21 marzo 2009 – Da Alba al Beigua… O no?

“No no e poi no, non ci penso nemmeno, a partire alle sette con la prospettiva di dover macinare 220 km. Ma scherziamo? Partire alle 7 in questo periodo significa buttare via una buona ora di luce; io sono una lumaca, già mi ci vorrà un’eternità e mezza per completare il giro… Se parto alle 7, arrivo a notte fonda!”. Oh insomma, che iattura. E dire che ormai dovrei saperlo. Con Mik si può scendere a compromessi su qualsiasi cosa, distanze, salite, destinazioni; posso avanzare le proposte più folli con la certezza che, in qualche modo, sarò assecondata… Ma c’è un punto, un solo punto su cui ormai ho gettato la spugna. Toglietegli tutto… Ma non le ore di sonno! E così non mi metto nemmeno più a litigare; siccome la mia testaccia è granitica almeno quanto la sua, io adotto la tattica del “Faccio quel che pare a me, tu fai quel che pare a te”. Questa è la ragione di fondo per cui stamattina, alle cinque e mezza, buio pesto, mi trovo casualmente nel bel mezzo del parcheggio del Tribunale di Alba. Deserto, la Opel in mezzo ad un dedalo di striscie bianche che posso solo immaginare nelle tenebre. Di buono c’è che si respira puro effluvio di cioccolata, “Eau de Nutellà”, roba da saltare in bici, prendere la direzione della Ferrero e compiere una rapina a mano armata, non so di cosa ma credo che la pompetta per le gomme possa andar bene. Di cattivo… C’è che fa un freddo siberiano, che i termometri qui nelle vicinanze segnano con ostinazione temperature negative e che le poche auto parcheggiate nei dintorni son coperte di un bello strato di brina. Povero Roberto, si sarà già pentito di avermi sostenuta nella mia crociata pro-partenza notturna con il sacrificio umano di se stesso medesimo? Mah, a vederlo così, direi di no, anzi; non lo conosco così bene, è il secondo giro che condividiamo, ma direi che ha l’aspetto abbastanza roccioso. Probabilmente sto soffrendo più io di lui, ed il guaio è che non mi posso nemmeno lamentare.

Bardati ed incappucciati con l’equipaggiamento da spedizione in Alaska, illuminati come alberi di Natale, Roberto ed io ci mettiamo in marcia. Per dove? Mah, a dire il vero, Mik ha fornito una traccia ben chiara, che prevede di andare al mare via Cortemilia e Dego, scendere ad Albisola, risalire via Monte Beigua e poi rientrare ad Alba passando per la zona di Acqui, terreno a me del tutto sconosciuto. Mi sono studiata un po’ la cartina: partendo con un’ora, un’ora e mezza di ritardo rispetto a noi, Luca e Mik dovrebbero raggiungerci prima del mare; quindi, il problema di trovar la strada per il ritorno a nord non dovrebbe porsi. Non dovrebbe… La cartina l’avrei anche preparata, sempre in teoria. Però è rimasta a casa sull’asse da stiro; dubito che oggi potrà essermi di grande utilità. Pazienza, ormai siamo qui! Bando agli indugi. Mezzi congelati, attacchiamo la lunga e morbida salita verso Manera. Le sofferenze termiche son compensate da pura poesia per gli occhi: il cielo comincia appena a sfumarsi, dal nero al blu, all’azzurro appena più chiaro; le stelle spariscono, una ad una, le colline si delineano, pure i paeselli su di esse. L’atmosfera è limpidissima e permette di distinguere i dettagli a grande distanza; Diano d’Alba, da qui, non s’è mai vista così nitida!

