24 dicembre 2010 – Di corsa verso il mare

Il tabellone luminoso, in autostrada, avverte: “Attenzione: a Fossano allagamenti”. Alè, ci risiamo, piove due giorni e succede il finimondo. Stamattina i tergicristallo lavorano, ma la velocità 2 è sufficiente.. Un briciolo di fiducia lo coltivo lo stesso: qui sembra venir giù un po’ meno che a Carmagnola. In più, fino a ieri, le previsioni meteo lasciavano un po’ di speranza: un miglioramento nel pomeriggio, nuvole ma senza goccia nel pomeriggio sul Piemonte meridionale e sulla Liguria. Quella minima parte razionale di me, rappresentata con orgoglio e disperata caparbietà dal neurone, non s’illude: è pioggia troppo regolare, continua, monotona, per lasciar presagire un cambiamento. Sul sedile passeggero ho tutto quel che serve per proteggermi, dalla giacca ai pantaloni impermeabili, ai guanti, persino il cappellino con visiera per tenere asciutti gli occhiali. Ho reclutato anche le scarpe in goretex, e pazienza se son quelle da sentiero, che non godranno certo di una lunga marcia sull’asfalto. Pazienza, meglio le scarpe un po’ disfatte, che i miei piedi a mollo per tutto il giorno.

Ad essere sincera, oggi avrei dovuto restare in ufficio ancora al mattino. Invece, poco oltre le 7, sono a Ceva, nella ormai solita piazza nei pressi della stazione. E’ ancora buio, ma già qualche losco figuro si aggira con il giornale sotto braccio, malamente riparato da un ombrello di solito troppo piccolo o sghembo. Due anziani chiacchierano all’angolo di un edificio, qualcuno accompagna a spasso un cagnone visibilmente poco entusiasta di essere stato strappato al caldo della cuccia. Le gocce formano lunghi rivoli sul parabrezza. Mi agghindo alla bell’e meglio nell’angusto spazio dell’abitacolo; un’ultima occhiata allo zaino: canotta, maglietta, giacca e berretto di ricambio, sigillati in una borsa di plastica; due barrette, mezza stecca di croccante alle mandorle ed un succo di frutta, soldini, telefono, macchina fotografica. E telo termico, che non si sa mai. Ahimè, è proprio ora di andare.

Abbandono la Opel nella piazza ancora buia e completamente deserta, tanto che mi sorge il dubbio: non è che qui oggi me la rimuovono? Bah… Facciano un po’ quel che vogliono. Io butto nello stomaco l’ultima cosa calda che assaggerò per un bel po’, un cappuccino in un vicino bar. Sconcertante: già di buon mattino, un nugolo di avventori assiepati intorno ad una macchinetta da gioco… E sentirli parlare di giocate da cento euro, come se nulla fosse! All’ultimo riparo del gazebo, stringo i cinghietti dello zaino. Le pozzanghere riflettono, deformi, le luci dei lampioni. Si parte.
Attraverso la piazza, poche centinaia di metri per arrivare all’imponente ponte in mattoni della ferrovia. Il Tanaro scorre grigio ed impetuoso, schiuma e s’arriccia contro le sponde in pietra del suo letto. Nel gabbiotto di un officina, già illuminato, un anziano indossa la tuta blu, lisa, da meccanico, e fuma un sigaro. “Paroldo, 8 km”, recita il cartello. La prima meta ideale, intermedia. Il viaggio sarà lungo, fino a Genova. La strada pende già tra le ultime case di Ceva; in movimento, solo il trattore con la pala per la neve. Neve, oggi? Mah. Le luci della città sfumano alle spalle, ma il cielo è già un po’ più chiaro; alla mia sinistra, ancora qualche edificio abbarbicato sulla montagna, alla mia destra campi coltivati e boscaglia. Poco oltre, la valle si stringe e la strada corre tra la parete di terra e sabbia ed un torrente dal corso tortuoso e dalla corrente furiosa. Ovunque, dalla parete, spuntano piccoli e piccolissimi rivoli che creano cascate e scavano solchi; l’acqua corre a bordo strada e sulla strada. Mi stupisce vedere, qua e là, cascatelle di ghiaccio; oggi fa freddo, ma il termometro è sopra zero. Tento qualche foto, ben sapendo che, presto, la macchina fotografica s’ammutinerà; desto così la curiosità di un paio di automobilisti, stupiti di vedere un essere umano fermo lungo una strada di una valletta sperduta e solitaria, grondante di pioggia. Acqua, acqua che scorre dappertutto, dal cielo, dalle radici degli alberi, nei canali, lungo i rami ed i tronchi. La salita è costante, molto dolce; poche curve appena accennate, poi la valle si apre. Prima traccia di presenza umana, la frazione di Bovine. Seguo con lo sguardo il camioncino che mi sorpassa, lo vedo tracciare uno zig zag, da cui intuisco che mi attendono due tornanti.
Le suole scivolano, di tanto in tanto. L’asfalto è ricoperto di una patina appena accennata di neve quasi sciolta. In effetti, se guardo in su, le colline tradiscono le tracce di una nevicata, chissà se della notte passata o ancora precedente. La terra è gonfia; dà l’idea di essere un vero pantano. L’erba a bordo strada è schiacciata e trascinata dall’impeto dell’acqua. Per fortuna, la pioggia continua ad essere dolce, costante. Il cielo è grigio, gonfio. L’unica flebile speranza è che, in Riviera, la situazione sia un po’ migliore, ma ci arriverò solo tra molte ore.

