23 gennaio 2010 – Di corsa da Ceva a Varazze

Stamattina, o meglio stanotte, in autostrada non c’è nebbia. Carmagnola, Marene, Fossano, niente di niente, si fila via spediti, in compagnia dei pochi viandanti notturni come me, già, o ancora, svegli ben prima delle cinque. Alle cinque dovrei essere a Ceva. Non c’è nebbia, ma scende una leggerissima pioggia: o meglio, non è pioggia, è una sorta di pulviscolo di ghiaccio, che inumidisce il parabrezza quel tanto che basta perché si formi una bella macchia di ghiaccio, proprio lì davanti al mio naso. Hai voglia a far andare su e giù i tergicristallo; mi toccano mille contorsioni per trovare uno spicchio di vetro da cui poter guardare la strada. E tutto ciò mi fa sospettare qualcosa… Il sospetto diventa certezza quando raggiungo la mia meta, o perlomeno la meta della Opel: ben due termometri emettono la stessa, inappellabile sentenza, -12°C. Cavoletti, peggio della volta scorsa. Oggi sono recidiva: l’ho già messo sotto le suole, questo percorso, l’ultimo sabato prima dello scorso Natale; il viaggio a piedi, di corsa, da Ceva fino a Genova Voltri, con ritorno in treno. Quel giorno era il primo sereno dopo un periodo di neve; alla partenza, una vera Siberia, neve e ghiaccio ovunque, anche sulla strada. Oggi, se non altro, le strade sembrano pulite, per quel che ho potuto vedere sin qui, ma certo il clima non sarà più confortevole.

L’idea di affrontare un percorso già noto mi permette di partire con un po’ di fiducia in più, quasi con una certa tranquillità, anche se non mi sento certo di affermare che ce la farò: mai dare nulla per scontato, mai. I movimenti si ripetono meccanici: pasta di Fissan sui piedi, sotto le ascelle e in tutti i punti dove gli sfregamenti con gli abiti possono creare irritazioni; strati su strati, paracollo, berretto, luce frontale, guanti. Già, i guanti: oggi ho commesso un’ingenuità; ne ho portato un solo paio, per giunta sottile. Esco dal calduccio dell’abitacolo nella piazza semivuota e congelata: eppure un po’ di vita c’è; un camioncino da cui un uomo scarica merce. Giurerei che è lo stesso camioncino che già avevo visto un mesetto fa, più o meno a quest’ora, sempre qui..

Mi avvio alla luce gialla dei lampioni, con un sorriso da un orecchio all’altro, invisibile per via del paracollo di pile. Meglio così: qualcuno potrebbe avanzare dubbi sul mio stato di salute mentale. Le cinque ed un quarto. Quanto avrò di buio? Due ore piene, anche di più, se la giornata sarà nuvolosa. Per ora, di stelle, neanche a parlarne. C’è già un certo viavai in città: auto che vanno e vengono, qualche autoctono intabarrato che litiga con la serratura della povera macchinetta abbandonata in strada al gelo. Un copione già visto: il ponte della ferrovia ed il curvone in salita che porta verso l’autostrada. Oggi però si corre meglio: l’asfalto è pulito. La neve, alta sugli spioventi dei tetti e nei cappucci sui comignoli, è stata diligentemente ammassata a bordo strada. Speriamo che le articolazioni non mi tradiscano: la caviglia sinistra, da una settimana a questa parte, è un po’ gonfia; se appoggio il piede un po’ piegato verso l’esterno, soffre.
Con il giacchino rifrangente e le bande rifrangenti un po’ ovunque, sembro un albero di Natale semovente. Alla rotonda, il freddo morde già quei pochi centimetri quadrati di pelle del viso scoperta. Le gambe invece, benché indossi i pantaloni ¾ ed abbia i polpacci scoperti, per ora non patiscono. Nemmeno i piedi: merito di un paio di calde e morbidissime calze che mi ha regalato Matteo.

