22 marzo 2008 – 200 km nell’entroterra di Genova

Sono da poco passate le 3 del mattino di Pasqua ed io sono qui al computer… Sono in fase lagnosa, lagnosissima, un vero straccio; è dalle 11 che guardo il soffitto, metaforicamente s’intende, perché al buio non lo vedo! Spero di iniziare il racconto adesso e portarlo a termine domani… Vorrebbe dire che almeno un po’ di sonno m’è venuto, scrivendo!

Per il fine settimana “lungo” pasquale sarebbero state in programma tre spedizioni: sabato, i 200 km in Liguria, tra Genova ed Alessandria, copyright Matteo, che poi si sarebbe trasferito da me; domenica, il giro Vinadio – Colle della Maddalena – Col de Vars – Guillestre e ritorno, sempre con Matteo; lunedì, Matteo sarebbe tornato a Genova ed io l’avrei accompagnato fino a Savona, poi sarei tornata a casina mia. Oltretutto, questo programmino l’aveva creato proprio la mia fantasia malata: ovvio che ci tenessi tantissimo. Però è ormai chiaro che, almeno in parte, salterà.

E’ risaputo che la fortuna è cieca, ma la jella ci vede benissimo ed è anche dotata di un buon mirino. Mercoledì sera, le mie solite ripetute di corsa a piedi mi costano un’insolita fatica: beh, succede, non ci do peso, via a nanna. Già, nanna: nottataccia tormentata da un gran male alla schiena e, col passare delle ore, a tutti gli ossicini possibili ed immaginabili. Risveglio con un gran mal di testa, febbre: strano, non ho nemmeno il raffreddore…
Giovedì, giornata di tregenda, sembro uno zombie. Giretto in bici nella pausa pranzo, ma senza forze; niente colazione, né pranzo, né cena. Nanna alle otto e mezza, febbre abbastanza seria, mi sveglio venerdì mattina alle 7 grazie alla radiosveglia, altrimenti chissà quanto avrei dormito ancora. Uno straccio peggio del giorno prima, una rabbia feroce! Lo so, lo so, un po’ di febbre è l’ultimo dei problemi di questo mondo, è tutto fuorché un guaio serio: ma questo mi sconvolgerà tutti i programmi!

Corretto o sbagliato che sia, mi imbottisco di aspirine e alle sette, minuto più minuto meno, di sabato mattina, cioè ieri, sono all’appuntamento di Genova Voltri. Siamo sei personaggi (in cerca d’autore) del forum di Bicidacorsa: oltre a me, Alex (paciuli), Matteo (Maethius), Luca (All_I_need_is_bike), Michelangelo (Mik75) e Fabio (pantacugi). Si unirà poi anche, poco dopo, un amico di Matteo.
Partenza, qualche km da percorrere attraverso Genova: ecco che già si parte a spron battuto. Cerco di non perdere subito le ruote, ma lo sforzo è ovviamente vano. Meno male che agli incroci mi aspettano! Splende un sole ancora basso ed accecante; le onde sono impetuose, soffia un forte vento.

La prima salita è una rasoiata, anzi, una serie di rasoiate: rampe una dietro l’altra, con la ruota anteriore che non vuol proprio saperne di stare attaccata all’asfalto. Non so quale sia la pendenza, ma il mio termine di paragone è sempre il tratto dell’Agnello dalla sbarra di Chianale in su, e qui siamo oltre. Infatti, ad un certo punto, la ruota anteriore si stacca da terra anche troppo: caccio un urlo, riesco per uno strano caso a sganciare la pedivella, e mi ritrovo lì come un’idiota, appiccicata a questa parete di asfalto, senza riuscire ad andare né avanti né indietro. Tocca fare qualche passo per trovare un punto da cui poter ripartire.
E’ la salita del Timone; si arriva nei pressi della Guardia, che, se ho ben capito, è un santuario. Mi perdonino i colleghi se non azzecco tutti i nomi… Ho preso appunti, ma si tratta di luoghi a me completamente sconosciuti.
Per ora mi sento benino, anche se il cuore batte all’impazzata, lui che di solito è talmente calmo e tranquillo da chiedersi se effettivamente batta oppure no. Dev’essere l’effetto della febbre. Ci sono alcuni tratti di strada senza asfalto: qui qualche improperio all’indirizzo di Matteo è d’obbligo, anche se non ho il fiato per tradurre il mio pensiero in realtà. Se buco o, peggio, se rovino il copertone e devo dire addio al giro, mi riprometto di prendere il “navigatore” della giornata e calciarlo fino alla spiaggia!
I compari di viaggio mi aspettano tutti in cima. Mamma mia, se filano.
Per ora, sono soddisfatta d’aver scelto l’abbigliamento estivo, con l’antivento ed i manicotti. Anche in discesa si sta bene.

Dall’abitato di Campomorone, saliamo al passo della Bocchetta: in confronto alle rampe della salita precedente, qui sembra quasi d’essere a riposo! Però, anche stavolta, i miei colleghi si dileguano fin dai primi metri. Sì, c’è sempre qualcuno che poi, colto da un impeto di misericordia, torna giù e mi accompagna per un tratto; però, il mio morale è già in caduta libera. Se fossi da sola, probabilmente, in questo momento sarei bella soddisfatta del mio passo; così, invece, mi sento sempre più una nullità. E non è certo colpa degli altri ciclisti, ci mancherebbe; è solo colpa mia, che non riesco a star loro dietro! Li vedo schizzare via come tante cavallette, non riesco nemmeno ad immaginare lontanamente come sia possibile. No no… Io devo stare più che tranquilla, la strada è lunga, il dislivello importante, non posso permettermi di tentare imprese disperate che tanto non mi riuscirebbero mai.
Il problema è che non riesco a mangiare. Ho fatto colazione prima delle cinque con un cucchiaio di Nutella e basta; ho fame, ma al contempo mi disgusta l’idea di cacciar giù qualcosa in gola.

