22/23/24 febbraio 2009 – Bici in Costa Azzurra – II giorno

Mi concedo un momento di indugio, quel tanto che basta a cercar di capire se anche Mik l’ha sentita la sveglia, oppure no. Ho il vizio ormai radicato di afferrarla e spegnerla al primissimo trillo, come faccio d’abitudine a casa per evitare le ire della sorella. Poi riemergo definitivamente dal torpore, residuo un po’ del sonno un po’ del freddo che stanotte non mi ha dato tregua nonostante il piumone: giusto in tempo per affacciarmi alla finestra e restare a bocca aperta davanti all’esplosione di rosso intenso che tinge il cielo limpidissimo ed il mare, appena visibile tra le palme e gli edifici dall’altra parte della strada. Uno spettacolo meraviglioso, che diventa, se possibile, ancor più suggestivo quando, più tardi, dalla linea del mare emerge il cerchio rosso del sole. Urge una foto, anche se la mia macchinetta fotografica farà quello che può.

Oggi viaggeremo scarichi, visto che stasera torneremo qui. L’unico carico quindi è quello con cui riempiamo la panza: riempiamo, per modo di dire… Un po’ di fette di pain d’épices con la marmellata, un po’ di yogurt, ancora Coca Cola: questo ci consentirà di raggiungere la prima boulangerie utile, senza stramazzare al suolo. Mentre alleno le ganasce, scruto con preoccupazione le fronde delle palme, che si agitano al vento: che stiano arrivando i 100 km/h promessi? Ma no, Mik è ottimista, sarà la brezza del mattino. Speriamo bene… Una volta tanto, non mi costerà ammettere che qualcun altro ha avuto ragione!

Siamo in strada verso le otto meno un quarto: direzione Saint Raphael, ma a quest’ora in giro non c’è nessuno. Rivediamo le ville, i parchi, gli scorci di spiaggia che ieri sera abbiamo superato con la mente rivolta a ben altri pensieri, doccia e cena sopra tutti; attraversiamo la città addormentata, semideserta, proprio come piace a me. E ci fiondiamo diretti contro la vetrina di un’invitante boulangerie, dove facciamo scorta di risorse alimentari per la giornata. Come raccomandato dai migliori testi di nutrizione ed allenamento, ci strafoghiamo di pizza grondante olio e formaggio fuso, a cui Mik aggiunge anche la tipica “baguette da manubrio” e qualche altra dolce scorta. Chi ci vede divorare avidamente il magro pasto sulla soglia della panetteria, può solo pensare che non tocchiamo cibo da una settimana… Infatti il panettiere, impietosito, ci richiama dentro per elargirci almeno due tovagliolini!

Ecco, adesso va meglio. Ormai sono abituata alla colazione grassa, bisunta e salata; il salutare pane e marmellata non mi basta più… Il pancino chiede qualcosa di concreto!
Torniamo a fendere l’aria lungo la strada principale di Frejus, alla ricerca del bivio che ci porterà fuori di qui. Ci superano due auto giallo canarino, che trasportano ciascuna svariate bici da corsa altrettanto gialle, a marchio Mavic. Orrendo, il giallo… Sono le avvisaglie del Tour du Haut Var, che non so se si sia corso ieri o debba corrersi oggi; poco male, non ci riguarda: siamo ben presto fuori di qui, lungo un canale artificiale; sfiliamo accanto a parecchi vivai con i loro splendidi ulivi dalle enormi radici costrette in grossi vasi, proni ad essere trapiantati in chissà quale giardino di chissà quale città… E magari a far la fine di tanti ulivi che ho visto dalle nostre parti, fiaccati se non uccisi dai rigori dell’inverno piemontese.

Ad una rotonda, Mik promette: “Stasera, quando ripasseremo da qui, sapremo che ci mancano ancora 17 km”. Bene, lo terrò presente… Ma in mezzo ce ne sono ancora quasi centosettanta!
Il GPS ci guida attraverso le viuzze strette e ripide di Roquebrune Sur Argens, tanto che mi domando se per caso non ci stia portando a perdere. Incontriamo un nutrito gruppo di ciclisti in partenza da un parcheggio; ha tutta l’aria di essere una randonnée, questa qui. I ciclisti hanno un numeretto sulla bici e ci salutano mentre Mik si ferma a scattare qualche foto: mi fermo anch’io, perché rischio di perdermi!