Mi avvio lungo la strada che da Ceva conduce al Montezemolo. L’atmosfera è suggestiva, irreale: la nebbia è sospesa a mezz’aria; la visibilità è buona, ma intorno a me è tutto gelato. La neve, dura come i chiodi; i rami degli alberi, che sembrano nuvole. Silenzio quasi irreale: vuoti i parcheggi dei capannoni, vuota la campagna, solo qualche latrato lontano. Qualche auto passa, di tanto in tanto, ma dalle case non trapela ancora segno di vita.

Quando racconto le mie mattane, arriva l’immancabile domanda: “Ma vai da sola? Ma non hai paura?”. Da sola, sì, certo, e non solo perché non troverei nessuno disposto a seguirmi. Da sola, soprattutto perché mi piace, perché posso decidere da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, come, quando, quanto e dove. La compagnia richiede pur sempre qualche compromesso, anche piccolo, ed io mi rendo conto che, più passa il tempo, più sono insofferente ai compromessi, fosse anche solo la contrattazione di un quarto d’ora sull’orario di partenza. Paura… In certi momenti sì. Un po’ di inquietudine serpeggia anche adesso, lungo lo stradone; chissà se chi guida mi vedrà, chissà se è in sé oppure è appena uscito mezzo allucinato da qualche locale notturno…
Il cavalcavia nasconde la rotonda al bivio per Sale Langhe. Il cartello blu esplode di luce non appena lo punto con la frontale, quasi abbagliante. Attraverso la rotonda al contrario ed imbocco la blanda salita verso il paesello: pian piano, perché le gambe scalpitano, ma la strada è lunga. Buio pesto, pestissimo: accendo la frontale solo quando sento un’auto avvicinarsi; altrimenti, mi accontento di tenere d’occhio la linea bianca a bordo strada. Le luci di Sale Langhe interrompono presto la monotonia: attraverso il paese in letargo; non una luce alle finestre, non un movimento, non un rumore. Le reti in metallo delle recinzioni sembrano pizzi, da cui sfuggono rametti imbiancati, foglie che l’inverno ha congelato sull’albero, rose sfiorite e rimaste prigioniere del ghiaccio. Un cartello, nel bel mezzo di un terreno, con lo schizzo di un progetto edilizio e la scritta pretenziosa, “FOR SALE”. Ma per favore… Siamo in Langa, un classico “IN VENDITA”, o anche un “VENDESI” che pure trovo davvero cacofonico, sarebbero proprio così disdicevoli?
D’improvviso un rumore sordo, lontano, che cresce: mi sveglia dal mio torpore di pensieri persi chissà dove, mi fa trasalire. Lo spavento cambia subito in un senso di gioia: è il treno! Il primo treno della giornata, che da Ceva va al mare. Subito mi sento meno sola. I finestrini scorrono, lasciano intravedere gli scompartimenti illuminati e vuoti. Ci sarà il macchinista, solo come me.

