22/23/24 febbraio 2009 – Bici in Costa Azzurra – I giorno

Un’imperdibile offerta di televisori al plasma, che ammicca dall’ingresso ancora sprangato di un magazzino di elettronica, tutto giallo sgargiante, è il primo impatto con Nizza, intorno alle nove del mattino, poco prima, quando mi risveglio dal coma vigile di quasi tre ore di viaggio in autostrada. Cielo appena velato, vento freddo mi mettono i brividi appena scendo dall’auto: eppure MeteoFrance aveva promesso il sole… Lo spettacolo non è dei più accoglienti: grigio il cielo, squallido quel che si vede della città, solo una distesa di capannoni, palazzi in serie, l’autostrada. Il mare, chissà dov’è, non qui, poco ma sicuro. Ma la riva erbosa del canale che scorre proprio qui davanti è un luogo di passeggio per cagnotti: uno via l’altro, arrivano accompagnati in auto da pigri padroni che nemmeno scendono dall’abitacolo, per non prendere freddo; scorrazzano, annusano, fanno il loro giretto, tornano all’auto, scompaiono tra i sedili e via, si torna a casa. Un bellissimo pastore tedesco, un batuffolo di pelo bianco d’incerta origine, ancora un pastore tedesco con evidenti sintomi di problemi alle zampe, ma con una mamma umana, questo, più attenta e premurosa. In pochi minuti, una sfilata di quattrozampe: è dura, per me, resistere alla tentazione di coprirli di coccole uno per uno!

Anche oggi, manco a dirlo, sono prontissima e determinata… A seguire il mio navigatore umano, che seguirà il suo navigatore elettronico. Ha pensato a tutto Mik, proprio dall’inizio: ha avuto l’idea del viaggio, ha individuato la destinazione, ha pazientemente studiato i percorsi sulla cartina, li ha stampati e ne ha registrato la traccia sul GPS. La mia collaborazione in tutto ciò si riduce alla pura presenza fisica… Sono qui, un po’ infreddolita, ma più ansiosa che mai di partire; mi basta agganciare i pedali e sono già nel mio mondo, quello fatto di bici e fatica e chilometri, in fondo quello che per me è vero e vivo; l’altro mondo, quello di casa e del lavoro e della vita borghese, è già sparito, inghiottito dal clack dello sgancio rapido, dimenticato come se non fosse mai esistito. L’unico collegamento con quel mondo, fino a lunedì sera, sarà qualche telefonata a mamma. Incredibile come, ogni volta, io riesca a convincermi che sto partendo per non tornare più, non perché abbia il presentimento di un incontro ravvicinato con un autotreno, ma solo perché sogno di poter passare il resto della mia vita così… E chi l’ha detto che solo i bambini possono inventarsi una vita parallela? Io ce l’ho, eccome se ce l’ho, ed ho anche la fortuna di poterci spesso sconfinare! Se lo raccontassi stando sdraiata sul lettino di uno psichiatra, mi rinchiuderebbero all’istante, ma non importa; Mik ordina di andar di là, quindi bando alle meditazioni, si parte! E come, si parte: una rampa feroce, seguita da una gemella ed accompagnata da una cugina. Non me l’avevano detto, che tutto il dislivello della giornata sarebbe stato compreso nel primo chilometro! Con cinque o sei chili di zaino sulla schiena, poi, è una goduria… Cuore in affanno, gola che brucia; mi alzo sui pedali con pochi risultati; mi conforta sentire che anche Mik, incredibile dictu, ha il fiatone. Va bè che lui, poveretto, è ancora preda della sua bronchite ormai cronica: i bacilli gli si sono affezionati, si trovano bene, non lo mollano più! Lo sforzo improvviso della salita dura, a freddo, incarognisce la sua tosse e permette a me di restare nei suoi paraggi per i primi, diciamo… Due chilometri? Forse!

Saltiamo a piè pari la città, salendo su in mezzo a due ali di ville dall’aspetto più che altro pacchiano e pretenzioso, a parte rare eccezioni di buon gusto, e nomi improbabili; non posso fare a meno di pensare alle case in pietra delle borgate di Elva, o ai comignoli fumanti dei paesi di Langa nella nebbiolina dell’autunno… Non cambierei una losa di quelle, con tutte le piscine, i colonnati, i colori sgargianti di questo luogo così chiassoso e sfacciato. No no, via di qui, verso l’entroterra. Man mano che la pendenza si raddolcisce, Mik ed io recuperiamo fiato e favella. In fondo qualcosa di bello c’è anche qui: ci sono i fiori, il giallo delle mimose sopra tutto, ci sono i profumi della primavera, ci sono i muscoli che ancora faticano un po’, ma dovranno rassegnarsi, perché oggi tocca proprio portare su del peso in più. Pian piano, sullo sfondo compaiono le prime cime innevate, anche se sono lontane, anche se oggi, per fortuna, non andremo lassù. Ho voglia di caldo, di sole, quello che le nuvole oggi continuano a nascondere rincorrendosi in enormi cumuli grigi. Dai guanti lunghi e dal berretto di pile per ora non mi separo.