Finalmente, la salita. Imbocchiamo una stradina superando un cartello che parla di divieto: l’abbiamo visto entrambi, ma solo di sfuggita; mettendo insieme quel che ciascuno di noi è riuscito a capire, par che questa sia una strada vietata, forse ai ciclisti, forse solo in un certo periodo dell’anno. Il motivo non si sa, ma non importa: fingiamo di non aver visto e proseguiamo. Dopotutto, qui passano delle auto; perché mai non dovremmo poter passare anche noi?
Si sale sotto una vera e propria volta color giallo acceso di mimose in fiore, fitte e profumate, per chilometri; tra i rami, di tanto in tanto, si vede ancora il mare. Poi arrivano altri ciclisti, alla spicciolata, soli, in gruppetti di due o tre, in grupponi; chi sale pestando sui pedali come un forsennato, chi se la prende più comoda, chi duella con l’avversario, chi saluta e chi tira dritto immusonito. Probabilmente è lo stesso gruppo in cui ci siamo imbattuti prima, una processione variopinta di polpacci d’atleta e di pance un po’ meno d’atleta. Certo la tentazione di inseguirne qualcuno è forte… Almeno quelli che sono evidentemente alla mia portata. Ma non posso, non devo nemmeno pensarci. Questi qui oggi non staranno in sella per duecento km, dopo averne incamerati ieripiù di centocinquanta: anzi, a giudicare dal profumo inebriante di bagnoschiuma che lascia dietro di sé, la ciclista che mi ha appena superata è uscita dalla doccia poco fa… E mi sa che ci ritornerà presto. Io devo sforzarmi di continuare con il mio passo; chissà Mik però… Là davanti, starà impazzendo a correre dietro all’uno e all’altro! E’ più forte di lui, non può tollerare il sorpasso… E chissà la faccia di alcuni di questi qua, tiratissimi e più convinti che mai, quando se lo vedranno scattar sul naso e sparire in una nuvola di polvere! Mi piacerebbe da matti assistere alla scena… Ma devo prima comprare il motorino!

Certo che questa stradina qui non è affatto avara di buche, anzi. Ce n’è a profusione, buche, crepe, sassi. Stiamo viaggiando verso il nulla; l’aveva detto Mik: oggi incontreremo il primo centro abitato dopo 40 km, il secondo dopo altri trenta… Ritrovo il mio compagno di viaggio fermo nel punto dove sembra concludersi la scalata organizzata; uno dei tanti colli che non sono colli, seguito da una discesa che non scende, anzi resta a mezza costa. Ancora intorno a noi sciamano i ciclisti col numero, che un po’ vanno un po’ si fermano, con gran flemma; mi sorpassa sorridendo un personaggio che mi lascia di stucco: non più giovanissimo e con una manica penzoloni… Ha solo il braccio sinistro! Ma due gambe muscolose da far impressione. Incredibile, chissà con quale abilità riesce a guidar la bici in discesa. Peccato che io non sia in grado di rispondere al suo tentativo di attaccar bottone; capisco quel che mi dice, ma non so come replicare… Me la cavo con un vigliacchissimo “Je ne compri pas”, che chissà se si scrive e si dice così… Lui però afferra al volo: “Anglais… Ou Italienne?”. “Italienne”, caro il mio monsieur… Sei un grande!

