2/3 ottobre 2010 – Morenic Trail

“I primi 50 km, tutti in discesa… No no, questo percorso non fa per me”. La prima edizione del Morenic Trail era già nell’aria da diversi mesi: una prova da un centinaio di km, in autunno, non è un’occasione da scartare, per me che già soffro all’idea della lunga, angosciante astinenza forzata dalle corse, nella stagione fredda. Però, alla vista del profilo altimetrico, sono perplessa. E’ vero, sembra il tracciato dell’elettrocardiogramma di un poveretto con una tremenda fibrillazione; però, pur tra mille saliscendi, la prima metà di gara tende a scendere, mentre la seconda, al contrario, tende a salire. Si parte da Andrate, a quota 800 m circa; si scende fino a quota 200 m, più o meno nel mezzo del cammin, e si torna su a quota 800 m, a Brosso, punto di arrivo. Scorro gli occhi lungo la linea del tracciato altimetrico: da sinistra a destra, poi ancora a sinistra. Bando ai tentennamenti: è inutile che io scomodi il neurone e lo costringa a chissà quali elucubrazioni. Tanto, va comunque a finire che mi ci iscrivo. Quindi, senza troppi patemi, mi ci iscrivo. Se sia un percorso adatto a me o no, lo scoprirò quando avrò le suole sul sentiero.

Ma, c’è un ma. Il Morenic Trail parte sabato mattina, alle 7. La domenica, alle 10, ci sarebbe l’Ecomaratona di Cuneo, a cui ho partecipato l’anno scorso: ne ho un bellissimo ricordo e vorrei replicare l’esperienza. Peccherò di presunzione, ma non credo sia impossibile correre 42 km dopo aver finito di correrne 110 solo poche ore prima: a patto, ovviamente, di non porsi obiettivi di cronometro. Ma la classifica, per me, è un dettaglio insignificante, anche quando al via di una gara mi presento fresca e riposata. Il problema è un altro: il trail parte da una località ed arriva ad un’altra località; le due estremità distano pochi km in linea d’aria, forse, ma ben 30 via strada asfaltata. Sono previsti alcuni collegamenti via navetta da Brosso, punto di arrivo, ad Andrate, punto di partenza: peccato che il primo sia per le 21 di sabato, ora in cui sarò ancora dispersa tra i boschi di castagni, a correre dietro alle bandierine, ed il successivo sia alle 8 del mattino della domenica, troppo tardi per raggiungere Cuneo in tempo. Mi spremo le meningi a caccia di una soluzione. Certo, l’ideale sarebbe poter lasciare l’auto all’arrivo ed approfittare di una navetta che mi trasferisca alla partenza; tuttavia questo servizio, nonostante alcune voci, non è previsto. In alternativa, potrei approfittare dell’aiuto offerto da un amico, di raccattarmi a Brosso, dove io potrei lasciare l’auto sabato, prima dell’alba, e farmi scarrozzare fino ad Andrate; però, la sola idea di scomodare una persona che nulla c’entra con la corsa mi fa arrotolare le budella, anche perché darei dimostrazione di non sapermela cavare da sola. Odio dipendere dal mio prossimo.
Scruto la carta stradale su Googlemaps, ancora e ancora. Potrei far così: partire da casa dopo un paio d’ore di sonno; raggiungere Baio Dora intorno alle 3, 3 e mezza al massimo; macinarmi a piedi i 17 km che separano Baio da Andrate, con relativa salita, portandomi su sia lo zaino da usare in gara, sia la borsa con il ricambio, da lasciare ai responsabili dell’organizzazione per poi ritrovarla a fine corsa. Conclusa la prova, presumo entro le 20 ore, quindi entro le 3 di domenica mattina, avrei circa 13 km di marcia, questa volta in discesa, per tornare a Baio a recuperare l’auto. E potrei raggiungere Cuneo in perfetto orario, salvo colpi di sonno in autostrada. Ma sì, perché no, mi sembra una buona strategia.

In tutto ciò, ahimé, ho fatto i conti senza l’oste, o meglio, senza la pioggia battente che, nella notte tra venerdì e sabato, accompagna il mio viaggio in autostrada. Un bel guaio: certo, nessuno m’impedisce di mantenere fede al mio piano d’azione ed abbandonare la Opel a Baio Dora. Il problema è che 17 km a piedi sotto questo diluvio mi farebbero arrivare alla partenza già fradicia e mezza congelata: in simili condizioni, venti ore di corsa sarebbero impresa ardua. Rischierei, insomma, di mandare a pallino il mio trail. Così rimugino, mentre la Opel mi porta via veloce, oltre Torino, verso nord, direzione Valle d’Aosta, ed i tergicristallo alla massima velocità combattono una lotta impari contro gli scrosci d’acqua. Ottima prospettiva per la gara, non c’è che dire. Strizzo gli occhi, vano tentativo di mettere a fuoco almeno le linee bianche che delimitano le corsie. Dai Gian, magari smette… Magari migliora… Magari arrivi in zona e non piove più. Certo, come no. Se possibile, la situazione è ancor più compromessa, in quel di Borgofranco. Accosto l’auto lungo la strada principale del paese, illuminata da fioche luci giallognole e deserta. C’è vita solo nelle pozzanghere, crivellate di goccioloni. Bah… Gian, arrenditi all’evidenza. Qui, se mantieni fede al tuo piano e ti sciroppi la camminata a piedi, fai, come si suol dire con finissima locuzione di origine tardo bizantina, una colossale vaccata. Ci rimetti il trail e, se va bene, anche la maratona; in compenso, guadagni una polmonite gratis.

Rassegnata, riavvio il motore e parto in direzione di Andrate, su per la bella salita tutta curve. Al primo slargo, parcheggio: sono quasi le quattro del mattino; tantovale recuperare un paio d’ore di sonno. Abbasso lo schienale del sedile, mi arrotolo nella giacca e precipito tra le braccia di Morfeo.