Lo strato di neve, man mano che avanzo, si fa più spesso. Neve fradicia prima, poi più consistente. Quelle poche auto che passano la sollevano e me la catapultano addosso; va bene che scarpe e pantaloni sono impermeabili, ma l’acqua trova comunque un varco per infilarsi dal collo del piede. E così, neanche un’ora dopo la partenza, mi ritrovo già con i piedi a mollo. E al freddo.
Non si può certo dire che la giornata oggi sia luminosa… Raggiungo le prime case di Paroldo. Qui a pulir la strada non ha pensato proprio nessuno; corro nelle rotaie lasciate da quei pochi che hanno il coraggio di avventurarsi oggi quassù. Un labrador, infeltrito dall’umidità, mi accoglie abbaiando da dietro una rete. La bella piazzetta del paese è deserta, ma intravedo luci e movimento dentro un ufficio. Quattro salti ed è ancora solitudine; un paio di chilometri e dovrei raggiungere la strada alta di Langa. Ne vedo già in lontananza la traccia. La collina è bianca, di neve e di nuvole; il manto bianco sembra ricamato dalle linee ordinate dei filari delle viti.

Guadagno faticosamente l’incrocio, saltellando nella neve. Incrocio lo sguardo terrorizzato di un paio di automobilisti, imbacuccati dentro le loro scatole, alle prese con un veicolo che va più o meno dove piace a lui… Per fortuna, la strada alta è in condizioni migliori. Viscida, questo sì, ma ripulita dalla neve. Si domina dall’alto un paesaggio quasi spettrale. Ogni tanto butto l’occhio alle pozze, sperando di vedere uno specchio d’acqua immobile che annunci la fine della pioggia, ma ahimè, nulla di tutto ciò. Ogni goccia solleva per un istante una minuscola fontanella e poi disegna piccoli cerchi che s’allargano. Per fortuna, piedi a parte, la mia armatura mi protegge bene. L’importante è non fermarsi, per nessun motivo.

Stupenda solitudine. Ho già perso la nozione del tempo; potrebbe essere qualsiasi ora di qualsiasi giorno. Non un rumore, né il verso di un animale, non un alito di vento. Non fa freddo. Il bivio per Sale Langhe e Sale San Giovanni; intravedo i tetti giù, tra la nebbia che si confonde con i fumi dei camini. Arbi, una signora anziana un ciabatte, senza calze, con un golf scuro e liso sulle spalle, spazza via la neve. L’umidità risale i muri delle case. Il generatore eolico, quasi mimetico, grigio contro il cielo grigio, immobile; la lieve risalita verso Montezemolo. I due minuscoli esercizi commerciali, la panetteria e la merceria, sono in fervida attività, con le vetrine appannate che invitano al caldo; secchi pieni di ciocchi di legna viaggiano a forza di braccia verso le case. Siamo a quota 750 m, più o meno; temo un po’ la prossima lunga discesa.
Al portone in legno dello splendido, e purtroppo trascurato, castello di Montezemolo, è appesa una decorazione natalizia luminosa, tristissima e quanto mai inopportuna. L’unica traccia di vita in un luogo che dà il senso dell’abbandono. Il distributore di benzina e la rotonda, che brulicano di motociclisti nelle stagioni meno estreme, oggi sono deserti. Imbocco il lungo ponte della strada che scende a Millesimo; questa volta, però, anziché infilarmi in galleria, scelgo la strada di Strada: non un gioco di parole, ma il nome di una frazione di Roccavignale. Bella e solitaria, la stradina s’infila in mezzo ad un fitto bosco, passa accanto a poche sparute case e risale la montagna, una curva via l’altra, fino a spuntare dall’altro versante, parecchio più in alto dell’uscita della galleria. Sgranocchio la mezza stecca di croccante, mentre mi affaccio su un panorama mozzafiato di colline imbiancate e qua e là nascoste da fiocchi di nuvole. Uno schiaffo freddo in faccia appena la strada gira oltre il costone della montagna; si scende verso le case della borgata e la chiesa costruita su una base di roccia. Sembrano luoghi fuori dal tempo; le auto parcheggiate lungo la strada e nei cortili fanno un contrasto stridente. A proposito di auto; a giudicare dalla spessa coltre bianca su tettucci e cofani, direi che anche qui ha nevicato mica male.

