21 ottobre 2018 – GIRO DEL MONTE SACCARELLO

E’ inutile, mi ci devo rassegnare: un’ora, al mattino, anzi direi in questo caso alla notte, non mi basta per prepararmi e riuscire a partire da casa. Tra la colazione, le ciotole delle belve da riempire, lo zaino da preparare e ricontrollare e me stessa da vestire, prima di un’ora e mezza non riesco ad esser fuori casa. Sveglia alle 3.30, partenza alle 4.50 e strenua lotta contro il sonno. Non è nemmeno sonno, in verità, è più una sorta di intontimento, che non riesco a scacciare nemmeno con la radio. Stanotte sembra che nessuna emittente abbia voglia di trasmettere qualcosa che dia la sveglia.

La Zafirona ha l’anabbagliante destro KO: per fortuna, a quest’ora, c’è ben poca gente in giro, così supplisco con gli abbaglianti sempre alti. Oppure, quando proprio non posso tenere gli abbaglianti accesi, con i fendinebbia. Di norma insulto senza misericordia chi viaggia con i fendinebbia accesi quando non c’è nebbia, ma stavolta tocca a me. E poi, del tutto inutili non sono: lungo la Fondovalle Tanaro, la nebbia c’è eccome, a banchi. Un minuto prima c’è buona visibilità, un minuto dopo non si vede manco più la riga bianca a bordo carreggiata.

Adoro questa strada. In verità, adoro tutto il tratto che da Cherasco va fino al Colle di Nava, uno stradone ampio, veloce, con pochissimo traffico ed in un ambiente suggestivo, anche se adesso, col buio, non ci si vede un tubo. La percorro in effetti molto spesso, anche perché adoro pure la destinazione. Oggi, però, anche guidare e restare vigile è una gran fatica. Nemmeno la caffettiera gigante che mi sono scolata stanotte è bastata. Tant’è che, dopo 95 km di viaggio, arrivo a Ponte di Nava alle sette meno dieci, parcheggio, punto la sveglia del cellulare alle 7 e crollo in coma profondo.

Mi risveglio irrigidita ed intirizzita al trillo del cellulare: il cigolio delle giunture mi ricorda che non ho più l’età per dormire ammucchiata sul sedile, ma sembra che vada un po’ meglio. C’è un certo viavai di fuoristrada: ahimè, tutti cacciatori, temo. Anche qui la civiltà non è ancora arrivata del tutto. Allaccio le scarpe, indosso la giacca ed i mezzi guanti da bici: due guantini destri, perché i rispettivi sinistri sono stati sbriciolati dalle belve di casa. Chiudo l’auto e metto la chiave al sicuro nello zainetto, in una tasca chiusa da cerniera che non toccherò per tutto il viaggio. Perdere questa chiave sarebbe un dramma: è l’unica che mi rimane. 6 gradi: pochi, ma nemmeno pochissimi, per il luogo e per la quota, circa 800 m.

Acceso il Garmin al polso, parto al trotto, con i bracciali rifrangenti a lucine rosse lampeggianti, in direzione di Viozene. E’ ancora buio e, in questa valle profonda, la luce tarderà ad arrivare. Il traffico, quel poco che c’è, è tutto dei cacciatori, che immagino abbiano una convenzione agevolata con la Suzuki, visto che quasi tutti sono dotati di modelli di fuoristradaVitara, Jimny o Samurai per gli amanti dell’antiquariato. Più qualche immarcescibile vecchia Panda, di quelle che arrivano proprio dappertutto.

Spira vento freddo, come sempre di prima mattina qui al fondo del vallone. Il cielo comincia appena ad essere un po’ meno scuro. Il primo km di corsa basta già per farmi levare il cappuccio della giacca e per farmi prendere le misure della condizione di forma di oggi. Nonostante più di due decenni di corsa, non ho ancora imparato a prevedere, almeno indicativamente, come starò durante la giornata. Di solito, se all’inizio sono uno straccio, poi andrà bene. Ecco, stamattina sono parecchio stracciforme. Passetti corti e tranquilli, borraccia per adesso vuota. Lungo la strada ci sono alcune fontanelle, ma per ora fa troppo freddo per tenere in mano la bottiglia piena di gelida acqua di fonte. Per un po’ non avrò sete.

