22 luglio 2018 – PROVA DEL PERCORSO DELLA GRANFONDO SAN MAURIZIO 1619

Una giornata di bici in Langa a metà luglio può essere un’ottima idea per sperimentare di persona il fenomeno della sublimazione: da stato solido a stato gassoso nel giro di pochi km. A meno di cogliere qualche rara occasione in cui le circostanze astrali sono favorevoli. Oggi, per esempio: nei giorni scorsi si sono susseguiti alcuni temporali intensi e, per la giornata, il meteo annuncia ancora pioggia per il tardo pomeriggio. Quindi, se parto presto da Santo Stefano Belbo, può anche darsi che io me la cavi senza evaporare.

L’idea che mi frulla in testa da un po’ è di andare a provare il percorso della Granfondo San Maurizio 1619, che si correrà il 26 agosto con partenza da Santo Stefano Belbo. Circa 120 km per 2.000 m di dislivello. Sarà una granfondo particolare, dove ad essere cronometrati e validi per la classifica saranno solo i tratti in salita, o meglio, solo quattro salite, a meno della prima. Gli altri tratti saranno considerati non competitivi. Un po’ per questa idea innovativa ed apprezzabilissima dal mio punto di vista, un po’ perché è una manifestazione a due passi da casa mia, ho deciso di andare a cacciare il naso sul tracciato. Anche perché non ho alcuna intenzione di correrla: ormai non ho più una bici da corsa e nemmeno la desidero; viaggio in modalità turistica con la MTB, le borse, le scarpe da trekking, la macchina fotografica. Soprattutto, viaggio con animo turistico. Anni fa, partecipavo alle gare ma soffrivo puntualmente le pene dell’inferno per rientrare nei tempi massimi. Appassionata ma lenta in salita, terrorizzata in discesa. Non che oggi mi ci senta sicura, in discesa, tutt’altro, però, messa da parte l’ansia di tempi, orari e prestazioni, tiro serenamente i freni e me ne infischio.

Decido di fare le cose per bene e partire proprio da Santo Stefano, anche se, arrivando da casa mia, potrei abbreviare il percorso in auto intercettandolo nei paraggi di Coazzolo. Così arrivo in auto a Valdivilla con le prime luci del giorno e mi avvio verso l’ultima discesa, già meditando dove abbandonare la Zafirona in paese senza rischiare multe per divieto di sosta o rimozioni forzate. La mia attenzione cade, in una curva, su un frigorifero appoggiato all’estremità di un guard rail. Poi un altro più avanti ed un altro ancora. Strabuzzo gli occhi. Ma ci diavolo può essersi divertito ad abbandonare frigoriferi ai lati della strada? Poi una fettuccia bianca in un curvone, con su scritto “Zona pericolosa per il pubblico”. E luce fu. Quelli non sono frigoriferi, probabilmente sono imbottiture protettive. E quello in programma, ahimé temo proprio oggi, è un rally, mi sa. Che botta di fortuna. Lì per lì, l’entusiasmo prende il sopravvento: quasi quasi adesso un paio di tornanti col freno a mano tirato li giro anch’io. Però poi, a ben pensarci, mi viene in mente che una Zafira da rally non l’ho mai vista. Tornando alla bici, qualcosa mi dice che non riuscirò a percorrere l’ultimissimo tratto di gara, quello da Santo Stefano al Relais San Maurizio davanti a cui sono appena passata. Sì, perché la GF parte giù in basso, dal paese, ma arriva a metà di questa strada che sto percorrendo in discesa, appunto al Relais San Martino. Per carità, saranno tre o quattro km di salita e sono gli ultimi, non è che cambi molto, però mi dispiace.

A Santo Stefano scarico la bici, per l’occasione attrezzata con una borsa laterale ed il borsello anteriore. 17 gradi alle 6.30 spaccate. Avvio il GPS con la traccia del percorso registrata: conosco bene la zona ed ho dato un’occhiata alla cartina del percorso, ma cedo volentieri alla comodità della guida elettronica. Si parte con qualche km di pianura e leggero falsopiano in salita, attraverso la zona industriale di Santo Stefano, dove già ferve attività in alcuni capannoni, probabilmente quelli in cui si lavora su turni. In maglietta a maniche corte fa quasi fresco, ma è un fresco che a breve rimpiangerò.

