23/24 maggio 2009 – Da Cuneo a Ventimiglia in 450 km

Prendete 450 km, purché mi raccomando non ce ne sia nemmeno uno in pianura. Aggiungete 6.000 m di dislivello in salita. Da ultimo, l’ingrediente base: due svirgolatissimi innamorati della bici da corsa e della fatica senza appello. Otterrete un sabato ed una domenica meravigliosi!
La regia questa volta è tutta di Ivano. Mi ha detto, tempo fa, “Il 23/24 maggio sono libero”. “Benissimo – ho replicato – facciamo un giro con la notte in mezzo?”. Della serie, chi è causa del suo mal pianga se stesso… E vale per tutti e due!
A me sarebbe piaciuto andar su, in alto, perché, con tutta la neve caduta l’inverno scorso, sono in crisi di astinenza da alte vette, o meglio, da alti colli. Ci avrei messo volentieri il Vars, il Monginevro, Sestriere, insomma, nulla di esaltante ma tutto ciò che la situazione delle strade in montagna consente in questo momento. Ma Ivano è un omino razionale, sotto sotto, anche se non lo da a vedere. Mi fa notare qualche piccolo particolare irrilevante: il fine settimana successivo ci attendono i 600 km del Raid Provence Extreme, quindi è bene, per il 23/24, pensare un percorso sì duro, ma non proprio distruttivo. Inoltre, salire più volte, anche di notte, intorno a quota 2.000 significa essere costretti a scarrozzarsi un bel bagaglio pesante per affrontare temperature tutt’altro che confortevoli. Infine, sarebbe opportuno seguire un itinerario il più possibile simile a quello del Raid, in preparazione: ergo, salite tante, ma, Colle della Maddalena a parte, lunghe al massimo una decina di km, giù di lì. Insomma: Ivano è uno dei pochi esseri umani al mondo di fronte a cui getto la spugna ancor prima di iniziare una discussione. Per quanto io sia cocciuta, testarda, prepotente, capricciosa, in confronto a lui sono una dilettante: e il peggio è che lui riesce sempre, in un modo o nell’altro, di dimostrarmi con argomenti inattaccabili di aver ragione… Getto subito la spugna: “Va bene, fai tu, basta che ci sia tanta strada e tanta salita”. Su questo punto, so di poter concedere al terribile Vinai, già altrove soprannominato con arguta efficacia “L’Invasato delle Alpi Occidentali, la mia più completa fiducia. Le sue rotelle saranno pure svirgolate, ma, quando serve, funzionano alla grande: le sento girare da qui!
In men che non si dica, da Cuneo mi giunge la proposta di viaggio, via mail: apro il documento, provo a seguire l’itinerario; Cuneo, Colle della Maddalena, Barcellonette, poi una sequela di nomi che non ho mai sentito se non vagamente… Solo alla fine, si rientra in territorio a me noto, zona Nizza – Mentone e dintorni. Ci rinuncio, non leggo neppure: va bene così com’è, approvato in modo incondizionato; Ivano, vai che io sarò la tua ombra!