L’avvio è tormentato: ho messo su i pantaloni ¾ della Compress, che ho concluso essere non solo studiati per la compressione ma anche un paio di taglie più piccoli del dovuto. Ma i pantaloni sono a vita bassa, la canotta e la maglia sono originariamente da bici e quindi non lunghissime, insomma… Nel giro di poche decine di metri, mi ritrovo con la pancia di fuori, sfida non più sostenibile una volta superata l’adolescenza e comunque per niente saggia se fa un freddo suino e tira vento. Lo strato di grasso di balena naturale che ricopre questa mia parte anatomica non è di grande aiuto. In un modo o nell’altro, gesticolando e contorcendomi in maniera abbastanza equivoca, riesco ad infilare la maglietta nella cintura dei pantaloni e pazienza se, sotto, la canotta risale a mò di top: non stiamo a spaccare i capelli in quattro. Tra maglia e giacca, raggiungo una condizione protettiva sufficiente per proseguire.

Pian piano, il cielo si schiarisce e le pareti a picco che incombono sopra la mia testa si delineano. La prima punta, su in alto alla mia sinistra, è illuminata dal sole e si colora dall’alto verso il basso. Il contrasto di intensità tra luce ed ombra, adesso, è vivissimo, complice anche l’aria fredda e limpida.

L’area picnic, a circa cinque km da Ponte, è finalmente vuota e silenziosa. Niente camper, niente esseri umani. Purtroppo, poco più avanti, ce n’è uno ed anche della peggiore specie. Un cacciatore, il fucile appoggiato all’auto con la canna verso l’alto e due cani a cui sta mettendo i collari GPS. Mi avvicino ed i cani, evidentemente giovani, mi corrono incontro e mi seguono per un buon tratto. Li osservo: ad onor del vero, una cosa bisogna dirla; negli ultimi tempi molti cani di cacciatori, come questi, hanno l’aspetto di animali ben nutriti, con un bellissimo pelo. Un tempo era frequente vedere cani macilenti, come se la fame avesse dovuto spingerli alla caccia, anziché ridurne le forze. Questi due giocherelloni, un bracco ed un meticcio che ha qualcosa dello spinone, mi corrono intorno per un bel po’, incuranti dei richiami del padrone. Poi, anche per timore che possano finire sotto le ruote di qualche auto, mi fermo e li riaccompagno indietro per un tratto. “Vorrebbero venire a correre con me. Hanno più buonsenso i tuoi cani di te”, dico al cacciatore, in dialetto piemontese. Mi guarda stranito, non credo abbia capito il senso delle mie parole. Ma non importa, io sono già ripartita.

Silenzio, il vento che sparge le foglioline gialle dei faggi, i raggi del sole che scendono lungo le pareti e svelano colori così accesi e belli da sembrare finti. Complici, è vero, anche le lenti fotocromatiche dei miei occhiali, che rendono i colori caldi molto più intensi del reale: un rosso pallido diventa, ai miei occhi, ben più acceso. Trovo che questi occhiali abbiano un effetto benefico sull’umore, perlomeno per me che adoro la luce e le tinte accese. Però, anche senza filtri, tutto intorno è un tripudio di gialli e rossi delle foglie, che fanno da contrasto al verde intenso dell’erba che continua, malgrado la stagione, a gettare fili nuovi.

Scorgo da lontano, in mezzo alla strada, una forma scura che parrebbe una tortora, del tutto fuori luogo qui. Arriva un’auto, rallenta, ci passa sopra con cautela e se ne va. Mi avvicino: è una pietra di forma triangolare, probabilmente parte del muretto a secco laterale e finita chissà come in mezzo alla corsia. O grandissimo lazzarone, oltre a rallentare, non potevi fermarti e spostarla? Troppa fatica sollevare il tuo ingombrante fondoschiena e fare due passi? Evidentemente sì. Un ostacolo del genere potrebbe essere pericoloso per una moto; a spostarla provvedo io.