Cossano Belbo, direzione Castino

In uscita dall’abitato di Cossano Belbo, oltre il distributore di carburanti, primo bivio della giornata, a sinistra, direzione Castino. Salita che conosco bene, poco meno di una decina di km fino al culmine nel centro di Castino, con pendenza mai impegnativa, parlando ovviamente per i validi scalatori. Io, nel dubbio, impegno fin da subito la coroncina più piccola della tripla. Quella passata è stata per me una settimana ciclistica intensa, ma comunque la prima dopo mesi in cui le uniche trasferte in bici erano brevi e per lavoro o commissioni. 120 km sono tanti! Meglio usare cautela fin da subito.

La salita scorre via tutta in ombra; il sole illumina appena l’altro versante della valle, in alto. Il cielo è velato da striature che, di solito, preannunciano in giornata un peggioramento del tempo. Vedo, sul crinale dall’altro versante, le antenne di San Donato di Mango. Salgo con cautela, le poche case ancora silenziose ed apparentemente deserte. Filari ordinatissimi di viti nella parte bassa, noccioleti a perdita d’occhio più vicino a Castino. Negli ultimi km, la pendenza diventa davvero trascurabile; tuttavia, preferisco girare i pedali il più agilmente possibile, per non sforzare già adesso le gambe.

 Castino, direzione Cortemilia

Castino, km 15 più o meno. Al bivio in centro paese, svolto a destra. Il panorama dovrebbe mostrare la vallata di Cortemilia: invece, da quassù, si vede una suggestiva e spessa coltre di nuvole a mezza altezza, che non manco di fotografare. Affronto la discesa con cautela, soprattutto quando nelle nuvole mi infilo: la visibilità è minima, sia per me che per chi mi arriva alle spalle in auto. Freddo ed umidità mi assalgono immediatamente, ma non è il caso di perdere tempo a vestirsi. Cortemilia è a pochi km da qui. E poi, me lo ripeto, in capo a qualche ora rimpiangerò la pelle d’oca.

Da Castino verso Cortemilia, in alto

Da Castino verso Cortemilia, in alto

Da Castino verso Cortemilia, in basso     

A Cortemilia, il GPS ordina di girare a destra subito prima del ponte sul fiume Bormida, accanto a cui dovrò pedalare per qualche km. Sono ancora in ombra.

 Bivio a Cortemilia, direzione Millesimo

In uscita da Cortemilia, mi cade l’occhio sull’insegna della ditta Brovind Vibratori SRL. Ecco: se ci fosse qui il buon Ivano, non perderebbe l’occasione per una foto balenga con didascalia altrettanto balenga, della serie “E poi dicono che i Piemontesi son gente seria e noiosa”. Ma non ho voglia di mettere piede a terra.

 Bivio per Bergolo

 Ponte sulla Bormida

Pur avendo consultato la cartina, non sono sicura di sapere quale sia la salita prescelta per raggiungere Bergolo. Infatti, quando il GPS indica una brusca svolta a sinistra dopo pochi km da Cortemilia, mi stupisco. Eppure, mimetizzato dalle gaggie, c’è davvero un cartello: “Bergolo 5”. Un bivio minuscolo che, senza l’aiuto dell’aggeggio elettronico, avrei perso, senza dubbio.

 Bivio dopo il ponte

 Salita per Bergolo

Oltrepasso un ponte sulla limacciosa Bormida: subito dopo, la stradina prende a salire, in modo irregolare, alternando strappi secchi a tratti in falsopiano. E’ una stradina davvero stretta, più che secondaria, bellissima. Peccato che la pioggia dei giorni scorsi abbia coperto l’asfalto di pietrisco, rami spezzati, colate di scivolosissimo fango. In un paio di tratti, conoscendo la mia scarsissima dimestichezza con l’equilibrio, preferisco procedere a piedi con la bici per mano.