Avevo puntato la sveglia, ma mi ridesta il viavai di auto, improvvisamente più intenso. Saranno i podisti che salgono su… Ma, soprattutto, i cacciatori. Un capannello di tali spregevoli individui invade anche il mio slargo. Poco male, tanto è ora di andare. Risistemo il sedile, intirizzita; avvio il motore e riparto, destinazione Andrate. In paese, non è difficile trovare il parcheggio, ben segnalato in occasione della corsa. E’ buio e piove: solo qualche goccia, adesso. L’ampio piazzale brulica di vita; si sentono voci e strilli di autoradio, anche se non si vede nulla, tra il nero della notte e le lenti degli occhiali, bagnate. Il solito rituale dei preparativi: pasta di Fissan sui piedi, primo paio di calze, secondo paio di calze; Fissan su tutti i punti che potrebbero soffrire per gli sfregamenti; rapido controllo dello zaino: c’è l’abbigliamento di ricambio, c’è la giacca, c’è la pappatoria, c’è il rotolo di papiro, ci sono portafoglio e telefono. Chiudo la Opel e mi dirigo, come le zanzare, verso l’unico punto luminoso, un piccolo edificio annesso agli impianti sportivi, già gremito di atleti, volti noti e meno noti. Se non altro, per effetto stalla, ci si scalda un po’.

Rinuncio alla mia copia del road book: non mi servirebbe a nulla; confido nel fatto che la segnaletica, lungo il percorso, sia a prova di idiota: altrimenti. vorrà dire che scaverò una tana tra i castagni e mi ci nasconderò in attesa dei soccorsi. A maggior ragione, la sequela di raccomandazioni che dal palco piove sui corridori in trepida attesa mi annoia: non sarebbe forse più semplice sintetizzare con “Seguite le bandierine e in bocca al lupo?”. Già, dal mio punto di vista di partecipante al trail lo sarebbe, senz’altro. Sentir puntualizzare l’ovvio è irritante. Peccato che ci siano sempre gli imbecilli che, al minimo disguido, sono prontissimi a saltar su: “Eh ma non avete detto… Non avete avvisato… Non avete precisato…”. E, in caso di incidente, vagoni di grane travolgono gli organizzatori. Ecco, una delle faccende in cui mai e poi mai m’invischierò nella vita è proprio l’organizzazione di una gara. Tremerei alla sola idea delle responsabilità folli a cui si va incontro: e per cosa, poi? Non certo per arricchirsi… Per la soddisfazione personale, certo, ma con la soddisfazione personale non paghi la parcella dell’avvocato che dovrà tentare di cavarti dai guai. Per mia enorme fortuna, non tutti sono inguaribili pessimisti come me; altrimenti, non mi ritroverei qui a battere i denti, ancora al buio, sotto una leggera pioggerella, in mezzo ad una manica di invasati come me. Invece mi ci ritrovo e ne sono, tutto sommato, ben contenta.

Partenza con qualche minuto di ritardo sull’orario prefissato. Si parte sull’asfalto ed in salita. Oggi, caso più unico che raro, dopo lunga e tormentosa meditazione, ho deciso di lasciare i bastoncini a casa. 110 km per poco più di 2000 m di dislivello in salita significa che ci sarà da correre, e parecchio, anche. Correre a lungo con i bastoncini in mano è fastidioso.
I primi metri si corrono su asfalto ed in salita; una luce fioca, grigia, consente appena di intuire i contorni dei muri e degli alberi. Si respira acqua. Come sempre, sono già in affanno; potro mai superare il trauma della partenza? Mi distraggo con le poche chiacchiere da scambiare con i conoscenti che vedrò adesso e mai più, almeno fino al traguardo; inutile che tenti di aggregarmi a chicchessia: non ho alcuna possibilità di successo, in compenso sono certa che mi taglierei le gambe.
Ha inizio qui il tracciato ed il paesaggio che farà da cornice all’intera gara, o quasi: sentiero e bosco fitto, bosco fitto e sentiero. Corrono tutti come matti: un po’ perché siamo all’inizio della prova, un po’ per fiducia nel fatto che la prima metà di gara sarà per tendenza in discesa. Ci provo anch’io, ma con poca convinzione. Questa gara mi dà l’idea di essere simile più ad una cento km su asfalto, che non ad una vera e propria corsa in montagna; se così fosse, per me sarebbe un gran vantaggio: dell’asfalto sono amica, molto più che della terra e dei sassi. Ma è una mia supposizione; nulla, per ora, mi autorizza a credere che sarà proprio così. Meglio essere prudenti.

Lo zaino sembra ben fissato, non balla. Avrei voluto portarmi dietro lo zainetto più piccolino: se solo fosse stata una bella giornata… Con un clima del genere, meglio non fare i furbi; ho con me una felpa ed una giacca antivento sottile, oltre alla giacca impermeabile che già indosso. Dopotutto, si andrà a correre anche a notte inoltrata.
La mia corsa su sentiero è rigida ed impacciata. A furia di macinare km, qualche miglioramento l’ho ottenuto, ma sono lontana anni luce dai colleghi – tanti, quasi tutti – che mi superano con la sicurezza di chi sa di avere una ventosa applicata sotto la suola ed una presa infallibile su qualsiasi tipo di fondo, dalla terra alla sabbia, ai ciottoli umidi. Ho il terrore di scivolare… E poi non è mica che ci veda tanto bene. Non è una novità, già in tempi asciutti; figuriamoci poi oggi, che piove… Non riesco a capire quanto sia pioggia e quanto gocce che si accumulano sulla punta delle foglie e poi, plink, raggiunto il livello limite di aggregazione, piombano giù, puntualmente sulla capoccia del malcapitato. O sulla manica della giacca, con un colpo sonoro e secco. O nell’occhio, con mira da cecchino. Il bosco intero gocciola, come se fosse stato appena lavato, senza centrifuga, e steso fradicio ad asciugare. La nebbiolina confonde i contorni dei rami e dei tronchi. Il mio impeto mi porta qualche volta di troppo sull’orlo dello scivolone: calma, Gian… Sono pur sempre 110 km! Vero, un paio di settimane fa ne ho percorsi tre volte tanto, e con ben altro dislivello, ma questa consapevolezza è pericolosa, anzi direi quasi letale: mai, mai, mai illudersi, mai confidare troppo nelle proprie possibilità, mai dare per scontato alcunché. Non è affatto garantito che io, oggi, o meglio domani, riesca a raggiungere Brosso. Anzi, se continuo a zampettare con questo ritmo, non ci arrivo di sicuro.