Ingannevole, la salita, perché sembra allentare un po’ la morsa del gelo; persino le dita riprendono un po’ di vita, anche se l’aggeggino elettronico sul manubrio di Roberto continua a farci presente che siamo sotto zero. Infatti attendo con terrore il momento in cui ci butteremo in discesa; è breve, la discesa da Manera al Belbo, saranno tre chilometri, ma sarà un’agonia… Cerco con gli occhi i raggi del sole, vorrei poter credere che lo stradone di Borgomale sia già illuminato, ma so bene che la valle è troppo incassata e profonda perché la luce la raggiunga così presto al mattino. In compenso, il freddo pungente mi dà l’idea che le gambe stiano girando bene: probabilmente, solo perché fa l’effetto di una anestesia!
Roberto segue, ma entrambi siamo poco in vena di chiacchierare. Dobbiamo ancora, come si suol dire, rompere il fiato. Oltrepassata l’ultima rotonda, però, ci tocca affrontare la dura realtà: da Manera, ancora qualche centinaio di metri in leggera salita, poi giù. Un dramma. Freddo pungente che mi aggredisce il torace, le braccia, la faccia, ma soprattutto le mani. A Borgomale già stento ad impugnare i freni; le dita non vogliono saperne di rispondere ai comandi, fanno un male da piangere nei guanti spessi eppure inutili. Manca poco, Gian, davvero poco… Eppure la tentazione di fermarmi è fortissima; ho il terrore che la presa sui freni ceda di punto in bianco, sarebbe un disastro. Raccolgo le residue forze per aggrapparmi alle leve fino all’ultima stramaledetta curva… Finalmente il ponte, il Belbo, si torna a salire.

E poi, i problemi non son mica finiti qui… Già, perché la vita dell’aspirante ultraciclista non è solo spazi sconfinati, vento nei capelli, lotta contro la salita e trionfo della tenacia sulla gravità: è anche cose ben più terra terra, vilmente materiali. E allora tu, aspirante ultraciclista, ti ritrovi talvolta a pestare sui pedali e con lo sguardo non immagini il susseguirsi dei tornanti dell’Alpe d’Huez o la meraviglia abbagliante della Casse Deserte. No, disgrazia ambulante che non sei altro, tu scruti con malcelata ansia qualsiasi cespuglio a bordo strada, casomai si rivelasse un luogo idoneo ad una sosta tecnica per alleggerire dalle pene della vita sia l’anima che, soprattutto, la panza… Ma oggi tutto congiura contro di me: la necessità impelle, ma il coraggio non m’è sufficiente a decidere di esporre le mie delicate pudenda, non tanto al pubblico ludibrio, che a quest’ora non c’è una mazza ferrata di nessuno in giro, quanto alla morsa del gelo. Va bene che il freddo conserva, ma ad ibernarmi le chiappe non ci tengo proprio! Così mi tocca capitolare, andando contro ai miei ferrei principi di ciclista no stop, e chiedere una pausa cappuccino a Cortemilia. Ci arriveremo alla fine della prossima discesa. Prima, si sale a Castino: schiodare le gambe ibernate è una bella scommessa; meno male che la pendenza qui è mite! Poi giù, qualche chilometro di strada ampia ed ancora deserta, ma già in buona parte baciata dal sole, verso Cortemilia. Destinazione paradiso, è proprio il caso di dirlo; chi ha patito almeno una volta il mal di pancia in bici mi può capire… Ma anche il cappuccino caldo va giù che è una meraviglia.

