22 e 23 agosto 2018 – IL TOUR DELLE TOILETTE primo giorno: Lautaret, Col de Sarenne, Col de Solude

Da casa a Briançon, il viaggio è lungo ed in parte fuori autostrada: per riuscire a mettersi in sella ad un’ora decente, tocca puntare la sveglia ad un’ora indecentissima. Alle tre, per me, che devo provvedere alla colazione mia e di tutta la caninità. In più, siccome il programma prevede di rientrare a casa domani sera, devo assicurarmi che i pasti per le belve di questa sera e domani mattina siano già pronti, in modo che MADRE abbia solo più l’incombenza di distribuirli. Tra una pentola, una pignatta ed i biglietti di avviso ed istruzioni per la genitrice, si riesce a mettersi in viaggio alle quattro e mezza: e meno male che Matteo ha già caricato le bici in auto ieri sera.

Abbandonare casa per una notte è per me ogni volta fonte di ansia incontrollabile. Ai tempi d’oro, non passava fine settimana che io non fossi in giro a correre o pedalare per il mondo; ora, non è solo per necessità, che limito al minimo le mie trasferte: è proprio perché ho messo radici nella mia casetta e nel mio giardino. Ed i cagnoni, dopo un giorno di lontananza, mi mancano moltissimo. Se scapppo per un paio di giorni, devo mettere in programma tutto il lavoro di preparazione di pappe, medicine per i quadrupedi con terapia in corso, numeri di telefono di emergenza, avvisi sparsi a tutto il vicinato. E ricacciare via i pensieri foschi del genere “Se mi dovesse succedere qualcosa, chi penserebbe a loro?”. So che posso contare su MADRE ed un paio di altre persone che mi danno una mano, ma non voglio abusare della loro disponibilità… E poi, diciamola tutta, sono le mie creature!

Questa volta, la pacata ma ferma insistenza di Matteo ha avuto la meglio. Appena sbarcata a Briançon, però, sono già appesa al telefono per chiamare casa e verificare che stiano tutti bene.

Siamo in sella un po’ prima delle otto. Oggi e domani sperimenterò per la prima volta l’assetto della MTB con entrambe le borse, cariche l’una di vestiario e l’altra di cibarie. Sono comodissime, perché permettono di evitare il peso dello zaino sulla schiena; sono tuttavia anche un’arma a doppio taglio: capienti, invitano a riempirle di cose che poi vanno ovviamente trasportate a forza di gambe. Ma, lì per lì, non me ne accorgo. Mi avvio mentre Matteo finisce di sistemare la sua bici e fare un rinforzo di colazione: tanto, non avrà alcuna difficoltà a raggiungermi.

La salita al Col de Lautaret non è ostica. Parcheggiando qualche km oltre il centro di Briançon, poi, ci siamo già tolti i primi km più trafficati. Ne restano 17, più o meno, di salita blanda e, a quest’ora del mattino, non ancora tormentata dal traffico turistico. Poche pedalate e, nonostante il termometro superi di poco i dieci gradi, è già ora di levare la giacca. Mi volto e noto una presenza alle mie spalle: cavoli, Matteo è già qui, se mi fermo costringo anche lui a rallentare. Procedo: di lì a poco, mi supera una fanciulla in MTB. Ops. Non era Matteo. Il mio proverbiale occhio di lince. Allora posso fermarmi. Via la giacca, apro la borsa e ce la butto dentro. Fino in cima, non servirà più. In cielo circolano un po’ troppe nuvole per i miei gusti, ma per ora non sembra esserci minaccia di pioggia.

Una sosta tecnica sarebbe, se non necessaria, quantomeno utile. Ma non mi preoccupo: so che i Francesi non lesinano sui bagni pubblici. Infatti, già a Le Monetier, il primo paesino sulla nostra rotta, li troviamo, attrezzati e puliti. Noi possiamo prendere in giro finché vogliamo i cugini d’Oltralpe per la loro scarsa dimestichezza con il bidet, ma loro hanno la civiltà di dotare ogni più piccolo abitato di un bagno pubblico e di trattarlo in maniera civile, mentre in Italia, il più delle volte, tocca servirsi dei bar, perché le toilette pubbliche, quelle rare volte in cui esistono, sono in condizioni tali che il contagio da Ebola è garantito.