Mi passano più o meno tutti, ad eccezione di quelli che son già partiti davanti. Essere ultimi o quasi ha, se non altro, un vantaggio: l’onta del sorpasso si patisce poche volte. Mi consolo guardandomi intorno, ad ammirare il bosco davvero meraviglioso, anche in questa luce grigia, fioca, anche attraverso la nebbia sulle lenti degli occhiali. Piove, poi sembra voler smettere, poi riprende; poche gocce, una secchiata, dinuovo poche gocce. Non ha l’aria di voler volgere al meglio, il tempo, almeno non oggi. E’ vero, il percorso tende a scendere, ma è una discesa molto blanda, che alterna tratti di secca risalita. Non c’è mai respiro, mai possibilità di prendere un ritmo ed adagiarvisi per un po’. Neanche a parlarne.

Il paesaggio quasi mai permette di orientarsi e valutare la distanza percorsa. Meno male che ci sono i cartelli con l’indicazione dei km già superati: un’idea mutuata dalle corse su strada, che per me è gradevolissima. A proposito delle corse su strada: mi ritrovo a camminare in compagnia dell’organizzatore della Maratona di Reggio Emilia, un simpatico chiacchierone dai centomila interessi, dalle millemila occupazioni. Già, la Maratona di Reggio: è vero, le maratone mi hanno presto stufata, ma Reggio è un caso particolare, un bel percorso ondulato, mai monotono. E poi è a dicembre, periodo dell’anno in cui l’astinenza da competizioni fa sentire più forti i suoi morsi. Quest’anno ci torno. In compagnia del boss raggiungo un bel punto di ristoro, in riva ad un lago. Km 21, Lago di Bertignano, mi dicono. E ancora pioviggina; la superficie grigia dell’acqua sfuma nella nebbia. Ci accolgono i gentilissimi volontari ed il fotografo. Come sempre, non mi fermo più di qualche secondo; a maggior ragione, con questo freddo, rischio che le gambe s’inchiodino e non ripartano più. Ingoio qualche pezzo di cioccolato ed un po’ di frutta secca.

Il collega emiliano mi raggiunge di lì a poco e mi accompagna ancora un po’, litigando furiosamente con la sacca del camelbag. Bah, quella roba lì non mi ha mai convinta… Non puoi sapere quanta acqua hai ancora di scorta, né puoi riempire il contenitore, se non smontando mezzo zaino per estrarlo. Meglio la cara, vecchia borraccia. In un tratto di strada sterrata in piano, allungo un po’ il passo e rimango sola: non posso farci nulla; mi sento di andar così, adesso, sperando di non scoppiare.

Un’infinità di salite e discese brevissime, in rapida successione, sguazzando spesso nel fango; si passa nei paraggi di una galleria ferroviaria. E sempre in mezzo al bosco; del mondo esterno non si vede nulla, se ne sentono solo i rumori, di tanto in tanto. Rombi di motore d’automobile lungo qualche strada che posso solo immaginare, o di moto da cross lungo i sentieri; frastuono di motoseghe, di tanto in tanto: se ne vedono le tracce nelle cataste di tronchi tagliati da poco. Faggi, betulle, castagni e chissà cos’altro, e rovi, erbacce. E funghi, qua e là. Un insetto screziato di blu sulla pietra, una lucertola che scappa via, un filo di ragnatela che s’appiccica al viso. Un mondo sospeso.

D’un tratto, senza avviso, sbuco al cospetto della civiltà: leggo il cartello stradale; sono a Masino. Percorro pochi metri di strada asfaltata: un punto di ristoro, c’è Alice, sempre sorridente e gentile, come tutti gli altri angeli custodi, del resto. Cioccolato e frutta secca, anche qui: “A Vialfré c’è la pasta”, mi incoraggia Alice. Benissimo! Riparto per un lungo tratto pianeggiante, di strada sterrata, finalmente un po’ aperto alla vista sulle colline, tra i vigneti lindi ed ordinati. Provo a correre: ma l’impercettibile accenno di salita, che ad occhio nudo non si vede, impone ai garretti uno sforzo che, per prudenza, a questo punto preferisco ancora risparmiarmi. Ho una quarantina di km alle spalle… E quasi settanta davanti. Non è il caso di fare la furba. Da lontano, noto una sagoma dall’aspetto e dall’andatura familiare. Procede con evidente difficoltà. Mi avvicino di buon passo, aguzzo la vista: è proprio lui, Gabriele. Cavoli… Se è qui, adesso, significa che c’è qualcosa che non va. Lui di solito vola… Mi mangia per diritto e per traverso, altro che. Ma è chiaro, si vede lontano un miglio che ha male. Lo affianco, “Hai bisogno di qualcosa?”. Saluta, conferma che sì, è in difficoltà, ha dolori alle anche. Mi spiace, ma non saprei come aiutarlo, se non offrendogli un contributo dalla mia farmacia, che però declina. In bocca al lupo allora! Proseguo al passo; corricchio quando posso, o meglio, quando me la sento, senza forzare. Ho commesso un errore marchiano: ho scelto questo zaino senza ricordarmi che lo spallaccio destro tende a spelare il collo… E dire che lo sapevo, avrei dovuto indossare il gilet con il collo alto. Invece, ora che ho levato la giacca impermeabile, perché finalmente la pioggia sembra aver dato tregua, mi ritrovo a dover convivere con questo piccolo ma fastidioso supplizio. Amen, ormai è fatta.