Riconquisto la strada che da Montezemolo scende giù a Millesimo, ancora tormentata dai lavori in corso e dal senso unico alternato. Uno sguardo alle stradine che si staccano sulla destra, scendono in fondo alla valle, passano sotto l’imponente viadotto dell’autostrada e si perdono chissà dove. Prima o poi, dovrò partire in esplorazione, magari in bici, e magari in una stagione un po’ meno repellente. A Millesimo, il traffico è già più caotico; meno male che c’è un po’ di marciapiede, scalcinato ma sufficiente. Nel centro del paese, tanto per cambiare, c’è il mercato: ma possibile che ci sia il mercato ogni volta che io passo di qui? E’ un mercato stabile? Per mia fortuna, benché siano ormai le undici, c’è ben poca gente in giro. Quei pochi sono stracarichi di borse: pacchi e pacchettini, ma soprattutto cibarie. In effetti, nell’aria si confondono profumi molto invitanti. Uno sguardo ai banchetti lo di anch’io, ma non c’è nulla di interessante; non l’hanno ancora inventato, il banchetto di Montura o La Sportiva… Non mi ferma nemmeno l’invitante vetrina della panetteria. Passo oltre, accanto alla passerella sul Bormida, accanto al castello, e poi al bivio a sinistra, verso Carcare. La strada qui torna a salire per un paio di km: so che soffrirò… Riabituare i garretti alla salita dopo una lunga, decisa discesa è arduo. Ci provo, pian piano, combatto contro il fiato che non c’è; il curvone, il distributore di benzina, i piloni del viadotto autostradale, grigio sul grigio della giornata. La tentazione di mettermi a camminare è forte, ma non devo cedere. La vetta, in località Montecala, è vicinissima. Prima o poi verrò da queste parti in bici, ad esplorare le stradine secondarie che si staccano dalla trafficatissima principale; oggi, però, meglio tirare dritto per la via nota, visto che il mezzo di trasporto a mia disposizione non è così rapido. Approfitto della discesa, dolce dolce, per una telefonata in ufficio, di già che, all’improvviso, m’è tornato in mente che io da qualche parte ho anche un’altra vita. E’ tutto ok, perfetto.

La pioggia continua, imperterrita. Anche qui, un torrentello scorre impetuoso lungo la strada. Frazione Lidora, in corrispondenza dell’autogrill dell’autostrada, che corre proprio sopra la mia testa; da qui a Carcare, è un continuo di case, capannoni, centri commerciali, fino alla rotonda. A destra, per me, in direzione di Altare. La fame comincia a farsi sentire; gli ululati del pancino vuoto si avvertono persino in Riviera: ancora un po’ di pazienza; quattro o cinque km e sarò ad Altare, dove ho già previsto, da un po’, una tappa ristoratrice. Risalgo il viale, oltrepasso il bivio del cimitero, lungo la ferrovia. In vista del casello autostradale, mi sento già arrivata. Mi supera un’auto, una vecchia Opel Kadett bianca: si ferma poco più avanti, con le quattro frecce, in mezzo alla corsia; poi ingrana, lentissima, la retro. Arretra un po’, abbassa il finestrino. Proseguo la mia corsa, gli passo accanto, senza nemmeno voltare lo sguardo: uno che fa un numero del genere non dev’essere tutto quadrato… Riparte anche lui, se ne va. Mah. Il mondo è bello perché è vario. Ma il mio unico pensiero, adesso, è mettere nel pancino qualcosa di caldo. Finalmente il bivio per Altare: il viale di platani, il cimitero militare con le sue innumerevoli croci tutte uguali; l’enorme area di cantiere, con il vecchio edificio in pietra e mattoni che, ai suoi tempi, doveva essere bellissimo. Ora è solo un triste cumulo di rovine, transenne, cartelli di divieto e mezzi da lavoro.

