22 marzo 2009 – Solitudine in Langa

Certo che, se qualcuno t’infila la sua lingua rasposa in un orecchio giù fino al timpano, anche se sei il più incallito dei ghiri, non puoi fare a meno di svegliarti. Ha ragione, povero il mio maschione peloso; ha bisogno della sua passeggiata mattutina! Son quasi nove ore che dormo. Sguardo svogliato alla sveglia, sono le sei e pochi minuti; mi butto addosso qualcosa ed accompagno Skipper in giardino. Così assaggio la temperatura: gelida, un po’ meno di ieri però. E c’è un bel cielo limpido; il sole non tarderà a fare il suo dovere.

Son passata dal coma vero e proprio al coma vigile, quello che mi permette giusto di scaldare la colazione e farmi il caffé; ho la testa pesante come dicono sia il mattino successivo ad una solenne sbronza… Ma non ho toccato alcool ieri! Il corpaccione ha una sola preghiera: “Buttati sul letto e dammi un giorno di requie”. E dire che dovrebbe saperlo, ormai: sono parole al vento. Non sia mai che io sprechi una domenica, una bellissima domenica di primavera, solo un po’ fredda. I duecentotrenta e rotti km di ieri non hanno certo spento la mia voglia di bici, anzi; se possibile, l’hanno alimentata. Oggi non ho compagnia né programmi, solo un’idea di giro, anzi, un’idea per la prima parte del giro. Ho bisogno della bici; la fiacca passerà strada facendo. Parto poco più tardi delle otto e mezza, con un po’ di vestiario di scorta e qualche barretta; prima destinazione, Alba. In Carmagnola, all’ombra dei palazzi, la temperatura è da brivido; pochi passanti infreddoliti, poche auto in circolazione. Forse la notte appena trascorsa non ha fatto precipitare la temperatura sotto zero, come la precedente, ma poco ci manca. Per fortuna, il lungo tratto di trasferimento verso Alba è tutto in pieno sole. Frullo le gambe lungo il viale che porta via dalla città, poi lungo la strada per Ceresole, tutto piatto o leggerissima salita; l’aria è frizzante, i colori netti, intensi. Della primavera appena iniziata c’è ben poca traccia: gli alberi sono ancora grigi, spogli; qualche macchia di fiori solo negli angoli più riparati, a ridosso dei muri di cinta dei giardini. Filo, sto bene; le gambe sono affaticate ma non irrigidite, il soprasella non si lamenta. Pazienza se il segnalatore di velocità di Ceresole sentenzia “22”; quel che conta è che, nella mia testa, io stia correndo veloce, leggera, soddisfatta.
Ancora pianura, ma non mi dispiace, anzi. E’ un toccasana per i garretti un po’ cotti, e poi devo ammettere che, negli ultimi tempi, la digerisco un po’ meglio. Perlomeno, non la odio più così profondamente come prima. Sarà solo un momento così, passeggero? E’ anche merito del fatto che oggi pedalo sola, quindi posso scegliere l’andatura che più mi aggrada, senza l’ansia di dover correre dietro ai compari di viaggio o di perdere continuamente la ruota di chi mi precede. La mia compagnia, il gruppo di pazzi scatenati con cui condivido avventure più o meno folli, in bici o a piedi, è la migliore che potrei desiderare: solo che ogni tanto ho necessità di disintossicarmi, vale a dire, di sciropparmi un po’ di chilometri a modo mio senza l’ansia, sempre presente e strisciante, di rallentare o annoiare chi è costretto ad aspettarmi. Oggi posso impiegare sei ore o dodici, non me ne importa proprio nulla. Il mal di testa se n’è andato già nei primi chilometri: l’ho sempre detto, io, che per me la bici è la miglior cura dai malanni del fisico e soprattutto dell’animo.