Supero la piccola stazione; vedo aprirsi all’interno una porta, poi più nulla. Il treno si ferma lì, per qualche minuto, mentre io proseguo in paese, lungo i portici, accanto alla chiesa. Quando imbocco il primo dei tornanti che salgono a Sale San Giovanni, il treno riparte e se ne va. Ci si vedrà al mare!
Il freddo sembra incattivirsi. Faccia gelata; il fiato umido sale su e gela sulle lenti degli occhiali. Inutile tentare di ripulirli; tantovale toglierli e riporli in tasca, in attesa di tempi migliori. Così, alla nebbia che, man mano che prendo quota, s’avvicina alla strada e mi avvolge, si aggiunge la nebbia dei miei occhi miopi. Vista 1/10 dall’occhio destro, 2/10 dal sinistro, secondo quanto rilevato sommariamente dalla lettura del tabellone con le lettere, in occasione della visita sportiva. “Borgna” come una talpa, in parole povere e locali. Finché si sale, però, il freddo è sopportabile. Non vedo il bivio per il centro del paese: la mia percezione si ferma ora ad un paio di metri di linea bianca, ad un vago nastro nero che si distingue appena dal grigio uniforme dello spazio circostante. Quando una lingua di neve, staccata dall’ammasso a bordo strada, è caduta a coprire il mio riferimento, è solo più la sensazione del contatto dei piedi con l’asfalto che mi fa capire dove sto correndo. Solo di tanto in tanto, una bolla di aria limpida mi lascia intravedere il cancello di una cascina, un breve tratto di pendio con la neve. Tutto il resto è nebbia in cui corro per lunghi minuti, ma potrebbero essere ore, per la distanza che separa Sale San Giovanni dal bivio con la strada alta tra Dogliani e Montezemolo. Non ho riferimenti di spazio né di tempo, e forse nemmeno mi preme averli; è una sensazione di inquietudine eppure di pace profondissima. Il peggio che possa capitare è che un cane sfugga dall’aia e mi assaggi un polpaccio: null’altro, perché di auto in movimento qui, ora, non c’è traccia, e, quanto ai maniaci, non credo esista un maniaco così folle da mettere in atto i propri propositi in questo ambiente da lupi, a quest’ora! Dovrebbero essere circa le sette,

Alla mia sinistra, una piantagione di chissà cosa. Alberi da frutto appena piantati, suppongo, ma, nella nebbia grigia e pesante, sembrano tetri capelli spessi, dritti, tentacoli scuri protesi verso l’alto. Un’immagine sinistra, fa quasi rabbrividire, un’ambientazione da film di paura, di fantasmi.

Un chiarore giallo annuncia il bivio: mi ci trovo all’improvviso, senza che ancora me lo aspettassi. Pensavo di dover macinare molta strada in più, invece son già qui. Possibile? Attraverso la strada, cieca come sono, per andare ad incollare la punta del naso al cartello e leggere: “Montezemolo”. Rassicurata, riprendo la mia corsa nel buio, nella nebbia. Posso solo contare i miei passi per misurare la distanza. Ad Arbi, un gruppetto di case, un campanile che batte sette rintocchi, e poi altri sette, casomai non avessi afferrato il concetto; un po’ di luce che dà sollievo. Superato il paese, ripiombo nel nulla. E nel freddo. Qui la pendenza è minima, appena accennata. Le mani sono blocchi doloranti e gonfi: per quanto mi sforzi di muoverle, aprirle e chiuderle, non accennano a scaldarsi, se non per pochi effimeri istanti. Le scuoto, ma sento che il freddo afferra anche le braccia, le spalle, la schiena. Se mi lascio prendere dal freddo qui, un accidente non me lo leva nessuno. E poi c’è la pancia… Avrei necessità impellente di una sosta strategica, ma come si fa? La neve è troppo alta, dappertutto; se bagno le scarpe ed i piedi, con questa temperatura, poi sì che sono fregata. A dire il vero, con la vita che c’è, potrei anche accontentarmi del bordo della strada: ma non ce la faccio, la sola idea ha su di me lo stesso effetto che avrebbe un tappo di damigiana in luogo congruo. Piutttosto scoppio!