In un tornante, da una casa escono un essere umano e due cagnotti: uno dei due animali, una qualche forma di incrocio tra un Labrador, le rotaie del tram e la corriera di Saluzzo, morbidissimo e sovrappeso, si gode un sacco di coccole e prende ad abbaiare quando capisce che sto per ripartire. Già, ripartire: in salita, con le scarpe normali non agganciate ai pedali, non è impresa scontata. Mi tocca salire di qualche passo verso l’ingresso pianeggiante del cortile della casa.

 Regalo delle piogge dei giorni scorsi sulla salita per Bergolo

Regalo delle piogge dei giorni scorsi sulla salita per Bergolo

 Regalo delle piogge dei giorni scorsi sulla salita per Bergolo

Ancora un tratto di qualche decina di metri fangosissimo, al punto che non sarebbe proprio possibile passare in sella. Le ruote affondano nel fango e le scarpe pure. Ne esco con bici e piedi di creta. Ancora qualche curva, poi la stradina si immette sulla principale che da Cortemilia sale a Bergolo, due tornanti sotto il paese. Non si passa in centro: la traccia mi manda dritta oltre la rotonda, verso Levice.

 Si va a sinistra per Levice

Alla mia destra, la coltre di nubi si allunga coprendo ancora il fondovalle. Qualche km di leggera discesa verso Levice, anche qui con cautela per via del fango sulla carreggiata. La strada però è molto ampia e poco trafficata.

 Panorama sulla Valle Bormida

 Levice

A Levice dev’esserci il mercato o una qualche fiera. Vedo bancarelle ed un brulicare di umanità. Ed una bellissima A112 rossa. Poi si sale, dolcemente ma per me sempre con la tripla, fino all’abitato di Prunetto, che spicca già da lontano con il profilo del castello contro le montagne. Siamo intorno a quota 700: da qui, le montagne si vedono, anche se già assediate da cumuli bianchi di nuvole.

 Prunetto

A fine salita, cambio malamente e faccio cadere la catena. Mi fermo, risistemo il tutto, mi avvio verso il centro del paese. Il GPS protesta rumorosamente: fuori percorso. Cavoli, per pochi metri… Torno sui miei passi: in effetti, la strada principale scende. Passo attraverso l’abitato: discesa lunga, ma sempre dolce e su stradone ampio, comodo ed in discrete condizioni, per quanto possibile dato lo stato dell’asfalto più o meno ovunque in Italia. L’aria è ancora frizzante, anche se ormai il sole è alto. Il GPS indica l’immissione sulla strada principale di fondovalle: la imbocco svoltando a destra verso Gorzegno.

 Direzione Cortemilia, fino a Gorzegno

Ne approfitto per mangiare qualcosa. In verità, ho già fatto fuori una stecca di croccante alle mandorle; ora è la volta di una barretta al cioccolato, non malvagia anche se della consistenza di una suola di scarpa.

Arrivo a Gorzegno con poco più di 50 km. Supero il bivio per il paese, a destra. Di nuovo il GPS protesta. Ma dove vuole che vada? A Gorzegno non ha senso… Scruto bene la cartina. L’aggeggio vuole che io imbocchi sì il bivio, ma quello a sinistra, di cui manco m’ero accorta. Riparto dopo aver sistemato la catena, da ferma, su un rapporto da salita, perché la rampa iniziale non è affatto rassicurante. Questa salita, in effetti, è decisamente cattiva. Rampe a pendenza molto sostenuta, alternate per fortuna a brevi tratti di respiro; qua e là, in mezzo al nulla di questa minuscola stradina, spuntano case e vecchie cascine in pietra di una bellezza commovente. Abitate, guardacaso, per lo più da nordeuropei, a giudicare dalle targhe delle auto. Loro, ben più di noi, sanno dove cercare pace e bellezza.

