21 marzo 2010 – La 100 km di Seregno

Auto che vanno e vengono, qualche pedone in giacca e valigetta, persino un paio di viandanti in bici: secondo i miei calcoli, dovrebbero essere le tre e un quarto di domenica mattina, ma c’è qualcosa che non mi quadra. “E’ pericoloso far benzina al self service di notte; non c’è nessuno in giro, potresti essere aggredita!”. Ma quando mai? Mezzo mondo si agita qui intorno! Ripongo la pistola del distributore, salto in auto, controllo sul telefonino la data e l’ora. Vuoi vedere che ho sbagliato a puntare la sveglia e l’ho messa alle sei anziché alle due? E magari oggi non è nemmeno domenica, è lunedì, e questo intorno a me è il traffico lavorativo dei giorni feriali? Eppure no; a meno che il telefonino non abbia preso, a sua volta, un abbaglio, ora e giorno del mondo concordano con i miei. Riempito il pancino alla Opel, si parte, destinazione Brianza, sotto una pioggerella leggera e fitta fitta. Le previsioni meteo l’annunciavano già dallo scorso martedì; per oggi, pioggia, senza speranza. Ed è un guaio: non solo per la gara, di cui dovrò preoccuparmi tra qualche ora, ma anche per la mia vecchietta a quattro ruote. C’è qualche strano contatto tra i comandi dei tergicristallo e dei fari: quando i primi sono in azione, gli abbaglianti, di tanto in tanto, fanno un lampeggio, così, per fantasia. Di per sé, nulla di preoccupante; però, quando mi ritrovo, in direzione della tangenziale di Torino, dietro all’auto dei Carabinieri, sudo freddo… Per fortuna, la Opel mette giudizio e rinuncia, in questa circostanza, ad esibirsi.

Comincio il viaggio sulle note beneaugurali di “I believe I can fly”, intercettata per caso alla radio; lo concludo poco prima delle sei. Non possiedo né un navigatore satellitare, né tantomeno un banale atlante stradale, ma anche oggi il foglio volante con la stampa della cartina da Googlemaps ha fatto il suo sporco lavoro. Ho azzeccato sia la direzione “Milano Viale Zara” che l’uscita “Cinisello Balsamo – Sesto San Giovanni”, che sono i miei incubi ricorrenti. Guai a sbagliare lì… Sarei stata catapultata direttamente all’inferno! Già la periferia di Torino è caotica ed incomprensibile, ma nei paraggi di Milano è davvero il delirio. Se sbagli direzione, sei un automobilista finito. Oggi è andata bene: SS36, uscita per Seregno San Salvatore. E, da lì, il primo assaggio dell’ottima organizzazione della gara: frecce ad ogni incrocio e ad ogni rotonda, che mi portano dritta al Palazzetto dello Sport di Via Alla Porada.

Lo spiazzo del parcheggio brulica di vita, nell’ombra. Silenzio, nebbia, pioggia lieve; il Palazzetto si vede a malapena. Abbandono la fida vettura e vado a recuperare il mio numero di gara: 130, tassativo, devo appuntarmelo sul petto. E vai a far capire che indosserò la giacca impermeabile e quindi lo nasconderò… Niente da fare, sulla gamba non va bene, bisogna appuntarlo sul petto. D’altronde, si chiama “pettorale”. Per carità, non discutiamo. Me l’avevano detto, i bene informati, che le gare Fidal da questo punto di vista sono un po’, ehm, “rigide”, per usare un eufemismo. Un’ora dopo, sono pronta e scalpitante al via. Mi sono bastate le due precedenti esperienze di gare da 100 km per capire che tanti, tra i visi oggi qui intorno, sono ormai noti, anche se non saprei dar loro un nome. Ripenso con un sorriso al dialogo intercettato poco fa, al palazzetto, tra due accompagnatori non podisti: “Io li guardo, questi qua, li guardo in faccia, sono completamente pazzi, hanno degli occhi che fanno paura!”. Chissà, forse è vero, siamo proprio così, invasati al punto da incutere timore. Ma non mi sento così minacciosa, tutt’altro; son qui un po’ infreddolita, a scambiare quattro chiacchiere a destra e a manca per sciogliere la mia tensione in quella altrui. Maglietta e giacca GoreTex, pantaloncino tre quarti, guanti e berretto in pile, più lo zainetto sulle spalle: solo se fossi incappata in una splendida giornata di sole, avrei potuto provare a separarmene… Secondo la voce che tuona dall’altoparlante, la temperatura e le condizioni climatiche di oggi sono eccellenti per correre: sarà, ma a me tutto questo grigiume mette una gran tristezza, e poi correre con l’umidità appiccicata addosso non è il massimo delle mie aspirazioni. Ma questo passa il convento, oggi.