Il grigio della nebbia accenna appena a schiarire, quando raggiungo la rotonda appena prima di Montezemolo. Che stia sorgendo il sole? La notte restituisce pian piano sagome sbiadite di cartelli stradali e mucchi di neve. Il male alle mani è insopportabile: tutto per colpa della mia leggerezza! Sarebbe bastato prendere un altro paio di guanti… Cerco di scaldarle con il fiato, ma non basta. Il paese è più bello che mai, immobile, sepolto dalla neve che ricopre tutto, tetti, comignoli, cataste di legna, auto che da chissà quanto tempo non si muovono più. Ghiaccio, stalattiti, camini che fumano. Dalla botteguccia di generi alimentari filtra un po’ di luce; c’è già un cliente… All’uscita del paese ci sono due bar. Se fossero aperti, potrei approfittarne per il bene del mio pancino… Ed anche per trangugiare qualcosa di caldo, che so, una cioccolata, un cappuccino. Speriamo, speriamo… Mi ci avvicino con il cuore in gola: ma no, non c’è nulla da fare; chiusi entrambi, tutto spento, sprangato. Bene, che splendida prospettiva: da qui a Millesimo ci sono sei km di discesa, che mi toccherà affrontare in compagnia del mal di pancia e con le mani così gelide da non sentirle più. E questa nebbia che non accenna a diradarsi, e il sole che chissà quando si vedrà, se si vedrà, oggi. Imbocco l’ampio stradone: in senso contrario, c’è un certo traffico di auto con sci e snowboard sui tettucci. Il guard rail, quasi sepolto dalla neve, produce colpi secchi di tanto in tanto; è l’unico rumore percepibile, oltre a quello delle auto. Tutto il resto è ovattato, lontano.
La galleria è un momento di pura gioia. Basta poco, quando sei nei guai, a renderti felice. Una galleria lunga e satura di gas di scarico, aria avvelenata e pesante, in questo momento occupa il gradino più alto nella mia scala di desideri: perché è calda, o meglio, meno fredda dell’ambiente esterno. Vorrei che non finisse mai: pian piano sento un po’ di tepore riscaldarmi la faccia, le spalle, i muscoli delle gambe, soprattutto le mani. Il rombo dei motori, amplificato dal tunnel, mi tiene buona compagnia; vorrei non vederne la fine… Invece la fine arriva, la vedo un centinaio di metri davanti a me, quel tanto che basta a prepararmi psicologicamente al congelamento. Appena fuori, mi sorpassa un trattore di quelli che spargono il sale. Qui la nebbia è un po’ diradata; la vista raggiunge l’autostrada, la vallata color bianco sporco, le case e le stradine in fondo all’imbuto, che si perdono chissà dove in mezzo ai boschi. Tutto ciò ha un suo fascino; scatto un paio di foto, ben sapendo che le batterie della macchina fotografica, con questa temperatura, avranno vita breve. Foto mosse e sfocate, ma, con le mani così gelate, è il meglio che riesco a fare. La discesa è terribile: richiede, sì, meno fatica, ma fa sì che il gelo aggredisca i muscoli senza pietà e senza difesa. Millesimo, 2 km: coraggio Gian, tra poco avrai sollievo di tutto, del mal di pancia e del freddo. Allungo il passo, anche se so che poi la pagherò; ormai è giorno fatto, il mondo si è svegliato; sono aperti il negozio di parrucchiera nella curva ed il piccolo ufficio postale. Passo il casello autostradale, finalmente sono in paese. Mi tuffo nel bel mezzo del mercato: la prima insegna “BAR” è mia.