Pian piano, tutti i ciclisti, anche quelli che si son fermati qua e là, passano e se ne vanno. Restiamo Mik ed io ad andar su e giù per questa bella strada in mezzo al bosco, sul fianco della collina, da cui si vede un’altra strada tagliare l’altro versante della valle e perdersi chissà dove. In questi posti è molto difficile intuire dove si andrà a passare; le strade sono numerose e seguono i tracciati più impensabili. Per fortuna, oggi pedaliamo a quote ben più basse di ieri: siamo, per ora, sui quattrocento metri come altitudine massima, con gran gioia delle mani, a cui basta il conforto dei guantini estivi, e della schiena su cui batte il sole. La vegetazione è verde e calda, l’erba è punteggiata dei primi fiori; neve, qui, non se ne vede. E le auto… Poco, pochissimo traffico di auto quassù; quelle che passano portano ai viaggiatori su due ruote un rispetto a dir poco religioso. Addirittura, nei pressi di uno degli innumerevoli colli, un cartello avverte della presenza di “cyclistes nombreux” e raccomanda prudenza.

Dovessi spiegare dove mi trovo, non ne ho la più pallida idea. A questo proposito, la mia fiducia in Mik è totale: io seguo… Anzi, a me piace questo stato di incoscienza in cui sono immersa; un po’ mi guardo intorno, un po’ mi perdo tra i pensieri, ma non sento la fatica, non so quanti chilometri abbiamo alle spalle, non so quanti ancora ci attendono. Non so dove sia il Nord, non so se viaggiamo verso il mare o l’entroterra… Ed è bellissimo, è una sensazione di euforia. Mi trovo in un luogo meraviglioso, accogliente; sono in compagnia di una guida fidata; sento le gambe appena un po’ affaticate, ma che non danno alcun segno di cedimento; insomma, me la spasso, mi godo la mia vita ideale, la mia “favola bella”. E sarà banale, una frase da canzonetta: ma davvero, vorrei che non finisse mai. Eppure è inevitabile, pedalata dopo pedalata si va avanti.

Come promesso, dopo infiniti colli – i Francesi sarebbero capaci di chiamare Col de qualcosa anche i cavalcavia! – giungiamo al primo baluardo di vita umana dopo una quarantina di km in mezzo ai boschi: Plan de la Tour. Boulangerie e negozi di alimentari catturano in un attimo i sensi, la vista, l’olfatto: mi sa che Mik aveva ragione stamattina, quando mi ha ammonita che, con la sola pizza per giunta consumata appena fuori dalla panetteria, avrei avuto fame. Infatti sto centellinando i quadretti di cioccolato bianco; ne ho cinque o sei, più un tubetto da 170g di latte condensato. Devo consumarli con parsimonia. Il problema è che sento i morsi della fame, ma non ho alcuna voglia di buttar giù niente, o meglio; avrei voglia sì, ma di un altro ettaro di untuosissima focaccia… Non di barrette né di cose dolci.

Trovo Mik in vetta, si fa per dire, ad uno dei tanti colletti, il Col de Babaou, intento alla chiacchiera con tre ciclisti locali, a quanto pare molto impressionati dal nostro itinerario di oggi. E non conoscono ieri e domani… Giunge però da loro un’informazione che ci preoccupa un po’: è possibile che incontriamo qualche difficoltà nella zona di Bormes les Mimosas; il paese è chiuso per via della sfilata di carri fioriti. Ovvio, siamo nel periodo migliore… Speriamo di riuscire a passare: una deviazione ci costerebbe chilometri in più, e non è proprio il caso, oggi!