La stradina si inerpica in mezzo ai boschi per quasi 500 m di dislivello, con le pendenze più irregolari possibile. Gli alberi offrono un po’ d’ombra, ma non molta. Ed io ho la borraccia vuota. Pazienza, più di tanto non potrà essere lunga questa ascesa.

 Salita da Gorzegno

Infatti, messi a dura prova i polmoni, arrivo finalmente ad un complicato incrocio, dove fatico, nonostante la cartina, a capire la direzione giusta. Vado a tentativi, cercando l’approvazione dell’apparecchio. Alla fine, la scelta giusta è la strada sulla sinistra, battezzata “Passeggiata Panoramica Michele Ferrero” secondo il cartello. Non riesco a capire esattamente dove mi trovo, anche se a grandi linee lo so: non c’è molto margine di manovra, nei paraggi deve esserci Niella Belbo. Un cartello segnaletico degli itinerari a piedi indica la Ca ‘d Tistu: è un agriturismo a metà strada tra Niella e Mombarcaro. Possibile?

 A sinistra sull’itinerario dedicato a Michele Ferrero

 A sinistra sull’itinerario dedicato a Michele Ferrero

A poche centinaia di metri, arrivo ad una bella cappella, occhio e croce direi romanica, dedicata a San Bernardino. La mia attenzione si sposta subito dall’architettura ad un cagnone di razza indefinibile, basso, lungo e pingue, con le orecchie pendule. Tipo Beagle, ma con l’assetto ribassato e parecchi chili di troppo. Gli tiene compagnia un uomo seduto sul muricciolo in pietra. Chiedo se qui ci sia una fontana: sì, c’è, proprio qui a fianco. Km 60: direi che posso concedermi una pausa. Mi siedo all’ombra, anche se quassù, ad oltre ottocento metri di quota, il calore del sole è mitigato da un leggero venticello. Attacco la busta di arachidi salate e tostate, con voluttà: avevo fame e non ne potevo già più di roba dolce. Nel frattempo, chiacchiero con il viandante, che è in visita alla famiglia a Niella. Tra una parola e l’altra, se ne esce con un “ho pensato di comprarmi una e-bike” che immediatamente mi provoca un attacco di ulcera gastrica. Lo insulto, è il minimo che si meriti. Si giustifica dicendo di essere pigro: benissimo, ma allora se sei pigro – e pure fumatore, a quanto vedo – comprati uno scooter. Una moto. Se proprio non vuoi accarezzare nemmeno per sbaglio l’idea di avere cura della tua salute. Ma NON la bici elettrica, per poi andare a dire in giro che vai in bici. Io quassù ci torno, prometto che te la scaravento giù sul fondo della Bormida direttamente da qua

. Verso Niella Belbo

Riparto, ancora lungo questa stradina che è panoramica per davvero, sul crinale tra le valli Bormida e Belbo. Poche centinaia di metri e, in corrispondenza di una bella chiesa in pietra, mi immetto su una strada che finalmente mi fa realizzare esattamente dove mi trovo. É la strada tra Mombarcaro e Niella Belbo. Giro a destra, verso Niella e poi, al successivo incrocio, a sinistra. Altra lunga, morbida e comoda discesa verso San Benedetto Belbo.

 San Benedetto Belbo

In centro del meraviglioso paesino, ho qualche altra perplessità con l’itinerario. In realtà so bene di dover salire al passo della Bossola, ma mi spiace ignorare le rimostranze del GPS, anche se non riesco a capire dove voglia farmi passare. Dal monumento ai Caduti? Davanti al Municipio? Mah. Secondo me qui sta prendendo lucciole per lanterne. Alla fine, decido io: una curva o l’altra, fa lo stesso, mi ritrovo appena oltre il paese sulla strada giusta. Ancora leggera discesa per qualche centinaio di metri, poi, oltre il ponte sul Belbo, si riprende a salire, con pendenza moderata, per due o tre km fino alla rotonda del Passo della Bossola.