Il percorso mi porta tra le case di un paese che si distingue al primo sguardo per qualcosa di strano: improbabili sculture e dipinti adornano i muri esterni delle case. Sorprendente e, a tratti, inquietante; forme, figure, colori, immagini che spesso sconcertano la capacità di raziocinio del povero neurone, già messo a dura prova dalla carenza di ossigeno. Rappresentazioni dell’assurdo, direi. Curioso… Però preferisco di gran lunga l’acciottolato che ci porta via dal paese, tra i vigneti e dolci profili di colline ed un bel lago ed uno splendido parco. I primi colori autunnali spiccano anche nell’aria grigia di questa umidissima giornata. Attacco bottone, qua e là, con i pochissimi colleghi che ancora incontro; ci domandiamo, noi delle retrovie, se alle nostre spalle resti ancora anima viva… Ma non è il caso di preoccuparsi. La strada tornerà a salire, prima o poi, e farà giustizia. Passiamo accanto ad uno splendido parco, di proprietà di un ordine religioso o qualcosa del genere. Non posso esimermi da un commento poco edificante…

Appena oltre un tratto di salita un po’ più regolare delle precedenti, raggiungo una coppia a sei zampe, podista e compagno canino, un bel boxer snello, muscoloso e di buon carattere. Li affianco, non senza fatica; la discesa non è il mio terreno di corsa preferito… Per non smentirmi, imbocco la via della chiacchiera, mentre la strada esce dal bosco e raggiunge un tratto pianeggiante, di campagna che mi riporta all’istante alla memoria i paesaggi della 50 km del Lamone, nei pressi di Ravenna. Si parla di gare passate, presenti e future: e come potrebbe essere diverso?
Percorriamo un breve tratto di strada bianca, in piano, lungo un canale, in mezzo ai campi; il cagnotto s’incuriosisce, si spinge fin sulla sponda, si sporge. Rabbrividisco, mi volto dall’altra parte per non guardare: se il padrone non si scompone, immagino sia una consuetudine… Ma io sono una mamma iperprotettiva; penso al mio cagnone che, a quest’ora, se ne sta spaparanzato sul mio lettone, o a spasso in giardino, tranquillo e beato al sicuro, e tiro un sospirone di sollievo. Un raggio di sole sembra voler fare capolino tra le nubi, o forse è solo un’impressione, il riverbero della fioca luce sul bianco della terra battuta. Passiamo accanto ad alcune cascine, ben ristrutturate, lungo la strada sterrata; corricchiamo accanto al canale. Con poca convinzione, da parte mia; i muscoli delle gambe sono irrigiditi, un po’ dolenti. Eppure qui il tracciato è piatto; camminare è proprio segno di pigrizia… Di questo nastro bianco di terra non si vede la fine; la traccia si perde nella foschia, confusa dai cespugli di gaggie. Non piove più: questo è già un gran sollievo. Si chiacchera; il cagnotto ci precede, fiuta ogni centimetro quadrato di territorio, scatena l’ira funesta di due o tre cani da caccia, spiritati dietro le sbarre di una cancellata. Una bella cascata artificiale, impetuosa, è lo sbocco del canale alla nostra destra. Procediamo di buon passo, finché non c’infiliamo un’altra volta nel bosco, per uscirne poco oltre, su una strada asfaltata. “No no no, non si può, squalificata”: alzo la testa, con aria interrogativa; toh, chi si vede… Il buon Isacco! In convalescenza per infortunio, non sa proprio restare lontano dai trail. Lo saluto appena, di sfuggita; le gambe qui chiedono di correre, sia pure lungo il guard rail, con molta attenzione alle auto che mi arrivano di fronte. Temo per il boxerino alle mie spalle; speriamo che non schizzi in mezzo alla strada…

Qualche centinaio di metri più in là, ecco un altro punto di ristoro; due tavolini che espongono le solite vettovaglie, assediate però dalle vespe. Con il terrore che ho io di questi insetti, non vorrei essere nei panni dei volontari che restano qui accanto! Il cagnotto conquista le cure degli addetti al ristoro e si bea, anche lui, delle leccornie. Io riparto quasi subito: via, oltre il ponte sulla Dora, forse mezzo km di asfalto e si svolta a destra, ancora su sentiero. Poco avanti a me, due volti noti, Franco e Morgana: procedono di buon passo, senza esagerare. Il tracciato corre lungo la sponda di un lago; in alcuni punti, la superficie dell’acqua arriva a lambire il piano del sentiero: fa una certa impressione sinistra, come se dovesse straripare da un attimo all’altro. Raggiungo i miei due compagni di viaggio; scambio qualche parola, poi via, approfittando di un tratto in salita che mi fa riscaldare un po’ le gambe. Il precedente punto di ristoro era al km 57: significa che