A circa tre km da Viozene, passo accanto al bivio per Pornassino, una meravigliosa borgata a cui si arriva con una ripida strada asfaltata, sulla destra andando verso Viozene. Ci sono passata alcune domeniche fa, arrivando dal sentiero “Balconata d’Ormea” che parte poco sopra la frazione di Quarzina. Speravo, da Pornassino, di poter proseguire per sentiero ancora fino a Viozene: sono stata fermata dal ponticello in legno sul Rio Bianco. Ora, io ho parecchi problemi con le passerelle sui torrenti e, in generale, con tutto ciò che richiede di superare un vuoto con un po’ di equilibrio. Già prima, quel giorno, avevo impiegato parecchi minuti a convincermi di dover passare sopra un altro ponticello, dall’aspetto solido e recentemente rimesso a nuovo, con un metro scarso di salto sotto, e comunque avevo dovuto costringermi ad uno sforzo mentale non indifferente per evitare che le gambe cominciassero a tremare nel bel mezzo della traversata. Ma il ponte oltre Pornassino è stato troppo, per i miei gusti. Un aspetto tutt’altro che rassicurante, il parapetto in parte spezzato, alcuni metri di altezza. Senza dubbio, trattandosi di parte di un itinerario segnato, quel ponte probabilmente avrebbe retto senza problemi il mio passaggio. Ma io non sarei riuscita, oltretutto senza parapetto, a passare in posizione eretta senza rischiare di volare di sotto per le gambe budino. Ricordo di avere scrutato il torrente a destra ed a sinistra, cercando una possibilità alternativa di guado; alla fine, tuttavia, ho preferito rinunciare. Mai nella vita sono stata un cuor di leone, ma adesso, in ogni situazione di pericolo vero o presunto, penso a mia madre ed alle belve che mi aspettano a casa: se mi capitasse un incidente, anche solo temporaneamente invalidante, causerei un oceano di problemi e disagi. Meglio evitare, per quanto possibile.

Da Ponte fin qui, la strada è sempre in leggera salita, tale però da permettermi il gesto della corsa. Ora vedo il Mongioie già ben illuminato ed i primi raggi anche su Viozene. Sulla rampetta del campo sportivo, appena prima del paese, rallento il passo ed attacco le riserve alimentari: nove km freddi mettono fame. Una brioche ed una barretta di cioccolato Streglio regalata a mia mamma da una delle madame che frequentano come lei la Clinica Cellini di Torino per controlli periodici. Devo raccomandarle di coltivare quest’amicizia, mi sembra ne valga la pena! Cioccolato finissimo all’arancia.

Le otto e mezza o poco più; alcuni escursionisti si preparano per la gita, rovistando nei bagagliai delle auto. Proseguo oltre l’abitato, ammirando alcune case rivestite di legno e di edera color rosso fuoco. La strada sale ancora dolcemente per qualche km, sempre in ombra dopo il breve tratto al sole di Viozene. La valle è profonda ed il sole, quaggiù, arriverà più tardi, ammesso che arrivi. Supero l’ampia galleria con fondo sterrato, dove mi tocca procedere al passo perché le lenti scure non fanno in tempo a schiarirsi al buio. Conoscendomi, correndo mi inciamperei dopo tre passi. Ma è breve. Poi, leggera discesa lungo la strada sovrastata da pareti a picco, mentre in fondo a sinistra, ma molto giù, scorre il Tanaro. Oltre il bivio per Carnino, la valle si restringe ancora. Si scende fino al punto più stretto della gola, passando accanto all’ingresso di una grotta dall’altra parte del fiume. Mancano un paio di km di leggera salita per arrivare al piccolo paese di Upega, un gioiellino preceduto dai muri in pietra del piccolo cimitero. Qui la vallata è ampia, ma il sole non è ancora arrivato. Continuo a vedere Suzuki Jimny ovunque… Ce n’è uno bianco parcheggiato nel bel mezzo della corsia, così. Vero, non è che ci sia molto traffico da queste parti, anzi. Saluto tre maturi viandanti intabarrati. In effetti, io non ho ancora tolto la giacca, da quando sono partita…