La strada si lascia alle spalle l’abitato; l’ambiente si fa brullo, spoglio, colline tondeggianti di terra grigia e cespugli avizziti, come se qui fosse passato un incendio: ma è solo l’inverno che ha lasciato traccia di sé, che qui, un po’ più in alto rispetto alla costa, tarda ancora a cedere il passo. Saliamo lungo uno stradone ampio, quasi deserto, con pendenza dolcissima. Dovremmo salire, oggi, a quota 1200 circa, la Cima Coppi dell’intero viaggio: il piano originale contemplava un passaggio a quota 1.400, ma Mik, per fortuna, ha saggiamente deciso di essere magnanimo e ripiegare su un itinerario un po’ meno gelido. Va bene che siamo a Sud e vicini al mare… Ma questo non basta a salvarci dall’assideramento, a febbraio!
Le gambe, come dicono i veri ciclisti, girano: frullano tranquille, senza sforzo, senza dolore, senza fastidio. Certo, questa salita potrebbe essere affrontata con ben altro passo: ma il mio pensiero fisso sono i centosessanta km in programma oggi, i duecento domani, i centotrenta dopodomani. Insomma, c’è poco da fare i furbi. Mik sì, lui può permetterselo; si allontana lentamente, alla chetichella, poi si alza in fuorisella e sparisce, un puntino nero che al massimo potrò rivedere alzando il naso a scrutare i tornanti sopra la mia testa. Per me invece l’unico comandamento è risparmiare…

Con manovra franca ed ardita, che richiede qualche minuto di pazienza e di equilibrio, afferro nella tasca posteriore dello zaino, senza fermarmi, la prima delle mie risorse alimentari; spezzo e scarto un quadretto della mia tavoletta di cioccolato bianco con miele e mandorle. Com’è ovvio, mi trovo in mezzo al nulla eterno ma, se m’azzardo a mettere in moto le ganasce, ecco che si materializza un inseguitore… Un ciclista, non più giovanissimo ma dai garretti promettenti, mi sorpassa di gran carriera; poco più avanti, poi, rallenta all’improvviso, tanto che gli ripasso davanti, non certo con intenzioni combattive, ma solo per seguire la mia strada. Pochi minuti dopo, rieccolo all’attacco; mi sorpassa un’altra volta, pestando come un forsennato, e se ne va. Ah ok, adesso ci sono; sta facendo qualche esercizio di scatti e riposo, insomma, non è scoppiato ma si sta seriamente allenando. In effetti, questo tipo di salita è invitante, ma io non posso permettermi fesserie. Sorrido, però, pensando a Mik quando s’accorgerà dell’inseguitore: dalla sua posizione, non potrà capire che il ciclista francese si sta dedicando alle ripetute; lo vedrà arrivare a spron battuto e schizzerà a sua volta via come una scheggia impazzita! Va bé, tanto Mik non patisce; potrebbe fare qualsiasi sforzo, tanto lo recupera in un attimo. Ha una fonte inesauribile di energie!

Si sale ancora in mezzo ai cespugli bassi e secchi; di fronte a me, sopra il tornante che sto per raggiungere, pochi metri più in basso della strada che poi passa su in alto, vedo un’auto che si direbbe parcheggiata: però, più che parcheggiata, è appesa, vista la pendenza spropositata del punto in cui s’è piazzata! Ci sfilo poi accanto e la guardo, da sopra: non ha segni di bolli né di incidenti… Forse un parcheggio senza freno a mano? Forse un tentativo discutibile di “tagliare” il tornante salendo su per il pendio? Boh, quel che è certo è che quell’auto, da lì, non si muoverà tanto facilmente.
Le collinette tonde lasciano poi il posto alla viva roccia: la strada si inerpica tra pinnacoli di pietra e gallerie brevi, scure, fredde, con lo spettacolo delle montagne offerto appena al di là del guard rail in legno. La giornata purtroppo non è limpidissima, altrimenti… Chissà che spettacolo!