Lo sparo coglie tutti di sorpresa. Adoro le partenze delle cento chilometri… Ci si lascia scivolare avanti, con calma; ci si avvia al trotto, pian piano, dando ai muscoli tutto il tempo necessario per scaldarsi. Discorso diverso, è ovvio, per i corridori di punta, i candidati alla classifica, ma la massa se la prende con calma, anche se spesso l’euforia gioca qualche brutto scherzo, pure qui. Vai Gian, comincia l’avventura, e sarà lunga, molto molto lunga. Devi prendere subito il tuo passo, con calma; l’andatura che senti di poter sopportare a lungo, senza la minima fatica. Devi sforzarti di pensare a qualsiasi cosa, al lavoro, a casa, a Skipper, alle prossime gare, alla bici, ai massimi sistemi, qualsiasi cosa che non sia la corsa, perché la mente è la peggiore nemica. Già nei primi km si consolidano alcune posizioni: podisti singoli, coppie, gruppi che vedrò nei miei paraggi per qualche decina di km. Qualcuno corre in pantaloncino e canottiera, e già tremo per lui; qualcuno è ricoperto di cavetti e marchingegni vari, che neanche un malato terminale all’ospedale, bip bip che risuonano ovunque e che decidono per te quand’è che stai bene e quand’è che invece sei lì lì per scoppiare. Nella nebbia si distinguono capannoni dello stesso colore: officine meccaniche, mobilifici, magazzini, cortili e cani da guardia; poche auto, a quest’ora, le sette appena passate. Il primo cartello chilometrico è spietato: km 2/52. Già, perché la corsa percorrerà per due volte lo stesso anello di cinquanta km; ergo, ripasseremo di qua tra… Un bel po’. Novantotto km ancora. Ecco perché non ci devi pensare, Gian. Questa frase, tre semplici parole che possono distruggerti in un attimo. Basta che tu ti renda conto del significato, novantotto km, un’enormità; basta quello per tagliarti le gambe, subito, senza appello. Poco oltre, un podista che corre qualche metro avanti a me richiama, tutto serio, uno dei volontari: “Scusa… Quanto manca?”. Scoppiamo a ridere tutti, qui intorno, perché, per ora, il fiato ci basta ancora, per ridere, e il petto non dà ancora spasmi di dolore, se si ride. “Novantasette km, circa!”, esclama il ragazzo in casacca rifrangente.