Ripartiamo a malincuore, si stava bene al calduccio del bar, ma il dovere ci chiama. Ora, soddisfatti i grezzi istinti primari, posso andar leggera a mente sgombra a caccia dell’incrocio, prima di Pezzolo, dove dovremo girare a sinistra. Agghiacciante, è il termine più adatto direi, la vista di due lunghi ramoscelli pendenti a bordo strada, foderati da spessi candelotti di ghiaccio. Ancora -1°C, sentenzia Roberto. Meno male che poi la strada riprende a salire, sotto un cielo limpidissimo, sotto una luce che, quando ci coglie, è viva ed abbagliante. Anche la lingua è già un po’ più sciolta; finalmente riusciamo a chiacchierare, complice la salita lunga e blanda, alternata a tratti quasi in piano, complice soprattutto la quiete di questo luogo. Le possiamo contare sulle dita, le auto che abbiamo incrociato! E chissà gli altri due fenomeni, a che ora saran partiti? Ma sarnno poi partiti o, viste le temperature, si son girati dall’altra parte ed han ripreso la nanna?
La discesa verso Piana Crixia è di gran lunga meno traumatica delle precedenti; la pianura verso Dego, poi, fa il resto, riscaldando per bene ossa e muscoli. Roberto ce la mette tutta per star davanti a tagliare l’aria, ma io mi stacco quasi subito: niente da fare, a seguire la scia non imparerò mai; basta un’impercettibile pendenza positiva perché le gambe si inchiodino e buonanotte ai suonatori. Non sarò mai una passista! E neanche una buona guida turistica…

…a Dego infatti succede il fattaccio. C’è un bivio: Varazze a sinistra, Santa Giulia e Cairo a destra. Ora, il buonsenso porterebbe a girare a sinistra; ricordo bene che la strada indicata sulla cartina, a Dego, piegava decisa verso sinistra, guardando dal punto di vista di chi va verso il mare. Ma siccome il buonsenso ed io facciamo selvaggiamente a pugni, decido che la nostra via è a destra. Anzi, lo affermo e lo sostengo con inattaccabile convinzione. Non so se Roberto ci creda davvero o semplicemente non osi contraddirmi… Fatto sta che, in un attimo, ci lasciamo alle spalle lo stradone, infilandoci su per questa bella valletta laterale. E finalmente, per la prima volta oggi, posso dire di aver caldo: meglio fare il cambio di pelle, altrimenti qui ci scappa una sauna con conseguente congelamento istantaneo in discesa. Passo dalla giacca invernale alle maniche corte con manicotti: tanto, le rampe di Santa Giulia sono severe abbastanza da non farci patire il freddo. Di tanto in tanto, oltre un tornante, guardo giù: possibile che gli altri due fenomeni non siano ancora nei paraggi? Poi il dubbio, meglio tardi che mai, s’insinua… “Mi sa che non siamo mica sulla strada giusta”, concludo. Roberto ne prende atto… In fondo, questa salita è troppo bella per averne a male. E poi comunque da qui si arriva a Cairo, e da Cairo al mare. E poi e poi… Con il freddo maledetto che fa oggi, siamo proprio sicuri che abbiamo voglia di andarci a cacciare fin sul Beigua e, soprattutto, di scendere dall’altra parte, verso l’entroterra? Ormai la mia viltà ha trovato una breccia e sta tracimando senza più freni. Si potrebbe scendere al mare e poi andare al Melogno, che è una bella salita lunga e di solito abbastanza tiepida… Boh, intanto mando un messaggio a Mik per comunicare la posizione: il poveretto mi chiama, di lì a poco, e non so quale mostruoso autocontrollo debba avere per non mandarmi istantaneamente a compiere atti contro natura. Meno male che non vedo la sua faccia, stavolta credo non sarebbe affatto piacevole. Ma a me vien da ridere! Il succo del mio discorso è, ok abbiamo sbagliato, adesso andiamo a Cairo Carcare Altare Savona, voi – Mik e Luca – fate un po’ quel cavolo che vi pare! Democratica ed altruista come sempre… Intanto la strada in quota prende a scendere, giù verso l’amena visione dell’orrenda periferia di Cairo Montenotte e dell’ancor più orrenda strada che porta a San Giuseppe ed a Carcare. Caos, gas di scarico, semafori rossi a cui ci tocca proprio dar retta; l’unica nota positiva in questo tratto è che passiamo nei paraggi di un agriturismo tappa, lo scorso autunno, di uno splendido giro langarolo con Luca e Mik. Grande è poi la sorpresa quando, passata Carcare, mi sento chiamare per nome da un tifoso occasionale, pure lui in viaggio per la Liguria, ma in auto. Lì per lì non metto a fuoco di chi si tratti, anche se ho i miei sospetti; avrò poi la conferma grazie al forum di Bicidacorsa.