Raggiungo il bar proprio di fronte al bivio che dovrò imboccare. Un the bollente ed un pezzo di pizza rossa. Devo per forza sedermi al tavolino: ferma in piedi, al chiuso, dopo uno sforzo del genere, mi sento subito girare la testa e vedo tutto blu. Me la prendo comoda, dieci minuti di quiete, mentre un televisore sbraita i soliti servizi insulsi a tema natalizio: mi dà sui nervi all’istante. Non sarò mai abbastanza soddisfatta di aver bandito, ormai da anni, l’infernale apparecchio da casa mia. Alle mie spalle, s’infiamma una partita a carte. A malincuore, finisco il the e rendo la tazza alla gentilissima barista; tappa in bagno e poi… Via, si torna sotto la pioggia. I primi istanti sono terribili: gli abiti, comunque bagnati, appiccicati alla pelle mi fanno rabbrividire, battere i denti. Mamma mia…

Ci ho rimuginato su per un po’, prima di arrivare qui: scendo direttamente giù in Riviera o tento la sorte? Da tempo ho scovato, sbirciando la mappa, una strada che, dalla frazione Montenotte di Cairo, permette di raggiungere direttamente Albisola. E’ ovviamente più lunga della via diretta Cadibona – Savona, ma dev’essere bella e suggestiva. Il mio timore è solo di restare più a lungo lontano dal mare, in una giornata come oggi in cui la temperatura, pur non essendo glaciale, non è affatto confortevole. In più, è una via ignota… Il cartello “Montenotte”, però, mi leva ogni esitazione. Coraggio, proviamoci. Si riparte in salita, lungo una bella strada ben asfaltata e quasi senza traffico; pian piano, lo sforzo dell’ascesa mi riscalda un po’ i muscoli. Con il piccolo parco giochi, mi lascio alle spalle anche Altare. La strada scorre in un bell’alternarsi di boschi fitti e di prati gonfi d’acqua; qua e là si restringe, disegna curve tortuose, poi torna ad allargarsi, tra brevi salite secche e tratti in leggera discesa. La salita prevale, però. Il bosco rimanda il rumore ritmico delle gocce d’acqua che, accumulate sui rami, piombano giù nelle pozze già ampie. Un paio di belle ville: “Via San Bartolomeo del Bosco”, leggo sulle eleganti targhe in ceramica che riportano il numero civico. Perfetto, per ora sono sulla retta via. Raggiungo un bivio che non mi aspettavo: è l’incrocio con la strada che arriva da Ferrania e va verso Pontinvrea. Anche qui, ci siamo. Mi accompagnano i segni rossi e bianchi dell’Alta via, così numerosi che proprio non ci si può sbagliare. Suona strano che l’Alta Via dei Monti Liguri coincida, per un lungo tratto, con una strada asfaltata. Alla mia destra, in lontananza, si scorge il mare, appena intuibile in una giornata così cupa, in cui il colore dell’acqua quasi non stacca da quello delle nubi. In realtà, intuisco il mare per via delle due ciminiere di Vado Ligure, non certo per il mio occhio di lince. Un centinaio di metri davanti a me, lungo la strada, cammina un losco figuro. Cammino anch’io, qui; la salita è un po’ troppo lunga e ripida perché io mi intestardisca a correrla. La strada è ancora lunga. Secondo i miei calcoli, ad Altare avevo percorso all’incirca 45 km; qui saranno 50, più o meno. Meglio risparmiare le forze! M’impegno comunque in una marcia il più possibile rapida, sgranocchiando un boccone di barretta. Man mano che mi avvicino, il losco figuro si rivela in realtà una losca figura, una donna dall’età indefinibile, sepolta tra giubbone, berretto e sciarpa, ma dalla voce giovane. Però, tosta la ragazza! Anche lei qui, da sola, a spasso sotto la pioggia e senza ombrello…

La mia corsa, un po’ marcia un po’ corsa, prosegue in un ambiente e per un tempo che non riesco a definire. Tutt’intorno, bosco fitto e silenzio, solo il rumore monotono della pioggia; rami e tronchi lucidi e neri di pioggia, così uguali e fitti che, a fissarli, danno l’impressione di un’allucinazione, sembrano muoversi, intrecciarsi, sporgersi verso la strada. Non c’è un’anima, né umana né animale, qua intorno. E’ stupendo, ma confesso che un po’ di preoccupazione sale: dov’è questo benedetto paese? Una curva, un’altra curva; alcuni alberi enormi, dalla corteccia liscia, cresciuti con i rami protesi verso il mare, nel senso del soffio del vento, che oggi per fortuna, almeno lui, mi risparmia. Se solo avessi una macchina fotografica impermeabile! Sono meravigliosi, questi monumenti naturali. E’ tutto meraviglioso, qui intorno, nonostante la pioggia.

