24-25 maggio 2008: tra Liguria, Emilia e Toscana. Primo giorno.

Alle cinque del mattino, il cielo è ancora scuro; non si riesce a capire se sia solo colpa dell’ora, o della cappa di nuvole. Per ora, ci culliamo nell’illusione che la prima ipotesi sia quella buona; carichiamo bici e borse nella Y di Mik e via, si parte, destinazione Massa. Purtroppo, scorrono i minuti, i quarti d’ora, i chilometri, ma la luce è sempre la stessa; il cielo si è schiarito quel poco che basta a farci intravedere una coltre di nubi spessa, livida e minacciosa. Cominciamo bene! Il mio allegro ottimismo di ieri comincia a vacillare… E non ho nessuno contro cui recriminare; sono stata proprio io a decidere di partire comunque, nonostante le infauste previsioni del tempo. Ormai siamo in ballo, tantovale ballare; certo che, più ci avviciniamo a Genova, peggio è. Un po’ di pioggia, qua e là; beh, se non altro, non sembra che abbia voglia di piovere tutto il giorno, semmai di dare qualche secchiata qua e là, che già sarebbe un buon compromesso.
Il viaggio è lungo, pigro, sonnacchioso; le innumerevoli gallerie lungo la costa mi fanno venir voglia di cuscino e calda coperta pesante… Ma insomma Gian, datti una mossa, stai andando a divertirti ed hai una cera da funerale! Sì sì, è di questo che devo convincermi; sto andando a divertirmi. E allora, chissà perché ho quest’ansia addosso!
Per fortuna insperata, verso La Spezia, il grigio piombo del cielo lascia qualche spazio di chiaro, qualche pallidissimo raggio di sole, qualche chiazza di azzurro. Siamo ormai vicini alle montagne: alte, aspre, i pendii segnati dagli squarci delle cave. Massa: ed io che ho sempre pensato che esistesse una sola città di nome Massa Carrara… La verità mi si è rivelata solo lo scorso autunno, quando sono andata a correre la Maratona di Livorno! Massa è la nostra meta. Parcheggiamo nei pressi dell’hotel dove pernotteremo questa sera. Sono quasi euforica: c’è persino il sole! Scarichiamo le bici, è tutto pronto per il via. Attendo istruzioni dal mio navigatore umano, il quale attende istruzioni dal suo navigatore elettronico: già, peccato che quest’ultimo decida oggi di fare sciopero; meno male che c’è la cara vecchia cartina stradale! Prima salita, Passo del Vestito. Non faccio in tempo a lamentarmi che la strada non sale, che in lontananza appare una rampa impressionante: non è quella, non può essere quella, si lagna Mik che poi in un attimo puntualmente sparisce come una saetta; invece sì, è quella, un paio di km di strappi niente male, è iniziata l’avventura. Mi guardo intorno meravigliata: alla mia velocità, ho tutto il tempo di osservare con calma il panorama.

E’ molto diverso da quel che mi aspettavo: queste montagne hanno un aspetto aspro, selvaggio; le quote sembrano, all’apparenza, ben più alte di quelle che in realtà sono. Mik mi aspetta al bivio prima del paese di Antona; un breve tratto di falsopiano, poi la strada riprende a salire, e lui sparisce avanti. Mi sento bene, anche troppo; cerco di convincermi ad andare cauta, a spingere meno di quel che potrei, perché oggi la strada è tanta, e domani pure. Verso il fondovalle si vede la città, anche se contorni e colori non sono limpidi; davanti a me, tanta strada, montagne verdissime, il colore delle foglie reso ancor più vivo dalla pioggia abbondante. Per ora, c’è persino il sole. Nella parte alta della salita, sempre molto dolce e mai impegnativa, ci sono diverse gallerie; il paesaggio si fa via via più roccioso, cattivo, fino a sparire nell’ultima lunga galleria finale. Meno male che abbiamo le luci!

Ritrovo Mik alla fine della galleria; si scende, direzione Castelnuovo Garfagnana. Ventitrè interminabili km di discesa dolce e falsopiano: mi vengono già gli incubi, al pensiero di dover rifare questa strada al contrario, stasera! Ma in fondo è meglio non pensarci; vediamo di risolvere un problema alla volta. Già, poi il problema che sta per arrivare adesso è proprio di quelli seri! Ho sentito spesso parlare di questa famigerata salita di San Pellegrino in Alpe, o meglio, del Passo Radici da San Pellegrino: ora andrò a vedere se, sul serio, l’ascesa merita la fama minacciosa che ha.