Alla fine di una discesa, trovo Mik in attesa accanto ad un gruppo di sorveglianti in divisa, all’imbocco di una strada chiusa da transenne: già mi immagino il loro fiero cipiglio ed il secco rifiuto al nostro tentativo di passaggio… Invece no, incredibile, possiamo andare. Un po’ di salita, mentre in lontananza si vede già il mare, tra le immancabili mimose, vivaci compagne di questo splendido viaggio. Salendo noto, sulla destra, una stradina che schizza verso l’alto con pendenza inqualificabile: per un attimo temo che quello sia il mio destino… Ma c’è una buca delle lettere all’imbocco, una casa in cima, nascosta dalla vegetazione; meno male, è una via privata… Il nostro bivio, nonostante le incertezze del GPS che avrebbe proprio voluto farci arrampicare lì, arriva poco dopo. La Route des Cretes: ce lo confermano altri due solerti vigilanti… A sinistra e su, destinazione paradiso! Paradiso, davvero, non potrei trovare altra definizione. Un breve tratto un po’ più ripido, poi tornano le pendenze dolci, i colori intensi e caldi, il giallo scuro della terra, il bianco delle rocce, cespugli di salvia – pare strano eppure la guardo bene, è proprio salvia! – e cactus che spuntano qua e là, e poi il mare, ora più bello che mai. I colori, soprattutto quelli: sono accesi, quasi violenti, come se i verdi della vegetazione ed il blu del cielo fossero accentuati con lenti particolari. Ma no, le lenti son sempre le mie, spesse e piene di righe, souvenir del mio ultimo schianto che risale a poco più di un anno fa.
E’ un paesaggio così distante dalle montagne che amo, eppure oggi è quanto di meglio potrei desiderare. Vorrei fare più foto, ma quasi mi dimentico d’aver la macchina fotografica: male, molto male, perché la mia memoria è ben più labile di quella elettronica. Meno male che ci pensa Mik: lo ritrovo all’improvviso, arrampicato in cima alle rocce, armato del suo obiettivo degno dei migliori reporter di guerra… Chissà che spettacolo di lassù! Ma non è per me, io il piede a terra non lo metto, se non è strettamente indispensabile. Tiro dritto, incamero altri saliscendi, tanto ormai mi ci sono abituata e non li maledico nemmeno più. Del resto, lo sapevo fin da subito: 200 km e soli 2.300 m di salita significa tanti, tanti saliscendi… Quiè davvero deserto, solo qualche abitazione di tanto in tanto, qualche affittacamere, qualche venditore di formaggio, qualche piccolo animale che posso solo intuire dal fruscio nell’erba. Solo al bivio, dove inizia la discesa, c’è un po’ di vita, qualche turista. Ci lanciamo giù per le curve e controcurve che ci portano al mare: da lì in poi… Resta solo la pianura. Ormai mi ci sono abituata; lo stradone lungo la costa, mi vien di chiamarlo “Aurelia” anche se siamo in Francia… In fondo, la moda è la stessa: i semafori rossi non esistono; le auto fanno il possibile per stirarti; piloti e ciclisti non perdono occasione per scambiarsi gentilezze… Insomma, mi sento a casa!

Ma anche oggi, puntuale, la defaillance è dietro l’angolo. Si materializza sotto forma di poche parole di Mik: “Ci mancano 70 km… Siamo a rischio”. A rischio che le ore di luce non ci bastino. Ahia, Mik, non me lo dovevi dire! Io vivevo nella mia beata ignoranza, avrei potuto andare avanti chissà quanto, senza farmi domande di cui non avrei voluto conoscere la risposta. Questa è una tegola pesantissima sulla mia capoccia peraltro non protetta da casco. Non me le spiego, queste mie reazioni sconclusionate: ho già passato un bel po’ di notti sui pedali o sui sentieri… Eppure, se il programma della giornata non prevede di attendere in bici il ritorno del sole, l’idea di farmi sorprendere dal buio mi getta nel panico. Aggiungiamo poi l’effetto distruttivo che la pianura ha sul mio morale e sulle mie gambe… E, pochi chilometri dopo, Mik già si ritrova a rallentare l’andatura in modo esasperato per consentirmi di stargli dietro, mentre io barcollo all’improvviso sotto i colpi di tutti i possibili ed immaginabili guai: la fame che fa gorgogliare lo stomaco, i muscoli che diventano di legno, il fiato che non c’è più, l’insofferenza per il traffico e la gente. Si stava molto meglio, lassù, con la sola compagnia dei primi insetti primaverili. Il guaio è che sono ripiombata nella realtà, che purtroppo si misura in chilometri ed ore di luce! Ora so solo che devo sbrigarmi, pedalare e non perder tempo, ma cosa posso fare più di così? Paesoni uno via l’altro, ma tra l’uno e l’altro ci sono pochi, preziosi tratti di strada da cui si vede solo il mare ed anche il caos motorizzato sembra calmarsi; qui si sente la brezza, lo sguardo segue la linea della costa, risale lungo la montagna, poi torna precipitosamente sulla ruota posteriore di Mik che, nel frattempo, ho rischiato di toccare. Sono una frana anche quando il resto del mondo fa di tutto per facilitarmi la vita: nemmeno capace di seguire una ruota! Qui basta un attimo, una svista, e finire per terra può costare molto caro.