L’appuntamento è sabato mattina a Cuneo alle 6.30: come al solito, mi ci presento nelle peggiori condizioni possibili per affrontare due giorni ed una notte in bici: ho dormito sei ore e mezza… Idem le notti precedenti. Certo, l’ufficio, i vari impegni… La verità è che sono disorganizzata, ecco tutto. Ivano me l’ha già detto e ripetuto, e non solo lui: una faticaccia del genere va preparata con cura; la si affronta non solo sui pedali, ma anche a casa, nei giorni che la precedono. Altrimenti, a schifìo finisce! Ieri sera ho chiuso l’ufficio alle nove e mezza, ho aderito al materasso alle dieci, ho lasciato lo zaino da preparare per questa mattina e puntato la sveglia alle quattro e venti. Ed è già inaudito che non abbia dimenticato qualcosa di fondamentale! Felpa, giacca impermeabile, cibarie, attrezzi, copertoncino di ricambio, luci, batterie, telo termico… C’è tutto. Ivano è già prontissimo; ripudia lo zaino, ma ha un comodo portapacchi posteriore per il bagaglio, più un inquietante paio di corna piazzate sul manubrio: non le corna da cronometro, no no, proprio due appendici rivolte verso l’alto. Per evitare il mal di schiena, dice lui: sarà…
Si parte sotto un cielo ancora velato: son quelle nuvole destinate però a dissolversi in fretta. Già si notano gli squarci d’azzurro. Si parte di gran chiacchiera: è un po’ che non ci vediamo, Ivano ed io; abbiamo dell’arretrato da raccontarci. Non siamo ancora usciti da Cuneo e già ho perso l’orientamento tra strade e stradine secondarie; che l’Invasato voglia già disfarsi di me? Ma no, non credo, siamo entrambi agitati e curiosi come bambini al primo giorno di scuola; teniamo a questa nostra avventura con tutto il cuore. Anzi, mi fa piacere leggere nel mio compagno di viaggio, abituato ad imprese mille volte più folli, una sorta di inquietudine che un po’ si accorda con la mia ansia.
Solo a Borgo San Dalmazzo riprendo coscienza della situazione: finalmente si torna su strada nota. Inizia l’interminabile salita al Colle della Maddalena: da qui, ancora una buona cinquantina di km, su uno stradone trafficato che non sale mai. Intorno, le cime ancora imbiancate, troppo! Ma il cielo conforta, è sempre più sgombro. E poi con Ivano non c’è pericolo di annoiarsi, e nemmeno di badare troppo alla fatica. Ha il pregio di riuscire a tener viva l’attenzione dell’uditorio su qualsiasi argomento, anche il più noioso, e poi s’inventa le boiate più elaborate per far ridere. Di rado, poi, capita anche che noi due ci si imbarchi in un discorso serio. I chilometri scorrono bene, per ora; l’idea di averne più di quattrocento davanti a me, per giunta in territorio in buona parte sconosciuto, per ora non mi turba. Anzi, proprio non ci penso. Andiamo per gradi. Intanto Ivano mi parla della Milleuno Miglia che ha concluso la scorsa estate ed io ascolto con otto orecchie dritte: un’impresa al limite dell’umana sopportazione, anzi, ben oltre l’umana sopportazione media! Giorni e notti e giorni e notti… Mi piacerebbe esser capace di un’impresa anche solo simile, ma temo di non avere speranza. Non ne avrei le gambe né la testa.

Chiacchierando del ciclista spaccone bolognese, superiamo Demonte, la via centrale strozzata ed affollata. Uno sguardo al mio centro di gravità permanente, la vetrina della pasticceria Agnello, è d’obbligo… Languo pensando ai pasticcini con la crema al cioccolato e ancora non so che tra pochissimo mi toccherà un incontro molto ma molto meno dolce! Che per un pelo non diventa uno scontro… Appena fuori del paese c’è un tratto di strada a senso unico alternato, con semaforo. Come sempre ormai per istinto, il semaforo non lo guardo nemmeno: un’occhiata dall’altra parte del cantiere, non c’è nessuno, tiro dritto. Tre secondi dopo, una moto, che sopraggiunge in senso contrario, mi schiva per un pelo… Mi rendo conto all’istante di aver corso un grosso rischio, ma ormai sono anestetizzata rispetto ai pericoli della strada; tiro dritto come se niente fosse. Certo, io forse son passata col rosso… Ma il centauro ha imboccato la strettoia di certo non ai cinquanta all’ora, e per giunta tagliando la leggera curva tutto alla sua sinistra! Che diamine, quante volte ho superato questo tratto incrociando auto senza mai aver problemi! Bah, fa niente. Per me… Ma non per il motociclista, che nel frattempo ha invertito la marcia ed è tornato minacciosamente indietro. Aggredisce il povero Ivano, quando in realtà la prima a passare la strettoia sono stata io: pare anche alquanto alterato… Volano parole grosse, poi la minaccia: “La prossima volta ti smonto!”. Ivano, come sempre imperturbabile, si ferma, appoggia la bici alla roccia, si erge in tutta la sua imponenza e replica: “No no… Smontami subito!”. Al che l’incauto centauro, fatta una rapida valutazione del tonnellaggio del mio compagno di viaggio, nonché del suo occhio perennemente spiritato, ha saggiamente optato per la sepoltura dell’ascia di guerra, proponendo un più diplomatico “Ah! Vuoi anche aver ragione?”. Capperi! Ivano è validissimo come arma impropria di difesa… Se fossi stata da sola, probabilmente un ceffone non me l’avrebbe levato nessuno! Il battibecco si chiude con l’augurio, da parte del centauro, di incontrare la prossima volta un camion; augurio da me prontamente ricambiato. Noi poi il camion non l’abbiamo incontrato; lui, chissà!