 Passo della Bossola

Da qui, si può svoltare per Dogliani, per Murazzano o per Bossolasco; la mia scelta è l’ultima. Ancora qualche km di leggerissima salita, fino a Bossolasco, dove, a giudicare dagli effluvi e dalla quantità di madame in assetto da pranzo al ristorante, arrivo all’ora di pranzo. Breve sosta alla fontana appena oltre il paese, poi mi attende la lunga galoppata fino a Benevello: galoppata si fa per dire, nel mio caso, ma si tratta comunque di un bel po’ di km in prevalente leggera leggera discesa: a destra la valle Belbo, a sinistra la pianura e le montagne ormai avvolte dai nuvoloni da temporale che già si sfilacciano verso i basso.

 Il potente mezzo

 Panorama dalla strada alta verso Serravalle Langhe

Questo tratto è decisamente più “mondano” del precedente; abbondano auto, moto e ciclisti. Oltre a persone sedute sulle famigerate bici elettriche, per cui mai e poi mai userò la definizione di “ciclisti”, a meno che siano almeno ultraottantenni. Sarà già ciclismo, quello. Pedalare su una bici elettrica è un po’ come prendere il Viagra per poi vantarsi delle proprie performance amorose. Bah.

 Benevello

Patisco un po’ questi km, almeno fino al bivio per Benevello. Quando lascio la strada alta, con relativo traffico, mi sento già un po’ più serena. Ormai non dovrebbe mancare molto: ancora un po’ di discesa e tratti di risalita appena percettibile fino alla frazione Manera di Benevello, dove riempo ancora la borraccia. Da Manera, svolta a destra e breve risalita, seguita dalla picchiata – sempre, nel mio caso, si fa per dire – su Borgomale e fino in fondo, al ponte sul torrente Belbo. Qui abbondano i motociclisi in cerca di emozioni; per fortuna alcuni di loro a quest’ora hanno le gambe sotto il tavolo.

 Borgomale

Nel tratto di discesa in cui la vallata è più stretta, il GPS lancia un grido di protesta: “Fuori percorso”. Ehilà, chemminghia stai dicendo? Dove vuoi che vada, devo forse buttarmi giù per il burrone? Non c’è altra strada oltre a questa!”. L’aggeggio deve aver percepito la mia irritazione, perché un attimo dopo si corregge: “Percorso trovato”. Ecco, volevo ben dire.

A Campetto, appena oltre il ponte, sono quasi al km 100, che scocca poco dopo, nel tratto di fondovalle in direzione di Santo Stefano Belbo. Non ci si va direttamente: manca ancora una salita, oltre a quella finale per il Relais.

 Bivio per Sant’Elena

 Bivio per Sant’Elena

 Salita di Sant’Elena

E’ la salita di Sant’Elena, di cui ho spesso scrutato l’inizio passandoci davanti, ma che non ho mai affrontato. Altra stradina minuscola, se possibile anche più delle due precedenti; anche questa, irregolare, con strappi che sembrano scalini e fondo sconnesso. Talmente sconnesso che, in alcuni tratti, al posto della riga di mezzeria c’è una rigogliosa corsia di erba. E qui, a remare contro non è tanto la pendenza, quanto il caldo. Doveva pur arrivare: il sole è feroce e non c’è movimento d’aria. Un po’ ci soffro, nonostante la tripla. I piedi, con il sole diretto che ci picchia sopra, tendono a gonfiare ed a dolere. Ma in lontananza mi sembra di scorgere una sella. Probabilmente la salita finisce lì. Ormai il dislivello della giornata, secondo l’aggeggio elettronico, dovrebbe essere bell’e finito. A meno che ovviamente i numeri forniti dall’organizzazione della GF siano arrotondati per difetto, ma di solito accade il contrario, al limite.

Il GPS protesta ancora: stavolta è la batteria esaurita. Tanto vale spegnerlo: qui non mi serve più e, anzi, con il riverbero del sole sullo schermo, dà fastidio. Arrivo in breve a ricongiungermi con la strada principale che giunge da Manera. Svolto a destra e, dopo due o tre km, alla rotonda, a sinistra, direzione Mango.

