24-25 maggio 2008: tra Liguria, Emilia e Toscana. Secondo giorno.

La sveglia alle sei non mi va proprio giù. Quasi quasi, il demonietto mi spinge a sperare che stia diluviando… Così ci giriamo dall’altra parte e riprendiamo il sonno interrotto. Macché. Tendo le orecchie, mi do una bacchettata virtuale sulle nocche per punirmi del pensiero ignobile, mi trascino alla finestra: il cielo è plumbeo, ma per ora pare che non venga giù nulla.
Ci prepariamo in fretta, poi diamo fondo al residuo della torta al cioccolato di ieri. Io ci aggiungo una brioche, ma è comunque una colazione da canarino rispetto alle mie abitudini: la pagherò cara…
Il programma di oggi prevede partenza da Pontremoli. Percorriamo un tratto in auto, sempre scrutando il meteo che promette ben poco di buono, peggio anche di ieri. Però non piove. L’itinerario di oggi prevede un “8” con il centro proprio a Pontremoli: mal che vada, se proprio rischiamo di annegare, possiamo farne solo una parte e poi tagliare la corda.

Prima salita, il Passo del Rastrello: bella, lunga, molto regolare. Qualche goccia viene giù; saliamo in mezzo alla nebbia, in un paesaggio spettrale; per fortuna, non fa troppo freddo, anche se gli indumenti sono fradici per l’umidità tremenda. Stavolta Mik ha avuto pietà; mi aspetta anche al paesello, non solo a fine salita. Però io già tentenno. Non capisco, la pendenza è tutto fuorché proibitiva, eppure fatico. Son sempre in piedi sui pedali, cosa che per me non è abituale; è come se le gambe mal sopportassero il fatto di lavorare sempre nella stessa posizione. Non sono tranquilla, ho paura che oggi combinerò poco. Ed ho una fame da lupi, contro cui le mie brioches con la marmellata possono davvero poco. Cerco di distrarmi guardandomi intorno, ma non è che mi senta molto confortata: tra un po’ mi sa che verrà giù il diluvio…

In fondo, la salita finisce in fretta; come al solito, trovo Mik con la barba sempre un po’ più lunga: sant’uomo, posso immaginare cosa stia pensando, anche se è un signore e non lo dice.

Discesa facile a San Pietro Vara, un po’ di saliscendi fino a Varese Ligure, poi via verso la seconda salita, il Passo Centocroci. Sulla via verso Varese, io resto indietro per colpa dei soliti saliscendi; ad un tratto, mi passano tre assatanati in vena di scatti e controscatti: io non posso far altro che mettermi mestamente da parte, ma già pregusto il momento in cui gli incauti arriveranno alle calcagna di Mik che è un po’ più avanti. Infatti, poco dopo, li vedo sparire tutti e quattro… E so che il mio collega non mollerà l’osso, anzi, li farà neri, quei tre ridicoli pivelloni. Per loro fortuna, non gireranno verso la salita.
Il Passo Centocroci dev’essere molto bello… Peccato che la nebbia e infine la temuta pioggia mi levino ogni voglia di guardarmi intorno. Non c’è niente da fare, mi tocca fermarmi, vestirmi da pioggia, riporre la macchina fotografica nella borsina di plastica per evitare che vada a bagno. Poi su, cercando d’essere più svelta possibile, con l’angoscia di Mik che sta sicuramente congelando in cima, per aspettarmi. Infatti, lo trovo proprio lì, sotto un micro-riparo di fortuna… In discesa non va meglio, la bici non frena, non so se faccio più fatica a controllare la traiettoria o il panico. Scendo letteralmente a passo d’uomo, anche qui, con la pena che Mik stia aspettando al freddo, ma che posso fare? Ho la sensazione che la bici vada dove vuole lei; in più, non vedo una fava, con gli occhiali bagnati; insomma, un disastro…
Al bivio per Borgo Val di Taro, in fondo alla discesa, vedo la bici di Mik appoggiata ad una provvidenziale piccola tettoia, credo una fermata del bus. Eccolo lì, mezzo ibernato. Si riparte in fretta e furia, direzione Passo del Bratello: pare incredibile, ma la pioggia smette a Borgo Val di Taro. Ci attende una salita all’asciutto: breve, facile, anche se le gambe stanno cedendo. E’ un misto di rabbia e dispiacere quello che sento adesso: possibile, con tutti i km che ho già macinato quest’anno, basta un giorno e mezzo di bici ed ecco come son ridotta, uno straccio. Anche sulle pendenze più ridicole, non riesco a spingere nulla di meglio del 34×26 e, se ci provo, mi rovino letteralmente le gambe. E poi è un circolo vizioso, più ci penso, più mi arrabbio, peggio mi sento.