Altra violazione di semaforo rosso ad Aisone, ma stavolta non c’è gusto, il verde scatta poco dopo il nostro passaggio. In compenso, poco dopo, un pullman ci sorpassa malamente, troppo forte, in mezzo alle curve, stringendoci contro alla parete e per giunta con gran colpi di clacson: a Vinadio, poco oltre, buttiamo l’occhio per vedere se per caso il simpatico autista si sia fermato sul grande piazzale davanti al parco… Buon per lui che non l’ha fatto, perché come minimo i nostri complimenti non glieli avrebbe risparmiati nessuno.
Le gallerie, i lunghi rettilinei in salita, i segni evidenti delle frane; sono stata qui due settimane fa, è un copione che conosco a memoria ormai. Ed ho imparato ad accettare serenamente la sensazione di non riuscire ad andare avanti, su tratti che sembrano falsipiani ma sono appunto tragicamente falsi! La Stura scorre impetuosa tra quel che resta delle sponde scompaginate dalle frane; Sambuco, ancora un po’ di salita affannosa, Pietraporzio. Ivano resta al mio passo, non un metro più avanti. E poi qui l’argomento è spinoso, si parla di doping. Certo che è drammatico dover accogliere le ragioni altrui quando non le approvi… Solo perché non hai il fiato per contestare! Proprio sul curvone prima delle Barricate mi devo infervorare? La discussione dura per un po’, mentre gli occhi si riempiono dei bellissimi paretoni nella luce del mattino; chissà quando sistemeranno la stradina che passa all’esterno della galleria? Lo spettacolo varrebbe bene il rischio di beccarsi un rocco sulla capoccia! E nella concitazione del combattimento verbale, se ne va in un attimo anche il rettilineo del Villaggio Primavera. “Sono dei disonesti – tuona Ivano – gente che ha raggiunto soldi e successo barando”. No, non è vero, o forse può anche darsi ma non m’interessa, non condanno e non condannerò mai un ciclista, foss’anche pieno fino alle orecchie! Anzi, a dire il vero in questo momento un aiutino servirebbe anche a me… Meno male che la valle qui si apre in tutta la sua bellezza, annullando la fatica. A parte l’orrendo obbrobrio di cemento, scheletro pericolante all’inizio del pianoro, che ancora resiste alle offese delle nevi invernali: ma cosa s’aspetta a raderlo al suolo?

Le marmotte, ancora magre ed un po’ stordite; le fontane di Argentera, di cui una è la prescelta per fare il pieno; poi via, finalmente i tornanti, che ci prendono e ci lanciano su verso il colle, in compagnia di quel che resta di poche baite, del vallone sulla nostra sinistra, ancora carico di neve, di qualche camion, ma pochi. La fontana di Napoleone, che per l’occasione in questo periodo ha ben due getti, ancora il lago: checché ne dicesse Ivano poco fa, la neve sopra c’è ancora! E’ il mio turno di raccontare, ora… Ma io non possiedo l’arte oratoria del mio compare, anzi, tendo alla stretta sintesi, perlomeno a voce: non so creare suspence… Devo andare subito al sodo, dire cos’è successo quando e perché. Ho sempre l’incubo di annoiare: per iscritto no, è diverso, chi mi legge se s’annoia può sempre smettere di leggere…

In cima non mi fermo; tiro su cerniera e manicotti e tiro dritto, sotto l’occhio perplesso di un ciclista con cui invece Ivano attacca bottone. Mi racconterà poi d’essere stato riconosciuto… E ti credo: se lo conosci lo eviti! Discesa serena, qui è facile; anzi, alle volte tocca persino pedalare. Ho ancor sempre lo scrupolo di rallentare al punto in cui, anni fa, a Larche c’era il controllo della Gendarmerie… Ormai il confine non è più un problema. Presto Ivano mi raggiunge e se ne va; lo ritrovo poco prima di La Condamine, sul ponte, accanto al Forte. Il vento ora soffia contrario e fastidioso: già prima, in discesa, ho notato con disappunto che il cielo si stava velando. Ma no, non succederà nulla; MeteoFrance dixit! Alla peggio, un po’ d’ombra. Dovrei stare a ruota, ripararmi un po’, ma la testa viaggia per conto suo tra mille pensieri, di cui milleuno riguardano ovviamente la bici. A Jausiers il cartello al bivio con la strada per la Bonette è ancora irrimediabilmente rosso. Tirem’innanz verso Barcellonette: ancora un po’ di chilometri di traffico e falsopiano, del resto mi ci dovrò abituare, oggi. La cornice di montagne è ormai nota ma sempre bellissima. Incappiamo in un curiosissimo cicloturista a tre ruote: due per la normale bici, più una terza agganciata in qualche modo al mozzo della ruota posteriore ed usata come portapacchi. Sorpasso e fotografo; tocca ad Ivano, il francofono dei due, attaccare bottone. Il ciclista è di Evian, è in viaggio verso la costa; oggi farà solo pochi km e si fermerà in campeggio a Barcellonette. Noi invece procediamo in paese, raggiungendo esattamente il km. 100: breve sosta tecnica, benedette cittadine francesi prodighe di bagni pubblici, e poi via, verso l’ignoto, ciclisticamente parlando.