ormai metà percorso è alle spalle. Ma il grosso del dislivello in salita è ancora tutto da affrontare. Con la luce calante del tardo pomeriggio, i colori del bosco s’incupiscono; tronchi e chiome, erba e terra si confondono. Giungiamo tra le case di un paese; quasi c’infiliamo nei cortili, turbando la quiete di mucchi di sabbia e giocattoli abbandonati forse dopo un pomeriggio di fervida attività. Viene spontaneo buttare l’occhio indiscreto alle finestre illuminate. Calpesto un po’ di terra ed un po’ d’asfalto. La strada d’improvviso s’impenna: qui non c’è trippa, non si corre, tutt’altro; su una rampa del genere, si può solo camminare ed annaspare. Ecco altri tre compagni d’avventura, un po’ più avanti. Devo resistere alla tentazione: pian piano, come previsto, sto raccattando qualche fuggitivo… Ma non devo permettere che l’entusiasmo prenda il sopravvento. La corsa è ancora lunga, molto lunga. Già, ma vallo a spiegare ai piedi, alle orecchie che vogliono sentire le voci più vicine, al sottile, ingenuo piacere di leggere lo stupore negli occhi dei fuggiaschi, velati di stanchezza, quando quelli si voltano stupiti dei passi alle loro spalle. Passare oltre, ostentando un sorriso ed una freschezza che forse non sono del tutto sinceri, ma fanno colpo. Speriamo che questa rampa spiani presto, altrimenti schiatto, che figuraccia… Eccomi accontentata. Con l’andatura forzata della locomotiva, arrivo in vista del cartello “Ristoro”: il famoso, anzi famigerato km 67. Colle delle Vigne, punto tappa, con tanto di piatto di pasta. Trovo un buon numero di corridori arenati qui, impegnati a leccarsi le ferite ed a riempire lo stomaco; qualcuno arzillo e chiacchierone, altri accasciati sulle sedie, con l’aria di chi non è troppo convinto di voler ripartire. Calma e sangue freddo, Gian. Fermati qualche minuto. Non troppo, perché gli abiti umidi si attaccano alla pelle ed il freddo non tarderà a prendere il sopravvento: ma almeno un po’ di pasta, di formaggio, di frutta, buttali giù. Vorrei evitare di ripartire con il macigno sullo stomaco: facile a dirsi… Invece, è proprio quel che succede. I brividi mi spronano a ripartire prima di quanto vorrei; saluto, accendo la luce frontale: ormai è quasi buio, nel fitto della vegetazione non ci si vede più. Giù in discesa, a rotta di collo, non certo per ragioni di cronometro, ma per far sì che il sangue torni a scorrere anche nei vasi periferici. Sempre con l’occhio alle bandelle rifrangenti: non c’è che dire, la segnaletica è ottima ed abbondante. Raggiungo altri due corridori, saluto e passo oltre: ormai, l’idea fissa è che ho davanti a me meno passi di quelli che ho già alle spalle, quindi, in parole povere, è quasi finita. Si fa per dire, manca più o meno una maratona… Comincia qui una galoppata nei boschi che sembra non aver più fine. Per km e km, procedo, di corsa e di passo, in un corridoio quasi continuo di vegetazione; sotto i miei piedi la terra, intorno rami e foglie a chiudere la vista ed il respiro. Chilometri lunghissimi di solitudine, di buio ancor più nero perché non si vede né il cielo, né il riverbero delle luci della pianura. Il fascio della frontale illumina un intrico di tentacoli, rami che si allungano come artigli sul viso, fruscìo sinistro di foglie al vento. Il verso ritmico di un animale, acuto, quasi un grido, ad intervalli regolari, ancora e ancora; il silenzio rotto all’improvviso dalla castagna che si stacca, cade, colpisce una foglia, cade ancora, piomba sul tappeto di foglie secche, rotola, “Tac, tac, tac tac tac”. Bosco, bosco ed ancora bosco, per minuti, ore, bosco che sembra volersi restringere, chiudere davanti a me, diventare sempre più fitto ed inestricabile. “Uh, uh, uh”, poi silenzio, “Tac, tac, tac tac tac”, ed ogni volta trattengo il fiato, drizzo le orecchie. E corro più che posso, corro per quanto mi permettono i miei occhi che, al buio, servono davvero a poco, nonostante la luce della frontale. So benissimo che non corro alcun pericolo, ma devo fare appello a tutto il mio controllo per mantenere la calma, ora che mi sento quasi in trappola. Bosco, bosco, ancora bosco, è un incubo, non finirà mai più… Non raggiungo più nessuno, nessuno mi raggiunge. Ho perso la nozione del tempo; è buio, vero, ma potrebbero essere le nove di sera come le tre del mattino. Non c’è nulla, né luci, né rumori, nulla che permetta di orientarsi nel tempo e nello spazio. Solo le bandelle da seguire, solo farsi largo tra le fronde, scacciarle con le braccia quando si spingono troppo vicino.