Sarà un pensiero banale il mio, ma non posso fare a meno, anche qui, di rivedere e riascoltare certe scene, certe telefonate, certi incontri di pugilato verbale – solo verbale, anche se talvolta un’armatura mi infonderebbe più tranquillità – con certi condòmini, per così dire, turbolenti. Un conoscente, solo qualche giorno fa, ha sentenziato: “Certa gente si sveglia al mattino e, ancora prima di aprire gli occhi, si domanda: oggi come posso rompere i c… e a chi?”. Ecco, nella mia talvolta infausta veste di amministratore condominiale, non posso che manifestare il mio assenso. Ci penso con distacco, da qui, e quasi con una sorta di compassione per certi individui che non fanno altro che masticare nervoso e vomitare veleno. Se di fronte a simili episodi riesco a restare più o meno insensibile, è solo perché nella mia cassaforte conservo giornate come oggi, quelle che per me davvero rendono la vita meravigliosa. Le scarpe, lo zaino, le gambe in spalla, non serve altro, è molto semplice la mia ricetta per la felicità. Tutto il resto, arrabbiature, diverbi, guai materiali, conteranno ben poco, finché avrò le gambe buone per rifugiarmi quassù.

Toh… Case. Vuoi vedere che ci sono? Oltre una curva, tra il fitto dei rami, s’intravedono sagome di case. Troppe, per non essere finalmente l’abitato di Montenotte. Case, luci natalizie, qualche camino che fuma, qua e là. Ora, se mi capita a vista un essere umano, chiederò lumi sulla strada per Albisola. Già, hai detto niente: un essere umano… Questo è un paese fantasma, non c’è anima viva per la strada. E nemmeno nei giardini, sui balconi, alle finestre. Nulla e nessuno si muove. Le imposte chiuse, le porte sprangate e protette dagli spruzzi della strada con lastre di plastica. Forse i Montenottesi sono particolarmente riservati… Raggiungo un incrocio con una strada ampia, che si stacca verso destra. I cartelli indicano, di lì, Savona e Santuario. Uhm. E adesso? Ricordo che, su Googlemaps, la via da seguire aveva nome “San Bartolomeo del Bosco” fin quasi alla riviera. Ma non è possibile che la strada mantenga lo stesso nome se qui c’è un incrocio e se la via che sto percorrendo continua come strada principale. Che il bivio giusto sia più avanti? Mannaggia a me ed alla mia idiosincrasia per le carte stradali. Tiro dritto; la strada tende a scendere, sembra, in modo più deciso. Se almeno ci fosse una targa con il nome della via. Macché, non se ne parla. Esco dal paese, proseguo per qualche centinaio di metri, ma il dubbio mi tormenta: no, di qui secondo me non va mica bene… Rischio di andare a finire a Pontinvrea e di dover poi davvero fare il giro del mondo per arrivare al mare. Meglio tornare indietro: pazienza, alla peggio andrò a finire a Savona. Risalgo di buon passo fino al bivio, in paese, e prendo la strada a sinistra. Anche qui, di targhe con il nome della via nemmeno l’ombra. Solo un bel cagnone fulvo, con evidenti tracce di antenati labrador, mi corre incontro con aria amichevole: peccato non poter domandare a lui… Salgo a passo svelto, lungo una strada anonima, deserta. Acqua ed ancora acqua; minacciosi avvisi di possibile inondazione. Inondazione, quassù? Un tornante, una palina segnavia accanto ad un sentiero che si stacca da qui. “Le Meugge”, indica. Via sterrato, da una parte, via asfalto, dall’altra. Dunque è quella la località a cui approderò? Boh. Sono in balia degli eventi e del bitume. Oltre il tornante, la strada spiana e mi permette di tornare a correre. Poi la pendenza, una volta per tutte, s’inverte. Si va giù, verso il mare: eccolo là, davanti a me, sembra così vicino, e non ho nemmeno idea di quanto tempo ancora impiegherò a raggiungerlo…

La strada, bella, ampia e con buon asfalto, scende dolce verso la riviera. Da quassù, la vista spazia su morbidi rilievi di bosco, ornati qua e là da solitari sbuffi di camini. Tentar di intuire la direzione della mia via è impresa ardua. Lascio andar le gambe, approfittando della forza di gravità che qui mi aiuta; conviene che acceleri un po’, altrimenti il freddo mi si aggrappa alle ossa. 16, se non ricordo male, il numero che ho letto sulla prima palina oltre il bivio, a Montenotte. Immagino significhi 16 km da qui al mare, più o meno. 15, 14, pian piano le paline scorrono e mi avvicinano alla riviera, a quella enorme nave mercantile che vedo già da quassù, alle case che si allargano a ventaglio in quello che sembra lo sbocco di una valle. Però, le ciminiere… Mi sembrano un po’ troppo vicine. Se davvero questa strada andasse a sbucare ad Albisola, le ciminiere di Vado dovrebbero essere più distanti. Mah. Ormai sono qui, non ho alternative, se non scendere. La pioggia non vuol proprio saperne di prendersi un attimo di tregua; a tratti addirittura rinforza. Taglio le curve, come fanno i maratoneti provetti; è vero, la discesa aiuta, ma la corsa non è come la bici… Le gambe faticano lo stesso; bisogna pur sempre mettere un piede davanti all’altro. Anzi, se da una parte si risparmia un po’ di fatica, dall’altra si spende in dolore ai muscoli. Poche auto, sia verso valle che verso monte; un cagnotto nero, di pura razza indefinibile, sfugge al giardino di una casa in ristrutturazione e si lancia all’inseguimento: mi giro, gli tendo la mano, ma il quattrozampe si tiene a rispettosa distanza. M’inveisce contro a lungo, finché il suo latrare si spegne oltre la curva.