Litighiamo ancora con il vento fino al lago, benché la strada sia tranquilla ed in leggera discesa. Poi, finalmente, il panorama, la salita, dritta ed infinita. Possiamo dir grazie alle nuvole, perché fin qui avremmo già raggiunto la cottura, garantito! Invece fa caldo, ma non insopportabile. Insopportabili sono solo i miei piedi, che al minimo accenno di calura gonfiano e fanno un male boia, nonostante le scarpe nuove. Lo dicevo, io, che non era colpa delle scarpe… Ogni tanto sgancio un piede e lo scuoto, poi sgancio l’altro e idem; stringo i denti e si va avanti. Ivano mi ricorda che tra un po’ potremo godere delle gioie della Coca Cola… Il lago ormai è alle spalle, non lo vediamo più; raggiungiamo il paese, brutto direi, proprio brutto. Pausa e… Mi giro, non credo ai miei occhi: Ivano ha in mano una lattina di Coca Cola! Me l’appoggia sulla spalla, è anche fredda… Meraviglioso!

Sono senza parole, una sorpresa del genere non me la sarei mai aspettata; tracanno la Coca con la foga di chi non beve da settimane e riparto con una marcia in più. Scegliamo di raggiungere Seyne per la stradina secondaria che passa in mezzo al paese di Saint Jean: ancora un po’ di salita e di discesa, in mezzo ai pascoli e ad animali di ogni genere, mucche, cavalli, pecore, asini, capre. Su e giù in mezzo al nulla, non si vede anima umana viva qui! E non è affatto un male, anzi.

Discesa su Seyne, ancora una fontana: oggi la calura ci costringerà a parecchie pause. Ne approfitto per mangiare una merendina con la marmellata e bagnarmi la testa. E’ la volta del Col de Maure, per il quale il termine “colle” è un tantino esagerato… La risalita infatti è molto breve. Da qui a Digne, secondo Ivano, c’è solo più da scendere; la via è agevole e veloce per qualche chilometro. Passiamo il paese di Grand Puy, il “grande spilorcio” secondo la fantasiosa traduzione franco-piemontese-italiano del mio inossidabile compagno di viaggio. Abbandoniamo la strada principale al bivio per Verdaches; qui la sede stradale si riduce in modo drastico. La nostra via attraversa pochi minuscoli abitati, giardini e profumi di carne alla brace, per poi infilarsi in mezzo ad una bellissima gola, pareti a picco ed a tetto sopra l’asfalto, acqua che scorre e produce un rumore che rimbalza contro i muri di roccia perfettamente verticali.

Mi fermo per qualche foto e l’occhio mi cade su un oggetto curiosissimo: una specie di pigna gigante, alta più di una persona, costruita a secco con pietre piatte impilate, piazzata lì accanto ad un albero ad indicare chissà che cosa. In mancanza di un nome, lo ribattezziamo per il momento “cazzabubbolo”: sarà poi nostra cura, domani, indagarne l’origine.