Le gambe percepiscono un accenno di strada in salita. Il primo paese che raggiungiamo è Giussano: chissà se è il Giussano di quell’Alberto da Giussano di cui ho vaga ed incerta memoria scolastica. Molto vaga e molto incerta; non ricordo assolutamente chi fosse e cos’avesse combinato nella sua vita, ma m’è rimasto impresso il nome. Ad essere sinceri, non si può essere così certi che siamo usciti da un paese per raggiungerne un altro. Qui, capannoni e case si susseguono, senza soluzione di continuità, e la nebbia riempe gli spazi vuoti. Il cuoricino batte senza farsi sentire; le gambe trottano tranquille; la testa vaga, docilmente, altrove. Va tutto bene pur di distrarsi: anche il listino prezzi sulla vetrina della lavanderia – sette euro per far lavare un cappotto? Meno male che la giacca Windstopper si schiaffa in lavatrice! – anche le locandine con i titoli dei giornali locali. Anche scrutare condomini e ville a schiera, con l’occhio deforme dell’amministratore, e tentar d’indovinare le magagne, qui un tetto poco spiovente, lì intonaco che si stacca, laggiù un frontalino scrostato… “Scusa, in quanto tempo pensi di finire?”. La domanda, a bruciapelo, mi precipita sulla terraferma. Quanto penso di impiegare? Boh, e che ne so io? Più o meno il tempo della precedente 100 km, insomma, spero di stare sotto le dodici ore, ma non ne ho la certezza. Come faccio a prevedere quel che mi accadrà in cento km? Non è umanamente possibile! Il collega che mi ha interpellata ha invece ben chiaro in mente il confine delle tredici ore; beh, allora, se è così, mi sento di potergli fare, come desidera, da lepre; salvo catastrofi, in tredici ore ce la dovrei fare anch’io. Mi pento immediatamente del mio buon cuore: il collega tira su la manica, squadra il cipollone che porta sul polso, strabuzza gli occhi per la pioggia e sentenzia: “Stiamo andando a 6 e 30”, che poi, tradotto in versione comprensibile, significa sei minuti e trenta secondi per percorrere un km. E già a me questo modo di misurare la velocità sta un po’ sul gozzo: da che mondo è mondo, per me, la velocità si misura in chilometri all’ora! Metri al secondo, al massimo, ma non è questo il caso. Insomma, ho acquisito così poche certezze, scaldando il banco alle superiori nelle ore di fisica, che ci tengo, a quelle poche! Non calpestatemele… Ma, quel che è peggio, mi dà orrendamente sui nervi sapere a che velocità sto viaggiando. Non sopporto i riferimenti al tempo che scorre: tant’è che distolgo persino lo sguardo se intuisco, nei paraggi, un campanile che potrebbe, per accidente, rendermi edotta sul momento della giornata in cui sto vivendo. Non mi servirebbe a nulla, valutare lo scorrere del tempo: non posso in alcun modo rincorrerlo, correre più veloce per agguantarlo; se anche mi rendessi conto che è tardi, non potrei far proprio niente per porre rimedio. Su una distanza del genere, posso solo correre spendendo quel tanto di energia che basta a svuotare lentamente il serbatoio, e facendo in modo che l’ultima goccia di carburante sparisca appena passata la linea del traguardo. Qualsiasi pedata sull’acceleratore consumerebbe carburante in più che poi verrebbe a mancare al momento buono, chissà, al settantesimo, ottantesimo km. Senza contare che, su un corpaccione pesante come il mio, il minimo allungo è, per i muscoli e le articolazioni, un’offesa che, qualche km più avanti, esigerà la sua vendetta. Insomma: prudenza, calma e sangue freddo.

Nonostante tutto, non mi sento di rimbrottare il podista che mi fa l’onore di considerarmi come lepre. Potere della lusinga: io, proprio io, che posso essere, una volta tanto, di riferimento a qualcun altro… Qui non ci risparmiano proprio nulla; se ad una rotonda bisogna svoltare a sinistra, non possiamo tagliare la rotonda, no; transenne in mezzo alla strada e solerti volontari armati di bandierina rossa. In effetti, con tutte le rotonde che ci sono da queste parti, se ogni volta potessimo seguire la corda anziché la circonferenza, finiremmo per correre novantacinque km anziché cento. Chiacchiero un po’, anche se non voglio esagerare: il mio compagno di viaggio non sembra troppo incline, o forse gli manca il fiato. La prima ed unica salitella secca del giro, anche se molto breve, arriva intorno al decimo km, poco prima. Decimo km, significa che devi ancora correre nove volte tanto quel che hai già corso. Pura, elementare matematica. Un abisso: anche se, per ora, sto bene, la sola idea mi angoscia. Bisognerebbe poter spegnere il cervello, ecco. Lasciarlo alla partenza, in un’ampolla, insieme alla borsa con gli indumenti di ricambio ed il necessario per la doccia, e recuperarlo a fine gara. Perché le gambe, da sole, potrebbero svolgere tranquillamente il loro dovere; potrebbero correre, certo, accusando la stanchezza che cresce, ma l’accetterebbero senza pensarci, e continuerebbero a correre finché i muscoli non siano talmente ingolfati ed intasati da costringere alla resa. Fino a quel momento, però, andrebbero avanti senza pensare, senza angosciarsi nell’attesa spasmodica dei crampi, degli indolenzimenti, delle fitte qua e là.. Il cervello non riesce a fare a meno di elaborare intoppi, ostacoli, tragedie, e lo sforzo che a me tocca compiere per contrastare tutto questo è immane. Più mi costringo a non pensarci, più ci rimesto.