Una discesa che sembra infinita: anche qui, dovrei portare le mie ruote, prima o poi. In salita, però, prima. Scorgo da lontano un cartello: non riesco a leggere, ma reca un nome lungo… Pian piano le letterone bianche prendono forma dallo sfondo azzurro. “San Bartolomeo del Bosco”. Ma allora… Vuoi vedere che sono sulla strada giusta? Già, pia illusione: ancora non so, lo scoprirò domani scrutando la mappa, che qui intorno c’è un dedalo di strade che portano tutte lo stesso nome, “Via San Bartolomeo del Bosco” appunto. Mannaggia, ‘sti Liguri: capisco essere tirchi, ma arrivare a riciclare lo stesso nome per più strade… Nemmeno Paperon de’Paperoni avrebbe potuto tanto!
La discesa mi porta in vista del ponte della ferrovia, enorme, imponente, in mattoni. Ci passo proprio sotto: tento una foto, ma la macchinetta ha già deciso che, quando è troppo, è troppo. L’obiettivo rimane ostinatamente chiuso in sé. Amen… Tiriamo avanti. Da qui in poi, addio pace. Si torna alla civiltà, o almeno alle sue prime propaggini, le costruzioni più audaci, pizzicate tra la sponda del torrente ed il pendio della montagna. Da qui, la strada costeggia un impetuoso corso d’acqua. Il nome che leggo su un cartello – ora che non mi servono più, vedo cartelli dappertutto – confonde le mie già esigue nozioni della geografia del luogo… Il Letimbro non è il torrente che passa a Savona, accanto al Tribunale? Ma allora sto andando a Savona o ad Albisola? In effetti, Santuario dovrebbe essere una frazione di Savona, o comunque nei paraggi… Osservo questi edifici con l’occhio ormai deforme del mestiere. Cavoli: io vado matta a star dietro a tutte le norme, certificazioni di impianti elettrici, termici e chi più ne ha più ne metta, certificazioni energetiche, consumi, impermeabilizzazioni… E qui vedo grovigli di cavi e tubi che seguono i percorsi più fantasiosi, umidità che si mangia i muri e gli intonaci, elementi pericolanti. Per carità, non è che questi fenomeni di “anomalia” si possano osservare solo qui, ci mancherebbe; è che oggi posso prendermi tutto il tempo necessario a buttar l’occhio. Del resto, gli autoctoni hanno soluzioni estremamente pragmatiche a tutti i problemi. Un esempio? Un bel cartello sotto un balcone; “Vietato parcheggiare. Caduta calcinacci”. Come dire: io ti avviso, qui va tutto a ramengo. Se poi ti casca un ciocco sulla carrozzeria, o sulla capoccia, non hai diritto di recriminare… Che poi, se devo essere sincera, è ciò che più rispecchia il mio intimo pensiero.

Il fragore del torrente mi accompagna finché arrivo, quasi di sorpresa, proprio in località Santuario. Il santuario c’è, niente da dire, ben visibile. Dovrei esserci già stata, da queste parti, ma tanti tanti anni fa, e di certo non a piedi. Non ricordo nulla. Scovo però una provvidenziale fontanella: l’ultima, ed unica, volta di oggi in cui ho bevuto è stata al bar. Non mi sono portata la borraccia; tanto so già che, con questo clima, è un peso inutile. Vero, si dovrebbe bere comunque e sempre, ma rimedierò stasera, a cena.
Da Santuario, la strada verso il mare è ancora lunga. L’abitato è ormai un continuo, scandito dalle enormi ed orribili cappelle della Via Crucis: mannaggia, almeno sapessi quante sono le stazioni… Avrei una vaga idea di quanto manca alla riviera. A Savona, direi, a questo punto. Se c’era un bivio per Albisola, da qualche parte, mi pare ormai evidente che me lo sono giocato.