Immagino la perplessità della giovane barista nel vedersi arrivare di fronte una specie di pupazzo di neve, o meglio, di brina, con la luce frontale ancora ben salda sopra il berretto. La cioccolata no, non può farmela; allora vada per un bel cappuccino, purché caldo, caldissimo, bollente. Levare i guanti è impresa improba: le dita sono gonfie come salsicciotti, le mani paonazze ed ingovernabili. Al calduccio della macchina da caffé, però, si riprendono in fretta. Stringo a lungo la tazza con il cappuccino: lo so, sto perdendo tempo, ma è uno di quei casi in cui perder tempo significa guadagnarlo, almeno credo. Mi godo il cappuccino caldo e soddisfo la curiosità della barista, a cui leggo negli occhi l’impressione di non avere ben capito: poi, riscaldata e leggera dopo la tappa tecnica, mi ributto fuori, al gelo. Attraverso il mercato, o meglio, quel che ne resta: pochi banchi, qua e là, pochi passanti, tutti irrigiditi ed intabarrati. La via centrale di Millesimo è una meraviglia, ma oggi non è giorno da ammirarla. Parto di gran carriera per scaldarmi: c’è un po’ di salita, adesso; ci conto per il conforto che ne avrò. Una foto alle stalattiti che ricoprono un’intera parete di roccia e terra, poi via, destinazione Carcare. Bello sentire lo sforzo delle gambe, il sangue che torna in circolo e scalda un po’. Cappuccino a parte, non ho toccato cibo, né tantomeno acqua, finora. Anzi, l’acqua non l’ho nemmeno messa nello zaino; tanto sarebbe congelata all’istante. Sono le otto e mezza passate, anzi quasi le nove. Il paesaggio non è mutato: bianco e grigio ovunque, alberi, cielo, terra ed autostrada. Non c’è umidità: tutto ciò che ha natura di acqua è paralizzato a terra, cristallizzato, prigioniero. La risalita è troppo breve; da lì a Carcare, sei km di discesa blanda, un po’ di pianura. Idea geniale: visto che indosso ancora il giacchino rifrangente, provo ad infilare le mani nei buchi per le braccia, tenendole sul petto, sfregandole tra loro al riparo dello strato sottile di materiale sintetico: vuoi per il riparo, vuoi per il calore del corpo, va subito meglio, anche se poi finisco per correre col passo del pinguino, ma pazienza. Migliorano le mani ed anche il mio umore, tanto che Carcare arriva prima del previsto, senza troppa sofferenza per il lungo stradone quasi dritto. -6°C, sentenzia il termometro: ah bè, fa quasi caldo, in confronto alla temperatura di Ceva alla partenza. La strada torna a salire verso Altare; ricevo il messaggio di Matteo, che mi annuncia di aver provveduto alla cucina prima di andare in negozio. Ecco, lo sapevo… Non avrei dovuto avvisarlo del mio viaggio! Alla mezza salterà in sella, partirà per venirmi incontro sull’Aurelia, ed addio ai miei propositi battaglieri; se mi fermo sulla spiaggia e mi dedico alle libagioni, col cavolo che poi riparto di corsa. Il mio viaggio si conclude lì. E’ un sopruso bell’e buono, che faccio fatica ad accettare. Anzi: se una decisione del genere fosse saltata in mente a chiunque altro, l’avrei mandato al diavolo senza mezze misure. Trattandosi di Matteo, è più difficile, perché la tentazione di trascorrere un’ora insieme, al calduccio della spiaggia, un’ora rubata alle nostre vite così distanti, è forte. Ma l’idea di dover accorciare la mia corsa e, soprattutto, di cedere al volere altrui, mi indispettisce, non posso farci nulla, son fatta così… Promessa a me stessa: la prossima volta, acqua in bocca con chiunque; se nessuno sa dove mi trovo e dove sono diretta, nessuno mi potrà intercettare.

Così brontolo tra me e me, ma è un brontolio silenzioso, perché il freddo congela anche la voce. Un attimo dopo, il dispetto è solo più un lontano ricordo. “La casa dei nonni – Pensionato per anziani”, indica un cartello verso il centro del paese. Ma che bel nome da fiaba: già me l’immagino, il bimbo che chiede candidamente al nonno, “Ma perché non vai ad abitare lì anche tu?”, e il nonno a cui si rizzano in testa gli ultimi capelli bianchi… Ma c’è poco da ridere. Quello sarà uno dei tanti luoghi dove si trascinano per forza avanti esistenze non molto diverse da quelle delle piante. Mi diranno che sono nazista, ma non m’importa, io la penso così; penso che non abbia alcun senso costringere un corpo a vegetare il più a lungo possibile, e le famiglie di quelle che erano persone a sopportare pene e spese esorbitanti per prolungare indefinitamente un’agonia che non ha la marcia indietro. Spero che non tocchi mai a me, e se dovesse toccarmi, spero che qualcuno abbia il buon cuore di assestarmi una martellata sul cranio: una, possibilmente, ben centrata, che odio i lavori lasciati a metà…