Il paesaggio, se così si può definire, non offre distrazioni. Verano Brianza, un nuovo paese di cui mi accorgo proprio perché leggo il cartello; casermoni, casette, capannoni, strade trafficatissime, proprio come tutto ciò che ho visto sinora. Ancora, Carate Brianza, stessa solfa. Anche negli abitati, il percorso è molto tortuoso; vie del centro e viuzze laterali, svolte continue, da mal di testa e disorientamento. Da queste parti, poi, passo con circospezione: ivi risiede un personaggio di mia conoscenza, la cui consorte mi ha bollata, tempo fa, come sfasciafamiglie… Ruolo che nego fieramente di aver mai ricoperto, nella mia pur vivace vita sentimentale: sfasciare famiglie non è mai stato il mio obiettivo, per il semplice fatto che poi mi sarebbe toccato tenere con me parte dei cocci, e lungi da me la sola idea! Al massimo, posso aver causato, in alcune occasioni, qualche crepa, che però poi, dopo il mio passaggio, in un modo o nell’altro è stata stuccata e riparata. Nella maggior parte dei casi, manco quello: troppo faticoso lavorare di piccone… Meglio dirigersi dove la strada è già spianata, molto meno faticoso, fastidioso e pericoloso! In ogni caso, oggi mi rammarico di non aver messo barba e baffi finti nello zainetto. Temo l’attentato kamikaze…
Carate alle spalle, almeno per il primo giro, e mi sento più tranquilla. Albiate, Sovico, Macherio: luoghi che certo non restano impressi nella memoria. Quel che resta impresso, senza dubbio, è lo spiegamento di forze radunato dall’organizzazione di questa corsa. Anche il più insignificante degli incroci è segnalato e presidiato da una o più persone, tra Vigili Urbani, Alpini e volontari di vario genere. E quanti sorrisi, quante feste ai ristori! Per un attimo, tutto questo aiuta ad attenuare l’ansia, perché a quest’ora, nei pressi del km 21, non c’è ancora dolore, solo ansia. Passo sul tappetino della mezza maratona senza avere idea di che ora sia: ancora quattro volte tanto quel che ho corso sinora. E mi sembra di correre già da un’eternità… Forse è la nebbia, questo grigio che assorbe e dissolve tutto. Se solo ci fosse qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere: ma no, nessuno; ormai siamo tutti sparpagliati, distanti l’uno dall’altro, anche se le stesse figure continuano a restare più o meno nei paraggi, più o meno lontane. Il podista che mi accompagnava s’è perso, non so con precisione quando e dove; in ogni caso, qui, mors tua, vita mea… L’unico, assoluto, inviolabile comandamento a cui devo obbedire è: correre un po’ meno di quel che mi sentirei di correre, e con andatura il più possibile regolare. Niente soste; pochi metri al passo, dopo i banchetti dei ristori, per bere un bicchiere di Coca Cola o the, graditissimi. “Chi si ferma è perduto”, sosteneva un tale che evidentemente aveva buona esperienza di ultramaratone. Lissone, Biassolo: sarà che è mattina, sarà che piove, fatto sta che il tifo è quasi inesistente, fatta eccezione per gli angeli custodi della corsa. Solo strade intasate di auto i cui proprietari, spesso, non hanno l’aria granché entusiasta di quel che sta accadendo. E probabilmente, nonostante le locandine della gara sparse ovunque, non lo capiscono. E, se lo capiscono, di certo non lo apprezzano.