Un anziano esce da un piccolo orto, un fazzoletto di terra strappato alla strada ed al fiume, con un cesto pieno di uova, e mi rivolge, con fare divertito, un’espressione che non capisco, ma che, a giudicare dal tono, non dev’essere di ammirazione. Del resto, si sa che i Liguri sono un po’ caustici. La luce del giorno, quella poca e fioca che mi è stata concessa, pian piano se ne va. I fanali delle auto sono sempre più definiti. All’imbrunire, arrivo a Savona. Mi sembra chiaro, ormai, che non riuscirò a raggiungere Matteo a Genova per l’orario di chiusura del negozio: sono le quattro e mezza passate, devo ancora attraversare Savona. Neanche fossi Baldini. L’ho già avvisato, infatti. Poco male: il programma prevede che entrambi stasera si vada a casa mia; ergo, il tapino mi raccatterà lungo l’Aurelia. “Riesco a partire alle sette”, mi dice. Quindi, so già che farà i salti mortali e partirà come minimo alle sei e mezza. “Ma se hai bisogno di qualcosa, chiama, che mollo tutto e arrivo”. Mi strappa un sorriso: cuore d’oro… Non ti chiamerei neanche se mi abbattessi moribonda sul ciglio della strada: è la vigilia di Natale, il negozio sarà senz’altro preso d’assalto; ti causerei una perdita secca di proporzioni enormi!