Da Upega in su, passo alla camminata veloce, perché la salita si fa più impegnativa. L’alpeggio appena oltre il paese, la scorsa domenica ancora popolato da pastore, cani e pecore, oggi è deserto. La strada attraversa il Bosco delle Navette, con il giallo acceso dei larici ed il tappeto di aghi sull’asfalto. I raggi del sole violento filtrano in mezzo ai tronchi. Tre km e mezzo di salita asfaltata: in lontananza si sentono campanacci di bestiame e latrati di cani. Camminando, approfitto per mangiare qualcosa. L’alternativa vegana alla maionese: un sacchetto di libidinose arachidi salate, tostate ed immerse nell’olio da motore. Esausto. Tanto per levare la nausea del gusto dolce. E poi un’altra barretta di cioccolato.

I piaceri della gola non leniscono il dolore ai piedi, che ormai è una costante di ogni mia uscita, né il mal di schiena, conseguenza dei lavori non esattamente muliebri di carriola e terra degli ultimi mesi. La schiena, soprattutto, mi fa penare. Ci vorrebbe un antidolorifico, ma non ho nulla con me. Posso solo sperare che la situazione migliori.

In lontananza, l’abbaio di un cane ed il suono dei campanacci: evidentemente non tutti i pastori sono scesi a valle. Vedo anche, in mezzo al bosco alla mia sinistra, due meravigliosi cavalli neri al pascolo. Pochi tornanti ed arrivo al Ponte del Giairetto, km 20 del mio viaggio. Da qui, abbandono l’asfalto ed imbocco la strada sterrata che mi porterà ad incrociare la Via del Sale Monesi – Limone. Questo tratto è percorribile in auto, a patto di avere una vettura adatta, sufficientemente rialzata rispetto al terreno ed agile sulle rampe ripide. Ancora larici a perdita d’occhio. Gli strappi in salita mi riscaldano un po’: breve pausa, levo finalmente la giacca ed indosso un gilet.

Risuonano, abbastanza vicini, due colpi di fucile: anche qui… Eppure mi pareva di aver letto che questa fosse area protetta! Macché: appena prima dell’immissione sulla Monesi – Limone, in uno slargo ci sono tre auto parcheggiate: non possono che appartenere a cacciatori.

La Via del Sale, dal 15 ottobre, dovrebbe essere ufficialmente chiusa al traffico a motore: eppure, proprio in quel momento mi supera un fuoristrada il cui guidatore scende, sgancia la catena che sbarra la strada e si immette in direzione Limone. Evidentemente avrà il permesso… Spero. Io vado dall’altra parte, verso Monesi.

Da una parte, trovo davvero assurda ed irrispettosa l’idea di voler venire quassù in auto; credo che, per il bene della strada e dell’ambiente in generale, il transito debba essere consentito solo a chi in montagna vive e lavora. D’altro canto, però, ammetto che, per chi ama guidare e quindi anche per me, viaggiare quassù una volta nella vita dev’essere un’esperienza elettrizzante. E sì che mia madre ha proprio il Suzuki Jimny, che qui sarebbe perfetto: ma non mi permetterebbe mai di sottoporlo alla prova. Ad onor del vero, una volta sono riuscita a coglierla di sorpresa ed a fare l’esperimento del viaggio sul sentiero S1, a poca distanza da casa. Idea sciagurata: ho rischiato di dover chiamare qualche trattore per venire a levare me ed il Jimny dal fango… Ricordo di aver mantenuto un ammirevole sangue freddo, almeno in apparenza, nonostante fossi ben conscia dell’immane boiata che avevo commesso, ma mi sono giocata per sempre la possibilità di replicare l’esperienza. Quassù, la strada è decisamente in condizioni migliori; la grossa difficoltà, almeno in alcuni tratti, è data da un eventuale incrocio con un altro veicolo. In qualche punto, la carreggiata è ampia appena a sufficienza per un veicolo solo. Il fondo però, pur sterrato, è scorrevole e ben battuto; ci sono i paracarri sul bordo. Ed il panorama è impagabile.

