24/25 aprile 2010 – Da Borgo San Dalmazzo a Ventimiglia in 425 km

Non m’era mai successo, in più di dieci anni di onorata carriera automobilistica, di sbagliare l’uscita al rotondone di Marene. Sì, è vero, forse quella rotonda esiste da meno di dieci anni; comunque, ci sarò già passata un milione di volte… Nello stesso istante in cui imbocco l’uscita, mi rendo conto che è quella per Savigliano e non quella per Fossano: metto a fuoco il cartello solo perché ci passo proprio vicino. Tutto ciò per dare l’idea di quanto stia diluviando. L’unica nota positiva è che non piove così forte dappertutto; qua e là, la terza tacca di velocità dei tergicristallo è eccessiva.
Faccio inversione appena possibile, torno sui miei passi. A quest’ora del mattino, il traffico è piuttosto rado e sonnacchioso. A pensarci bene, non era esattamente questo, ciò che mi pareva di aver letto ancora ieri pomeriggio, sui bollettini meteo. E mi sembra anche impossibile che sia proprio questo, ciò che vedo. Negare l’evidenza, ecco in cosa sto concentrando tutte le mie forze. Ieri sera Ivano, al telefono: “Ti avrei accompagnata volentieri fino alla Maddalena… Ma domani piove, lo sai, vero?”. L’ho presa più o meno come se qualcuno mi avesse fatto notare un asino con le ali. O, peggio, come se la mia bilancia, proprio sotto i miei piedi, avesse segnato 50 kg. Come sarebbe a dire, domani piove? Evitiamo di sprecare fiato in siffatte boiate, per favore. Non importa se, in questo preciso istante, le tapparelle si agitano, squassate dagli scrosci; domani sarà una bella giornata, punto. O, se proprio dovesse piovere, sarà comunque in via di miglioramento, già in tarda mattinata. Chiaro? Probabilmente no; il buon Ivano non appare affatto convinto, infatti rinuncia senza appello. E, con lui, perdo anche l’ultimo baluardo di maschia collaborazione che avevo tentato di sollecitare, un paio di settimane fa, inviando ad una decina di compagni di merende & simpatizzanti il mio progetto di traversata in bici. Chi per un motivo, chi per l’altro, chi senza motivo alcuno, tutti quanti si sono defilati: e dire che tutti quanti sarebbero senz’ombra di dubbio in grado di sopportare la prova, almeno quanto a preparazione fisica, e quasi tutti potrebbero impiegare la metà del mio tempo.

Così, alla stazione di Borgo San Dalmazzo, mi ritrovo sola soletta. Manca poco alle sette; me la son presa con calma, piedino leggero sull’acceleratore, proprio per dare a Giove Pluvio tutte le possibilità di mettere giudizio, ma Pluvio deve avere proprio la luna storta, oggi. In un’altra giornata qualsiasi, devo ammettere che non avrei nemmeno lontanamente pensato di saltare in sella, con questo disastro meteo. Non sarei nemmeno partita da casa. Avrei scrutato dalla finestra la luce del lampione, visto i goccioloni, e sarei pesantemente ricaduta sul materasso. Ma oggi c’è una sorta di sacro fuoco che arde e mi rende quasi indifferente a tutto ciò. Sarà che ci penso e ripenso da parecchi giorni, sarà che ho una buona dose di nervoso da smaltire: non è stata una settimana facile, in ufficio.
Una volta tanto, cerco di mettere un po’ di attenzione in quel che faccio. Scarico la bici; controllo le luci che ho fissato al manubrio in modo un po’ fantasioso. Alla pipa ho legato, con le fascette da elettricista, un mestolo di legno per la polenta, scovato rovistando nei cassetti alla ricerca di qualcosa che potesse fungere da supporto; all’estremità piatta del mestolo ho piazzato, con nastro adesivo e fascette, due faretti, opportunamente inclinati verso il basso, perché facciano luce davanti alla ruota. Inoltre, alla parte inferiore della piega manubrio ho ancorato un terzo faretto. Sarebbe più saggio e più utile vincolare le luci alla forcella, in modo che il fascio luminoso sia vicino a terra: ci avevo pensato… Ma ho il terrore che, per qualsivoglia ragione, il faretto possa staccarsi e finire in mezzo ai raggi, con ovvie raccapriccianti conseguenze. Nello zaino ho, infine, la luce frontale. Tutto questo, con l’intenzione di compiere una bella traversata che mi porterà, via Colle della Maddalena, a Barcellonette, Digne les Bains, poi giù nelle Gorges del Verdon, risalire a Castellane, da lì andare in direzione del Col de Turini via Demandolx, su un altopiano fuori dalla rotta principale. Per approdare poi a Ventimiglia e rientrare a Borgo San Dalmazzo, via treno. Sono circa 470 km per un dislivello indefinibile.