Il viaggio nelle Gorges è lungo ed affollato di ciclisti di ogni ordine e grado; ce lo godiamo anche perché, in discesa, le bici scorrono da sole, senza fatica. E’ solo all’uscita delle Gorges, nella piatta verdissima pianura, che ci piomba addosso la caldazza del primo pomeriggio. Siamo a Digne: s’impone una pausa con spesa, gran mangiata e gran bevuta. Infatti saccheggiamo un minimarket e ci accampiamo all’ombra su una panchina del parcheggio dei bus, sollazzandoci con Coca Cola, succo di frutta, yogurt ed una provvidenziale focaccia che Ivano estrae dalla sua borsa posteriore di Mary Poppins. E’ inutile, ha ragione lui: è vero che io marcio a barrette e dolciumi vari, ma un bel lenzuolo di focaccia mi sarebbe d’immenso aiuto psicologico. Vedo, memorizzo e copierò: se Ivano non ha mai fallito una rando, nemmeno la più folle delle rando concepibili, una ragione ci sarà.
La pausa si prolunga un po’ troppo per i miei gusti: fremo… Ma mi sforzo di star calma, in fondo di tempo ce n’è, nessuno ci corre dietro, non abbiamo un cronometro che ci assilla. Gian, prendila come un viaggio. Goditela come un viaggio. Guardati intorno, cerca di apprezzare il movimento ma anche il riposo. Ti servirà! Ciò che mi consola è che, dopo quasi duecento km, sto bene e mi sento fresca, si fa per dire, vista la temperatura. Sono le tre e mezza del pomeriggio.

Riprendiamo la marcia dopo un’altra sosta tecnica per me: ahi ahi, oggi marca male… Il pancino non pare essere troppo d’accordo allo strapazzo. Ce ne andiamo sotto gli sguardi curiosi di un gruppo di pensionati rifugiati al fresco delle fronde degli alberi, direzione Col de Corobin: poco più di una decina di km di salita. Passando accanto alle terme, un cartello invita a “calma e gesso”, come si conviene ad una spiccia ed essenziale traduzione. Tutt’intorno, verde dei prati, verde degli alberi e montagne dai fianchi verticali, dalla forma squadrata. La salita non è dura, ma è costante: quando sembra d’esser giunti in vista di uno scollinamento, ci accorgiamo che non si tratta della meta, bensì di un colletto intermedio, il Col de Pierrebasse. Terribili ‘sti Francesi: metterebbero un cartello “Col de Cippirimerlo” a qualsiasi minimo dosso… Lo spettacolo è splendido, anche se d’un tratto ci accorgiamo che la strada serpeggia e sale ben più di quanto ci aspettavamo, dovendo per giunta recuperare un po’ di discesa. Il sole picchia con vera crudeltà ora: i miei piedi urlano come non mai… E la testa è pesante, ottusa più del solito. Un caldo rabbioso, che pure mi piace tanto, anche se amplifica la fatica, rende più pesante lo zaino, più duri i pedali. Tornante dietro tornante, da prendere rigorosamente alla larga, fino all’arrivo del colle, quasi insperato. Quota 1230. Discesa veloce su Barreme, godendomi i brividi dell’aria sulla pelle sudata; in paese c’è una fontana… Non possiamo esimerci da una pausa. Ho la testa che scoppia ed i brividi, non è un buon segno; meglio correre ai ripari. Splendida fontana con due getti: ci butto sotto la testa, mi bagno le braccia, i polsi, mi sciacquo la faccia; via le scarpe, dentro anche i piedi. Ivano, senza tanti complimenti, salta nella vasca così com’è. La botta di caldo ha lasciato il segno su entrambi!

Un anziano che passa di lì ci squadra divertito e ci chiede se siamo italiani: ehm… Si vede così tanto? Ci avvisa che il primo che ha osato bere a questa fontana è morto… Eh bin pazienza, ormai è fatta! Attaccano bottone, lui ed Ivano; scopriamo così che il simpatico passante ha sposato una donna di Borgo San Dalmazzo e che conosce bene la zona di Cuneo. Ne salta fuori anche un’informazione utile: il Col de la Cayolle è aperto! Buono a sapersi, per il prossimo giro.