Il punto di ristoro è un’oasi nel deserto. Non ho fame né sete, ma sono contenta di scoprire che, in fondo, non mi sono persa nel nulla. Sono sulla retta via, devo solo avere un po’ di pazienza. Raggiungo qui due compagni di sventura. Qualche centinaio di metri in mezzo alle case di un paese, sia pure addormentato e deserto, ha l’effetto di calmarmi un po’ i nervi: troppo, forse, tanto che, ad un bivio, tiro dritto anziché seguire le indicazioni, a destra. Mea culpa: procedo forse due, trecento metri, lungo una strada sterrata che costeggia alcuni giardini privati, ingannata dal luccichìo di un frammento di carta lucida appeso ad un’inferriata. Presto, però, mi accorgo che qualcosa non quadra. Ecco, perfetto: di già che oggi i km sono pochi, mi pare ottima l’idea di allungare un po’ il percorso… Ritrovo la retta via, in salita, l’imbocco con foga, ancora in mezzo al bosco, ma ora so che lassù, oltre le foglie, ci sono le stelle. Forse la pioggia ha deciso di concedere tregua, almeno per questa notte.

Al km 77, a Vialfrè, m’imbatto in un signor ristoro; una tavolata ricca ed imbandita, anche se le due gentilissime volontarie si scusano perché non è rimasto molto. Più che sufficiente, per me, il cibo e soprattutto le quattro parole in compagnia. Sto bene, adesso; non ho male, non ho motivo d’angoscia; respiro, faccio il pieno di stelle, perché so già che, tra poco, il bosco m’inghiottirà ancora una volta. Saluto, riparto di buon passo. Un lungo tratto in piano, su strada sterrata; mi sorpassa un gruppo di ciclisti notturni in mountain bilke. Lì per lì, li scambio per assistenti della gara: invece no, sono semplici turisti nottambuli. Il sentiero corre in salita, su in mezzo ai castagni; il silenzio mi ripiomba addosso, prepotente, cancella persino il fruscìo delle foglie secche, attraverso cui i miei piedi sembrano quasi nuotare. Finirà, Gian, prima o poi. Calma. Le gambe marciano via veloci; i pensieri scorrono via per conto loro, anni luce da qui. Voci sempre più vicine mi riportano con i piedi per terra: quattro occhi luminosi mi puntano. Rieccoli, i ciclisti, raccolti intorno ad un tavolino, accanto ad una cappelletta spuntata chissà come qui nel fitto degli alberi. Passo, saluto, ma è destino che noi ci si rincorra; non passa troppo tempo, che li sento arrivare veloci alle mie spalle, con equilibrio da funamboli, giù tra fango e pietre. “Complimenti – esclamo – io sono a piedi e rischio di finir per terra ad ogni passo…”. Alla strada asfaltata, ci separiamo; mentre quelli discutono sull’itinerario più breve per raggiungere il cuscino, io proseguo a sinistra e poi ancora a destra, ancora sterrato, ancora bosco. Con la sgradita sorpresa, più avanti, di due fuoristrada che accampano diritto di passaggio: ma è mai possibile che questi stracciamaroni imperversino anche nel cuore della notte? Riacchiappo, proprio qui, uno dei due fuggitivi che avevo superato un paio di ristori fa, ma che evidentemente mi avevano rimangiato il vantaggio mentre io vagavo fuori tracciato. Il tapino ha l’aria un po’ cotta; tenta qualche allungo, poi cede, si abbatte su una pietra: “Come fai ad essere dietro, se eri davanti?”. Domanda da un milione di dollari… “Ho sbagliato strada, giù in paese”, spiego mentre mi allontano. Affronto di buon passo la salita; di lì a poco, raggiungo anche la signora che lo accompagnava. E qui accade l’imponderabile… La mia collega si volta, accelera il passo. Mi faccio due conti: mancheranno più o meno venti km; in salita, per lo più. Se l’ho raggiunta qui, significa che ne ho più di lei. E se ci provassi? Così, per la soddisfazione di provarci. Non ha molto senso, lo so; davanti a me ci sono magari altre dieci donne, non ne ho la più pallida idea. Ma chissà se riesco a forzare un po’ l’andatura. Affianco la mia avversaria; lei accelera, corricchia in salita, poi rallenta. Gian, fatti furba. Che tu ti metta a correre, qui, sul ripido, non ha alcun senso. Prova a starle dietro. Pochi metri, ma sempre dietro. Alla peggio, schiatti e molli. Così faccio: la seguo, con un po’ di distacco; mi avvicino, fin quasi ad affiancarla, poi resto ancora un po’ indietro; mi avvicino un’altra volta. Sempre attenta al mio cuoricino: per ora, sembra reggere il gioco. Ho ancora margine, non dovrei scoppiare. Allunga ancora, la collega: provo ancora una volta a tenere il passo; ci riesco e forse sono più stupita io di lei. Non ricordo chi l’abbia detto, ma ho ben presente il concetto: chi insegue ha un vantaggio psicologico non trascurabile su chi è in fuga. A maggior ragione se l’inseguitore ha già ridotto il distacco. Non l’avevo mai sperimentata, però, questa sensazione. L’avversaria, infine, rallenta. La guardo di sottecchi, senza farmi notare; mi sa che è al limite. Esito, seguo ancora un po’, titubante. Poi, una rampa: Gian, ora o mai più. Ci provo, parto di corsa dove mai e poi mai, con la mia stazza, dovrei azzardarmi ad una follia del genere. Poi, quando il sentiero spiana ed il bosco concede un po’ di spazio alle vigne ed al cielo, gambe in spalla, via, uno strappo dopo l’altro. Se l’avversaria è in affanno, impiegherà qualche minuto a riprendersi; Gian, se ci vuoi provare, devi approfittarne adesso. Altrimenti ti riprende, sei fatta. Via, con tutto il fiato che ho in corpo, di corsa anche in salita. Raggiungo altre due figure; sorpasso con impeto, mi scuso: “Non ce l’ho con voi… Sto solo cercando di staccare la mia inseguitrice!”. Mi guardano di storto, non rispondono: una delle due figure è un’altra donna. Beh che dire… Quasi una rimonta! Ormai sono in ballo, tantovale ballare… E’ dura, però. Non mi ero mai trovata in una situazione del genere. E dire che nessuno mi costringe; potrei ben lasciar perdere, prendere il mio passo tranquillo e via. Ma le voci alle mie spalle mi fanno sentire più o meno come un cinghiale braccato; più la salita si fa ripida, più annaspo e mi sforzo di accelerare. Vai Gian, se hai una minima possibilità di staccarle, le due, è proprio qui, sulla salita ripida. Non mollare adesso, vai, muoviti. Scivolo, mi aggrappo a tutto quel che trovo, e quando il sentiero spiana, anziché prendere fiato, tiro avanti in apnea. Che diavolo mi stia succedendo, non saprei spiegarlo; forse ho inavvertitamente respirato la polvere di qualche fungo allucinogeno. Però, tutto sommato, è divertente: e poi, non ho nulla da guadagnare, nulla da perdere.