Le premesse, purtroppo, sono pessime. Mi tocca partire con uno zaino ben più pingue del previsto: ho un paio di ricambi di roba asciutta e ben due giacche impermeabili; una, dozzinale, col cappuccio, per la salita, e l’altra nobile, GoreTex ma senza cappuccio, per la discesa e la notte. Tutto stipato in estremo ordine, almeno alla partenza: copertoncino di ricambio, giacchino e strisce rifrangenti, luce frontale e batterie di ricambio, maglie e magliette, guanti invernali, copriscarpe e berretto di pile ben isolati in borse di nylon, irrinunciabile rotolo di papier de cul a metà del suo spessore, portafoglio, telefono, questo il contenuto dello zaino. I due borselli da bici contengono rispettivamente tre camere d’aria, levagomme, brugole e toppe quello sottosella, focaccia bianca, frutta secca e macchina fotografica quello da manubrio. C’è poi la borraccia portaoggetti, riempita di barrette. L’ideale sarebbe stato smistare sulla bici ancora un po’ del peso dello zaino, ma non c’era modo di farlo. E so che soffrirò per questo!

Un gruppo di quattro o cinque escursionisti con zaini enormi a torre, più un cane, si raduna sulla piazzetta della stazione. Ci scambiamo uno sguardo fugace che sottintende per tutti lo stesso significato: “Ma chi ce lo fa fare?”. Poi quelli spariscono al binario, mentre io chiudo tutte le portiere e saluto la Opel. Coraggio, piccola, lo sai che lunedì ti porto a prendere le coccole del meccanico: te l’ho promesso…
I primi metri di viaggio sono un disperato slalom tra le pozze. Ad assestarmi in sella e trovare una mia forma di equilibrio impiegherò un po’: lo zaino, sulle prime, mi schiaccia a terra; la strada bagnata, poi, mi ispira puro terrore. Non parliamo delle rotonde; solo due o tre, per fortuna, prima di uscire da Borgo San Dalmazzo. Mi tocca fin da subito adeguarmi alla vista in modalità “bassa definizione”: le lenti degli occhiali bagnate non consentono alcun lusso. Asfalto nero, intriso di quella pioggia che lascia intendere di voler durare; cielo coperto da una cappa di nuvole dense, scure, compatte; goccioloni che picchiano sulla giacca impermeabile, sul coprizaino, sulla testa. Per quel poco che mi riesce di intuire, verso la Valle Stura, se possibile, è anche peggio.

Viaggio in direzione di Moiola, primi km della strada del Colle della Maddalena. Un po’ d’inquietudine; spero che, con questa luce di tenebra mattutina, gli automobilisti si accorgano di me. Ho un bel po’ di adesivi rifrangenti sparsi sulla bici e sullo zaino, ma non si sa mai. Il guaio è incrociare, o essere superati, da un camion: in quel caso lì, doccia supplementare garantita… Ci sarebbe la vecchia strada laterale, almeno fino a Vinadio, ma oggi non ho proprio alcuna voglia di deviazioni. Chissà poi in che stato è quella strada, dopo oltre un giorno intero di pioggia battente.
Non posso lagnarmi del freddo. Sarà la paura che mi fa avvampare la faccia; quel che sto facendo è semplicemente assurdo. Ciuffi di nuvole più basse ornano i pendii delle montagne. Ed io che viaggio tra le pozze, non sempre posso evitarle, con i miei vecchi copriscarpe impermeabili, che fino a ieri non ricordavo più nemmeno di avere, con i soprapantaloni anch’essi impermeabili e con le mani fasciate da un bel paio di guanti di gomma, rosa, da lavandaia. Raggiungere Demonte è lo sforzo più estenuante, anche con il sole; interminabili saliscendi, poi un falsopiano in salita, appena percepibile, che però inchioda e scoraggia le gambe. Acqua che cola sul viso, sul manubrio, dalle foglie, dai muretti, acqua che corre a bordo strada e disegna onde di sabbia e pietrisco. Non c’è molto traffico, per fortuna; turisti pochi, restano i camion. Mi domando quale possa essere la condizione della strada, su al colle. Le previsioni annunciavano, fino a ieri, neve a partire da quota 1.900 m: beh, in fondo si tratterebbe di finirci in mezzo per un centinaio di metri di dislivello… Matteo mi ha messa in guardia, via sms, stamattina presto: “Potrebbe essere peggio che sul Turini”… Già, che disastro quel giorno lassù. Speriamo in bene. Mi stupisco io stessa della mia imperturbabile calma.