Incrocio il primo infreddolito collega a Sommariva Perno e mi butto in discesa, ringraziando, ancora una volta, la Ridley ed i suoi copertoncini da 25, grazie a cui posso anche non preoccuparmi troppo delle buche e dei vari disastri stradali. A Corneliano, anche qui caso strano, imbocco la circonvallazione: e dire che ‘sto stradone largo l’ho sempre detestato. Ma stamattina non c’è nessuno o quasi, né auto, né moto, nulla. Raggiungo Alba in modo quasi indolore: è ancora presto per i turisti da trattoria!

Da qui in poi, è vita. La salita verso Manera, via Madonna di Como, è lunga, dieci chilometri o forse più, ed è molto dolce; un serpentone in mezzo ai vigneti ancora completamente spogli, qualche cascina, qualche cortile in cui buttare lo sguardo curioso. Sulla destra, dall’altra parte della vallata, spicca nitida Diano d’Alba e, ben oltre, tra i profili grigi e verdi delle colline, lo sfondo candido delle Alpi; sulla sinistra, colline a perdita d’occhio, Treiso, Neive, Barbaresco. Salgo tranquilla, senza fatica, guardo la mia ombra lunghissima che si perde tra i filari. Ogni tanto in piedi sui pedali, ma solo per cambiare posizione. I ciclisti son pochini a quest’ora; in compenso, non mancano i podisti: da quelli più “professionali”, dotati di tute fascianti multicolori, a quelli che corrono con braghe informi e gilet; tanto, si sa che non è l’abito a fare il monaco, soprattutto in questo genere di sport. L’apparenza conta quanto uno zero tondo! Penso che questa salita sia ideale, in fondo, per allenarsi un po’ anche a piedi; ha una pendenza che affatica ma non distrugge. Un giorno o l’altro la proverò.

Madonna di Como, il ristorante ancora tace. La rotonda per Treiso, poi gli ultimi chilometri; l’altra rotonda, quella in cui si immette la strada che arriva da Mango, quella che, nell’altro senso, in discesa, spesso taglio in spregio al Codice della Strada: non c’è mai nessuno! Le sagome delle colline sempre più definite man mano che la leggera nebbia del mattino si dissolve al caldo. A Manera chiudo la zip del giacchino antivento, pronta ad affrontare i tre chilometri di discesa: ieri mattina, prima delle sette, ho creduto che sarei arrivata giù al Belbo in forma di stalattite… Invece no, oggi la luce è intensa, non solo per l’ora; fa un po’ meno freddo: il meteo non ha mentito. Il serpentone di asfalto è già terra dei motociclisti, tanti, di tutte le forme e colori, di tutte le possibili attitudini, da chi viaggia in sella ad un salotto ambulante a chi cavalca una fiammante due ruote da pista. Appena un brivido per l’aria che s’infila fra il manicotto e la manica corta della maglietta, sotto il berretto, nel collo… E son già al castello di Borgomale, severo ed imponente, mentre con un occhio bado a dove metto le ruote e con l’altro cerco la strada che sale a Lequio, quasi a controllare che sia ancora lì. Oggi non vengo a trovarti, ma ci vedremo presto!