Ora, le voci non si sentono più. Avrò raggiunto la distanza di sicurezza dagli inseguitori? Un attimo di tregua. Procedo di buon passo, ma senza più esagerare; ascolto il cuore riprendere un ritmo ragionevole, i passi farsi meno frenetici. Ecco un altro collega: ha più o meno la mia stessa andatura; l’affianco, attacco bottone, si chiacchiera un po’, per esorcizzare i km, la fatica, la stanchezza. Insieme raggiungiamo il punto di ristoro sulla strada asfaltata: pausa brevissima, perché ormai sono in pieno fervore agonistico. Riparto, seguita a ruota dal buon Luciano, con cui ormai il chiacchiericcio è troppo fitto e piacevole per separarsi. Passiamo accanto ad un’area recintata, in cui è in corso una rumorosa festa danzante: musica commerciale, luci, gente sparsa per il parcheggio, qualche schiamazzo e qualche bottiglia di troppo. Due mondi agli antipodi che si incontrano per un momento, senza che ci sia alcuna possibilità di comunicazione. “Una domanda mi sorge spontanea – rifletto – sono loro, i pirla, o siamo noi?”. Bah… Qualunque sia la risposta, non farei cambio, per nulla al mondo. Si torna a salire, lungo la strada asfaltata, ma con pendenza da rampichino ed una bella vista, finalmente, sulle luci della vallata. Al ristoro, mancavano sei km. Qui ne mancheranno quattro, forse cinque, ma è arcinoto che gli ultimi km subiscono un fenomeno di dilatazione, con andamento crescente. Si sale sull’asfalto, ma non è finita; un sentiero, una rampa che taglia le gambe in mezzo al bosco; l’affronto con rabbia, con la foga e la paura di essere raggiunta; ormai quel poco di senno che m’era rimasto è svanito del tutto. Non mi devono prendere, non qui, eppure sento avvicinarsi le voci… Spuntiamo in una radura, accanto ad un ristorante; una volontaria ci indica un altro sentiero, in mezzo alla vegetazione, ancora, ma breve. Fuoco alle polveri, Gian, è il momento di dare tutto quel che ti rimane. Accelero; Luciano resta un po’ indietro, ma capirà, spero, che non è lui la vittima designata della mia fuga. Ancora prato, ma già si vedono le luci del paese. Cammino, spedita, ma cammino; marcio sulla terra, sull’erba, poi sull’asfalto. Le voci alle mie spalle si avvicinano; non riesco a capire se ci sia, lì in mezzo, una voce di donna. Non voglio voltarmi, e poi non servirebbe; resterei abbagliata dalle luci, senza poter distinguere chi c’è sotto la frontale. Ticchettio di bastoncini, la voce si avvicina, sì, è una donna, è senz’altro l’ultima ragazza che ho sorpassato. Guardo avanti: quanto mancherà? No Gian, se ti metti a correre qui, non ce la fai, schiatti, sicuro… Rimedi una figura da cioccolataia, ecco. Sì, però… Ci hai messo tanto impegno, e adesso? Che fai, getti la spugna ad un passo dal traguardo? Su, in alto, le luci del paese. L’arrivo è in salita. Coraggio, è l’occasione per tentare il tutto per tutto. Un bel respiro e via, di corsa, anche se la strada è in salita, anche se i polmoni rischiano di scoppiare. Di corsa, con l’orecchio in angosciosa attesa della voce che mi arriverà alle spalle, mi passerà accanto, mi sorpasserà. Corri Gian, non puoi fare altro, è l’unica speranza. La gola brucia, i muscoli sembrano di pietra. Raggiungo il paese, accelero ancora, o almeno ci provo; le prime case, la svolta a destra. Passo accanto a due colleghi, mi sento quasi in imbarazzo, chiedo scusa: “Non posso farmi riprendere a pochi metri dal traguardo…”. Pochi metri, è la mia speranza; in realtà, non ho proprio idea di quanto manchi alla fine. Quel che è certo è che mi resta ben poca autonomia. Testa bassa, pancia a terra come i cavalli al galoppo. Là davanti c’è una luce, c’è una chiesa, potrebbe esserci una piazza, forse l’arrivo: mi avvicino, col cuore in gola per lo sforzo e l’ansia che la mia speranza sia smentita… Quasi non ci credo, quando vedo l’arco d’arrivo. Quattro balzi ed è fatta: la medaglia, i complimenti dei volontari che assistono all’arrivo. Sono sorpresa e soddisfatta: prendo fiato, assisto all’arrivo dei due concorrenti che ho appena sorpassato e della fanciulla che stava per mettermi il sale sulla coda. Un cenno di saluto, ma lei ed il compagno mi ignorano: va bé, contenti voi… Se io mai dovessi mettere su il muso verso tutti i corridori che mi lasciano indietro, potrei smettere di rivolgere la parola a chicchessia!

Sono terza in classifica femminile, o forse seconda, chissà. Il volontario che mi consegna la medaglia non è ben sicuro. Potrei avvicinarmi al tavolo del computer a controllare: ma in fondo non è che la cosa abbia poi quella grande importanza… Ho concluso la corsa; soprattutto, ho aggiunto l’ennesima tacca al lungo elenco di prove di lunga distanza collezionate quest’anno. E’ la quantità, il traguardo personale che inseguo, non certo il piazzamento… Se anche fossi davvero sul podio, oggi, è solo perché le atlete di rilievo nell’ambiente non hanno preso parte al Morenic Trail. Tutto qui. Alla prossima corsa, con l’ordinaria partecipazione femminile, rotolerò dinuovo in fondo alla classifica, come si conviene ad un paracarro del mio calibro. Amen. M’incammino titubante nella direzione del punto di ristoro, seguendo i due concorrenti che ho sorpassato appena prima dell’arrivo. Non sembra che abbiano le idee poi tanto più chiare delle mie. Camminiamo esitanti tra le case del paesello silenzioso ed immobile, una fioca luce gialla ad illuminare la piazza deserta. Troviamo il locale destinato a ristoro e ricovero per dormire: da qui, un’auto, nientemeno, ci accompagna alle docce, presso la piscina. Sorpresa: doccia unisex… “Ci sono uomini nudi?”, domando. Un collega appena uscito rimette la testa oltre la porta e risponde di sì; cita per nome un concorrente che già vestito ha il suo bel perché, figuriamoci nudo… Ohibò. Non sarebbe la prima volta a proposito di docce indistinte, ma confesso che mi sento in imbarazzo. Non per me, beninteso: il senso del pudore per me è sempre stato un concetto ignoto… E poi, dopo la cura dimagrante presso la Clinica Tor des Geants, devo dire che potrei anche fare la mia porca figura. Mi imbarazza l’imbarazzo altrui: i compagni di spogliatoio che si sentono in dovere di coprirsi come esquimesi… Tra frizzi e lazzi di chi è già lavato e rivestito, entro comunque, perché più del dolor, secondo l’Alighieri, o più dell’onor, secondo De Andrè, potè il gelo siberiano. Aspettare fuori, sudatissima, al freddo, non mi pare un’idea da premio Nobel. Lo stanzino è minuscolo e non esattamente lindo; uscire di qui senza un’infezione tripla carpiata con avvitamento all’indietro sarà dura! Attendo il mio turno alla doccia, al seguito di due concorrenti francesi che, almeno loro, nudi come mamma li ha fatti, non si pongono il problema della mia presenza. Tra me e me li ringrazio: sono a loro agio e mettono a loro agio anche me. Peccato solo che la mamma in questione non si sia poi impegnata così tanto… I colleghi italiani presenti sono tutt’altro spettacolo, o meglio, lo sarebbero, se solo non si fossero arrotolati dalla punta dei capelli alle unghie degli alluci dentro lunghi, castissimi, informi accappatoi! Mannaggia, ma che fine ha fatto il maschio spavaldo e conquistatore? Beh Gian, adesso non te la tirare. Non sei mica la Schiffer, né la Bellucci; magari a questi qui un comodino ispira più seduzione di te. C’est la vie, bisogna saper accettare le sconfitte. Sgattaiolo nella doccia alla prima occasione: più che una vera lavata, diciamo che mi do, per usare l’idioma dei Torinesi, “‘na b’rlicà”: questo posto è così lurido che rischio di uscirne più sporca di quando ci sono entrata… Va bè, pazienza. Mettiamo gli abiti smessi in una borsa di plastica – sono previdente, ne ho portate un po’ – e non pensiamoci più; li laverò poi a casa, in acquaragia, dopo aver sottoposto me stessa al medesimo trattamento. Non sono certo un tipo schizzinoso, ma quand’è troppo è troppo….