Demonte: un profumo assassino di pane fresco inonda la via principale; i camioncini riforniscono i negozi di alimentari. Il macellaio, sceso in strada con il grembiulone, mi osserva di sbieco, perplesso. Via in un attimo, giusto il tempo di notare un particolare che forse mi è sempre sfuggito, o forse, semplicemente, è nuovo: al bivio con la strada che sale al Vallone dell’Arma, campeggia un bel cartello con scritta bianca in campo blu, “Colle Fauniera”. Con buona pace delle dispute toponomastiche e del più suggestivo “Colle dei Morti”, che tra l’altro, per i ciclisti , soprattutto quando salgono dalla Val Grana, è “nomen, omen”. Avanti, con la pioggia sempre fida compagna, fino alla prima, imprescindibile pausa di Aisone. Bagno pubblico, non posso fare a meno di rendergli onore.
La piazzetta è deserta; due o tre auto in coda al semaforo del senso unico alternato. Il cielo ha lo stesso colore della pietra del campanile romanico. Mi rimetto lo zaino in spalla con un sospiro: è un macigno… Per un attimo, ho la tentazione di fare cenno all’autista del camion che attende al rosso, all’uscita dell’abitato, e chiedergli in che condizioni sia la strada, su al colle. Ma in fondo è meglio cullarsi nella beata ignoranza, ancora per un po’. Qualche comignolo fuma; profumo di legna, di caldo. A Vinadio, lo stesso deserto: l’unica forma di vita bipede che scorgo è una donna che s’infila precipitosamente nella porta di un bar, reggendo in braccio un bambinetto avvolto in una coperta. Una forma di vita quadrupede scatena tutta la sua riprovazione da dietro un cancello: mi sa che oggi sono la sua unica occasione per mettere in mostra il talento di cane da guardia. Non c’è un’anima oltre a me.

La breve discesa mi ricorda, se mai ne avessi avuto bisogno, che i freni, sui cerchi bagnati, non hanno alcuna intenzione di rendersi utili. Meno male che la strada è dritta. Fango, foglie lucide di acqua; il cappuccio cola sugli occhiali, come se non bastasse. Appena oltre il bivio per le Terme di Vinadio, tento di scattare una fotografia: macché, tutto inutile. Questo rottame, che di certo non merita il nome di macchina fotografica e non vale il prezzo, neanche poi così indifferente, pagato per comprarlo, semplicemente si rifiuta. Ormai lo so già, trattasi di fotocamera solo estiva; al di sotto di una certa temperatura, non si accende nemmeno, punto e basta. Peccato; il rettilineo che va a morire nelle gallerie, con questa luce, è suggestivo, quasi inquietante. Ai lati della strada, tronchi e rami spezzati sono testimonianza ancora ben presente delle valanghe dell’inverno. Man mano che procedo verso Sambuco, ho quasi l’impressione che la luce si stia facendo un po’ più chiara: nulla di eclatante; il sole non si vede e non si vedrà ancora a lungo; però, in effetti, la pioggia pare diminuire di intensità. Vuoi vedere che non era un’illusione, la mia? Vuoi vedere che il tempo va davvero a migliorare? Basta poco, una flebile finta speranza, a darmi una violenta sferzata di ottimismo. A Pietraporzio cade ancora qualche goccia, nulla più. Le cime sono imbiancate di fresco. Avanti a testa bassa, si fa per dire: la pendenza si sente, eccome, sotto il peso dei chili miei e di quelli della zavorra. Pazienza e 34×26, tutto quel che posso offrire. Rivoli d’acqua scivolano via dai tetti di Pontebernardo, giù lungo i balconi in legno. Oltre la curva, la maestosa parete delle Barricate. Mi incuriosisce un gruppo di attempati viandanti in divisa grigioverde e stivaloni, tutti armati di binocoli e cannocchiali, uno persino di treppiede. Li sento parlare di stambecchi… Possibile, a questa quota? Mah, sapranno loro che ci vedono. Io lo do, uno sguardo nella direzione in cui puntano loro, ma non vedo un tubo.