Rispondo al messaggio mentre salgo verso Altare: il traffico qui è appena più presente, ma manca poco al casello dell’autostrada. L’ampio rettilineo che precede Altare offre uno spettacolo suggestivo: la vallata più ampia, un uniforme colore bianco, dalla vegetazione all’autostrada, al cielo. Ma il profilo delle montagne, davanti a me, è accentuato da un’impercettibile sfumatura di luce. Già, laggiù, oltre l’orizzonte curvo dei monti, c’è il mare, ed io non vedo l’ora di arrivarci. Mi basta superare il Cadibona: so già che, dall’altra parte, sarà tutto ben diverso.
Attraversando Altare, metto sotto i denti il primo cibo solido della giornata: l’immancabile tavoletta di cioccolato bianco con mandorle e miele. Vale la pena di sobbarcarsi decine e decine di km di corsa, solo per la libidine di questo momento. Ed è un vero peccato che il vasetto di Nutella sia poco pratico per essere infilato nello zaino e spazzolato correndo: altrimenti sarebbe il mio alimento ideale, poco ma sicuro.

Mi lascio alle spalle il viale di poveri alberi scapitozzati: sono nella stessa, identica condizione in cui li ho visti un mese fa. D’accordo, non è che d’inverno la pianta dia grandi segni di vita, ma a me questi sembrano tronchi destinati inesorabilmente a morire… Spero di sbagliarmi. Un po’ di viavai in piazza, l’auto dei Vigili Urbani, un paio di camper di propaganda elettorale, con grandi faccioni e grandi slogan sulle fiancate. Da che parte stanno, non lo guardo nemmeno: il solo fatto che qualcuno venga a dirmi che intende fare qualcosa per il mio bene, quando non è la mamma, mi fa diffidare di lui.

Lungo rettilineo in leggera salita e poi, finalmente, le gallerie. Mi ci butto, incurante del semaforo: tanto, il verde, per me che passo a piedi, non basta.
Dovrei esserci abituata… Ma oggi più che mai la meraviglia è tanta. Da un capo all’altro del breve tratto di gallerie, sembra di essere proiettati in un altro mondo. Come il palco di un teatro, che cambia da un tempo all’altro. Di là, nebbia, freddo, gelo, uggia. Di qua, una parvenza di sole, vento che strappa via le ultime foglie rinsecchite, leggerissimo tepore che ha l’effetto di una carezza sul viso. Finalmente: il peggio è passato, per oggi, ed anche stavolta ce l’ho fatta. Dodici lunghi km di discesa fino a Savona. Quassù, in quota, il sole è appena una sfumatura, ma la valle, dai colori un po’ sfocati, è sgombra, visibile. Si può seguire il serpentone dell’autostrada, le case sparse in mezzo alla vegetazione, raggiungibili chissà come. Ora tocca solo avere pazienza, perché la discesa è lunga, noiosa e tremendamente monotona. Il conforto dei flebili raggi del sole è effimero; poco dopo l’abitato di Cadibona, la strada torna ad incassarsi tra pareti troppo alte e scoscese per lasciar passare la luce. Solo di tanto in tanto, e per pochi metri, devo strizzare gli occhi per non restare abbagliata. Saranno da poco passate le undici e c’è un certo traffico di auto e bus di linea. Addirittura qualche motociclista temerario, e qualche ancor più temerario ciclista: spero per loro che non intendano scollinare dall’altro versante. Mi accompagna il gorgoglio del torrente: fa freddo, ma oggi non sembra esserci ghiaccio, nemmeno nel suo letto. Appena un accenno a ridosso delle rocce. Una foglia secca piomba giù, spinta dal vento; mi lambisce il berretto, cade in mezzo alla strada. Arriva un’auto, proprio adesso: la foglia ondeggia, si sposta, poi va a finire proprio sulla traiettoria della ruota, che la schiaccia e ne fa brandelli. Ma non muore, la foglia, quel che ne resta; vola ancora, poco avanti a me, scompare tra le altre foglie, sul ciglio del torrente. Quanta pena può suscitare una foglia secca.

