21 gennaio 2018 – DI CORSA TRA LE VALLI UZZONE E BORMIDA

Inutile nasconderlo: lo sanno anche i sassi, che io non ho mai avuto un buon rapporto con la discesa. La temo. In bici, soprattutto, ma anche a piedi e talvolta persino in auto. Quel che è strano è che la temo a volte più, a volte meno, dipende dai giorni. Non tanto dalla condizione del sentiero o della strada, dal meteo o da altri fattori che sarebbe anche logico considerare, no, dipende proprio da me. Ci sono giorni in cui non ci faccio quasi caso e giorni, come oggi, in cui una sorta di ansia inspiegabile mi fa fare le curve, giù da Borgomale prima e da Castino verso Cortemilia poi, ai quaranta all’ora, con le unghie conficcate nel volante. Il fatto che la temperatura sia sotto zero non giustifica la mia scarsissima fiducia nella stabilità della Zafirona. Mi sembra di viaggiare sul sapone: la sento proprio, l’auto che scivola, anche se in realtà non c’è un tubo che scivola. Come potrebbe? Sono quasi ferma… Per fortuna, a quest’ora della domenica mattina, da queste parti c’è ben poco traffico. Non c’è nessuno che mi mandi al diavolo.
A Cortemilia, parcheggio nella piazza principale del paese. Zero gradi, precisi. Ciononostante, alle otto e mezza, c’è un discreto viavai dal vicino supermercato: sono sorpresa, come se poi fosse normale partire, alla stessa ora, per un giro di corsa da cinquanta km. A ciascuno il suo.
Indosso già in partenza la giacca in goretex, perché fa davvero freddo. Ed io invecchio, divento pigra e lamentosa, soffro il freddo ed il caldo come non mai. Guanti, bandana, zainetto con le vettovaglie: tutto pronto. Si parte, in leggera salita, lungo la strada della Valle Uzzone. Un bellissimo cielo azzurro promette bene, nonostante qua in fondo il sole non sia destinato ad arrivare presto. I primi venti km del giro, circa, mi sono chiari: devo risalire la valle, sempre sulla strada principale, in direzione di Cairo Montenotte, fino a scollinare al bivio per Dego. Il resto sarà un’avventura. E’ Matteo che mi ha proposto e preparato l’itinerario: peccato che questa mattina, con il solito tempismo, la stampante abbia rifiutato di collaborare. Così, tutto quel che ho è un foglietto di carta su cui ho scarabocchiato, più o meno, la traccia, i bivi da imboccare e quelli da evitare. Speriamo basti.
I primi chilometri sono un’agonia. La leggera pendenza in salita non aiuta il morale né il fisico. Mi porto dietro, da alcuni giorni, un senso di fiacca imbattibile, che stamattina più che mai si fa sentire. Mi distraggo con i panorami che, per me, sono di una bellezza struggente: boschi, poderi coltivati, muretti a secco; il sole, proprio davanti a me, basso e violentissimo. Ma le gambe sono pesanti e rigide, il fiato manca. E ben presto si affaccia la fame. In effetti, né la cena di ieri sera, né la colazione di questa mattina sono state all’altezza delle mie pantagrueliche abitudini. Fame, di quelle serie. Ma ho l’arma segreta, sperimentata solo di recente e subito promossa ad alimento prediletto per le lunghe distanze. Continuo a correre e sfodero dalla taschina sullo spallaccio un goduriosissimo tubetto di maionese, come se fosse un gel: qualche ciucciata e lo stomaco, per il momento, è fuori combattimento, con gran soddisfazione del palato. Pezzolo Valle Uzzone, primo paese; Castelletto Uzzone, il secondo. C’è purtroppo un gran viavai di cacciatori: speravo che la caccia fosse già chiusa, invece pare di stare a Beirut. Non posso evitare una sosta tecnica, ma mi apparto con circospezione e rapidissimamente.