La lunga galleria è una parentesi fredda, ma asciutta. Nei tornanti che seguono, alcune marmotte se la danno a gambe, segnalando la mia presenza a suon di fischi: in effetti, come suole dire un mio conoscente, con humor forse discutibile ma ahimè con piena ragione, per il modo in cui vado io in salita, non posso certo aspettarmi gli applausi. Per inciso, non ho ancora avuto occasione di vendicarmi della sua ironia, ma prima o poi…

Gli scheletri di cemento del Villaggio Primavera, con questa luce di piombo, appaiono ancor più squallidi. Con fatica approdo a Bersezio; l’ultimo tratto dritto, all’uscita del paese, è sempre insidioso, a pendenza crescente. Tra i ruderi dell’altro obbrobrioso gabbione di cemento spuntano, con mia sorpresa, alcune caprette. Migliorerà o no? Come sarà il tempo dall’altra parte? Approfitto del lungo pianoro per meditare su una decisione che, in realtà, ho già maturato. Oggi non si torna indietro, si passa di là, punto. E’ un terno al lotto; potrebbe anche accadere di dover poi viaggiare fino alla costa sotto la pioggia. Ma è un rischio che oggi mi sento di voler correre. Oggi, la pioggia non è che una delle tante condizioni meteo possibili.
Anche Argentera rimane alle mie spalle. Restano gli ultimi cinque km di tornanti, da dividere con i tanti lunghissimi camion che pennellano i curvoni con eleganza invidiabile. Pedalo piano, regolare. Torna a cadere qualche goccia: no, per favore, non adesso… Strabuzzo gli occhi per cogliere, su al colle, qualche segno di conforto; in effetti, mi pare di vedere una sottile striscia di pallido azzurro… Bando alle illusioni, Gian, pensa di meno e pedala di più. Non troppo però, altrimenti scoppi, e la strada è ancora lunghissima. Mi aspetto di trovare neve sulla strada, metro dopo metro: macchè, nulla. Solo qualche crepa, qualche buco, un po’ do fanghiglia. Prima serie di tornanti, poi la casetta sulla sinistra; seconda serie di tornanti, i più secchi, e poi la Fontana di Napoleone. Il lago è ancora coperto di neve. E di ghiaccio, credo, anche se la temperatura non è affatto glaciale e, lungo la strada, scorre solo acqua. A questo punto, è fatta. La striscia di cielo è diventata uno squarcio: mi basta affacciarmi appena oltre lo scollinamento, per capire che, di là, la situazione è ben diversa. Addirittura il sole: un’illusione a cui mi aggrappo con tutte le mie forze, un sorriso che si allarga da un orecchio all’altro e, se possibile, fa persino il giro della testa. Poi mi guardo intorno: nessuno, ma proprio nessuno, nemmeno un’auto parcheggiata, nulla. Il piazzale del colle è deserto, il rifugio ed il chioschetto di liquori e souvenir, sprangati.

Non appena mi fermo, una lama d’aria fredda mi raggela. Rapida indagine per capire quale dei quattro muri del chioschetto sia al riparo dal vento: è quello in faccia alla Francia. In questo lungo viaggio, dovrò costringermi alla pazienza. Detesto le pause, ma mi toccherà sopportarne tante. Sarà proprio necessario. Adesso, per esempio: mi levo lo zaino di spalla, tolgo il coprizaino, scavo alla ricerca dei guanti invernali, che infilo sopra i guanti di gomma, e del berretto, che sistemo sopra il cappuccio del vecchio K-way. Indosso infine la seconda giacca, richiudo lo zaino, ripristino la copertura impermeabile, perché sì, è pur vero che il versante francese del colle gode di qualche raggio di sole… Ma non è che il cielo sia perfettamente azzurro e sgombro, tutt’altro.

