24 febbraio 2008 – Granfondo Città di Albenga

Fantastico… Non sono ancora le otto del mattino e ci sono già 10 gradi. Il vento non sembra essere feroce come al solito, da queste parti: bene, la giornata nasce sotto i migliori auspici! Anche se arrivo ad Albenga già con un bel mal di testa… Devo guidare davvero male, se riesco a patire le curve del Colle San Bernardo anche quando al volante ci sono io!!!

Poco male, passa tutto subito, un po’ per l’aria di mare, un po’ per la tensione della corsa imminente. Beh, imminente più o meno; si parte tra due ore!
Sbaglio strada una decina di volte prima di raggiungere la zona partenza; quando finalmente ci arrivo, noto con stupore un’insolita quiete: ma come, sono a poche centinaia di metri dal via e ci sono parcheggi e parcheggi completamente vuoti? Uhm… Non è che per caso gli altri sanno qualcosa che io non so? Vabbè, non importa, già sono agitata per conto mio; non aggiungiamo altre ragioni di preoccupazione. Io l’auto la mollo qui e vado a fare la mia corsa; se poi me la rimuovono, pace, sarà un problema di cui mi occuperò dopo!!!

Il cielo è nuvoloso, ma non fa freddo, affatto. Sono già pronta; passo sotto il ponticello della ferrovia ed eccomi sul lungomare. Questa è l’unica stagione in cui adoro il mare, le barche quasi abbandonate sulla spiaggia, pochi bipedi e tanti quadrupedi che scorrazzano sulla sabbia. In zona partenza è tutto tranquillo, pochi ciclisti, poco rumore: è insolito! Ma davvero ci sarà così poca gente? Allora sono proprio spacciata… Stavolta l’ultimo posto non me lo leva proprio nessuno… Eh bè, pazienza, ormai sono in ballo, devo ballare! Ritiro il numero, lo piazzo sulla bici non senza fatica, per via delle mani che come sempre tremano già, poi mi allontano. Prima della scorsa GF, a Laigueglia, ho fatto una buona dose di riscaldamento pre gara ed ho avuto l’impressione che sia stata una buona idea; stavolta intendo fare altrettanto. Eccomi allora pedalare su e giù per il lungomare, anche se il mare non lo vedo, perché la strada è pizzicata tra il terrapieno della ferrovia e le serre e le casette vacanze. Ma non importa, non ho la testa, adesso, per ammirare il panorama! Lo farò, se riesco, dopo la corsa. In questo momento, sono agitata come se dovessi lottare per il podio e non per finire la gara entro il tempo massimo!!!

Son circa le nove e mezza quando entro in griglia. Per fortuna, trovo subito un compagno di squadra con cui attaccare bottone: è un simpatico chiacchierone; la mezz’ora di attesa, grazie a lui, passa via in un lampo!
pronti, via, si parte. Ormai so già cosa aspettarmi: schizzo in piedi sui pedali, spingo tutto quel che posso, poi all’improvviso inchiodo, tutti fermi, si riparte, si ricomincia da capo, e ancora fermi… Anche stavolta, gente che passa sui marciapiedi, che urla, che sgomita, che passa a destra, sinistra, sotto e sopra pur di guadagnare due posizioni (salvo poi perderne duecento quando arriverà la salita…), urca, qui l’importante è solo conservare la pellaccia!

Per mia grande fortuna, l’incubo finisce presto. Via con la prima salita, quella di Arnasco. Cominciamo bene! Le gambe girano a meraviglia! Piano, per carità, però non sento fatica, anzi, mi verrebbe voglia di provare a spingere un po’! Però, meglio che mi trattenga. Non ho idea dell’altimetria, ho solo una vaga idea del fatto che mi attendono tre salite; meglio non far la furba. I 160 e rotti km di ieri nelle Langhe, per ora, non sembrano dare fastidio, ma non chiediamo troppo alla sorte!
Pian piano, riacchiappo tanti di quelli che nel tratto di pianura mi hanno lasciata indietro. E’ bellissimo sentire le gambe che girano così e, lo ammetto, anche i commenti di alcuni tra i più “sportivi” che restano indietro ma non si arrabbiano. Tanto, so già che è tutto fumo e niente arrosto: non appena arriva la prima discesa, fine dei sogni di gloria, mi ripassa davanti il mondo intero. Un po’ di saliscendi, dove io fatico tantissimo e non sono capace di tenere le ruote di chi mi sorpassa; un po’ di discesa dove tiro i freni, ed è fatta, arrivo in fondo che son già quasi sola.