Ha ragione Mik, quando osserva che in pianura i chilometri scorrono via più veloci… Ma questo non basta a trattenermi dalla somma vigliaccata: di fronte alla possibilità di approfittare di una scorciatoia, scelgo la scorciatoia… Niente promontorio di Saint Tropez, non ammetto repliche e, alla rotonda, svolto decisa a sinistra anziché a destra. Mi dispiace, so che Mik non approva, anche se non commenta e si adegua. Prima o poi dovrò vincerla, questa smania che mi assale, questa fobia delle ore di luce che stanno strette. Non so esattamente quanto si risparmi, forse una decina di chilometri, ma dieci km a questo punto, in pianura, per me significano mezz’ora di marcia. Intanto il cielo si tinge di un blu via via più scuro, si vena di rosa; le ombre si allungano. Solo il traffico non accenna a diminuire, anzi. Ce ne liberiamo però all’improvviso, in modo per me inatteso: ovvio, io del percorso non so un bel tubo… Quindi giubilo quando abbandoniamo la strada di costa ed imbocchiamo un’ultima salita, molto dolce, sulla sinistra. L’impegno richiesto è poco, ma le mie forze sono proprio al lumicino, o meglio: sono senza benzina. In riserva fissa. Un’altra ciucciata al tubetto di latte condensato: lo zucchero servirà ancora. E s’arriva così alla rotonda, proprio quella dove, un bel po’ di ore fa, Mik ha osservato che sarebbero mancati, adesso, diciassette chilometri. Qui in effetti il ricordo è nitido: e meno male… Gli stessi tabelloni pubblicitari, gli stessi vivai, lo stesso canale artificiale, la fine del giorno che accompagna la fine del giro. L’ultimo supplizio, attraversare Frejus e Saint Raphael, non senza dedicarci con accanimento alla pratica della rasetta al pedone, di cui vedo che Mik è un vero cultore. Io mi sento più baldanzosa quando sono in auto; in bici ho un po’ più timore a puntare decisa verso il pedone che, del tutto arbitrariamente, decide di incrociare la mia traiettoria… Perché, instabile come sono, se cado mi faccio male anch’io! Ma le striscie pedonali sublimano in me tutto il furore che già ribolle per la petulante, chiassosa folla informe che mi circonda. Quei pascià e quelle matrone che attraversano con tutta la calma necessaria, guai a muovere appena più dell’indispensabile quelle grosse cellulitiche chiappe e levarsi d’intralcio! Sì, potete dirmi tutto quel che volete, che la strada non è solo delle auto o delle bici eccetera, ma in fondo la strada è una guerra e tra le varie etnie regna l’odio incontrastato. Tutti stirerebbero tutti ed io certo non faccio eccezione.

Sospiro di sollievo quando usciamo dal centro città. Ci restano alcuni chilometri di lungomare, verso una meta che ormai conosciamo già e non ci preoccupa più. La pelle ormai rabbrividisce, i raggi non ci scaldano più, e poi c’è la stanchezza, la fame. Per non so quale miracolo, il piccolo supermercato appena prima dell’albergo è aperto, oggi, domenica, alle sei del pomeriggio passate: Coca Cola, biscotti, yogurt e qualche altra maialata cioccolatosa per domani, siamo salvi. Un’altra cena tranquilla, quei meravigliosi momenti in cui finalmente mi abbandono alla pigrizia assoluta senza provarne rimorso, perché so che “oggi ho già dato”, insomma, mi sono guadagnata la pagnotta ed anche il Camembert. Ed un po’ di tristezza perché la prossima notte non sarà più così.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!