Da lì alla vetta, procediamo con facilità: anche troppa, per i miei gusti. Mi sembra di star troppo bene. Poco traffico e rispettoso della nostra marcia su due ruote. La vista del ghiacciaio della Meje e, di lì a poco, del colle. Una telefonata interrompe la mia salita. Di solito, non rispondo mai, mentre pedalo, ma in questo caso è una chiamata, per così dire, attesa. E’ un’amica che mi dà notizie di un cagnolino sottratto ad una situazione di maltrattamento, che io potrei ospitare se proprio non si trovasse una sistemazione in tempi brevi. Riparto meditando sul peloso e sull’eventuale blitz da organizzare per andarmelo a prendere, con qualche ora di viaggio in auto: per fortuna, al momento è al sicuro. Al mio ritorno a casa, ci aggiorneremo.

Matteo guadagna qualche centinaio di metri di vantaggio fino al colle, per scavare nel borsello da bici e porgermi un bel pezzo di focaccia casalinga. Venti km, nemmeno, ed ho già una gran fame. Quassù non sembra nemmeno di essere a duemila metri, con uno stradone che pare un’autostrada e col traffico di auto, camper e camioncini.

Ci attende ora una lunga discesa, almeno venti-venticinque km, non ricordo con precisione, fino al bivio per il Col de Sarenne, che poi altro non è che il versante meno conosciuto della celeberrima Alpe d’Huez. Discesone facile persino per me, che non ho mai amato la velocità e che, come spesso mi ricorda Ivano, affronto i tornanti con traiettoria quadrata. Purtroppo la discesa in bici non è un’abilità che si possa acquisire. Io ho poco senso dell’equilibrio, ho paura, mi aggrappo ai freni. Pazienza: dopotutto, non ho alcun orario da rispettare, né alcun cartellino da timbrare.

A Villar d’Arene, sosta per riempire le borracce. La mia è vuota dalla partenza, in verità. L’occhio ci cade sugli immancabili bagni pubblici: a questo punto, individuarli è diventato un gioco. Poi le gallerie verso La Grave: nella seconda, vediamo le luci arancioni lampeggianti di un veicolo di servizio. Incredibile ma vero: sono operai che puliscono uno ad uno i rifrangenti applicati alle pareti della galleria. Incredibile no: cura della cosa pubblica degna di un Paese civile, semplicemente. Ma io, da italiana, me ne stupisco moltissimo.

Si prosegue senza quasi dare un colpo di pedale fino al Lac du Chambon, accanto a cui la strada infligge alcune rampe in risalita. Ma ormai il nostro bivio è ad un tiro di schioppo. E ci si mostra in tutta la sua evidenza e pendenza, sulla destra. Una coppia di ciclisti con bici ed abbigliamento d’epoca attacca la salita appena prima di noi, che indugiamo nel toglierci le giacche e mettere qualcosa sotto i denti. Barrette per Matteo, croccante alle mandorle per me.

I primi tornanti della salita non perdonano. Tra i due paesi di Clavans Le Bas e Clavans Le Haut, la pendenza è irregolare; addirittura, in alcuni tratti, la strada scende. Oltre il secondo Clavans, si entra nel vero ambiente di montagna, pinete e pascoli ed una vista mozzafiato su tutta la vallata. I cippi a bordo strada snocciolano chilometri mancanti al colle, pendenza media del chilometro e quota, ma io non ricordo più quanto sia alto il colle. Poco più di Alpe d’Huez, presumo. Ho già percorso questa salita un paio di volte, ma sono trascorsi anni, ormai.