L’immissione è a quota 1.900 m circa. Per alcuni km, si procede in leggerissima discesa, sempre in mezzo al bosco e con curve molto ampie. Anche qui, le bestie che domenica scorsa erano ancora in alpeggio non ci sono più. E non ci sono più nemmeno i due torrentelli in cui ho riempito la bottiglietta una settimana fa: asciutti. Sarà anche per questo, ancor più che per il clima, che le pecore hanno dovuto scendere a valle. La temperatura, quassù, è meravigliosa per essere la seconda metà di ottobre. Sole terso e vista che spazia sulle cime. Incontro un paio di persone in bici, qualcuno in moto da cross e poi, già vicina allo scollinamento verso Monesi, una teoria di fuoristrada veri, rustici, squadrati, essenziali e con la ruota di scorta sul tettuccio. Poco ci manca che non muoia soffocata: altro che motori Euro 6, questi non sono ancora nemmeno alla lira… Però sono mezzi fantastici su cui mi piacerebbe fare un giro.

All’improvviso, la strada supera una sella, gira a destra e sembra una finestra su un altro ambiente: il bosco sparisce di colpo, lasciando il posto ad un pendio erboso con vista che spazia fino al Monte Saccarello di fronte a me. In basso a sinistra, i casermoni di Monesi. Un km in piano: all’alpeggio, anche qui, non ci sono più le pecore né i cagnoni che domenica scorsa ho accarezzato, ma ci sono ancora le vasche con l’acqua corrente. Meno male, perché ero a secco da un po’. Breve pausa al sole, arachidi, barretta, poi mi avvicino al bivio. La scorsa settimana ho imboccato la ripidissima discesa a sinistra verso Monesi, con fondo prima in cemento e poi in asfalto e con qualche tratto pesantemente danneggiato dalla frana che da due anni isola il paese, impedendo il traffico automobilistico. Oggi invece prendo a destra e ricomincio a salire: alcuni tornanti, sempre su strada carrozzabile. Da quassù il panorama è impagabile.

Vedo un edificio poco lontano: dev’essere per forza il Rifugio Sanremo. Ho scrutato più e più volte l’itinerario su Google Maps in versione satellite, ma non mi ero resa conto che le distanze fossero tanto brevi. Altro bivio, con cippo in pietra: proseguendo a destra si va al Passo Tanarello, mentre a sinistra, dove devo andare io, si arriva al Monte Saccarello. Qui la strada rimane carrozzabile solo per veicoli davvero fuoristrada: il fondo è più irregolare ed accidentato, con profondi fossi e grosse pietre sporgenti. Ancora un km o poco più. Ora sono in cresta e vedo le valli sia a sinistra che a destra: panorama da sciogliere l’anima per quanto è bello. Davanti a me vedo una statua enorme. “Oh, Cristo” in questo caso non è una bestemmia ma una semplice constatazione. Non amo i simboli religiosi in generale, men che meno queste pacchianate piazzate sulla cima dei monti a deturpare il paesaggio. Immagino sia il Redentore che era segnato sulla carta. Potrei raggiungerlo con una breve scorciatoia che taglia l’ultimo tornante, ma preferisco seguire la strada. Scelta felice: da una sella all’orizzonte spunta la cima imbiancata del Monviso. Quassù c’è un po’ di movimento, qualche escursionista e qualche cane. Supero la breve rampa per salire al Redentore ed alla cappelletta appena sotto. Da qui, la strada diventa poco più che un sentiero e corre in cresta, con vista panoramica a 360° dal Monviso al mare, con Monesi in basso a sinistra e l’entroterra imperiese a destra. Eppure, qualche veicolo ci passa ancora, a giudicare dalle tracce. Infatti, poche centinaia di metri dopo, al Rifugio Sanremo, sono parcheggiati alcuni piccoli fuoristrada. Certo che ci vogliono abilità e pelo per arrivare fin qui.