 Bivio a sinistra per Mango

 Mango

Ormai manca davvero poco alla fine del percorso. Discesa secca per un paio di km, breve risalita a Mango. Qui ormai circolano a grappoli le auto da rally, che mi arrivano alle spalle con un frastuono infernale. Sulle prime, mi ci preoccupo, ma non è il caso: queste piantano un chiasso senza senso anche viaggiando ai cinquanta all’ora… In effetti, qui si muovono tutte con cautela.

Da Mango, procedo in direzione di Camo.

 Direzione Camo

 Camo

Un paio di km, bivio per Camo, altri tre km in cui mi sorpassano parecchie auto da rally, ma anche veicoli civili. Arrivo a Camo e scopro che la discesa non è percorribile, perché è un tratto di gara per le auto. Ora, maremma maiala, io non ho nulla contro il rally, anzi: sebbene fatichi a considerarlo uno sport, lo ritengo comunque una manifestazione di abilità e sangue freddo degnissima di ammirazione. L’automobilismo “da pista” non mi dice nulla, forse anche perché non ne capisco granché, per carità, ma questi qui fanno numeri da funamboli su strade vere, normali. Non nego che mi piacerebbe molto un giro su una di queste auto, guidata da qualcuno che sappia il suo mestiere. Temo mille volte meno un viaggio con un pilota di rally che non una trasferta, od anche solo un incrocio, con certi elementi che si sentono fenomeni del volante ed invece sono solo imbecilli presuntuosi ed incoscienti.

Purtuttavia, ci voleva tanto, da parte di chi decide la chiusura delle strade, a mettere uno straccio di avviso tre km fa, all’ultimo bivio? Da qui non c’è alternativa se non tornare indietro. E poi dicono che non è bene cedere al turpiloquio!

Ecco, l’auto è a cinque o sei km da qui, ma non se ne parla nemmeno. Fine della prova del percorso ufficiale. Avrei dovuto scendere a Santo Stefano e risalire al Relais. Invece, mi tocca cercare un’alternativa. Di risalire a Mango e San Donato e scendere a Cossano non ho alcuna voglia: mi toccherebbe poi la strada di fondovalle, che stamattina all’alba poteva anche andar bene, ma a quest’ora non mi riposa, visto il traffico ed il tasso alcoolico medio post prandiale della zona. Conviene andare a Castiglione Tinella, lasciando da parte la discesa di Valdivilla, che è quella percorsa stamattina in auto. Lì non si scende di sicuro. E infatti, al bivio, uno straccio di cartello lì lo hanno messo. Quello è il tratto della prova in salita.

Per Castiglione ci sono ancora alcuni tratti di poche centinaia di metri l’uno da superare in salita: sono nulla, ma diventano penosi quando già ci si era convinti di aver finito. Idem nel tratto che da Castiglione scende, ma anche risale, a Santo Stefano. I nuvoloni dalle montagne stanno ormai sconfinando rapidamente verso la collina.

A giudicare dall’insolito traffico di auto e moto che arrivano in senso contrario, questa è una strada su cui da sotto stanno deviando il traffico di veicoli. Quindi si dovrebbe poter passare.

Si passa, infatti. Arrivo giù e ritrovo la Zafirona. 131 km, contro i 120 che avrei dovuto mettere in tasca se non ci fosse stato l’intoppo della deviazione. Non ho nemmeno troppo male al didietro né al collo. Ora devo provvedere a consigliare questa GF a tutti i ciclisti che conosco e so che amano il genere: paesaggi mozzafiato, scelta intelligente di strade secondarie, ripide, cattive ed un po’ malconce ma immensamente suggestive in salita, discese pedalabili su stradoni ampi e facili. Ho un mesetto per convincerli. Io non ci sarò, per gli ovvi motivi di cui all’inizio del racconto: nove ore e mezza per 130 km scarsi… Forse a piedi potrei impiegare meno!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!