennato. Il peloso mi sorpassa, si ferma, si volta, mi guarda come per dire “Hai visto, sei contenta? Sono tornato!”. Piccolo mio, ascoltami, io ti adoro; fosse per me, ti porterei a casa subito… Ma tu hai una casa, sei un bel cagnotto curato e gioioso; fammi questo favore, torna da dove sei venuto… Ho troppa paura di vederti correre così sulla strada! E’ vero, qui non passa quasi mai nessuno, ma basta anche un solo veicolo per rischiare troppo…
Dinuovo, all’incrocio con la strada per San Grato, torno indietro. Il lupotto immediatamente si adegua al dietrofront. Ha energie da vendere, schizza dentro e fuori dalle sterpaglie; ha il pelo ricoperto di foglie secche e rami… Intanto, la temperatura sembra farsi un po’ meno rigida.
Questa volta, direi che è il caso di riconsegnare il lupo al legittimo proprietario. Mi avvicino al cortile della cascina: due uomini, presumo papà e figlio, sono al lavoro in un’aiuola. “Chiedo scusa… E’ vostro questo cane?”. Sorridono: “Ti ha seguita?”. Eh sì, parecchio… Provano a richiamarlo: “Pluto, ven si, Pluto!”. Ma Pluto – adesso so come si chiama! – se ne guarda bene, dall’avvicinarsi. Quasi sorride, beffardo. “A lui piace correre”, mi dicono. Già, me ne sono accorta! Va bene, cedo… “Gli faccio ancora fare una corsa fino al Caratto, poi ve lo riporto”. Alè, altro giro, altra corsa: strada sterrata, la stessa di prima; la neve si è sciolta un po’ di più; c’è un po’ più fango. Sento in lontananza un paio di colpi di fucile: quei maledetti… Li sente anche Pluto, che si ferma pensieroso. Poi riprende a correre, ma senza più allontanarsi molto da me. Ho il cuore in gola, non certo per la fatica della corsa: Pluto, ti prego, non infilarti più nel bosco… Quei dannati, che venga loro un accidente, sparano a qualsiasi accenno di movimento; non potrei mai perdonarmelo, se qualcuno ti facesse del male!
Questa volta, al Caratto, attraversiamo la frazione e proseguiamo per un tratto lungo la stradina che torna asfaltata, intavolando un paio di accese discussioni con i cani a guardia dei giardini. Poi torniamo, per l’ennesima volta, sui nostri passi. Non so se sia intimorito dai colpi di fucile o se sia semplicemente un po’ stanco, ma Pluto non si allontana più molto da me. Quando raggiungiamo i paraggi della cascina, il suo padrone è già fuori e lo chiama. Pluto sembra, questa volta, volersi rassegnare: saluto, proseguo la mia corsa. Ma non faccio in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che… L’inconfondibile galoppo alle mie spalle. Eccolo dinuovo… E il padrone che continua a chiamarlo, inutilmente. OK Pluto, ho capito, dai. Ti accompagno a casa. Mi fermo: il lupone si avvicina; gli accarezzo la schiena, lo prendo per il collare. E’ riluttante; quasi si nasconde dietro le mie gambe… Mi si spezza il cuore. Il padrone quasi si scusa: “Lui ama correre, ma sa che adesso lo devo chiudere nel recinto…”. Beh, quel che è certo, dalle quattro parole che scambio con lui, e dal modo delicato in cui lo vedo afferrare il collare, è che quest’uomo ha molta cura per il suo cagnotto. Se solo avessi avuto mezzo dubbio, me lo sarei già portato via, questo lupetto… “Di notte lo faccio dormire in garage, perché fuori fa freddo. Al mattino però lo libero, perché un cane sempre chiuso soffre…”. E’ senz’altro vero, anche se io, dal mio punto di vista di mamma iperprotettiva, fatico moltissimo ad accettare che un cane sia libero di girare solo per la campagna. Anche se c’è poco traffico, anche se è una zona tranquilla. Ai miei bestioni non permetto di muovere nemmeno mezzo passo senza guinzaglio, e già così ho comunque l’angoscia che possa accadere loro qualcosa… Un’ultima carezza: “Vai a casa, Pluto. Prometto che torno per portarti a correre un’altra volta, adesso che so dove abiti”. Ma la mia coscienza rimorde: ci siamo fatti due ore di buona compagnia, ma lui vorrebbe stare ancora con me…
Riparto di corsa in direzione di San Grato. Andrò ancora fino a Monteu, poi dietrofront: occhio e croce, tenendo conto delle varie deviazioni dedicate a Pluto, questa mattina dovrei racimolare più o meno 35 km. Poi mi tocca rientrare, perché a casa le tre bocche canine sono in attesa della pappa.
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!