Salgo facilmente fino a quando mancano più o meno tre km alla cima. Sono tre km ostici, tutti intorno al 10% medio… Ed io patisco un po’ di fiacca, oltre al cielo grigio, che fa gran bene alla temperatura mantenendola fresca e tollerabile, ma fa malissimo al mio morale. Nuvoloni massicci e cupi. Matteo è già partito in quarta; tornerà a raccattarmi dopo aver raggiunto il colle. Io arranco con il più agile dei rapporti disponibili, mentre mi supera l’intero orbe ciclistico. Nessun altro, ad onor del vero, però, viaggia con i bagagli.

Queste ultime pedalate mi sembrano eterne. Arrivo finalmente in vetta, quota duemila metri meno uno: foto di rito, poi giacca e via, in discesa. O meglio. In discesa, ma poi in risalita, un lungo tratto interlocutorio in mezzo ai prati che d’inverno sono piste da sci. E bagni chimici, manco a dirlo, lungo la via. Poi, ahimè, compare lo scempio. Alpe d’Huez è uno dei luoghi più abominevoli che io abbia mai visto, anche peggio di altri orrori casalinghi tipo Sestriere, tanto per citarne uno. Casermoni alveare, gru e cantieri aperti, il peggio del peggio del becero turismo di massa, con relative attrazioni. Non provo alcun dispiacere a passarci e lasciarmi tutto alle spalle in fretta e furia. Anche perché comincia a piovere. Eh sì, era inevitabile, prima o poi. Goccioloni fin da subito. Insisto con Matteo perché scenda al suo passo e vada ad attendermi da qualche parte al riparo: io devo fare i conti, oltre che con la consueta fifa, anche con gli occhiali bagnati. Inventeranno, prima o poi, un sistema di tergicristallo per occhiali? In discesa, nemmeno la visiera del cappuccio della giacca può molto.

Venti e più tornanti mettono a dura prova la mia pazienza e le mie mani, fredde un po’ per la pioggia ed un po’ perché l’appoggio prolungato sul manubrio della MTB tende ad intorpidirle. Come se non bastasse, negli ultimi km la pioggia diventa un bel temporale. Fino all’ultimissima curva: beffa delle beffe, da lì in poi non piove quasi più.

Individuo Matteo sotto la chioma di un albero: meno male che gli avevo raccomandato di mettersi al riparo… A questo punto, concordiamo sul da farsi: l’abbiamo pensato entrambi, che sia opportuno saccheggiare una boulangerie e fare una pausa in un qualsiasi luogo riparato, in attesa che passi il temporale. Sperando che passi, il temporale. Un po’ mi stupisco: Matteo è il tipo per cui le condizioni meteo sono del tutto irrilevanti; di solito è insensibile al caldo, al freddo, all’acqua, ai tuoni & fulmini, alla stanchezza. Se fosse da solo, sono certa che procederebbe nella marcia senza fare una piega. Ma ormai sa che io di pieghe ne faccio tantissime, invece. Fino a qualche anno fa, cercavo anch’io di dimostrare di essere una sorta di super donna sportiva senza limiti: tentativi patetici che, tra l’altro, regolarmente si infrangevano contro i miei innumerevoli limiti. Invecchiando, però, si diventa saggi, dicono: in questo caso, direi che è vero. Posso pedalare sotto la pioggia quel tanto che basta a farmi raggiungere un riparo e solo se la pioggia mi sorprende già in viaggio: per il resto, se il meteo annuncia acqua anche solo con buona probabilità, faccio altro. Non è il mio lavoro. E poi, poche storie, ho paura. Per viaggiare in compagnia di ansia e disagio fisico, preferisco stare a casa.