Per un caso che ha del miracoloso, mi sorpassa un amico, anche lui di Carmagnola, che, in un momento di pietà nei miei confronti, mi aspetta e mi tira nel tratto, per fortuna breve, di pianura prima della seconda salita, quella che va su a Onzo e poi a Leverone. Faccio una fatica ignobile a seguire la mia locomotiva; gli tocca, poverello, rallentare più volte, perché io mi stacco inesorabilmente. Per fortuna, anche qui, la salita viene in mio soccorso. Ancora, le gambe stanno bene. Peccato che, qui, i tratti di vera salita siano interrotti da lunghi falsipiani che mi fan vedere le stelle. Comincia a fare caldo sul serio, anche se il cielo resta grigio. Che belle, queste strade tra i muretti a secco e gli uliveti…

Arrivo in cima, altra discesa: qui, quei pochi ciclisti che ancora vedevo intorno a me mi sorpassano tutti e vanno via. Sono abbastanza rassegnata all’idea di essere l’ultima. Però, strano… Gli incroci sono ancora presidiati, forse gli assistenti aspettano ancora qualcuno, forse non sono proprio l’ultimissima! Bah, poco importa.

Altro breve tratto di falsopiano; trovo un comodissimo treno di due ciclisti che mi portano fino alla base dell’ultima ascesa, il Passo del Ginestro, la Cima Coppi della giornata. Mi resta un po’ il rimorso d’aver fatto una carognata: in salita, presa dall’entusiasmo, parto un po’ allegra e mi accorgo poi, più avanti, di averli persi per strada! Beh, almeno grazie l’ho detto, prima di staccarli…

Via, su per il Ginestro, ancora una volta le mie gambette stanno bene. Sono senza parole, troppa grazia! Anche qui, riacchiappo qualcuno… Però, è un tira e molla: io recupero quando la strada sale un po’ più decisa; gli altri mi acchiappano e mi passano non appena la pendenza cala e c’è qualche tratto più veloce. Possibile che io non riesca a far le curve senza frenare??? Capisco in discesa, ma quando la strada è praticamente piatta, è ridicolo… Immagino lo stupore di chi mi vede in queste situazioni; penso d’essere più rigida di un baccalà. Ma che ci posso fare, se la natura mi ha negato il gene dell’equilibrio?

Nei km finali, quelli che pendono un po’ di più, supero un ciclista che mi chiede quanto manca; rispondo che non ne ho idea, e infatti è proprio vero: ho un vago ricordo che mi dice che siamo quasi a fine salita, ma non ne sono certa. Il ciclista mi dice che vado forte… Lo so che non è vero, altrimenti sarei già molto più avanti, ma quella frase mi mette le ali ai pedali! Arrivo in cima e, come sempre, sull’onda dell’entusiasmo, mi dico: “Adesso niente storie, GUAI A TE se tocchi i freni!”. Fermo, incrollabile proposito che la prima curva spazza via… Mi aggrappo alle leve, sibilo un poco elegante “Miiiiinghiamomentimammazzo!”.

Sarà che sono stanca, ma il tratto di saliscendi dopo lo scollinamento mi pare eterno, davvero eterno. Non scende mai decisa, questa strada; rimane in quota, sale dolce, scende dolce… Sono in un gruppetto, c’è una donna con i suoi due gregari ed un curioso ciclista con un gilet di pile; devo riuscire a tenere almeno questi!!! Per disperazione, passo avanti io, mi sforzo, per quello che posso, di tenere una buona andatura che convinca i colleghi a restare dietro; però, più di tanto non riesco a reggere. E’ inevitabile, mi superano, pian piano si allontanano, lasciandomi lì a frenare ad ogni curva. Ma quanto manca alla discesa vera?

Là in fondo si vede il mare. Non dovrebbe mancare molto. Infatti, dopo un po’, si inizia a scendere, poi un breve tratto di risalita secca, infine giù decisi verso la piana di Albenga. C’è un po’ di vento, ma niente di che. Il tratto finale è piatto piattissimo: mi metto giù, con le mani basse, ormai non c’è altro da fare che dare quello che resta. Passo la galleria, cerco di spingere più che posso, ma già le gambe si ribellano. Sono sola, non credo che ci sia più nessuno dietro di me. Invece, no: inaspettatamente, all’improvviso, mi sorpassa un gruppo di tre ciclisti che, somma generosità, mi permette di mettermi a ruota. Non avrei osato sperare tanto! Adesso sì che si ragiona… Loro tre tirano a turno, io ogni tanto ci provo anche, ma con risultati modesti. Mi sento inutile!!! Quanta pianura ci fanno fare alla fine… Pian piano, è evidente che ci stiamo spegnendo, ma non importa. Mancano pochi km, anzi, ecco lì il cartello dell’ultimo km. La curva secca ed il passaggio nella strettoia non ci impensieriscono: le volate non sono affar nostro! Gli inservienti stanno già smontando i cartelloni pubblicitari, quando passiamo noi… Ma non importa, siamo ancora nel tempo massimo. Concludo con una media di poco superiore ai 22 all’ora, con l’aggravante del fatto che ce l’ho proprio messa tutta, ed una posizione di fondo classifica… Ma dicono che l’importante sia partecipare, no?

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!