I km scorrono e la fame torna prepotente a farsi sentire. Il morale, nel frattempo, è scivolato sotto i tacchi: faccio una tale fatica a portare avanti il mio corpaccione, che più volte medito di tornare indietro e lasciar perdere, per oggi. Mi incoraggio con un proposito: comprare un pezzo di focaccia o un po’ di pane, qualcosa di concreto e voluminoso, non appena troverò una panetteria. Già: fosse facile. Un cartellone mi appare, quasi per magia, con la pubblicità di un fornaio: peccato che sia a Castelletto, cioè già alle mie spalle. Mestamente proseguo, passi brevi e faticosi, corro per modo di dire. Pochissime auto, quiete, silenzio, solo qualche abbaio qua e là dai cortili.
Alle prime case di Scaletta Uzzone, mi fermo per togliere la giacca: il sole finalmente è salito abbastanza da illuminare direttamente anche la strada; si sta un po’ meglio. Intanto, un anziano si avvicina alla recinzione di un piccolo cortiletto ed allunga la mano verso due cagnolini, che abbaiano festosi: ritiro la giacca, rimetto lo zainetto in spalla, passo e li saluto, tutti e tre. Provo a deviare verso l’interno del paese, casomai ci fosse una panetteria. Il mio stomaco incrocia le dita. Macché: vedo solo una sorta di locanda, con alcuni avventori che, al mio passaggio, battono le mani sui vetri e salutano: in effetti, non credo si vedano molte podiste da queste parti, in una gelida mattina di gennaio… Proseguo: all’uscita del paese, trovo un piccolo negozio di alimentari, davanti a cui campeggia un cartello di cartone con una scritta a pennarello nero: “Chiuso il 21/01 mattino”. Ma che fortuna. Pazienza. Mi terrò la fame. E poi, è evidente che si tratta solo di una sensazione: non è possibile aver fame, trangugiando maionese.
Al bivio, mi reimmetto sulla strada principale, che comincia a salire più decisa. Per un breve tratto, mi metto a camminare, per riprendermi un po’ e mangiare senza soffocare una chicca di altro genere: uno Snickers, barrettona di cioccolato suino, caramello ed arachidi. Poi riprendo a correre, per una questione di principio: piano, pianissimo, ma non posso mollare già adesso…
Man mano che prendo quota, la temperatura diventa più confortevole, anche se i tratti di strada in ombra sono ricoperti da uno strato di brina. Alcuni tornanti mi fanno guadagnare rapidamente quota. Nelle poche case sparse nei paraggi della strada, ora fervono le attività, soprattutto di potatura. Rumori di motosega e falò accesi.
Arrivo al bivio: proseguendo per questa strada, andrei a finire a Cairo Montenotte. Invece, devo girare a sinistra, direzione Dego e Santa Giulia. Il panorama che si apre allo scollinamento è spettacolare: una vista ampia e limpidissima sulle montagne della Liguria, con le pale eoliche sui crinali in piena attività. A vederle di qua, sono tantissime.
Finalmente la strada concede un po’ di tregua. La salita, lunga e faticosa, mi ha inchiodato le gambe, soprattutto perché, ultimamente, combatto con un dolore ai piedi che mi costringe a correre, anche in salita, con il piede piatto, per limitare al massimo lo sforzo sulla punta. E’ un movimento innaturale, goffo e faticoso, ma tant’è. In un tratto in leggera discesa, supero un’auto parcheggiata, con una coppia ferma vicino all’imbocco di un sentiero. Pochi passi e la signora esclama: “Non le fa niente, eh!”. Non mi fa niente, cosa? Mi fermo, mi giro: un meraviglioso lupone cecoslovacco sta correndo amichevolmente verso di me. Mi basta fargli un cenno per vedermelo letteralmente volare addosso: baci, coccole, un turbinio di peli. I suoi padroni sono molto sorpresi: di solito, il loro cane incute timore… Può darsi, ma non certo a me! Né il lupone, né il piccoletto che lo accompagna, un botolo vagamente simile ad un Jack Russell. Mi stacco a fatica e malvolentieri dall’abbraccio peloso: devo proseguire… Ho percorso venti km o poco più; non sono nemmeno a metà. E chissà che ora è. Il Garmin, volendo, me lo potrebbe rivelare, ma… Preferisco non saperlo. Immagino di essere in clamoroso ritardo sulla tabella di marcia, anche se una tabella di marcia non esiste. Mi raggiungerà Matteo, partito in bici da Genova, più avanti, ma sa Santa Giulia in poi saremo comunque sulla stessa strada; mi troverà per forza.