La mia strada va a confluire con quella che scende a Savona dal Cadibona. Mi ritrovo proprio là dove non avrei voluto passare. Il caos totale ed assoluto. Traffico, gas di scarico, luci abbacinanti, gente, troppa gente, ombrelli borse semafori voci petardi e schiamazzi. Eccomi precipitata al fondo dell’inferno, ancor più insofferente per la stanchezza che si fa sentire. Stanchezza, uhm… In realtà, noto con piacere che mi sento meno stanca oggi, rispetto ad altre volte in cui, proprio qui, sono arrivata per la via più breve. O sarà solo la voglia di levarmi da qui il prima possibile. Corro lungo la pista ciclabile; alla mia sinistra, si allarga il letto del corso d’acqua, che qui sembra quasi vuoto e, al di là, sorgono orrendi casermoni, uno peggio dell’altro, con la selva di antenne e parabole a mo’ di ciliegina su una torta già raccapricciante. Più che mai temeraria, sfido il rosso dei semafori e le fiamme negli occhi degli automobilisti. Slalom tra i passeggini ed i branchi di pedoni, solo con la voglia di vederli sparire tutti, dal primo all’ultimo. Tranne quelli che portano a spasso i cagnotti, s’intende; per loro, faccio volentieri un’eccezione.
Oltrepasso il ponte, seguendo la direzione per Genova. Probabilmente, esiste una via più breve per tagliare via la città, ma valla a scovare. La fortezza, il porto, dai Gian che ne sei fuori. E’ ormai buio quando raggiungo la fontanella, sotto il faro. Breve sosta e via, il delirio è alle spalle; corro lungo il mare, verso Albissola. Appena un alito di vento; il mare quasi calmo, la schiuma che a quest’ora appare di un colore azzurro fioco. E piove, ancora. Supero la prima galleria e proseguo lungo la Passeggiata degli Artisti, ormai quasi deserta; a sinistra, luci intermittenti, musica, vetrine illuminate, ristoranti che si preparano all’attività; a destra, una distesa nera. Più che vedersi, il mare si sente, nel profumo e nel rumore delle onde. Le gambe sono, in effetti, un po’ indolenzite. A stima, a Savona potrei aver raggiunto la boa dei 70 km; è anche normale. Per evitare l’Aurelia, passo nel centro storico del paese. “Scion! Scion, fermati!”, uno strillo alle mie spalle: mi volto e scopro d’essere inseguita da un botolino bianco a chiazze, un cucciolo di Jack Russell di quattro mesi, mi spiega orgogliosa la giovane padrona, che ha al guinzaglio anche un paciosissimo Bulldog. Il piccolino è un vero demonietto: mi addenta il dito indice, nel furioso tentativo di strappare via il guanto, con un’insospettabile forza nelle mascelle; non contento, schizza letteralmente in testa al paziente compagno a quattro zampe, poi torna all’assalto del dito. A fatica mi libero del piacevole contrattempo e riprendo la marcia, in direzione di Celle. Un tratto di Aurelia completamente buio: e qui sì, che sento la mancanza della pila frontale. E’ pur vero, basta proseguire lungo la ringhiera, ma ben ricordo che il marciapiede spesso ha degli scalini o degli avvallamenti… Sfrutto il fascio di luce dei fari che mi arrivano alle spalle per scrutare quanto possibile davanti a me, ma corro comunque sulle uova. Le auto che vengono in senso contrario mi abbagliano e mi accecano del tutto. Vuoi vedere che da un attimo all’altro mi mancherà la terra sotto i piedi? In qualche breve tratto, mi rassegno a camminare, con cautela e tenendo la mano appoggiata alla ringhiera, onde limitare eventuali danni. Ma quanto manca a Celle? Il mare picchia contro gli scogli, in qualche punto con un tonfo sordo. Peccato non potersi fermare ad osservare; quel poco che le gambe riescono ancora a dare, devo sfruttarlo senza soste, altrimenti son panata. Oltre la risalita, a sinistra, la strada piega finalmente verso Celle. Torno a veder la luce: nemmeno uno sguardo alla pur amata vetrina del negozio Olmo; qui conviene prestare attenzione alla pellaccia. Anche a Celle, oltre la strettoia, guadagno la passeggiata e poi il centro vecchio dell’abitato. Un panzuto personaggio, non proprio nel fiore dei suoi anni, mi biascica alle spalle: “Alzarle, quelle gambe, bisogna alzarle!”. Com’è ovvio, non spreco fiato per rispondergli; dovrebbe piuttosto pensare, il genio della lampada, ad alzare più spesso il deretano dal divano, a giudicare dal tonnellaggio. Ancora una volta, via dalla pazza folla; un breve tratto di Aurelia al buio, poi le luci del casello autostradale e del breve trato di passeggiata giù in basso, sul mare, attrezzato di panche e lampioni. E’ bellissimo qui. La fatica si fa sentire, ma quasi mi dispiace sapere che è quasi finita. Non so che ora sia, non ho voglia di estrarre il telefonino dalla tasca e dalla borsina di plastica in cui l’ho avvolto per proteggerlo dall’acqua, ma non credo manchi molto alle sette. Varazze: lo slargo tra il supermercato ed il porto, il magazzino di abbigliamento, la passeggiata, ancora un po’ più affollata. Da qualche parte, qui, si dovrebbe poter imboccare la vecchia ferrovia, ora pista ciclabile e pedonale: mannaggia a me se mi ricordo dove… Scruto il lungomare, ma non vedo nulla del genere. Eppure sono sicura… Proseguo ancora e ancora; sono certa che quella benedetta pista cominci qua, ma non riesco a capire dove. Boh, sarà la stanchezza. Trillo del cellulare: è Matteo, annuncia che è appena partito dal negozio; in anticipo, come immaginavo. “Sono quasi all’uscita di Varazze – lo informo – proseguo restando lungo l’Aurelia”. “Attenzione che quello è un tratto pericoloso, non mi posso fermare”, ammonisce lui. In effetti è vero: sarò passata di qui mille volte, ma ancora non ho messo ben a fuoco la sequenza dei luoghi. Dev’essere il tratto di Piani d’Invrea, dove mi ritroverei a correre lungo la statale senza neanche un tratto di marciapiede. Vero che ho i rifrangenti sia sullo zaino che sulle gambe, ma non ho luci; meglio non rischiare. Sarebbe un peccato farsi stirare dopo tutta questa fatica, senza nemmeno aver cacciato in pancia una sostanziosa cena. Torno sui miei passi: aspetterò Matteo sul lungomare di Varazze, passeggiando un po’ avanti e indietro per sciogliere le gambe. Così faccio, quattro o cinque volte su e giù per lo stesso tratto di poche centinaia di metri, a guardare il mare ancora per un po’. Mi piacerebbe raggiungere il molo, ma rischio poi che Matteo passi e non mi veda. Nove gradi, segna un termometro: temperatura gradevolissima, non fosse per gli abiti fradici che non possono proprio tener caldo, neanche volendo. Le luci della costa si scorgono fin lontano, da una parte e dall’altra.

Alle sette e mezza, mi ritrovo contenta e soddisfatta sul sedile del furgone, nel mio stato d’animo di grazia assoluta che segue di solito questo genere di prove. La più bella vigilia di Natale possibile, 85 km, più o meno: certo meno faticosi e nervosi dei venti e più giorni di lavoro continuo in negozio per il povero Matteo. Lui ha dalla sua, per fortuna, un carattere molto tranquillo ed equilibrato, che sa dare il giusto peso alle cose; credo che, al suo posto, una dose così ostinata e prolungata di contatto con tanti esemplari del genere umano mi porterebbe a dare di matto nel giro di una settimana, forse prima. Si torna a Ceva, a recuperare la Opel; qui Matteo abbandona il furgone e si trasferisce sulla mia fida quattroruote. Domattina tornerà a Ceva in bici, temo sotto un identico diluvio: dovrà rientrare a Genova in tempo per cucinare il pranzo natalizio; non potrebbe esserci, per lui, forza motrice più efficace. Quanto a me, niente pranzi né convivi. Quel che è certo, piaccia o no alle gambe, è che andrò a correre.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!