Roberto non pare per nulla sconvolto dalla deviazione fuori programma; anzi, è tranquillissimo perché Savona è vicina… In effetti è vero: ben presto siamo ad Altare. Attraversiamo il paese, perché la galleria è proibita alle bici; ne approfitto per mangiare un boccone ed inviare un altro messaggino: “Siamo ad Altare, ma se non avete voglia di aspettare, andate pure”, che sottintende quanto segue: “…tanto io non ho proprio nessuna voglia di andare ad ibernare sul Beigua, preferisco andare al Melogno e che nessuno abbia da ridire o si senta defraudato del suo progetto originario”. Troppo lungo per i 150 caratteri. Risposta quasi immediata: “Stiamo salendo al Cadibona, tra poco ci incontriamo”. Oh cacchio, ma allora oggi non la scampo!

Finalmente una discesa a temperatura umana: siamo quasi giù quando, all’altezza di un tratto di senso unico alternato, ci riuniamo alle pecorelle smarrite (questione di punti di vista). E mò dove si va? Sospirone immenso di sollievo: l’itinerario Beigua ormai è troppo lungo… Evvai, fantastico, va tutto bene, fate di me quel che vi pare allora, mi adatto!!! Ma alla fine la spunto… La proposta di salire al Melogno dal lago di Osiglia è bocciata senza appello per via dei cinque orrendi chilometri di piatta risalita da Carcare a Millesimo; si va a Borgio, tombola!

Quattro pecoroni, ci buttiamo nel traffico di Savona e poi dell’Aurelia, litigando come sempre con gli automobilisti, i tombini, le buche, i semafori. I tre compagni di merende in fuga, io più lenta e più precaria d’equilibrio sempre ad inseguire, affannarmi, sbuffare. L’Aurelia è stranamente sgombra, ovunque ci sono divieti di parcheggio e ciclisti che sciamano in tutta libertà: non ci arrivo mica, subito, a capire che oggi passa la Milano Sanremo. Anche perché la mia attenzione va tutta al mare, al caldo sulla schiena, a quei pochi sventurati colleghi che mi capita di poter raggiungere e superare. Ed alle meravigliose pareti rocciose a strapiombo tra Noli e Finale: incredibile, non credo di aver mai pedalato qui, non avrei potuto assistere ad uno spettacolo del genere e dimenticarmelo! La luce limpida, la roccia chiara, forse anche l’innaturale quiete di oggi, che permette di pedalare alzando gli occhi, senza dover stare sul chi va là per evitare d’essere arrotati. Cavoli, se l’Aurelia fosse tutta così, potrei pedalarci fino a Ventimiglia!