Da Castelnuovo Garfagnana, saliamo a Castiglione ed attacchiamo il mostro. Mik annuncia che questa per oggi sarà la sua crono: non faccio in tempo a proferire sillaba in risposta, che è già sparito… E vabbuò. Io parto pian pianino, con prudenza, aspetto di capire cosa mi riserveranno questi sedici km. In effetti, all’inizio e per buona parte della salita, non ci sono pendenze insidiose; ma dov’è che è così terribile questo San Pellegrino? Eh, lo sapevo io, è sempre così, le solite esagerazioni, le solite leggende metropolitane sulle salite terribili… E mentre così medito, alzo il naso e vedo un cartello: 18%. Cappero, ho parlato, anzi pensato, troppo presto. 34×29, subito, senza appello. Porca miseriaccia che rampa! Cerco subito la traiettoria meno ripida, allargo la curva, affondo le unghie nel manubrio, pesto disperatamente quei pedali che non ne vogliono sapere di scendere… Ecco, dopo immane sforzo, finalmente spiana; ma no, non è affatto finita, dopo la prima rampa ce n’è un’altra, e un’altra, e un’altra ancora. Ma per la miseria, di questo passo arriviamo alla quota del Monte Bianco!!! Vere e proprie rasoiate nelle gambe, faccio tanta fatica, anche più del necessario. Si attraversa il paese, poi si riprende a salire, ancora duro, ma più accessibile. Intanto, pian piano, riprendo coscienza di quel che accade intorno: il cielo è tornato grigio, coperto.
Tento di riprendere sembianze umane per non arrivare troppo disfatta alla cima, dove c’è Mik in paziente attesa. Già, mentre io mi scoppiavo le coronarie su per le rampe, lui ha avuto tutto il tempo di arrivar su ed intavolare una discussione con un ciclista locale, che, saggiamente, consiglia un drastico taglio al percorso previsto per oggi. Già: quel ciclista lì mi ha sorpassata in salita, poi, sentendo le intenzioni di Mik, avrà fatto 2 + 2 ed avrà concluso: quella lì, alla fine, ci arriva domani mattina, ammesso che ci arrivi.
Sono vile, lo ammetto, ma l’idea di accorciare un po’ i km mi è di grande sollievo. Non c’è niente da fare, purtroppo io sono molto lenta; per poter pensare ad un giro in montagna che superi di tanto i 200 km, devo partire al mattino appena fa chiaro, altrimenti non c’è speranza, pena il rientro a sera tardissima, con tutte le difficoltà del caso, il rischio di non poter fare cena, ecc. Incredibile, quanto il cibo diventi un pensiero ossessivo, in queste uscite così impegnative. Sembra quasi che il cervello si impegni, per difesa, in una ricerca spasmodica di pappatoria, ben prima che se ne senta effettivamente il bisogno fisico.
Da qui inizia un tratto breve di vera discesa, poi un’infinità di km di su e giù e su e giù, cosa che mi mette di pessimo umore. Il cambio fa il superlavoro, passa freneticamente tutte le possibili combinazioni, anche le più assurde dal 48×29 al 34×11, ce ne fosse una che mi va bene! Odio la strada che sale e che scende… Ho solo un ricordo confuso di nomi e di luoghi, Piandelagotti, Civago, Minozzo, Villa Minozzo, Ligonchio, ma non saprei nemmeno metterli nel giusto ordine in cui ci passiamo oggi. E’ da un tratto di questa strada da incubo, che si vede in lontananza una montagna strana, perfettamente piatta e con pareti verticali, una forma che stride con il resto del paesaggio, che sembra messa lì artificialmente, per uno strano scherzo della natura. Dopo interminabili km di salita che non sale, finalmente un po’ di salita che sale, verso il Passo Pradarena. Le gambe ringraziano per questo inatteso dono di pendenza regolare, finalmente. Però la fame comincia a farsi sentire davvero, senza più sconti. Ho ancora qualche merendina, ma ne sono davvero disgustata. Bisogna trovare qualcosa da metter sotto i denti, se no chi ci torna, a Massa?