Come sempre, non mi sono curata di consultare la mappa del percorso, prima del via. Così, al km 25, la sorpresa è perfetta: breve discesa lungo un muraglione e, in un attimo, eccomi catapultata in un altro mondo. Un meraviglioso parco, immenso, di cui non avrei mai sospettato l’esistenza. Per un attimo, ne resto quasi frastornata. Alberi altissimi, chiome sospese lassù metri e metri sopra la mia testa; verde, solo verde tutt’intorno, un contrasto radicale con tutto il grigio che mi ha accompagnata sinora. Afferro un po’ di zucchero ed un bicchiere di Coca al ristoro, poi via di corsa, ancora. Km 25/75: Gian, un quarto… Devi faticare ancora tre volte quel che hai faticato sinora. E’ dura. Per me, la prima metà di gara è un vero tormento. Non è il doping per andar più forte, quello che serve a me; è una forma di doping che mi ottenebri il cervello. Che non faccia pensare. Venticinque, trenta km, il confine più terribile, quando i primi dolori fanno capolino, ma la fine della giornata è ancora tragicamente lontana e disperatamente incerta. Fluttuo da uno stato di euforia irrazionale ad uno stato di altrettanto irrazionale paura di non farcela. Certo, poi a mente fredda si può anche pensare che via, è solo una gara, non è una tragedia, non è un caso di stato; ma, mentre sei lì, la gara è sola e tutta la tua vita, l’unica cosa che esiste e che conta, il sogno a cui aggrapparti con tutto te stesso. Il parco, ecco, in questo momento è un conforto eccellente. E’ meraviglioso, ecco. Resto a bocca aperta, non solo per la mancanza di fiato. Nella mia ignoranza, credo di poter tirare ad indovinare ben poche specie tra questi alberi imponenti: vedo platani, ippocastani, querce, un sottobosco spesso poco curato di cespugli e pochi, timidi fiori; violette e nontiscordardime. Se non fosse per il trillo vivace di ogni sorta di uccelletti, e per quelle poche, quasi invisibili macchie di colore che spuntano tra l’erba, si direbbe una piovosa giornata autunnale. Eppure, nonostante il clima ben poco invitante, il luogo brulica di vita: podisti, famiglie a spasso con bambini e cani, tanti cani, di tutte le taglie, di tutte le razze e non razze. Incroci, diramazioni, strade e sentieri che s’incrociano: se non fosse per le frecce della gara, e le fettucce, ci sarebbe da perdersi, senz’altro. Nel parco scorre un corso d’acqua, credo sia il Lambro, che in un punto forma una cascatella

Fragore di motori, sembrerebbero moto lanciate a velocità inaudita: una, due, tre volte… Ma che diamine succede? Poi noto gli spalti, pian piano ricollego la memoria: ma sì, è ovvio, siamo a Monza; c’è l’autodromo! Come dimenticare lo spassosissimo personaggio della “Mmmmmmmmonaca di… Mmmmmmmmonza” nella parodia del trio Lopez, Marchesini, Solenghi? Non me ne voglia il Manzoni, ma la versione dei tre comici è indimenticabile… Quindi, c’è l’autodromo e qualche pilota si sta dilettando in sella al suo bolide.
Di lì a poco, mi affiancano due podisti: “Ma tu stai correndo la 100?”. Ebbene, sì… Sono pieni di sincera ammirazione, e simpaticissimi, anche; mi spiegano che loro sono impegnati nel primo allenamento lungo stagionale; ben quattro km e mezzo, al termine dei quali si premieranno con un pranzo luculliano. Chiacchierano volentieri, e non hanno idea di quanto la loro compagnia, per quei pochi km, mi riesca preziosa. Corro per un po’ senza nemmeno pensare a quel che sto facendo, impegnata come sono a rispondere a tono a frizzi e lazzi; un occhio, di tanto in tanto, all’alternarsi del bosco, dei prati e di alcune splendide cascine. Le varie stradine hanno tanto di cartello con i nomi delle vie!