In fondo, il ponte sul Belbo; svolto a destra ed attacco un’altra salita dolce, quella che conduce da Bosia a Cravanzana. Man mano che si sale, il colpo d’occhio sulla vallata è sempre più emozionante. Sul versante opposto si intravedono alcune tracce che sembrano strade; alcune lo sono e sono ben note, altre chissà, devo andare a cacciare il naso, prima o poi. Quelle cascine sperdute in mezzo alla boscaglia devono pur avere un qualche collegamento con il fondovalle. Ma oggi non sono in vena di esperimenti; vado a colpo sicuro. La lenta risalita amplifica le urla del mio pancino, che oggi reclama disperato il saldo del suo credito ancora residuo, anche da ieri. Lo placo con una barretta, ma è solo quiete momentanea. Poco prima di Cravanzana, giù a destra, direzione Cerretto Langhe; qualche curva secca tra buche e cascine, poi attraverso un’altra volta il Belbo. Mi attende una bella rampa, ben visibile e minacciosa in tutta la sua lunghezza: ma non importa, basta aver pazienza, godersi il sole caldo sulla schiena, lasciar fare alle gambe che ormai conoscono bene il loro mestiere. Nelle orecchie le note dei Toto, mentre incontro qualche timida primula gialla che infrange la monotonia dei colori ancora autunnali. La strada porta subito in alto, a veder la valle dall’altra parte. Qualche edificio abbandonato, qualche cortile desolatamente incolto, pezzi di attrezzi agricoli arrugginiti, e chissà mai cosa si poteva coltivare su questo costone? Poi il paese, sempre più vicino; qualche tornante, la strada che spiana. Cala la pendenza, ma le gambe non si riprendono; sento una gran debolezza, non so se sia fame, la testa pesante, gli occhi che faticano a restare aperti ed a fissare quel che dovrebbero, cioè la strada. Detesto le pause durante i giri in bici, anche quelle di pochi istanti: figuriamoci poi fermarmi a comprar da mangiare… Ma oggi mi sa proprio che non ho molta scelta. Se continuo così, a barrette, a casa non arrivo, anzi; mi rovino tutta la giornata. Un paio di km e sarò al bar ristorante della Pedaggera: se non c’è troppa ressa, mi fermo e mi faccio fare un bel panino. Detto, fatto: mi trascino all’incrocio, butto l’occhio; pochi avventori, decido per la sosta. Panino con il formaggio, ottima Toma di Langa, più un Mars che finisce nel borsello, preziosa risorsa da estrarre tra un po’. Mi appoggio al muro, fuori, al sole, accanto alla mia bici: di lì a poco, arrivano quattro motociclisti che parcheggiano i loro fiammanti cavalli proprio davanti a me. Anche un’ignorante al cubo come me non fa molta fatica, stavolta, a capire di che moto si tratti, visto che recano scritto a caratteri cubitali “Harley Davidson”. Ascolto distrattamente i discorsi dei quattro centauri: parlano ovviamente delle bimbe, ne magnificano i particolari, le ultime novità che han comprato a prezzo di chissà quale organo interno, le finiture. Effettivamente il metallo è talmente lustro che, come si dice da queste parti, quasi “sbalucca”! Mi piacerebbe una foto della Ridley con quelle meraviglie… Ma non oso chiederla; finisco senza pietà alcuna il panino gigante e salto in sella. Per dove? Mah, potrei scendere a Valle Talloria e risalire a Montelupo… Albaretto no, oggi no Gian, dai, sei già uno straccio… Ti uccide! Pensa e ripensa, ma dalle prime curve della discesa di Costepomo, lei si vede, è lì. Mi chiama. Scendo tranquilla, oggi più che mai; è una di quelle giornate, purtroppo rare, in cui davvero mi sento in pace con la fatica e con il mondo intero; mi accorgo di sorridere da sola, e meno male che non c’è nessuno qui intorno che mi può vedere. Poi in fondo, al bivio, non ho scelta. Albaretto è nel mio destino. 18%, il cartello è sempre lì; nessuno ha ancora pensato di compiere un gesto di ciclistica pietà e rimuoverlo. Dicono gli esperti: l’ideale è affrontare una salita con rampe lunghe e spietate, subito dopo aver trangugiato due etti di pane e formaggio ben grasso. Meno male che il mio stomaco è foderato di amianto: non batte ciglio! Anzi, mi sento bene come non credevo possibile; affronto la prima rampa, poi il tornante, l’altra rampa e l’altra ancora; mi accorgo dei cambi di pendenza, cosa che non mi capita nei giorni no, quando la sofferenza è unica dal primo all’ultimo metro. Invece oggi riesco a rifiatare quando la pendenza passa, diciamo, dal 15 al 12%. Mi superano, nel tratto più duro, due motociclisti che sono veri artisti, perché non dev’essere facile, su pendenze del genere, pennellare una curva e controcurva con il ginocchio quasi sull’asfalto senza ribaltarsi. Ormai qui conosco ogni metro, davvero potrei andare su ad occhi chiusi. Il caldo è meraviglioso: i raggi del sole picchiano sull’asfalto nero ed io, con la mia velocità da tartaruga, me li godo tutti! Qualche ciclista lo incrocio, ma sono rigorosamente tutti in discesa; li saluto con un “ciao” squillante di cui io stessa mi sorprendo. E mò? Mò, nel tratto di falsopiano oltre il paese di Albaretto, devo decidere il resto del percorso. Presto fatto: alla rotonda svolto a sinistra, verso Diano d’Alba. Qualche chilometro di discesa in cui non è più nemmeno necessario chiudere il gilet; qui, in queste curve morbide ed ampie, mi diverto persino io. Peccato solo che le montagne siano già sbiadite per effetto della calura del primo pomeriggio. Leggera risalita prima di Diano, pieno alla borraccia sulla piazza del paese, sotto lo sguardo interrogativo di un gruppo di turisti di lingua tedesca; bè, non l’avete mai visto un ciclista assetato? Non è mica colpa mia se le fontane sono ancora quasi tutte chiuse!