Oltrepassato il colle, l’ambiente cambia radicalmente, lasciando spazio alle conifere ed alla neve. Ebbene sì, la neve è scesa anche qua; in quantità certi minore che da noi, ma ce n’è; ha ricoperto il pianoro ed imbiancato le montagne intorno come una spruzzata di zucchero a velo sul pandoro. E fa freddo qui: non ho voglia di fermarmi ed indossare la giacca, ma almeno i guanti lunghi ed il berretto, quelli sì.
E’ vero che i Francesi li chiamano “colli”: Col de Peyron, Col de Vence… Ma non son mica colli, questi! La discesa non ce l’hanno, o se c’è è brevissima; poi si torna a salire, o almeno a saliscendi. Pochi paesi dall’aspetto addormentato, le case con i muri chiari, illuminati dal sole, che sembrano intirizzite, colte da un inverno improvviso che non s’aspettavano. Muove solo qualche turista con gli sci, diretto chissà dove, speriamo non nella nostra direzione! Vence, Coursegoules, Greolieres, e meno male che c’è il navigatore, anzi, i navigatori! Dello stato delle strade, per ora, non ci si può proprio lamentare; l’asfalto è perfetto, appena un po’ sporco nei tratti di bosco, ma è normale; solo che, più giù vicino al mare, a terra c’erano rametti di mimosa sfioriti, mentre qui ci son le pigne e la neve… Oltre alle immancabili bottiglie di plastica e lattine: mi viene in mente l’affermazione sconsolata che, tanto tempo fa, ho sentito esclamare ad un anziano francese; qualcosa tipo “Les cons sont partout”. Ora, io non conosco la lingua, ma non credo ci siano molti dubbi circa la traduzione. Gli idioti, insomma, non son tutti in Italia!

Sto pedalando in compagnia, vero, ma sono un po’ persa nei miei pensieri. Mi godo con un po’ di stupore le gambe che girano senza lagnarsi: a questo punto, avremo percorso almeno una cinquantina di km? Non lo so, non riesco a rendermi conto né del dislivello, né della distanza accumulati. So solo che mi sembra di pedalare da un’eternità! Ma si sta bene, benissimo, e poi il pensiero di tre giorni di questa vita zingara mi mette le ali ai piedi. Ogni tanto penso anche alla doccia calda ed alla cena, ovviamente al sacco, in camera, che mi attendono per questa sera. Viaggiamo da un po’ tra gli 800 ed i 1000 m di quota, credo, e la temperatura rigida si fa sentire. Per ora, mi limito a tirare su e giù la zip del gilet antivento; batto un po’ i denti, ma guai se dovessi vestirmi e svestirmi ogni volta che s’inverte la pendenza! Già sono lenta come una lumaca…

Il colle questa volta giunge a sorpresa, appena oltre una curva. Una bella discesa liscia, dove posso, ancora una volta, impegnarmi a studiare la traiettoria delle curve così come mi ha suggerito un amico paziente. Già, il guaio è che qui è tutto bello e facile: pendenza minima, asfalto liscio come un tavolo da biliardo, traffico zero; posso spaziare da una parte all’altra della carreggiata, con l’unica preoccupazione di non tagliare la strada a Mik: altrimenti, se lo sinistro, chi mi fa da navigatore poi?

La discesa termina su un ponticello, dove ritrovo Mik alle prese con il suo enorme armamentario fotografico che non capisco come riesca a concentrare nel borsello da manubrio. Se non si fosse fermato lì, non avrei nemmeno notato quel che sta fotografando: uno splendido specchio d’acqua del torrente, limpido, verde e nero dai colori accesi, una conca quasi nascosta dalla vegetazione. Appena oltre, un bivio: ne approfitto per cacciar giù un altro po’ di cioccolato, in attesa che Mik mi raggiunga e scelga la direzione. Il cartello del centro abitato indica Canaux, ma noi andiamo a destra, su per una strada che, sulle prime, sembra ripida e parecchio accidentata. Ci arrampichiamo tra una buca e l’altra; Mik parte e va via, io sbuffo e fatico un po’ di più, quindi scelgo, come sempre, il ritmo del carro funebre. Rocce frastagliate, ghiaia e detriti e buche sul mio cammino; speriamo di non forare! Ma la salita riscalda un po’ le membra intirizzite.
Siamo, annuncia Mik, circa a metà strada: ma probabilmente, aggiungo io, a più di metà del dislivello complessivo. Ci sono delle grotte qui nei dintorni, a giudicare dai cartelli; quel che conta, però, è che si torna a viaggiare, nella discesa successiva, in mezzo agli ulivi, alle margherite, ad alberi da frutto già carichi di fiori e profumi. Questa volta la strada è un po’ più stretta ed impervia delle precedenti, ma ci riporta nell’ambiente che attendevo con più impazienza, quello caldo calduccio del mare. Non sento, per ora, stanchezza; sento solo l’euforia, mi godo il paesaggio, riesco persino a prender le discese in modo vagamente decente, cosa chiedere di più alla vita?