Al km 35, l’idillio si conclude, almeno per questo giro. Una porta mi sputa fuori dal parco, nel colmo del traffico. Lissone, Desio. Sono sola e sempre più demoralizzata. Non posso più far finta che le gambe non facciano male. Non è un dolore insopportabile, tutt’altro; ma come posso essere certa che non andrà aumentando, che non si tradurrà in crampo, in fitte all’addome di quelle che ogni tanto, malauguratamente, mi piegano in due? Trentacinque, quaranta km, ancora un abisso. Devo pensare alla metà, ecco. Arrivare al cinquantesimo km. Di lì in poi, si vedrà. Un volontario mi comunica che sono la quarta donna; per fortuna, ormai ho imparato a dare a queste stime di classifica, senz’altro calcolate in perfetta buona fede, il valore che hanno: uno zero tondo. Sarebbe bello, ma so bene che è impossibile che io sia quarta; dalla rapida analisi fisiognomica che ho condotto in griglia, appena prima del via, direi che sono ben più di tre le fanciulle che a me possono far mangiare la polvere come e quando lo desiderano. Ad ogni cartello chilometrico, m’impongo di pensare solo al prossimo, due km più avanti. Di due km in due km. Ormai da un po’ sono spuntati anche i corridori della maratona, partiti due ore dopo di noi. Il percorso della maratona si sovrappone in parte a quello del primo giro dell’ultra, salvo per alcuni trati; ovvio, entrambi gli itinerari devono giungere a Seregno in modo tale che quel punto sia la conclusione della maratona, 42,195 km, ed allo stesso tempo la chiusuda dell’anello dell’ultramaratona, da 50 km. Passati i primi, i fenomeni, veloci come missili, le retrovie indugiano un po’ più a lungo, mescolandosi con noi centochilometristi. Lissone, Desio, quarantesimo km, ed io arrivo a convincermi che la mia meta, per ora, sia tra dieci km. Cavalcavia, sottopassaggi, marciapiedi, incroci, semafori, vetrine di abiti, scarpe, elettrodomestici; la si potrebbe definire “ultramaratona urbana”. Km 45, ristoro, 46, 48… Riconosco finalmente il parco del Palazzetto dello Sport di Seregno, che ho visto di sfuggita stamattina. L’arco è uno solo, segna la fine della sofferenza per i maratoneti, segna la metà, la terribile metà, per me. E’ incredibile l’effetto psicologico di quel banale passaggio sul tappetino. Gian, significa che il peggio è alle spalle; significa che, da qui in poi, ogni passo sarà più vicino al traguardo che non alla partenza. “E via, un altro giro”, esclamo tra gli applausi della piccola folla presente. “No, non è un altro giro – mi corregge un collega di fatica – quello che hai concluso è andato, non esiste più. Adesso c’è solo questo giro!”. E’ vero, sacrosante parole, è vero, c’è solo questo. Zucchero e Coca Cola al ristoro, uno spicchio di limone da ciucciare per scacciare la nausea. Da qui in poi, conta solo il prossimo ristoro. Cinque km al prossimo ristoro, le colonne d’Ercole. E ritrovo passo passo tutto quel che ho già visto: mi stupisco io stessa della quantità di particolari che mi è rimasta in mente. Km 2/52, ma stavolta il numero che conta, per me, è il secondo. Troppo, troppo, troppo presto per lasciarsi trascinare dall’entusiasmo: ma la mia lenta rimonta, cominciata già prima del quarantesimo km, continua. Ovvio, non ho velleità di classifica; non è per questo che raggiungo e mi lascio alle spalle, di tanto in tanto, qualche avversario, qualche gruppetto. E’ solo perché la mia andatura non ammette variazioni, né in meglio, né in peggio; è la soddisfazione di non subire il tracollo, perlomeno, non ancora. Non certo perché mi sento più forte degli altri, ma semplicemente perché la capacità di correre molto a lungo e sempre allo stesso ritmo, sempre mordendo un po’ il freno, è una delle mie poche buone caratteristiche ed è ciò che mi regala un senso di fiducia. Km 55, ristoro; dai Gian, adesso altri 5 km e c’è il prossimo. Uno sforzo sempre teso nel desiderio di quei pochi metri al passo dopo ogni banchetto, quel brevissimo eppure intenso attimo di riposo che concedo alle mie gambe. Guai se fosse più lungo; non potrei mai ripartire…

La salitella poco prima del km 60 mi conferma che, nonostante i timori, oggi è una gran giornata. Recupero qualche posizione e sono l’unica, tra i corridori che l’affrontano in questi momenti, a correre, tutto sommato senza problemi. Gli altri camminano, qualcuno sbuffa come una locomotiva, si volta, mi guarda perplesso, quasi indispettito. Passo avanti senza dire nulla, per timore che un incoraggiamento possa sembrare fuori luogo: imperscrutabili sono i percorsi mentali del podista in affanno. Ancora quaranta, Gian: poco meno di una maratona. Sei stanca, certo, ma vuoi non portare a termine una maratona? Il mio terrore è il dolore improvviso, acuto, quello che può spuntare da un momento all’altro e metterti KO per un bel po’; conosco l’esperienza, anche se, per fortuna, in gara mi è accaduto molto di rado. Meno trentacinque, meno trenta: ecco, trenta è un confine che mi infonde fiducia. Ancora trenta, ma settanta già fatti, dà una bella idea delle proporzioni. E poi, dovrebbe mancare poco al tratto di percorso nel parco: l’ingresso è in corrispondenza di un ristoro, che potrebbe essere già il prossimo, se non ricordo male. Stringo i denti ancora un po’, fingo di non sentire i muscoli delle cosce che s’induriscono; respiro a pieni polmoni e m’illudo che sia ossigeno, e non l’orrido concentrato di gas di scarico ed ogni sorta di venefica emissiome. Effetto placebo: se ci credo, funziona!