In cima, trovo Mik spaparanzato sulla panca, con l’aria sorniona di chi ha appena fatto due passi dopo pranzo; dobbiamo decidere il da farsi. La proposta è scendere a Pontremoli e fare almeno il Passo Cirone: da lì, decideremo se chiudere un anello oppure tornare all’auto; o meglio, lo deciderà il meteo per noi.
Da Pontremoli, saliamo un paio di km del Passo della Cisa e poi giriamo verso il Cirone. Cavoli, questa volta marca davvero male. Ho una gran fame. Mi restano due plumcake, li faccio fuori uno dopo l’altro. E’ bella questa salita, bellissima, lunga, selvaggia, solo più qualche casolare dopo il primo paesello. Però non riesco a godermela, ormai la cotta sta arrivando. Si vede, più o meno, il punto in cui potrebbe esserci il colle; si vede che manca poco dislivello e pochi km; cerco di non pensarci, ma la fame non dà tregua. Le gambe sono sempre più molli, non vogliono saperne di spingere. Penso le cose più assurde: se ci fosse qualche casa, qualcuno a cui chiedere una bustina di zucchero; penso alla salita del Colle di Sampeyre dove ci sono i lamponi a primavera, già, ma questo non è il Sampeyre e comunque i lamponi sarebbero una goccia nell’oceano. Arrivo persino a considerare l’idea che i prati qui accanto sono pieni di cicoria e che, in fondo, c’è tanta gente che la cicoria la raccoglie e se la mangia… Ancora una curva, qui spiana un po’, un’altra curva, poi all’improvviso vedo tutto blu. Non so come, sgancio i pedali, butto giù i piedi, appoggio la testa al manubrio. Non so se sia più la rabbia per essermi ridotta in questo stato, o la vergogna che qualcuno mi possa vedere, anche se poi, in fondo, al resto del mondo, che je frega? Resto così per qualche minuto, mi sembra che il capogiro sia un po’ passato; torno a connettere, prendo il cellulare, solo per avvisare Mik che non mi è proprio più possibile salire.
Non faccio in tempo a scrivere, che lo vedo arrivare giù. Confesso che, in quel preciso istante, mi sono vergognata di esistere, quasi avessi commesso un crimine. Brucia, mamma mia se brucia quel momento, se ci penso. Sarebbe bastata ancora una merendina, o anche solo un cucchiaino di zucchero. Invece niente, il vuoto.

Giro la bici, scendo anch’io. Per i primi km, faccio fatica a tener dritta la bici; mi sembra che la testa viaggi un po’ per conto suo, sento le braccia molli molli; ci sono due brevi tratti di lievissima risalita che mi sembrano lo Stelvio. La rabbia sorda che mi sta salendo dentro non aiuta, vorrei prendermi a schiaffi…
Per fortuna, Pontremoli arriva in fretta. Per oggi è finita, male, ma è finita. Gian, caccia via i pensieri neri, falla finita, niente scenate. La prossima volta però mi devo fare furba, tornare alle mie care vecchie barrette che saranno pure poco appetitose e molto costose, ma, se non altro, funzionano a dovere.
Mik propone una gelateria… Niente di meglio di una bella coppetta cioccolato e nocciola, per fugare tutte le ombre di una pessima prestazione sportiva. 160 km, 3.500 mt di dislivello, anzi, per me qualcosa in meno, e sono disfatta. Mi rifarò la prossima volta, spero. E, nonostante tutto, anche questa volta posso dire d’aver trascorso due giorni splendidi, in posti che non conoscevo e che valgono la pena di qualche ora d’auto, sì, senza dubbio.

Alla sera, dopo il mio passaggio, la dispensa di casa mia pare reduce dal flagello di tutte le piaghe d’Egitto… Il vuoto, il nulla, spazzolo tutto quel che trovo e anche di più. Meno male che mia sorella non è ancora a casa; avrebbe rischiato di restare vittima di un atto di cannibalismo! Ecco, è sempre così, tanta fatica per bruciare un po’ di calorie, e poi ne reintegro il doppio…

Come al solito, grazie a Mik della compagnia e della pazienza!!! Un giorno o l’altro gli spunterà l’aureola…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!