I cartelli che indicano la distanza dal centro di Savona rendono la discesa, se possibile, più penosa. E ci si mette anche la caviglia sinistra, già dolorante in partenza, che non ama questo genere di pendenza. Meglio non pensarci troppo, altrimenti poi il dolore si crede troppo importante, si ringalluzzisce, si fa sentire. Meglio ignorarlo. Rabbrividisco. Dovrei allungare un po’ il passo, scaldarmi un po’, affrettarmi verso il mare: ma le gambe sono ancora troppo inchiodate dal gelo, sembrano strette in una morsa. Il distributore di carburante, la rotonda, la pista ciclabile lungo l’ampio letto del Letimbro: ci sono, finalmente. Proseguo la mia corsa sotto gli occhi incuriositi di chi si affanna nelle ultime compere prima di pranzo. In effetti, indosso ancora tutto l’occorrente per essere ben visibile in piena notte, ed è già mezzogiorno. E sono in piena crisi: ma questo, il resto del mondo non può saperlo, almeno credo. Sono cotta e stracotta. Forse è il caso di concedermi qualche minuto di pausa, di cui approfittare per levare via un paio di strati di vestiario. Il termometro accanto al supermercato sentenzia +1°C: insomma, pare d’essere ai Tropici. Speravo nella fontanella, ma non c’è più nemmeno il rubinetto. Poco male, non ho toccato acqua finora, resisterò, e poi c’è una fontanella al porto.
Litigo, come al solito, con la confezione del fruttino, che si appiccica ovunque: ma stavolta quella confezione è complice delle mie gambe, che godono un attimo di requie. C’è il sole, e dire che oggi non avrei mai pensato di vederlo. Qui, lungo il corso, soffia una lama d’aria gelida; a malincuore, mi affretto a ripartire. onde evitare guai. Svolto verso Genova, ecco la sagoma inconfondibile della Fortezza che si staglia contro un bellissimo uniforme blu. E mi preparo a godermi il premio di tanta fatica e tanto freddo: altri km di corsa, ancora, ma lungo il mare, in una giornata bella che più non si può, luminosa, quasi calda. Stento a credere che sia proprio la stessa giornata in cui ho vissuto fino ad un’ora fa. Fendo la folla a passeggio lungo il porto, senza troppa delicatezza: una brevissima sosta alla fontanella, sotto il faro, e poi via, sul marciapiede e lungo il parapetto, a guardare il mare. Con un occhio prò di riguardo per i ciclisti: guai a scendere dal marciapiede senza voltarsi indietro! Ci sono sciami di ciclisti in entrambi i sensi di marcia, col sole spuntano tutti, come i lombrichi dopo un giorno di pioggia. Un mese fa, anche qui la neve rendeva dura la vita dello sportivo; di velocipedi non c’era nemmeno l’ombra.

Messaggio a Matteo, come promesso, perché non manca molto alla mezza. Ho superato Savona. proseguo e resto lungo l’Aurelia. Parto tra cinque minuti, la sua pronta risposta. Bene, allora mi resta un’ora scarsa, forse meno, per dedicarmi al mio dovere di brava podista. Mi accompagnano le urla dei gabbiani: imbocco la passeggiata degli Artisti e già infrango la promessa; la seguo, quasi senza accorgermi che ben presto non corre più lungo la strada, ma se ne va per conto suo, verso il mare. Pazienza, troverò un varco per tornare sull’Aurelia, prima o poi. Ora voglio godermi il pieno sole e le barche a vela che increspano l’orizzonte. Luce, calore, quanto mi sono mancati. Approfitto per una telefonata a casa, a mammà: “Dove sei, quanto ti manca? E poi ti ci vuole ancora un sacco di tempo per tornare indietro!”. Mamma, stai scherzando? Indietro non ci torno mica a piedi, e ci mancherebbe! Prendo il treno… Rassegnato sospiro di sollievo, A ben pensarci, da qui a quattro mesi dovrò essere in grado di ripercorrere al contrario tutta la strada macinata oggi, ed aggiungerne un altro pezzetto. Ma ci penserò a tempo debito.