Ancora una volta riprendiamo la marcia, sottraendoci a fatica dal diluvio di parole dell’inatteso interlocutore. Chissà che ora è? Ormai ho perso il senso del tempo. Sarà tardo pomeriggio. Tra un paio di chilometri, dovremmo incontrare il bivio che ci immetterà sulla stradina del Col du Defend: lasciamo la strada principale, per percorrere un lungo ferro di cavallo che ci porterà su al colle e dinuovo giù sulla strada maestra. Stradina meravigliosa che inizia attraversando un ampio pianoro verdissimo; tante cascine, qualche minuscolo borgo, quel che resta di un castello sul costone della montagna, sulla destra. Ivano resta un po’ indietro, poi mi raggiunge; siamo entrambi stregati dalla bellezza di questo luogo, incantevole e deserto, nella luce gialla della sera che incalza. Passa un’auto di contadini, nulla più, e la stradina si stringe e si stringe ancora. Incontriamo una borgata, la strada che passa quasi nel cortile delle cascine; fendiamo un piccolo gregge di pecore: tanti cuccioli, il giovanissimo pastorello, il cagnetto bianco ed arruffato del pelo di pochi mesi, gli agnellini belanti e spaventati. Sette, otto chilometri al colle; ancora una pausa, poco più avanti, per coprire di coccole due cagnoni al seguito di un altro gregge, sotto l’occhio perplesso di un pastore dalla pancia prominente. Cani magri, troppo magri, eppure festosi, che quasi non mi lasciano più andar via; poi più nulla, solo verde e montagne dai fianchi sabbiosi. In un tornante, la sorpresa: un’altra “pigna” di pietre impilate, identica a quella che abbiamo visto nelle Gorges prima di arrivare a Digne; un altro “cazzabubbolo”. La curiosità cresce!

Il colle questa volta ci costa meno fatica; la temperatura è scesa parecchio. La lunga discesa ormai tutta in ombra mette i brividi: aveva ragione Ivano, avrei dovuto infilare la giacca…

A St Andrè des Alpes optiamo per la pausa ristoratrice prima della notte. Ormai sono le otto, più o meno; tra non molto sarà buio. Conviene fermarsi qui, che è l’ultimo baluardo di civiltà raggiungibile ad un’ora tale da trovare ancora qualche bar o pizzeria aperto. In effetti una pizzeria c’è, ma fa solo le pizze intere; a me piacerebbe… Ma Ivano non sembra dell’idea. Mi rassegno all’idea del bar: facciamo fuori qualche Coca Cola ed una crepe al formaggio. In realtà, ho abbondanza di scorte alimentari, ma ho piacere di qualcosa di caldo e salato per spezzare la monotonia delle barrette e della fatica. Ennesima sosta tecnica… La vedo davvero male per la notte! Chissà cos’ho mangiato di tanto sconvolgente?
Una parte di me si ribella alla pausa, vorrebbe alzarsi, andar via, sfruttare ancora quella poca luce che resta. Però, d’altro canto, mi rendo conto che questa sosta è necessaria, perché la notte sarà lunga e, per me, difficile. Distraggo i pensieri negativi chiacchierando con Ivano, che non si sottrae mai e non manca mai di riuscire a farmi sorridere, anche nella tensione. Poi ci congediamo e ci attrezziamo per la notte: luci, rifrangenti e via, si riparte. Prima lungo uno stradone ampio ed angosciante, poi su per una bella salita finalmente deserta. Solo che sta calando il buio e, di pari passo, sta crescendo la mia inquietudine. Buio pesto: a Demandolx non c’è più anima viva, solo due gatti che si rincorrono sorvegliandosi a vicenda e sorvegliando noi. Saliamo e scendiamo lungo strade sperdute in mezzo ai monti ed a case e paesi addormentati; in cielo un diluvio di stelle, ma non posso vederle perché la luce della frontale dà fastidio. Eppure non posso spegnerla, perché ho difficoltà enormi nella vista notturna e già così è difficile. Ivano fa del suo meglio per distrarmi, perché è molto attento ed arguto; non gli è certo sfuggita la mia inquietudine. Per me è terrore puro, contenuto a fatica: mi sembra d’esser chiusa in una stanza buia, non riesco a vedere nulla al di fuori dell’incerto cerchio delle luci della bici; in certi momenti il senso di oppressione è tale che vorrei fermarmi, girare la bici, tornare al più vicino lampione e rannicchiarmi lì, passarci la notte fin quando i primi raggi dell’alba non verranno a salvarmi. Non riesco più a replicare alle battute, anzi non riesco più a sentirle; sto combattendo i miei fantasmi, lasciatemi stare, lasciatemi sola!

Poi pian piano mi abituo, o forse mi rassegno, e con il calare della tensione ecco che arriva il nemico peggiore, il sonno. Gli occhi che si chiudono, e se anche non si chiudono c’è la mente che si spegne; pensare ad altro, cantare a bassa voce, ripetere i versi di una poesia, battere i denti, stringere i pugni: tutte cose che servono per pochi istanti, ma poi il sonno torna prepotente e non c’è nulla da fare. Lo sapevo già, ho dormito troppo poco nei giorni scorsi, come sempre. Provo la pastiglia di caffeina da 200 mg, nulla; provo più avanti quella da 300, nulla. Ivano mi aiuta, si mette a cantare: proprio come gli ho chiesto, pesca dal repertorio in piemontese dei fantastici Trelilu… Ed ha una voce così bella che nulla ha da invidiare agli originali. Inutile, come attore di cabaret avrebbe avuto successo!