Dal Passo della Bocchetta a Voltaggio, da lì al Passo Castagnola e poi a Busalla. Questa volta, i miei ricordi di queste salite sono molto confusi: ricordo tanto sole, tanta fatica e tanta delusione che cerco di cacciare giù con le scuse più ignobili: “Eh, ma loro sono uomini, è normale che vadano più forte, eh ma io oggi sono malconcia”… Però, nel momento stesso in cui rimugino su questi pensieri, me ne vergogno. Verò, come dice Alex, loro sono forti (come se lui stesso fosse una schiappa); io però sono proprio un comodino con le ruote. Ce la metto tutta, ma serve a poco, questa bici non va su! Nemmeno spostando il mio consistente tonnellaggio da un pedale all’altro e lasciando che la forza di gravità faccia il suo dovere…

Da Busalla ci dirigiamo verso Crocefieschi, Vobbia, Vallenzona e la salita di San Fermo. Ecco, finalmente un santo adatto a me. Salita splendida, la più lunga e, se non erro, anche quella che raggiunge la quota più alta, intorno ai 1.200 mt di quota. Qui l’ambiente è decisamente montano; brullo, spoglio, selvaggio. Arrivo su con il morale sotto le tacchette. Qualche tornante più in basso, ho visto i miei compagni d’avventura almeno cento metri più in alto di me… A quell’immagine, la mia bici è diventata di colpo più pesante. Non ce la farò mai, oggi, mi malediranno. Quando arrivo in cima, trovo immancabilmente lì il gruppo in attesa: non mi fermo, come al solito, per non far loro perdere altro tempo. La discesa è sconnessa e lunga; il freddo un po’ si fa sentire.

Nel paese di Cabella, qualcuno propone una tappa al bar: proprio io, che di solito non amo le soste lunghe durante le uscite in bici, accetto con entusiasmo. Abbiamo già fatto, credo, più di cento km ed ho mangiato solo due merendine. Ho fame, ma è così difficile mangiare, oggi. Una cioccolata calda, però, è un ottimo ristoro.

Nei pochi km di pianura verso Rocchetta Ligure, perdo inesorabilmente terreno. Non riesco nemmeno a stare a ruota e mi demoralizzo ancor più: chissà quanta salita c’è ancora, chissà se ce la farò. E una delle poche volte in cui non riesco a reagire alle battute scherzose dei colleghi. Sono tesa e preoccupata, troppo per riuscire a ridere di gusto. Altra salita, verso Roccaforte e poi ad Isola del Cantone. Irregolare, anche se mai durissima: però, ormai, le gambe fanno fatica su qualsiasi terreno. Ho un fiatone davvero insolito, il cuore che continua a battere all’impazzata sulla minima asperità. Non riesco a godermi come si deve questi luoghi che stiamo attraversando e che sono davvero splendidi. I nuvoloni da temporale che già tengo d’occhio da qualche tempo si stanno facendo sempre più grigi e minacciosi: mi sa che, prima di arrivare a fine giro, l’acquazzone non ce lo leva nessuno!

Pietra Bissara, Sottovalle, Carrosio, Voltaggio, poi la salita alla Colla degli Eremiti ed alle Capanne di Marcarolo. Attraversiamo una splendida valle dall’aspetto insolito, con montagne tondeggianti, brulle, scure, sembrano quasi i resti di una colata di lava, anche se credo che i vulcani, qui, non ci azzecchino proprio un tubo. Le mie nozioni di geologia sono pressoché nulle!
La mia salita alle Capanne è un calvario. Non so se sia più colpa della stanchezza o della rabbia sorda che non fa che crescere, per la mia incapacità, per i miei limiti. I miei compagni fanno l’impossibile per rincuorarmi, ma c’è poco da fare; questa è una delle occasioni in cui il “confronto” ha lasciato in me il segno più profondo, ovviamente in negativo.
Le prime gocce d’acqua arrivano a fine salita, poi giù per la lunga discesa. Ho la schiena che chiede pietà, sempre per colpa di quella maledetta febbre. A Campo Ligure piove sul serio; i pochi km da lì al Turchino, appena un falsopiano, non passano mai. Salgo a fatica con un rapporto ridicolo, mentre ascolto i racconti della bagarre che si è creata tra gli altri matti della combriccola.

Dal tunnel del Turchino, via giù a Voltri: a pochi km dalla fine del giro, eccolo, il previsto acquazzone. Ci bagnamo come pulcini, tutti quanti; ci tuffiamo letteralmente nelle rispettive auto, dopo un saluto un po’ affrettato.

In tutto, circa 190 km, circa 4.400 mt, per uno dei giri in cui ho sofferto di più. Anche se mi è piaciuto tantissimo e lo rifarei volentieri, ora che, a grandi linee, so cosa mi devo aspettare. Un giro “alla Matteo”: e ho detto tutto!!!

Però, giusto premio di tanta sofferenza, un gigantesco piatto di trofie con il sugo di noci, preparate dalla mamma di Matteo, ha cancellato qualsiasi segno di malumore!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!