La salita però è sempre benvenuta. Breve sosta a Borgio per svestirci: riparto con un po’ di anticipo, ma so già che è il solito fuoco di paglia. Mi riacchiappano nel giro di trenta secondi. Pazienza, le mie gambe adorano il susseguirsi di tornantini in mezzo alle case, i primi fiori finalmente s’affacciano dai cortili, la borgata lassù è bella e luminosa come sempre. Incrocio un paio di ciclisti in discesa che mi chiedono lumi sulla direzione per le Manie: oh capperi, ci son già stata, eppure ho un vuoto di memoria… Sarà la salita che sottrae ossigeno al neurone!
Con la coda dell’occhio, vedo un proiettile rosso e nero che sfreccia sulla strada sotto di me; poco dopo ne sento lo spostamento d’aria. Prima Mik, poi Luca e Roberto: ok, ho capito… Mannaggia a me che non ho portato il lettore Mp3. Mi preparo per la solita lunga ascesa solitaria. Peccato che, superato il tratto di saliscendi fino a Gorra, la salita lasci intendere che venderà cara la pelle. C’è vento forte, e freddo: guai ad averlo di fronte, non ti lascia procedere; guai ad averlo di lato, ti butta a terra. E da ogni parte ti fa rabbrividire. Gian, la salita è lunga e tu sei stanca. Metti la marcia ridotta, il neurone in modalità “pensiamo ad altro” e ce la farai, prima o poi. Ormai so dove guardare, cosa cercare per capire quanto manca; il quanto, tanto o poco, è una misteriosa entità legata allo stato d’animo e di gambe. Ancora tre curve, due, una, curve ampie e morbide fino al bivio. Trovo infatti lì, fermi in attesa da chissà quanto tempo, i miei tre compari: “Che si fa?”, chiedono. Non vedo alternative: si scende a Millesimo, si risale dal Montezemolo, si va a Bossolasco. Qualsiasi altra via è troppo lunga per oggi. Faremmo notte. Decisione approvata all’unanimità: si procede, tra buche, sassi, crepe varie, crateri nell’asfalto; un po’di piano, un tratto di risalita, poi i pochi tornanti che scendono ad Osiglia. Brevissimo tratto di pavè che, se non altro, riattiva la circolazione; poi il lago, appena increspato dal vento, il lungo pianoro, ancora un paio di tornanti verso valle. Provvidenziale la sosta alla fontana: ero a secco!

Il vento mi massacra fino a Millesimo; lì ci concediamo ancora una pausa prima di attaccare l’ultimal, per me temutissima salita: quella a Montezemolo. Piacevole nel primo tratto, che sale con pendenza decisa, ma agghiacciante negli ultimi tre chilometri o poco più, con il falsopiano che più falso non si può, quell’orrendo stradone caotico che sembra non salire affatto ed invece stronca le gambe. Ce la puoi fare, Gian, vedrai che se t’impegni passa in fretta. Roberto resta in compagnia della mia sofferenza; che angoscia questi pedali che non scendono nemmeno sotto minaccia. Mi lagno ancora un bel po’, finché non s’arriva in vista della rotonda e del ristorante di fronte ad essa. Il vento c’è ancora, ma meno odioso; ormai è proprio colpa mia se non vado più avanti!

Da qui in poi, è fatta. Vero che mi trascino senza forme, che non riesco ad affrontare con il giusto spirito ed un minimo di slancio i tratti di leggera risalita, vero che posso solo seguire Mik e Luca con lo sguardo finché non spariscono dietro alla curva, ma ormai è questione di un minimo sforzo. E di approfittare ancora un po’ della pazienza certosina dei due velocisti del gruppo. Ormai qui è storia nota per me: si sale, si scende poco, si risale pochissimo, insomma, un disastro per i miei garretti ormai sfiniti. Le ombre son già lunghe… Erano le tre a Millesimo.

Poco prima di Murazzano, svoltiamo a destra, direzione Bossolasco; ancora leggera salita, ancora difficoltà, e fame soprattutto, tanta! Bossolasco, Serravalle Langhe, Pedaggera, Rodello: le lingue ora sono gli unici muscoli che non patiscono la stanchezza ed hanno una gran voglia di mettersi in moto. Si chiacchiera, si scherza, fino ad arrivare a Rodello e svoltare a destra, per scendere giù direttamente ad Alba; discesa lunga e dinuovo fredda, ma anche stavolta è fatta. Per tornare alle auto, manca solo più di attraversare la città: una guerra contro tutti, dall’automobilista al pedone, il festival degli istinti omicidi. Al parcheggio abbiamo tutti valori diversi della percorrenza: per me son 230 km e credo qualcosa più di 3000 m di dislivello in salita. Scopro inoltre, con mio grande piacere, che gli Albesi sono onesti: ho dimenticato stamattina le chiavi in bella vista sul cruscotto… E sono ancora lì!

(Visited 3 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!