Purtroppo le risate valgono solo a ritardare, ma non a cacciar via la crisi. La prima volta sono costretta a fermarmi accanto al muretto di cinta di una casa: appoggio la bici, mi butto a sedere, chiudo gli occhi, la testa contro il muro. Un sonno profondissimo eppure quasi vigile, in cui sogno ma sono cosciente che tra poco Ivano, fermo poco prima, passerà a mi chiamerà. Invece mi risveglio dopo un tempo indefinito e di Ivano non c’è traccia. Torno indietro, apparentemente ben sveglia; lo incrocio che pedala trafelato, reduce da una foratura. Beh, egoisticamente per me, direi che è stata provvidenziale!

Si riparte, ma tra salite e discese in questo nulla mi fermo ancora più e più volte: solo per appoggiare pochi secondi la testa al manubrio, oppure proprio per stendermi od appoggiarmi. Una volta è il muretto a secco basso, a bordo strada, su cui mi allungo stando sulla schiena mentre Ivano si sdraia nell’erba alta del prato; un’altra volta è l’erba anche per me. Nulla, né il freddo, né l’umidità della notte, vale a vincere il bisogno disperato di dormire. E’ un sonno sempre profondissimo, istantaneo, quasi accelerato, come se il corpo già sapesse di dover sfruttare all’osso quei pochi minuti di tregua. All’improvviso sento un animale passarmi accanto al fianco, forse una lucertola, forse un topo, ma la stanchezza mi impedisce di restarne inorridita e di muovermi. A fatica, tra il sonno ed il mal di pancia e la difficoltà di vista, procedo a singhiozzo, sempre in compagnia del buon Ivano che, povero lui, credo si sia già pentito di aver accettato di unirsi al viaggio. Lui non patisce nulla, un po’ per l’esperienza accumulata negli anni in questo genere di mattane, un po’ forse anche per il lavoro sui turni che già di norma lo abitua alla vita notturna. Io sono a pezzi: accolgo come una liberazione il primo accenno di chiarore che stacca la cornice delle montagne dal cielo, ma ancora non riesco a sfuggire al sonno, tanto da dovermi ancora appoggiare una volta al basso parapetto, seduta a terra, appoggiandoci la testa. Ed è già chiaro; mi risveglio con l’animo gonfio di delusione, angoscia ed anche dispiacere per il calvario a cui sto costringendo il mio povero compare di sventure. Che però capisce, non si arrabbia, non parla, ma sa benissimo quanto sia importante per me il suo abbraccio rassicurante.

Nei pressi di S. Martin du Var, quando ormai è mattina fatta ed abbiamo alle spalle paesi e colletti – St Auban, Briançonnet, Collongues, Pont du Miolans, St Antonin, Ascros, Toudon, Collet de Sausses – ci infiliamo nella prima boulangerie che incontriamo, accanto a cui c’è anche un distributore di bibite e di caffetteria. Non credo ci voglia molto a leggermi in faccia lo stravolgimento: stanca, assonnata, preda del mal di pancia, eppure affamata. Sbrano un pezzo di pizza col formaggio, bevo un disgustoso caffé espresso; mi sforzo di star dietro ai discorsi di Ivano ma ho la testa che scoppia. Che disastro… Per fortuna ripartiamo: la salita lunga e dolce verso Castagniers mi rimette immediatamente in sesto. La luce finalmente viva e calda del mattino, l’aria ancora frizzante; finalmente riacquisto coscienza di dove sono, vedo quel che c’è intorno a me. Torna l’allegria, la voglia di andare. E di chiacchierare. Siamo in mezzo alla civiltà: un po’ mi spiace, ma non mi lamento, dopo la lunga interminabile solitudine della notte. E si vede il mare. Ville dietro ville, lussuose piscine e tinozze improvvisate per non essere da meno; Castagniers, leggera discesa, poi Aspremont, Tourrette Levens. Ci sono stata da poco, qui, appena lo scorso aprile. Col de Chateauneuf: in cima ci concediamo ancora una pausa; Ivano si sbrodola nel prato, io lavoro di ganasce sulla merendona con l’uvetta che abbiamo comprato stamattina in panetteria. Ennesima sosta tecnica, non ne posso più… Anche perché quassù c’è una certa qual folla; ad un certo punto, da un furgoncino scendono tre persone indaffarate ad allestire un punto di ristoro. Per cosa?, s’informa Ivano: per il passaggio di una corsa a piedi, da 35 km. Bello!