Un altro splendido giro nel parco. Sola, questa volta, perché è pomeriggio; non saprei dire che ora è, ma credo primo pomeriggio, ora di pranzo e digestione. I podisti sono scomparsi, estinti; a quest’ora, incontro più anziani, in coppia, in gruppo, e poi gli immancabili abbinamenti di cane e padrone, e qualche cavallerizzo. Compaiono anche i primi assistenti in bici accanto ai corridori: non so quanto sia consentita la faccenda, ma non ha molta importanza… I cinque km tra un ristoro e l’altro cominciano a diventare lunghi; l’occhio cerca con cupidigia il cartello chilometrico, vorrebbe poter cogliere una successione molto più rapida. Dai Gian, ormai è fatta, salvo imprevisti. Devi solo continuare così, con calma. E’ ovvio che le gambe fanno male, ma, del resto, lo dice persino l’incommensurabile Marco Olmo: se tu sei stanca, non è che gli altri siano freschi come roselline di campo. Qualcosa del genere. Sei tu quella che si sta rosicchiando la rimonta, adesso, guarda. Tanti camminano. Tanti hanno la testa china. Tu no, non ancora, e le curve secche degli incroci tra le stradine le affronti ancora con una buona elasticità. Devi solo fare attenzione a non esagerare, e devi mangiare. Ormai la bocca non accetta altro che zucchero e limone, oltre alle bevande. Ed il gel. Che meraviglia, questi alberi. I più strani di tutti son quelli che hanno la corteccia del platano, ma sono altissimi e slanciati: i platani che sono abituata a vedere io hanno, di solito, tronchi nodosi, enormi, ma tozzi e bassi…

Ormai voglio vedere la fine, solo più la fine. Ristoro nel parco, ancora cinque km. La pioggia di tanto in tanto si fa sentire, ma non so nemmeno più se sia la pioggia o la nebbia che s’appiccica addosso, Il rettilineo che precede l’uscita dal parco, uno splendido viale che però non nasconde le luci dei semafori che spuntano al di sopra del muro di cinta, è infinito, quell’ultimo km prima del ristoro, appena fuori la porta… Un anziano in bicicletta si avvicina sorridendo: “Ma state ancora correndo dalle undici di stamattina?”. “Altro che dalle undici – gli rispondo, senza capire perché proprio le undici – dalle sette!”. Quanti chilometri, rilancia. “Cento”. “Trenta? Eh beh son tanti…”. “Ma no, che trenta – m’infervoro – cento, ho detto!”. La notizia lascia il mio interlocutore interdetto, come se ancora non fosse certo d’aver capito bene: poi s’illumina, in quattro pedalate è accanto alla moglie, venti metri avanti a me; “Hai sentito? – le riferisce, entusiasta – Cento chilometri!”. La reazione della pingue matrona non ricambia il fervore: non distinguo le parole, ma il tono è quello di chi intende esprimere scetticismo e fastidio, per usare un eufemismo. Ma che importa…