C’è vita al rifugio. Non mi spiacerebbe affatto entrare a bere un cappuccino o una cioccolata, se non avessi dimenticato a casa il borsellino delle monete. Ho solo il bancomat con me, ma non mi pare il caso di farmi insultare. Procedo sul sentiero, in direzione del Passo Garlenda. La traccia che avevo visto su Google Maps mi si ripropone con perfetta corrispondenza: vedo in lontananza il sentiero che piega a sinistra e va a passare sotto una cima, presumo il Monte Frontè. Il mio unico tarlo riguarda il fatto che la discesa verso San Bernardo di Mendatica sia effettivamente percorribile: ricordo che, anche lì, c’era stata una frana. Spero che a piedi non ci siano problemi, ma un po’ di preoccupazione ce l’ho.

Corricchiando sul sentiero, raggiungo il Passo Garlenda. La palina segnaletica mi conferma la direzione di San Bernardo. Non è che ci siano molte alternative, qui, tali da suscitare dubbi, ma questo è pur sempre un esperimento… Sto percorrendo un lungo giro in una sorta di anfiteatro naturale sopra Monesi, che è sempre in vista alla mia sinistra, giù in fondo. Larici piccoli e distanti, gialli e rossi, e cime tutto intorno, a perdita d’occhio. Peccato per la foschia verso il mare. La luce, quassù, è abbacinante.

Il sentiero, ancora in lieve salita, raggiunge un colletto. La quota è sempre più o meno intorno a 2.100: a rigor di logica, la salita dovrebbe essere finita o quasi. San Bernardo dovrebbe essere intorno a quota 1.400: prima o poi dovrò cominciare a scendere!

Al colletto, un attimo di perplessità. Nessuna indicazione. Anzi, no: guardando meglio, la tacca bianca e rossa dell’Alta via è a destra. Infatti: si passa appena sotto la cima del Monte Frontè, su cui, tanto per cambiare, è stata piazzata la statua di una Madonna. Non c’è che dire, manca San Giuseppe e poi la famiglia è al completo. Si scende. Un km o poco più di sentiero largo, ricoperto di sfasciumi scivolosi, in cui le mie scarpe da strada fanno quel che possono, cioè ben poco. Hanno scarsa tenuta sulle pietre lisce e sulle buse di vacca. Ora sono perplessa sul serio: tutto fa presumere che questa sia la strada giusta, anche perché è l’unica possibile, ma non ci sono più tacche ne indicazioni. Un paio di tornanti e poi la traccia punta dritta tagliando il pendio. Più in basso, a sinistra, vedo una strada vera e propria; ci arriverò? Mi confortano le tracce evidenti di pneumatici di moto da cross sotto le mie scarpe. Se sono passate le moto, significa che qui si va da qualche parte e che ci posso arrivare pure io a piedi.

Una breve sosta tecnica prima di arrivare alla civiltà o pseudo tale: qui è pascolo aperto, ma non c’è nessuno per chilometri. Anzi, no, qualcuno c’è: un bel maremmano che, evidentemente impegnato nella sorveglianza della mandria poco sotto, ritiene opportuno venire a dare un’occhiata, ma poi, pudico, si volta e se ne va senza avvicinarsi troppo. Ecco, lo sapevo, mai un po’ di privacy.

Riprendo la marcia accidentata. Curva a destra, oltre una spalla erbosa, ed ecco che mi si apre il cuore: il sentiero passa proprio sopra alla galleria del Garezzo. Questo è stato un vero e proprio rebus, le prime volte in cui ho scrutato l’immagine da satellite di quest’area: la strada che sale da San Bernardo, prosegue in direzione di Pigna e della Francia, ma nel mezzo ha, nell’immagine del satellite, un’interruzione. L’interruzione è appunto la galleria, su cui questo sentiero passa per poi scendere proprio accanto all’ingresso. Qui le alternative sono tre: a destra si va verso Mendatica con un ampio giro; oltre la galleria si va verso mille destinazioni, potendo anche tornare verso il Passo Tanarello e Monesi da un altro itinerario. A sinistra si scende verso San Bernardo di Mendatica e quella è la mia destinazione.