Più o meno tornata all’onor del mondo, mi riavvio verso il locale del ristoro. Troppo caldo ed affollato per i miei gusti. Al tavolo con alcuni colleghi di sventura, trangugio il graditissimo pasto procurato dai volontari dell’organizzazione: zuppa di verdure calda, pane, formaggio, frutta. Indugio un po’, in attesa che mi passi quel senso di capogiro che spesso mi assale, dopo una gara, in un luogo troppo riscaldato; quando sento le gambe più o meno ferme, saluto e torno a recuperare le mie borse: lo zaino che ho usato in gara e l’altro zaino, quello che contiene gli abiti sporchi e, ora, anche il pacco gara che mi è stato consegnato all’arrivo. Biscotti, volantini ed una bottiglia di vino. Riesco a malapena a farci stare tutto… Provvedo a corazzarmi contro il freddo: giacca impermeabile, guanti, bandana. E poi gilet e fascette rifrangenti. Infine, luce frontale in testa. Uno zaino sulle spalle, l’altro sulla pancia. M’incammino, sotto lo sguardo perplesso degli infermieri dell’ambulanza. “M’incammino, non ho voglia di aspettare”.

Riprendo la strada, direzione fondovalle, Baio Dora e Borgofranco. Ormai non ho più alcuna speranza di recuperare l’auto in tempo per arrivare al via della Maratona, a Cuneo. Ho concluso la gara poco prima delle 3; saranno passate le 4, ormai. Da qui all’auto, 30 km, con due zaini e già 110 km nelle suole… Pazienza, Gian. Sarà una lunga, bellissima passeggiata; goditela, con calma.
Il riverbero delle luci del paese, alle mie spalle, è sempre più fioco. Ripercorro a ritroso un tratto della gara, giusto in tempo per veder arrivare Franco e Morgana, sorridenti e contenti sotto il fascio di luce delle frontali. Poi proseguo, in compagnia di qualche stella raminga e di qualche auto che mi sorpassa o m’incrocia. E pensare che basterebbe provare ad allungare il pollice e chiedere un passaggio. Ad ogni rombo di motore alle mie spalle, mi sforzo di convincermi a provare: eppure non c’è niente da fare, non ci riesco. Non è paura: dubito che quassù circoli quella grande abbondanza di malintenzionati… E’ proprio vergogna, fastidio di dover chiedere. Dai Gian, arrangiati e cammina. Respira, non pensare al sonno, non lasciarti andare.

Mi supera un’auto che, poco più avanti, si ferma. Un bel gruppo, corridori ed assistenti: mi offrono un passaggio… Come dire di no? La Maratona all’improvviso non è più così lontana… Questo buon samaritano a motore mi risparmia almeno una decina di km, scarrozzandomi fino a Lessolo, a fondovalle. Da lì, riprendo la mia marcia: Baio Dora, Borgofranco, strade cupe, buie, senza un’anima. Case e capannoni, capannoni e case, un’auto ogni tanto. Il cielo dovrebbe schiarire, prima o poi. Già, dovrebbe… Il guaio è che le poche stelle sono già state inghiottite dalle nuvole e, ben prima dei raggi del sole, mi raggiungono grosse gocce d’acqua. Sopra di me, alberi non ce ne sono… Quindi la verità amara è una sola: piove. Fantastico. 17 km ed un buon dislivello, sotto la pioggia. Coraggio: hai passato di peggio. In fondo, non fa nemmeno freddo. Così, metro dopo metro, buca dopo buca, cancello dopo cancello, cavalcavia, marciapiedi, lampioni, raggiungo Borgofranco, già fradicia. Da lì, al semaforo, imbocco sulla destra la strada in salita. Con l’acqua che cola sulle lenti, sulle maniche della giacca, sui pantaloni, che s’infila nelle scarpe, le mie vecchie scarpe da corsa su asfalto, che ho riciclato come scarpe da passeggio. Fradicia fino al midollo, ma serena e contenta, cammino stando il più possibile a bordo strada; guardo giù, le sagome del fondovalle appena accennate nell’uggia di quest’alba piovosa. Addio Maratona di Cuneo, ma è bellissimo anche così, senza fatica, senza dolori alle gambe, senza freddo, perché la salita riscalda le membra ed il cuore. Perdo coscienza del tempo che passa, forse anche per colpa del sonno. Di tanto in tanto, le palpebre si chiudono per un istante di più. Vorrei poter leggere nella scatola cranica di chi mi vede per strada in questo momento… Ci sarebbe da ridere!

Raggiungo Andrate intorno alle otto e mezza, grondante come uno scolapasta. Per fortuna, in auto ho lasciato un secondo cambio di maglia e giacca: lungimirante, una volta tanto. Mi sistemo, mi ricompongo, ma riparto solo dopo aver aperto il pacchetto di biscotti al burro che ho ricevuto nel pacco gara: lo sistemo in posizione strategica, sul sedile accanto. Prima che il gallo canti, l’avrò già spazzolato tre volte.
Nella strettoia all’uscita del paese, incrocio un pullman, non proprio di primo pelo, anzi, direi dall’aspetto antico. Vuoi vedere che questa è la navetta che riporta alle auto i corridori prelevati all’arrivo? Del resto il trasporto era fissato per le 8… E mezz’ora di viaggio è un tempo ragionevole. Se l’avessi attesa a Brosso, sarei tornata quassù in bus, più o meno alla stessa ora in cui ci sono arrivata a piedi. Ma di certo non me la sarei goduta così tanto, anzi, sarei rimasta laggiù a girarmi i pollici e crogiolarmi nel dispiacere di aver disertato Cuneo. Ora non mi resta che evitare di spiaccicarmi con l’auto per un colpo di sonno, e poi a Cuneo andrò in ogni caso: non per correre, ma per assistere agli arrivi di Matteo e di alcuni amici. Con la segreta, inconfessabile speranza di una cioccolata calda da Arione…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!