Anche i paesi che attraversiamo riprendono l’aspetto di abitati da clima caldo, per quanto io non ami molto i centri abitati; anzi, li amo tanto meno quanto più son grandi. Non mi soffermo mai molto ad osservarli: preferisco uscirne, il prima possibile… Di Fayence però non posso non notare il campanile squadrato, a forma di torre, con la campana sorretta da un’intelaiatura di ferro. Curioso!
Nello spazio di poche decine di chilometri, ne attraversiamo alcune, di queste tranquille borgate; poi, ahimé, ci resta la pianura: o meglio, una serie interminabile di brevi saliscendi, di quelli che sfiniscono le gambe, in mezzo al traffico: meno male che provvede Mik, come sempre, a mettersi davanti e fendere l’aria… Nonché a tracciare la via, sicura senza incertezze, nel caos totale di Frejus e Saint Raphael, due paesoni appiccicati l’uno all’altro. Città per me significa, all’istante, insofferenza allo stato puro: tutte queste auto, tutto questo rumore, luci, colori sguaiati, questo assurdo assembramento di gente, un carnaio sul lungomare… Potrebbe essere bello, questo posto, sbotto rivolta a Mik… Se solo sparisse completamente la presenza umana! So di non avere alcun diritto di sentirmi migliore di qualcun altro, ma non posso farci niente, il pensiero mi nasce proprio dal cuore: ma tutte queste vite che non hanno nulla a che fare con la bici, con la fatica, con la montagna… Che senso hanno? Lo so, è questione di punti di vista, basta sforzarsi di cambiare un po’ il proprio, per comprendere almeno in parte quello altrui, ma no, non ci penso nemmeno; il mio punto di vista me lo tengo ben stretto. Passo oltre le teste, le pellicce ambulanti, i tacchi, le labbra colorate; oltre c’è il mare, placido e bellissimo nella luce del tardo pomeriggio. Se ne sente la brezza, mentre usciamo dal centro città e seguiamo la strada di costa, alla ricerca del nostro albergo. Mancano ancora un po’ di chilometri di dubbiosa ricerca del nostro albergo. “Ti ricordi che si chiamasse Beausoleil?”, mi chiede Mik, incautamente fiducioso nella mia memoria. “Sì sì, sono proprio sicura!”. Infatti, si chiama Beau Site… Va bè, qualcosa di Beau in fondo c’era.

Non sono ancora le sei del pomeriggio: abbiamo macinato 155 km e circa 2.500 m di dislivello in salita; tutto sommato, per i miei canoni, abbiamo fatto molto in fretta. Non ci restano che la doccia e la caccia alla cena: un paio di chilometri a spasso sul lungomare ci regalano lo spettacolo di un bellissimo tramonto rosa e ci conducono al paese di Agay, dove troviamo un provvidenziale minimarket. La nostra cena: una scatola di Camembert da 250 g, da dividere salomonicamente a metà; pane; marmellata di mirtilli; biscotti ripieni al cioccolato; yogurt; il tutto innaffiato da abbondante Coca Cola. Ovviamente, le spartizioni spettano a Mik che, da buon ingegnere, sa azzeccare le proporzioni al millimetro. Abbiamo fatto scorta anche per domani sera, ma il secondo Camembert corre già ora un serio rischio…
Per me, questo è quanto di meglio potrei desiderare: abbuffarmi seduta sul lettone, senza riguardi per la forma e l’etichetta, senza patemi per le calorie, senz’altro pensiero che la pancia da riempire e la tappa di domani da studiare, anche se Mik l’ha già studiata tutta, l’ha già pronta sul GPS. Con buona pace delle insegne luminose, delle madame sul lungomare, dei locali che a quest’ora si staranno già affollando. Non cambierei il mio pane e formaggio con tutte le ostriche ed il caviale del mondo, a parte il fatto che sono vegetariana… Tornando con i piedi per terra, Mik ed io pendiamo dalle labbra della meteorologa della TV francese, che per domani promette sole ma… Raffiche di vento ad 80-100 km all’ora. La prospettiva mi terrorizza: eppure Mik pare sicuro che le maniche a vento, stilizzate sulla mappa della Francia, non riguardino la zona dove pedaleremo noi. Spero tanto che abbia ragione, perché a me sembrano piazzate esattamente lì!

…puntiamo la sveglia alle sette meno un quarto. Dieci ore e ventidue minuti all’alba, dice il mio telefonino: mamma mia… Ce la faremo a dormire dieci ore? Mik è scettico… Come volevasi dimostrare, l’indomani il trillo del cellulare ci strappa dal più profondo del letargo degli orsi. Altro che insonnia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!