Quella che ho sotto le suole adesso è una strada vera e propria, sia pure sterrata. Un panorama meraviglioso verso la Liguria, boschi a perdita d’occhio punteggiati da piccoli paesi e da alcune pale eoliche. Scendo al trotto: non ho un’idea precisa di quanta strada ci sia da qui a San Bernardo, ma mi viene in soccorso un paracarro in pietra che reca inciso il numero 5. Pensavo meno, in verità. Quindi, occhio e croce, 5 km a San Bernardo, più 10 a Nava, più altri 3 all’auto. Non manca molto alla fine del giro, anche se io non ho alcuna fretta di andar via di qua, anzi.

Incontro alcune persone che salgono in MTB. Quindi, si passa, per forza. La strada, che nella parte alta è ampia e con fondo ben battuto, diventa più accidentata e tortuosa scendendo, con canalette e grosse pietre che rendono meno uniforme il fondo. Trovo una provvidenziale vasca per l’abbeveramento del bestiame, a poca distanza dalla mandria; come sempre, riempo la bottiglia senza preoccuparmi del terrorismo di chi, ogni tanto, lancia strali contro l’acqua presa in vicinanza di vacche o pecore. Vero che ho uno stomaco che digerisce anche i sassi ed un sistema immunitario, facendo le corna, a prova di bomba, però non mi è mai capitato nemmeno un lieve mal di pancia.

Continuo a correre, km dopo km, fino ad arrivare in vista dei tetti di San Bernardo. All’improvviso, oltre una curva, la strada non c’è più: quindi, ricordavo bene, anche qui una frana ha colpito duro. Si passa, tuttavia, senza problemi a piedi o in moto. Forse anche con un piccolo fuoristrada, ma non ci proverei. I macchinari fermi oltre l’avvallamento testimoniano che, almeno qui, sono in corso lavori di ripristino.

A San Bernardo, breve pausa accanto alla fontana. Arachidi, cioccolato ed una telefonata a casa, per aggiornare Madre nonché babysitter canina sulla mia tabella di marcia. “Ancora 13 km, circa”. “Ah ma allora sei praticamente arrivata”, osserva Madre con ottimismo. Più o meno… Ripongo l’avanzo di arachidi a malincuore e riparto. La strada corre per circa un km in mezzo a bellissime case di cui, ammetto, invidio i proprietari, soprattutto per la posizione strategica con vista. Poi prosegue in mezzo alla vegetazione, questa volta non più di larici ma di pini marittimi. In effetti, il cambio di ambiente e di temperatura in pochi chilometri fa una certa impressione. Qui è Liguria, versante mare; si sente sulla pelle e nel profumo dell’aria.

Leggera salita, qualche km in piano, con il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri che interseca l’asfalto di continuo. Infine, in cima ad una rampa che, a questo punto, mi costa una certa fatica, la galleria, oltre la quale mi restano circa quattro km di discesa che affronto con passo deciso. Mi stupisco di come le gambe girino bene nonostante le ore di marcia alle spalle. Schiena e piedi non hanno più nulla da obiettare e così, senza fatica, con i raggi del sole già calante, raggiungo Nava in men che non si dica. Svolto a sinistra in direzione di Ormea. Posto di blocco dei Carabinieri sul piazzale: mi sento molto colpevole per l’anabbagliante bruciato e lo specchietto retrovisore sinistro senza più il vetro… Ma solo per un attimo, prima di ricordarmi che l’auto è a Ponte e che per adesso sono ancora a piedi. Evito un tratto di strada statale attraversando e passando accanto al campeggio; poi sono costretta a rientrare sulla principale, abbastanza trafficata e già in ombra. Lassù in alto, il campanile della chiesetta appena sotto l’abitato di Quarzina, ancora illuminato. Poche ampie curve, restando ben vicina al guard rail. Percorro al passo gli ultimi due-trecento metri fino alla Zafira. A Ponte c’è il solito affollamento pomeridiano davanti al grosso negozio di frutta e verdura e la coda di persone con le taniche da riempire alla fontana del paese. Voci, esseri umani ed auto parcheggiate a casaccio. Senso immediato di intolleranza e fastidio. Quasi quasi riparto per un altro giro e torno lassù.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!