Quindici km, Gian, solo più quindici km. Gambe dure, ma nessun problema serio, almeno per ora. Calma Gian, ancora calma, ancora tre ristori. Se proprio vuoi, se proprio non ce la fai più, potrai provare ad allungare negli ultimi 10 km. Ma per ora, calma. Mordi il freno. Ancora zucchero; ho fame, ma null’altro di quel che vedo sul banchetto del ristoro mi attira. I volontari sono più premurosi ed entusiasti che mai; vorrebbero darmi tutto e subito… “Un attimo, che riordino le idee e connetto”, li prego. Uno di loro scoppia a ridere: “Ti è rimasto indietro il cervello?”. “Sì, – replico divertita – m’è rimasto indietro nel momento in cui ho deciso di iscrivermi!”. Un istante dopo, son già via col vento, ancora in mezzo al traffico, io e le mie zollette di zucchero che si sbriciolano in mano e si appiccicano alle dita. Il cuore che scoppia nel petto, il viso bagnato e caldo, le gambe che vorrebbero strappare le catene e correre a perdifiato: ma non posso, non ancora, non reggerei. Al prossimo ristoro, Gian, al prossimo ristoro. Ottantasei, ottantotto, il gazebo bianco, il banchetto. Ho appena superato un’altra donna, l’ho salutata; ne ho apprezzato molto la schiettezza: “Mi dispiace perché sei una donna – mi ha detto – ma complimenti, davvero, onore al merito”. “Non ti preoccupare: il podio è lontano sia per te che per me… Ma io voglio solo finire!”. Ed è vero, verità sacrosanta, voglio teletrasportarmi sotto l’arco, voglio l’eutanasia. Meno dieci. Non sto più nella pelle… Ancora un ristoro, l’ultimo, ancora una tappa da cinque chilometri. Il prossimo obiettivo sarà il traguardo! Desio, il sottopassaggio, il sovrappasso, l’ultimo ristoro. Poi il bagno di folla: la corsa passa in centro città, nell’ora dello struscio, i volontari a fare largo in mezzo alla gente, qualcuno che applaude, sorride, incita. Non ho più remore ormai, accada quel che vuole. Mi sembra di scoppiare dalla felicità; raccatto ancora un paio di avversari; uno di loro, accompagnato da due amici in bici, sembra provato, ma ancora corre. La ragazza che lo accompagna mi ricopre di complimenti: “Sei l’unica che ho visto correre con quel passo ancora così leggero, sembra che tu sia appena partita!”. Se solo potesse immaginare la sferzata di energia che mi infonde con le sue parole… Mi accompagna per un pezzo, poi continua ad incitarmi urlando da lontano. Alzo lo sguardo per caso: inquadro, per la prima volta nella giornata, un orologio. Le cinque e mezza. E mancano, occhio e croce, tre km: stai a vedere che… Stento quasi a crederci, dopotutto quell’orologio potrebbe essere sballato, come capita abbastanza spesso agli orologi pubblici lungo la strada. Ma in fondo crederci mi costa poco… Ora o mai più: accelero, mando nelle gambe tutto il fiato che mi rimane. Come un’indemoniata, curva dopo curva, incrocio dopo incrocio: un volontario mi guarda passare allibito, poi dà di gomito al collega: “Secondo me questa fa un altro giro”… Non sento più nulla, né dolore né fatica né paura, nulla. Il parco del Palazzetto: ancora due avversari davanti a me, un uomo ed una donna, ma non ce n’è per nessuno; li raggiungo, scambio quattro battute, ci prendiamo in giro a vicenda. Posso anche permettermelo, un po’ di spirito agonistico, adesso, e pazienza se quel che sto facendo è patetico e ridicolo. Parto con la foga di chi deve correre i cento metri piani, in apnea, a grandi falcate, come se fossi inseguita da una muta di rottweiler inferociti; testa bassa, non mi fermo più, gasata dalla piccola folla che a me sembra lo Stadio di San Siro nelle occasioni di tutto esaurito… L’ultimo salto, un urlo, il tappetino, la medaglia. Finita, tra i complimenti del volontario che mi mette addosso il telo termico. “Scusi – il mio unico pensiero – sa mica dirmi che ora sia?”. Mi indica con il dito il cronometro piazzato sopra l’arco d’arrivo: 10h 50′. Pochi secondi di meno per il mio tempo ufficiale. Se me l’avessero detto ieri, che avrei potuto chiudere in meno di undici ore, sarei scoppiata a ridere…

Mi avvio verso l’auto, smanettando furiosamente sul telefonino per raccontare al mondo la mia avventura. Al mio piccolo mondo: a mamma, a Matteo, a pochi amici che, lo so, apprezzeranno la mia fatica. E a Franco e Graziano, con cui tra poco condividerò una succulenta pizza: per una volta che passo dalle loro parti, non posso e non voglio esimermi! Sono reduci, anche loro, da una giornata epica con duecento km di bici sotto l’acqua. Una doccia, e via: avrei persino diritto al premio di categoria, per la terza posizione; ma, ovviamente, quando sento chiamare il mio nome, mi trovo nel posto sbagliato al momento sbagliato, già al parcheggio, dopo la doccia. Tento di tornare indietro, ma la corsa sui tacchi, dopo la sfacchinata di oggi, è chiedere davvero troppo ai miei poveri arti inferiori. Peccato, perché la coppa è bella davvero, anche per il gradino più basso del podio. Provo a chiedere al banchetto dei premi, mentre le premiazioni vanno avanti, ma l’attesa si prolunga e la pizza aspetta. Poco importa il trofeo; vince la ragione della pappa e della compagnia. Salgo in auto che è già buio, son le sette passate, destinazione Villa Cortese. Non ho fame, per ora, ma so che tra poco si aprirà la voragine… E sarà meglio avere di che riempirla, altrimenti saranno guai!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!