Qui la strada alterna parecchi saliscendi, correndo in mezzo a vallate di boschi fittissimi e poche, sperdute, meravigliose cascine. Le gambe mal tollerano le risalite. Sono sempre tra i cinquecento ed i seicento metri di quota, con uno splendido panorama di cocuzzoli e torri in cima ai cocuzzoli. Ora, quassù, fa decisamente caldo, persino troppo per lo spessore della tuta che indosso, con maniche e pantaloni lunghi. Tra l’altro, ho bell’e finito l’acqua, già da qualche km. Non sarà facile trovare, in pieno inverno, qualche fontanella aperta.
Supero l’abitato di Santa Giulia e proseguo. Almeno, mi sembra la cosa più sensata da fare, per quel poco che posso capire dal mio geroglifico. Non ci sono molte alternative. Certo, se avessi la cartina, saprei orientarmi un po’ meglio con i punti di riferimento nei dintorni, ma pazienza, speriamo bene. Tengo la sinistra; attraverso la frazione Gorra e continuo a salire. I muscoli delle gambe sono proprio stufi: induriti, affaticati dal dislivello e dalla fiacca pregressa. La strada prosegue deserta, bellissima, sempre in quota. Prendo nota, mentalmente, di due bivi con stradine che scendono a Scaletta Uzzone ed a Castelletto Uzzone, due paesi in cui sono passata prima: saranno per forza strade che “tagliano” la collina, da andare ad esplorare. Anche perché qui è bellissimo, non c’è un’anima. Qualche rara cascina qua e là, ma non si percepisce segno di presenza umana. E il sole, quassù, scalda anche in pieno inverno.
Arriva un messaggio di Matteo: “Dove sei? Io sono a Dego”. Dove sono. Buona domanda. Mi guardo intorno: sono nel nulla eterno, in questo momento. Ho passato da poco la frazione Gorra, ecco, tutto quel che gli so dire. Nessuna risposta. Avrà capito: del resto, se mi ha proposto questo itinerario, significa che lo conosce, presumo. Ingenuamente presumo.
La stradina d’un tratto finisce, immettendosi su una strada appena più grande. Nessun cartello che indichi alcuna località, né a destra né a sinistra. E la mia cartina non è di grande aiuto. A sinistra si sale, a destra mi sembra si scenda leggermente; il panorama, da qui, non mi aiuta a capire dove mi trovo. Anche se so di non essere molto distante dalla strada che scende verso Cortemilia con ampi tornanti. Che fare? Proviamo a sentire Matteo; magari ha qualche dritta. Lo chiamo: non è che ci si capisca molto, però, perché la strada da cui provengo, da lui suggerita nell’itinerario, gli è ignota. Da qui la mia ingenuità: avrei dovuto presumerlo… Beh, a questo punto tiriamo la monetina. Vada per la sinistra. Mi incammino, un po’ di corsa stanca, un po’ di passo. La strada sale ed io sono abbastanza fiacca, per non dire cotta. Ho anche molta sete: non c’è stato verso di trovare acqua.