Ancora discesa, più decisa, verso Grinzane Cavour ed il suo bellissimo castello. Voglio ancora salire a La Morra, ma non da Gallo; attraverso il paese, a ruota di un baffuto ciclista maturo, e procedo per il versante di Annunziata, concedendomi finalmente anche il Mars a cui pensavo con cupidigia da un po’. Anche La Morra scorre via veloce, o meglio, con le gambe che rispondono bene, nonostante la stanchezza. Contenta più che mai, e dire che non c’è nemmeno un perché: sto bene, tutto qui, mi spiace solo dover prendere la strada di casa, ecco. Il bellissimo cedro in cima alla collina, vista rassicurante alla mia destra; nelle orecchie ancora musica, grazie al fantastico lettore Mp3 dalla batteria pressoché inesauribile. Oltre la rotonda, affronto con cautela l’ultimo strappo, poi libero sfogo alla baldanza e, perché no, ad un pizzico di esibizionismo: tanto lo so, lo sento, che gli occhi quando passo su in cima al belvedere son puntati su di me! Ancora una discesa, verso la frazione Rivalta e Pollenzo, che affronto con allegria. E mi chiedo, per l’ennesima volta, perché ci siano i giorni in cui anche questa discesa mi terrorizza, mentre oggi, boh, mollo i freni e vado giù, mentre incontro sale una squadra in allenamento, con tanto di auto ammiraglia al seguito.

Il ponte sul Tanaro, poi Pollenzo: volendo, potrei ancora aggiungere qualche salitella, ma in fondo non mi servirebbe a nulla, se non forse ad affaticare troppo le gambe. Sono in riserva fissa; altra mezza barretta mentre salgo a Pocapaglia, ancora con la sensazione di debolezza nelle gambe e nelle braccia. Son passate da poco le tre del pomeriggio, ma la luce è già più bassa, i contrasti di colore più netti ed i toni più intensi. Un breve tratto di discesa e l’ultimo fondovalle prima dello strappo cattivo di Sommariva Perno: ennesima conferma, le gambe girano bene; è la fiacca generale che mi fa penare. Restano solo più venti chilometri tendenzialmente in leggera discesa; mi avvio con calma, ma non c’è niente da fare: mi tocca, poco prima di Ceresole, buttare in pancia ancora una barretta. Non capisco quanto sia suggestione e quanto sia effettiva necessità di cibo, credo di zuccheri: però, la sensazione di mancamento è reale, e non sarebbe un’esperienza piacevole, su questo stradone dove le auto sfrecciano ben oltre i limiti! Poche, ma buone… Così l’ultima galoppata in mezzo alla campagna, ai pioppi spogli, al verde intenso del grano appena spuntato, o granturco che sia, quanto sono ignorante! Con la mia ombra tornata lunghissima, arrivo a casa con la lingua che s’impiglia in mezzo ai raggi. Per fortuna che mia sorella, ieri, ha cucinato il riso con le verdure in dosi da reggimento: anche oggi posso vivere di rendita!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!