Riprendo la discesa verso Chateauneuf-Villevieille e ancora avanti, a Contes, dove trovo un’invitante fontana. Il sole ha ripreso a scaldare, cattivo; i piedi a far male. Arriva anche Ivano; pieno alle borracce e si riparte. Accolgo con entusiasmo la proposta di una bella salita, a Peille: una salita tutta a tornanti… Musica per le mie orecchie! Infatti, dopo un tratto di avvicinamento noioso ma breve, la strada s’impenna e, rampa dopo rampa, sale su in mezzo a ville ed ulivi, cattiva, bollente di sole. Eppure scopro con soddisfazione che le gambe stanno bene, girano allegre, senza difficoltà, senza indolenzimenti, nulla di tutto ciò. Posso persino permettermi qualche breve allungo. E’ come se le difficoltà della notte fossero svanite tutte insieme. Abbiamo quattrocento e rotti km nelle gambe e, a stima, circa seimila metri di dislivello! Come si fa a non essere gaudiosi?
Ivano fatica per il caldo asfissiante, ma non molla. A Peille arriviamo assieme. Accanto ad uno degli ultimi tornanti, una bella fontana: ma no, non ho bisogno d’acqua, non mi fermo… Poi lancio uno sguardo più attento ed approfondito al bell’esemplare di masculo ciclista, carnagione scura e capelli biondi lunghi e raccolti, vestito di maglietta e pinocchietto bianchi, intento a riempire le borracce accanto ad un’improbabile mountain bike: male, ho fatto male a non fermarmi!

Oltre il paese, ancora un breve accenno di salita fino alla galleria, poi la lunghissima discesa vista mare. A La Turbie, ennesima pausa alla fontana, in mezzo alla via centrale straripante di turisti e macchinoni, uomini con le infradito ed il cellulare come prolungamento del lobo dell’orecchio, donne ipertruccate in tacchi alti e pancia di fuori, mocciosi che strepitano, la fiera dell’inutile! Entro in un negozietto, compro una Coca e tre birre come souvenir per Ivano che lamenta la mancanza di quella certa marca in Italia; poi via, per favore, via da qui. La fame ormai morde, ma manca poco alla nostra meta. Ancora lunga la discesa su Mentone, lunga e trafficata; ci fermiamo per un attimo a buttar l’occhio su Montecarlo, la folla di barche vicino alla spiaggia, il caos per il Gran Premio; no, mi spiace, non apprezzo nulla di tutto ciò, né Montecarlo, né Mentone, la sua folla, il caos, le auto, i bagnanti, il rumore che mi batte in testa. Via di qui. Basta seguire la costa: dietro, Ivano non c’è più, sarà rimasto impantanato nel traffico. Semafori e semafori: ricordo con divertimento e brivido la volta in cui, un anno e più fa, in compagnia di un folle gruppo di ciclisti liguri,, s’è attraversata tutta la costa da Arma di Taggia a Montecarlo senza nemmeno considerare l’esistenza di incroci e semafori… Oggi no, me la prendo comoda. So che dopo la dogana mi attende ancora qualche galleria ed un tratto di risalita; proprio lì, dove la strada torna a pendere, mi supera Ivano di gran carriera e sparisce avanti, chissà cosa gli è preso. Mi spiegherà poi che s’era appena ripreso da una cotta memorabile subita attraversando Mentone…

A Ventimiglia riesco ancora a sbagliare strada una volta, l’unica in cui mi trovo a passare davanti ad Ivano. Allungo di un km la strada per la stazione ferroviaria: ci arriviamo a cifra tonda, chilometri quattrocentocinquanta. Un gelato, ce lo meritiamo, anzi Ivano se ne merita due! Stanchi e felici, soddisfatti, davvero. Ancora la fatica del trasporto delle bici nel sottopassaggio, poi ci accomodiamo sui sedili di un treno che pare una cella frigorifera. Su le giacche e via, ci abbandoniamo cullati dal rumore ritmico delle ruote che ci riporteranno verso Cuneo, contenti e malinconici perché è già finita… Ma con la certezza che ci sarà presto una prossima volta.

(Visited 9 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!