Camminando per la via centrale di Le Bourg d’Oisans con le bici per mano, ci infiliamo in una panetteria, per la verità un po’ sguarnita. Ne usciamo con brioche e pain au chocolat: ahimè, tener fede ai propositi vegani, in trasferta, è impresa davvero ardua. Niente carne, prosciutto, pesce e derivati, questo no, ma niente uova e formaggio diventa un rebus. Riprendiamo le bici e vaghiamo ancora un po’, finché non troviamo un riparo provvisorio perfetto: i gradini di un negozio chiuso per la pausa pranzo. Da qui, mestamente consumiamo il fiero e dolcissimo pasto, guardando cadere la pioggia. Pasto che lascia entrambi con un senso di incompiuto, tant’è che Matteo, di lì a poco, risolutamente attraversa la piazza in direzione di un’altra boulangerie, da cui riemerge con un dolce tipo pasta di meliga ed una specie di bombolone con il cioccolato. Ed una Coca Cola. Alimentazione sana, leggera, equilibrata. Roba da ostruzione immediata e perenne delle coronarie.

Inaspettatamente, il puntino di cielo azzurro diventa ben presto uno squarcio. Non che venga su una giornata meravigliosa, ma, insomma, va già meglio. Appesantiti ed ottenebrati dai grassi saturi, faticosamente torniamo in sella, alla ricerca dell’ultima, misteriosissima salita della giornata: il Col de Solude. Perché proprio questa salita? Perché è parte del percorso della “1000 du Sud”, una randonnée ciclistica da 1000 km a cui Matteo prenderà parte nella prima settimana di settembre. Si tratta, in sostanza, di una manifestazione su percorso diverso ogni anno, ideata da una madama che si mette a tavolino con una carta geografica e traccia a caso un itinerario. Ciò che lega tutti i percorsi, anno dopo anno, è l’assoluta mancanza di senso logico, direi; pur di mettere insieme 1000 km con il massimo dislivello possibile, si fanno passare i concorrenti persino “dalla canna fumaria di abitazioni private”, per citare una felicissima metafora letta recentemente in un racconto di viaggi in bici. Insomma, la madama raduna i concorrenti in un certo punto per il via, raccoglie i denari dell’iscrizione, fornisce l’itinerario di gara, arrivederci al traguardo e mò so’ tutti cacchi vostri. La mia idea è che tanto vale farsi il viaggio per conto proprio quando se ne ha il tempo, senza necessità di iscrizioni e vincoli di giorni ed orari, visto che tanto non viene fornito alcun supporto al ciclista… Ma tant’è. Cerco di reprimere la mia vena brontolona e critica, visto che non sono io a dover pedalare per quei benedetti mille km. S’ha da fare questa salita, lunga non si sa bene quanto e destinata a salire non si sa bene a che quota. L’inizio, proprio dentro al paese di Le Bourg d’Oisans, è promettente e suggestivo: carreggiata molto stretta, al punto che un incrocio tra due auto sarebbe roba da vedere i sorci verdi, anche perché, oltre il limite dell’asfalto, c’è il baratro.

Sembra davvero una traccia intagliata nella roccia della montagna, che a volte si protende sopra le nostre teste come un tetto. Oltre il muretto laterale, alto una ventina di cm ed a volte nemmeno presente, un salto verticale sulla piana del fondovalle. Un cartello annuncia quattro gallerie non illuminate: va bè, saranno brevi… La prima, in effetti, è brevissima e non dà problemi. La seconda, oltre cinquecento metri, è buia come la notte e pure peggio, ma ha – geniali ‘sti Francesi – la linea guida lungo la parete di destra: una corda metallica, tenuta tesa da ganci, a cui è possibile attaccarsi con la mano per camminare senza vedere un accidente ed evitando craniate contro la dura pietra. Pure nelle altre due tocca camminare, ma stavolta senza linea guida. Ci addentriamo in un suggestivo vallone laterale, incassato e ricco di torrenti e cascate. Il primo “abitato”, Creux, è composto da tre case, davvero tre case di numero, ma ha una fontana. E c’è una roulotte parcheggiata, che Matteo giustamente si domanda come sia stata portata fin quassù lungo una strada del genere. Ancora tre o quattro km, ripidi ma non troppo, ed arriviamo a Villard Notre Dame, che di case ne avrà forse una decina, ma ha – meravigliosi ‘sti Francesi – un bagno pubblico.