Si parte. Ormai la scelta è fatta, indietro non si torna. Giù verso Larche, verso la valle dell’Ubaye; que serà, serà. Con cautela però, perché i freni devono mordere a lungo i cerchi, prima di asciugarli ed essere efficaci nel rallentare la bici. Doppia sosta nei primi due tornanti, per consentire la manovra a due lunghissimi camion che salgono verso l’Italia; poi giù, decisa, litigando con un pedale che non vuol saperne di agganciarsi. Il tepore del sole è gradevolissimo, rinforza il buon umore. Davvero mi illudo che le difficoltà siano finite. Scruto il cielo, ma da qui è difficile azzardare previsioni; la valle offre una visuale troppo ristretta. Supero anche il punto critico della frana, il passaggio che sarebbe vietatissimo alle bici: già, l’avevo rimosso, il particolare del divieto; non me ne ricordavo nemmeno più. Va tutto liscio e mi ritrovo a fondovalle: ci vuole però qualche chilometro perché trovi il coraggio di fermarmi e svestirmi. Passo La Condamine, passo Jausiers, uno sguardo ai monti tra cui s’inerpica la salita del Col de la Bonette: ci vorrà ancora qualche tempo, per poter salire da quelle parti con mezzi diversi dagli sci. Solo qui approfitto di uno slargo per concedermi la seconda, lunga, pausa. D’altronde, non ho alternativa. Non posso certo vestirmi e svestirmi pedalando. Osservo con piacere che la terra è secca e polverosa: qui non sembra aver piovuto. Mi levo i sovrapantaloni, i copriscarpe, le due paia di guanti, le due giacche, il berretto; cambio anche la maglietta alla pelle, ormai fradicia. Poi appendo la mercanzia all’esterno dello zaino: pazienza se avrò l’aspetto di un venditore di tappeti… Se non altro, con questo bel calduccio, può darsi che qualcosa asciughi. E poi, sarebbe il caso di mangiare qualcosa: ad esempio, l’ultima porzione di focaccia. Le altre due sono già evaporate durante la salita.

Lavorando di ganasce, mi rimetto in marcia verso Barcellonette. Ora che la visuale sul cielo è più ampia, comincio a pensare che forse il mio ottimismo non sia del tutto giustificato. Ho il sole sopra la testa, vero, ma non lontano si addensa una coltre scura, compatta. E pare proprio nella direzione che seguirò io. Potrei illudermi, volendo, che l’evoluzione sia verso il meglio, cioè, sole qui e poi sole anche laggiù, ma ho la sensazione che non sarà così.
Supero Barcellonette: da qui a Digne, poco più di novanta km, da aggiungere ai circa ottanta già percorsi, per raggiungere la prima meta intermedia del mio viaggio. La prima parte di strada verso Serre Ponçon è ampia, trafficata e quasi sempre in discesa; s’infila tra pinete e strette pareti, per portarmi poi alla vista della bella vallata che ospita il lago. Più o meno all’altezza del bivio per Embrun, si torna a salire lentamente, con una pendenza che la strada così ampia fa sembrare, per inganno, inferiore a quella che probabilmente si misura nella realtà. Il sole si mostra sempre più con parsimonia; le chiazze di cielo sono ormai rade, piccoline. Fa caldo; la vallata è d’un bel colore verde acceso, di primavera, ma anche di umidità. Mi distraggo osservando le abitazioni e le strade dall’altro versante; cerco con lo sguardo il lago: ma la parte più estrema del bacino, verso Barcellonette, è desolatamente vuota. Una lingua di terra grigia, secca. Fingo di dimenticarmi dello zaino che mi sega le spalle e punta su non so quale vertebra; mi ci abituerò…