La passeggiata lungo il mare sembra concludersi contro la propaggine della montagna; imbocco una viuzza che, in un paio di curve, mi riporta sull’Aurelia, all’uscita del viale alberato di Albisola. Una leggera salita e poi si punta dritti su Celle: uno dei tratti più belli di tutta la galoppata. Celle, la vetrina del negozio della Olmo a cui dedico solo una rapida occhiata: mi manca, la bici, e tanto, anche. Ma con il clima di questi tempi, su nella bassa piemontese, mi fa troppa paura. Di buon passo, per rubare qualche metro a Matteo che starà pedalando come un pazzo verso di me: la luminosa facciata della chiesa, appena oltre la strettoia; la parte di Celle più turistica, più nuova, la spiaggia. Altro messaggino, “Sono a Varazze, tu dove sei?”. “Esco ora da Celle, rispondo al volo, senza troppa cura per le lettere maiuscole. Un altro splendido tratto di Aurelia esposto sul mare, da respirare a pieni polmoni. Scruto i ciclisti che spuntano oltre la curva, gruppetti e grupponi in cui non può esserci lui: non sopporterebbe di stare a ruota, li sorpasserebbe, a costo di dannarsi l’anima. Lo incrocio proprio nel curvone del Cottolengo, laddove “Charitas Christi urget nos”. Posizione a uovo, mena sui pedali come un forsennato: quasi ho timore a richiamarlo; sarebbe capace di inchiodare e provocare un tamponamento a catena da qui a La Spezia. Non accade, per fortuna. Dove si va? Appena un po’ indietro, alla spiaggia, quel bellissimo tratto di passeggiata proprio di fronte al casello autostradale di Celle. Giù dalla scalinata, con gran gioia dei miei muscoli dolenti: altro che “Charitas Christi”, è la fame che “urget nos!”. L’angolino di conglomerato accanto all’ingresso della galleria pedonale offre alle nostre terga comodo appoggio; i raggi di una splendida giornata di sole fanno il resto. Il buon Matteo ha pensato proprio a tutto, dalla pietanza al dolce. Ci dividiamo una ciotola di ottima insalata di riso con le uova, il formaggio e la verdura, due yogurt e la voglia di piantare uno spillone nel quadrante dell’orologio per impedire alla lancetta di completare il suo giro. E pensare che, a Carcare, mi son persino indispettita all’idea di trovarmi qui dove sono ora. Che imbecille. Adesso non vorrei più alzarmi… Ma il venticello che mette i brividi, nonostante le giacche, ed il tempo tiranno ci costringono ad alzarci. Restano un paio di km a Varazze, che mi sforzo di percorrere di corsa, dissimulando con faccia di cera il dolore alle gambe ormai raffreddate ed irrigidite. Poi dobbiamo salutarci: Matteo torna all’opera in negozio, io raggiungo la stazione. Circa 65 km nei garretti, per oggi. Varazze, Savona, cambio. Torno in Piemonte in compagnia di un simpaticissimo pensionato di Racconigi, chiacchierone quanto basta. Quasi quasi mi dispiace doverlo salutare, dover scendere a Ceva. Più nulla è rimasto del tepore del mare; qui il termometro è tornato sotto zero, senza pietà, i colori sono spariti, inghiottiti chissà dove. Ma non ha importanza, la Opel è bianca pure lei ma non si confonde, e poi i colori a me restano negli occhi e nell’anima. Sbocconcello la fetta di Pandoro che mi ha lasciato Matteo; destinazione casa., e provo a convincermi di volerci tornare davvero, a casa. Non ne sono così sicura…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!