Un tornante e qualche curva più avanti, ecco svelato il mistero. Sono al Todocco. Però, per quel che mi ricordo dalla cartina che non ho potuto stampare, e per quel che mi ero segnata sugli appunti, al Todocco non avrei dovuto arrivare. Richiamo Matteo: ora so dove sono, ma devo capire dove andare per evitare che lui finisca in Valle Bormida ed io in Valle Uzzone o viceversa. Responso: torno indietro al bivio, un paio di km. Si doveva andare a destra. Ma la deviazione non è stata vana: qui c’è una fontanella e c’è pure l’acqua. Riempo la borraccia, mentre un morbidissimo micio fiducioso mi si struscia tra le caviglie e va a bere nella vaschetta ai piedi della fontana. Tracanno un bel po’ d’acqua: come mio solito, ho dimenticato in auto la bustina di sali e mi devo accontentare. Poi riparto, stavolta in discesa. Lungo tratto prima in leggera discesa, poi in piano, fino all’incrocio con la strada che, a sinistra, scende a Cortemilia. Ancora un incontro sgradito con le squadre dei cacciatori, riunite a fine battuta: passo, li ignoro. Proseguo in direzione Cortemilia per qualche centinaio di metri: poi, l’itinerario prevede di imboccare un bivio a destra, per Serole. Una stradina piccola, con una grata in metallo all’inizio. Eccola, è senz’altro questa. Passo accanto ad alcune cascine e proseguo, in leggera discesa, finché squilla il cellulare: è Matteo che mi chiede dove sia. Arriverà tra pochissimo. Ripongo il telefono nella tasca dello zaino e, come al solito, faccio inavvertitamente partire un tot di altre chiamate, oltre a cambiare la lingua del dispositivo da italiano a tedesco. La tentazione di catapultare l’aggeggio in fondo a qualche burrone è fortissima.
Matteo arriva, in effetti, dopo pochi minuti, in bici, carico come un mulo. Proseguiamo insieme per qualche km di questa meravigliosa stradina ancor più nascosta e sconosciuta, con vista a perdita d’occhio sulle colline, finché si arriva ad un incrocio che già conosco: a sinistra si va a Serole e poi Cortemilia, dritti si va a Roccaverano. Ecco svelato l’arcano.
Breve pausa, da seduta, mangiando un pezzo di focaccia ed uno di pandolce genovese che Matteo rinviene nei bassifondi dei suoi bagagli. All’orizzonte si vedono le pale eoliche, sul crinale. Poi si riparte ancora: dovrebbero mancare circa dieci km alla conclusione del giro. Ci sarebbe stata, per la verità, ancora una deviazione al Monte Puschere, ma direi che, per oggi, ne ho abbastanza.
Scendiamo ancora insieme a Serole, minuscolo grumo di case, un gioiellino, dove so che c’è una fontanella. La scommessa è se sia aperta o meno. Attraversiamo la piazzetta deserta: in una nicchia nel muro in pietra, eccola lì. Matteo è scettico, ma la fontanella butta acqua. Provvidenziale.
Fatto entrambi il pieno, torniamo sulla strada principale. Leggera salita, fino alla frazione di Cuniola: mamma mia, mi sembra l’Everest… Va bene essere stanchi, ma qui si esagera! A questo punto, Matteo prosegue: scenderà fino a Cortemilia, risalirà a Castino, da lì giù fino al ponte sul Belbo e ancora in salita fino a Benevello. Mi attenderà lì, dove io arriverò comodamente in auto. Per me, a piedi, la discesa su Cortemilia è ancora lunga. Però è dolce, accompagna il passo piacevolmente e mi lascia godere ancora un po’ del sole primaverile e del paesaggio collinare. Mi intrigano le stradine che si staccano sulla mia destra: mi riprometto di andare in esplorazione, prima o poi, perché sono certa che conducano da qualche parte, non solo alle frazioni sperdute su per i boschi.
La pendenza della discesa si accentua negli ultimi km prima di Cortemilia. Incontro poche persone a piedi, due passi per smaltire i pranzi domenicali: gli ultimi tornanti, fino al ponte ed alla piazza centrale. Cinquanta km tondi, neanche a farlo apposta. E, sulla piazza, il distributore di carburante più economico che abbia visto nei paraggi. Come non approfittarne?

(Visited 14 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!