Al bivio per Digne, piego a sinistra, ancora in salita; mi lascio il lago alle spalle, punto verso una corona di cime verdi, arrotondate. Il sole ormai è sparito; benché sia primo pomeriggio – non ho idea dell’ora – la luce è livida, metallica, il cielo pesto e nero. Minacciosi si accendono i primi fulmini, in lontananza; non se ne sente ancora il rumore. Qualche goccia, qua e là. A tutto ciò, si aggiunge un fastidioso “tac, tac” ritmico che proviene dalla ruota posteriore ed ha un ritmo variabile a seconda della velocità. Probabilmente, uno o due raggi allentati; ottimo, in fondo di qui al termine del viaggio mancheranno suppergiù trecento km… Non mi resta che ricorrere alla parola del saggio: “Se c’è soluzione, perché preoccuparsi? Se non c’è soluzione, perché preoccuparsi?”. Mi trovo, in effetti, nel secondo caso; non saprei proprio cosa fare. Se avessi quell’oggettino per tendere i raggi, e se sapessi come usarlo. E poi, in fondo, non sono nemmeno sicura al cento per cento che si tratti dei raggi. Non ho alcuna intenzione di fermarmi per accertarmene: ad un’angosciosa consapevolezza, preferisco il dubbio, che, se non altro, lascia acceso un barlume di speranza. Non posso che augurarmi che la situazione meccanica non precipiti; quanto al rumore, mi abituerò: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, ed io non voglio sentire quel “tac, tac”.
Mi aspetto il diluvio da un momento all’altro. Non arriva, per ora. Al piccolo abitato di Les Rollands c’è persino un campeggio. Qui s’inizia a scendere. Ricordo bene d’essere passata di qua la scorsa primavera, in occasione di un viaggio molto simile in compagnia dell’Invasato delle Alpi Occidentali, alias il terribile Ivano. Quel giorno, per raggiungere Seyne, avevamo deviato per una strada secondaria, saliscendi tra le colline; oggi, però, data la situazione un po’ delicata, preferisco restare sulla rotta principale. Alzo il naso in su e vedo nero, nero di pece ovunque. Indosso la giacca, perché la temperatura è scesa, nel giro di breve tempo, di parecchi gradi. Breve discesa, poi qualche tratto in falsopiano: ogni impercettibile risalita mi costa uno sforzo indicibile; i pedali non vogliono saperne di girare. Calma Gian, calma e pazienza. Non devi, non puoi permetterti di avere fretta, né di sforzare più del necessario. La strada è lunga. Lo dice anche Marco Olmo, “Andate piano, che è lunga”.

A Seyne arrivo oppressa da un senso di fiacca. L’elaborato del mio dettagliato censimento dei “Wc Publics” della Francia del Sud dice che qui ce n’è un graziosissimo esemplare. Ne approfitto, così come approfitto della fontanella per fare il pieno alla borraccia. Spuntino a base di prugne secche: ho sbagliato confezione, ero convinta d’aver comprato le albicocche; pazienza, non ha importanza, tanto il mio sistema digerente in questo momento triturerebbe anche i sassi senza conseguenze collaterali. Riparto poi in leggera salita: leggera ma costante, in mezzo a collinone tonde e morbide, verdissime. Fino al punto in cui la strada sembra sparire nel nulla: toh, un colle, con tanto di cartello, che leggo e dimentico all’istante. Poi si scende dolcemente, alla destra il bosco ed il pendio, e si oltrepassa il bivio per la stazione sciistica “Le Grand Puy”. Mi viene ancora da ridere pensando alla traduzione “secondo l’Ivano”: dal momento che “pui”, in dialetto piemontese, significa spilorcio, la località potrebbe tranquillamente chiamarsi, in quel di Cuneo, “Gran Taccagno”.
Poco più avanti, ecco la mia deviazione. Lascio la strada principale per svoltare a destra, direzione Verdaches: una lunghissima galoppata, più di trenta km se non ricordo male, verso Digne, in prevalente discesa. Una stradina molto suggestiva che attraversa alcune borgate isolate, dall’aspetto antico, quasi fuori dal mondo, costruzioni, persone ed attività che sembrano conservate intatte da epoche remote. Se non fosse per le automobili… La strada s’infila poi in un meraviglioso gioco di pareti di roccia a picco sul torrente, che sembrano voler strangolare pian piano il viandante. Sul fondo delle suggestive Gorges, la strada attraversa più volte il torrente Le Bès, fino a sfociare poi di fronte ad un ampio pianoro: ci si arriva accompagnati dagli ultimi imponenti rilievi che non hanno spigoli, ma fianchi tondeggianti, e sembrano fatti di pannelli di roccia appoggiati, scivolati gli uni sugli altri. Poco più avanti, costeggiando il pianoro, la roccia cambia aspetto; per un lungo tratto, non sembra nemmeno più pietra; ha l’aspetto del legno di un tronco carbonizzato, che si sfalda in sottili e fragili scaglie nere passandoci la mano. Tutto nero, sembra proprio carbone. Più o meno come il cielo.