Da un tabellone segnaletico cerchiamo di capire quanto manchi al colle: tre, quattro km, più o meno. La stradina diventa un tratturo malamente asfaltato con rigogliosi ciuffi d’erba nel mezzo e sale a tornanti in mezzo ai pascoli. Bellissimo, non c’è che dire, ma il fondo sconnesso non è esattamente la migliore delle sorprese, per me. Figuriamoci poi quando diventa sterrato: quel che è troppo, è troppo. Mi partono le madonne faticosamente trattenute fino ad ora: ma possibile che, con milionate e milionate di km di strade belle ed asfaltate, ci si debba sempre per forza andare a cacciare in qualche casino? Lo so, sono troppo ansiosa, ma io già ho i miei problemi a stare in equilibrio su strade asfaltate che sembrano biliardi… Matteo fa il possibile per tranquillizzarmi, “sono solo due km, e poi guarda che bel paesaggio”, ma l’istinto è quello di prenderlo di peso e scaraventarlo di sotto ad osservarlo da vicino, il paesaggio. Poi, all’ennesimo scivolone della ruota anteriore sulla ghiaia, decido per l’ammutinamento, scendo e proseguo a piedi.

Una volta tanto, la distanza prevista si rivela effettivamente quella: il colle, Col de Solude da me prontamente ribattezzato Col de Sodome per via della, ehm, fregatura dello sterrato, compare ben prima delle mie aspettative, oltre una curva. O meglio: qui si inverte la pendenza. Presumo sia il colle, perché siamo in mezzo al nulla. Quota 1.600 circa. Comincia la discesa, per fortuna, con mio enorme sollievo, asfaltata.

Dal tabellone a Villard, pareva che si dovesse scendere un po’ e poi risalire ancora a quota 1.800, ma la strada qui scende e basta, decisa, in un panorama davvero suggestivo di pendii ripidi e mucche al pascolo. All’imbocco di un sentiero, mi fermo a fotografare un cartello scritto a pennarello dai pastori, in cui si invitano gli escursionisti ed i ciclisti a seguire alcune regole di comportamento in caso di incontro con le greggi di pecore e relativi cani da guardia: non gridare, non scappare, mantenere la calma, lasciarsi annusare, non tenere i bastoncini in posizione di minaccia. Tutte indicazioni più che ovvie per me che adoro i cani, ma che dovrebbero essere ovvie anche per chi bazzica per sentieri con un minimo di esperienza e buonsenso. Evidentemente così ovvio non è, se qualcuno ha sentito la necessità di metterlo per iscritto.

Discesa lunga ma molto tranquilla, su una strada decisamente meno esposta di quella da cui siamo saliti ma altrettanto deserta, fino all’innesto con la strada che da Le Bourg d’Oisans va al Col d’Ornon. In effetti, nonostante la pausa forzata all’ora di pranzo, è ancora presto: per un momento, mi balena l’idea di proporre a Matteo di aggiungere ancora, appunto, il Col d’Ornon all’itinerario, visto che sarà anche quello parte della “1000 du Sud”. Ma, conoscendo il mio pollo, reprimo immediatamente e senza scampo l’iniziativa. Silenzio. Si va giù fino allo stradone: lo imbocchiamo non più in direzione di Le Bourg d’Oisans, che dista solo pochi km, ma verso il Col de la Croix de Fer. Ne percorriamo pochi trafficatissimi km fino al bivio di Rochetaillée. La nostra missione, adesso, è far la spesa per cena e, subito dopo, trovare il B&B che Matteo ha prenotato. Il quale B&B si colloca “ad un km e mezzo dal bivio”. Quale bivio, non sono sicura di averlo capito… E preferisco non indagare. Ho un fosco presagio.