La fine della salita compare quasi all’improvviso, inattesa; sarà che sono persa nelle mie preoccupazioni, il timore di non farcela, il peso della stanchezza. Anche qui, la testa gioca un ruolo importantissimo. Mi fanno molta meno paura le salite “mostro” delle mie Alpi, quelle che conosco metro per metro, che pure sono dure, ben più di queste qui; eppure oggi navigo su rotte sconosciute, non so cosa mi aspetta, ed è proprio questo che mi rende tesa, nervosa, sfiduciata.
Evidentemente Mik è in riserva come me, perché, nel primo baluardo di civiltà che incontriamo in discesa, lo vedo fermarsi e buttare l’occhio famelico su un piccolo negozio di alimentari. Ci tuffiamo dentro con l’entusiasmo di chi non tocca cibo da una settimana; ne usciamo con due panini al formaggio, due Coca ed una torta al cioccolato, confezionata, che, a stima, sembra avere una densità notevole: bene bene, è sinonimo di tante calorie!!!
Ci sediamo sul marciapiede, a mo’ di profughi, sbraniamo i panini suscitando una certa curiosità agli occhi degli indigeni. Poi è la volta della torta: una splendida mattonella di cioccolato, mamma mia che sogno, dev’essere una golosità! Qui si rivela il genio dell’Ing: l’ho sempre detto io, che gli Ing sono dotati di mente superiore… Se vi si presentasse un blocco unico da mezzo kg di torta, e voi non aveste posate per tagliarlo, cosa potreste usare? Elementare Watson, i levagomme! E a cosa servono i levagomme, se non a tagliar le torte? Ecco che Mik si lancia nell’operazione chirurgica; i due terzi della torta si volatilizzano in pochi secondi. Ne resta circa un terzo, che stipo con tutta la confezione nella mia borsa da manubrio.

Ripartiamo, rifocillati e rincuorati, per l’ultima fatica della giornata. A dire la verità, la fatica per me è percorrere quei venti km circa fino a Castelnuovo Garfagnana, anche qui, continui saliscendi, strappi in salita, brevi discese, ancora strappi. Se non fosse che so di essere vicina alla fine della giornata, darei di testa qui; invece, ogni tanto, mi sforzo anche di prendere qualche risalita a suon di 48, pur con la massima attenzione a non far prendere troppi scossoni al mio prezioso dolcissimo carico.
Ecco Castelnuovo, si risale al Passo del Vestito. Il tratto iniziale della valle è impressionante, tanto è cupo: incassato in mezzo a due pareti di bosco, chiuso in alto da una coltre di nuvole che adesso è fitta e grigia. Cerco di sbrigarmi un po’, la doccia mi piacerebbe farla in albergo, non qui; speriamo di arrivarci. Mik, fresco e scattante come sempre, parte e va su; io sono sempre lì, combattuta tra la voglia di forzare un po’ ed arrivare in fretta in cima, e la prudenza che mi impone di andare cauta, risparmiare, perché poi c’è ancora domani. I primi dieci km sono interminabili, non salgono mai; poi, timidamente, la pendenza si fa appena un po’ più seria. Guardo i segnali che indicano i km, e le nuvole sopra la testa; dai Gian, dannazione, sbrigati, che tra un po’ si aprono le cateratte del cielo… Son quasi in cima quando sento arrivare alle spalle un ciclista: ma… E’ Mik! Siccome sono cotta e poco in vena di scherzare, già mi vien da pensare “E che fai, pigghi puù culu??? Infierisci pure???”. Ma, come al solito, sono troppo precipitosa… Poverello, ha solo sbagliato strada!
Eccola finalmente, la galleria. Tempo di mettersi la giacca; all’uscita piove. Per fortuna, è una pioggia leggera, che non fa in tempo a bagnare l’asfalto; una volta tanto, mollo i freni e me la do a gambe, paura o non paura. Mi era sembrata molto più breve la strada, in salita… Adesso, in discesa, non finisce più! Che sollievo, vedere Massa laggiù in fondo. Ripasso Antona, poi le rampe che stamattina ho salito con fatica ed ora scendo con terrore, infine Massa, Viale Stazione, l’auto, l’albergo. 220 km, circa 4.800 mt di salita, in tutto. Quanto ho sognato una doccia calda, una pizza, un cuscino. Ed è proprio così: doccia bollente, pizza Margherita e coma profondo. Come sempre, domani è un altro giorno!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!