Un minimarket lungo la via attira la nostra attenzione. Dopo un rapido conciliabolo, si decide che Matteo resta a sorvegliare le bici, mentre io sono la predestinata per il raid nel negozio. Apriti cielo: tempo di varcare la soglia, che già non ricordo più nulla di ciò che abbiamo detto di comprare. Calma e sangue freddo. Anche qui, ahimé, spesa ben poco vegana: due confezioni del formaggio più grasso che si possa immaginare, pane, banane, due bottiglie di yogurt da bere, una di succo di frutta, una confezioncina di banane essiccate che verrà buona per domani come rifornimento in itinere. Mi cade l’occhio sulla birra, ma per vergogna decido di lasciar perdere: già così, sarà una sciagura. Spargo la spesa in cassa: la commessa, avendo già intuito che con il Francese non me la cavo granché, mi indica il totale sullo schermo dell’apparecchio. Pago, compongo un complicatissimo castello con gli articoli acquistati in equilibrio tra mani e braccia, esco.

Ci dividiamo il carico della spesa, ma ovviamente buona parte finisce nelle mie capienti borse. Pazienza: non mancherà più molto al B&B. E’ ad un km e mezzo. Da dove, ancora non si sa. Non da qui, probabilmente, perché bisogna ancora imboccare il bivio per Vaujany. E, prima, superare il dislivello della diga. Sono abbastanza stanca, eppure il cammello che vedo appena sotto la diga è un cammello per davvero. Mistero presto svelato: c’è il circo in paese, ad Allemond.

Breve tratto lungo il lago, poi arriviamo al bivio per Vaujany. Sarà questo il bivio da cui parte il famoso km e mezzo. “Va bè, non sarà un km e mezzo al 10%”, fa spallucce Matteo. Allunghiamo il collo oltre la curva: una rampa in salita impressionante… Ecco. Dai Gian, è un km e mezzo. Rapportino agile, santi nel mirino e via che si va. La bici pesa un’enormità… Matteo prende vantaggio, non so se per andare alla ricerca del nostro ricovero per la notte o per mettersi fuori dalla mia linea di tiro. Qualcosa mi dice che non sarà così semplice. Alla rampa segue un’altra rampa e poi ancora una terza. Arriva il km, arriva anche il mezzo km, nel paese di Pourchery, un nome un programma.

Matteo torna indietro, “è lì dietro la curva”. Cosa? “Il paese”. Ah. Rampa della miseria anche in paese e poi, all’uscita, un piccolo bivio a destra. Me lo dice con palpabile terrore: “E’ indicato di lì. Però dice tre km…”. Oooooommmmm. Credo d’essermi meritata il Nobel per la Pace per l’ineffabile calma con cui reagisco: “Non preoccuparti, tanto al tuo km e mezzo non ho mai creduto, nemmeno per un secondo”. E sfreccio via approfittando del peso trasportato e della leggera discesa iniziale. Nel mio pessimismo ormai cosmico, indico con il dito un paese che spunta dal bosco un centinaio di metri più in alto: “Sarà quello lassù”, sospiro. Una volta tanto, no. I tre km sono solo un paio e solo in leggerissimo falsopiano. Ci portano in un grumo di case, ad un grazioso essenziale alberghetto la cui titolare non solo ci concede, ma anzi ci invita a sistemare le bici in camera. Anche se, ne sono convinta, quassù non ce le toccherebbe nessuno nemmeno a piazzarle nel bel mezzo della strada.

Decidiamo per una doccia e quattro passi: ma i passi sono proprio solo quattro, perché subito si aprono le cateratte del cielo. Tuoni, fulmini ed acqua a secchiate. E coccole a volontà ad un cucciolone di Border Collie che mi rende il luogo ancora più gradito.

Non ci resta che abbandonarci alle libagioni, apparecchiando il tavolo sul lettone con un asciugamano.

Scartiamo uno dei due formaggi, che ha ben il trenta per cento di grassi, e ce lo dividiamo fraternamente, facendo sparire in men che non si dica tre etti e mezzo di libidine casearia con la baguette. Più il succo, più lo yogurt. I 125 km e 3.200 m di dislivello di oggi sono stati un nulla in confronto alla condizione di estrema prostrazione in cui ci getta la cena ipercalorica. Non sappiamo più se il frastuono sia prodotto dal temporale o dalla disperazione dei nostri apparati digerenti. Certo che la birra non ci sarebbe stata male…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!