A Digne, le strade recano i segni del passaggio del temporale: la pioggia dev’essere stata intensa e sembra appena cessata; l’asfalto è bagnato, pozze ovunque, foglioline strappate ed incollate a terra, gente con gli ombrelli sottobraccio. E, per generosa concessione di Giove Pluvio, qualche timido raggio di sole, che rende ancor più cupo, per contrasto, il colore scuro delle nubi. Un orologio pubblico m’informa che sono da poco passate le cinque del pomeriggio. A questo punto, non avrei proprio voglia, né esigenza, di fermarmi. Ma sarebbe insensato non farlo: devo impormi una pausa per mangiare qualcosa di sostanzioso, con calma, e devo fare un po’ di scorta per la notte. M’infilo in città, punto il primo supermercato disponibile; mi ci tuffo senza aver le idee ben chiare. Come sempre, lascio che sia il mio stomaco a decidere per me: una bottiglia di yogurt da mezzo litro ed una bottiglietta di Coca, da bere subito, più un panetto di fichi secchi, un dolce simile al pandolce genovese, già tagliato in fette, una lista di torrone morbido alle mandorle ed una libidinosissima confezione di Lion. Se davvero riuscissi a mettere in atto il progetto del passaggio nelle Gorges du Verdon, cosa di cui purtroppo non sono più così sicura, tutta questa roba mi farà comodo, perché ben presto, e per lungo tempo, mi troverò nel deserto.

Appena fuori dal negozio, mi accomodo su una panchina e spiego la carta geografica. Da qui non manca molto al bivio tra la Route Napoleon e la strada per Riez. Alternativamente trangugio un sorso di yogurt, scruto la carta e guardo il cielo, che si è già rimangiato il poco sole concesso. Intorno a me, brulica la vita del paese; viavai di mamme con passeggini, crocchi di studenti, auto e pullman. Il mezzo litro di yogurt scompare in un attimo: forse non è la scelta più saggia, tracannare tanta roba fredda di frigo, in una giornata già fredde ed umida, ma lo yogurt è uno dei tanti toccasana, nei miei viaggi. Segue a ruota la Coca Cola: il resto della spesa viene distribuito equamente tra lo zaino ed il borsello da manubrio, dove s’è liberato lo spazio in origine destinato alla focaccia.

Prima di ripartire, commetto un errore di eccesso di fiducia; in previsione di un po’ di salita, levo la giacca impermeabile. Non l’avessi mai fatto: tempo di uscire dalla città ed ecco che ricomincia a piovere. Goccioloni fitti, pesanti. Alè, son dinuovo ferma: fuori la giacca, fuori i copriscarpe, fuori il coprizaino. Pare proprio che non ci sia da scherzare. Si torna a viaggiare sotto la pioggia. E più s’avvicina il bivio per Riez, più mi angustio. Che devo fare? Tentare lo stesso la via delle Gorges? Alla peggio, potrei svoltare per Riez in ogni caso; poi, se il tempo non dovesse migliorare, potrei abbandonare l’idea delle Gorges, puntare su Draguignan e da lì alla costa. Sì, ma avrebbe senso? Sarebbe senz’altro un giro molto lungo e tortuoso; soprattutto, sarebbe un itinerario da affrontare in gran parte di notte, magari con il maltempo, e senza che io conosca neanche un metro di quella strada. No, non ha alcun senso. Se proprio sarò costretta ad abbandonare il progetto del Verdon, è meglio che io resti sulla Route Napoleon: non l’ho mai percorsa in bici, ma in auto sì; in caso di pioggia o difficoltà, sarebbe comunque un’ancora di salvezza, un luogo più o meno frequentato e rintracciabile.

La pioggia non sembra voler cedere il passo. Alla fine, confusa immagine sulle lenti bagnate, intravedo davanti a me il bivio. Riez, a destra; Castellane, Grasse, la costa, dritto. Sono quei momenti in cui, al posto mio, dovrebbe decidere qualcuno con un po’ di coraggio. Non dico incoscienza, perché di quella credo d’essere ben fornita… Ma alla mia incoscienza fa sempre da argine la paura. Per quanto io guardi in su, non vedo tracce nel cielo che consentano di sperare in un miglioramento. Forse ci sono, ma io non sono in grado di coglierle. Non è un temporale, questo. Potrebbe anche piovere fino a domani mattina… L’idea di andarmi ad infilare su per la strada di Aiguines in queste condizioni mi terrorizza: non tanto per la salita, quanto per i tratti di discesa, su una strada stretta ed esposta su centinaia di metri di salto senza appello. Sarà buio ed io avrò a che fare con i freni pressoché inutilizzabili sui cerchi bagnati. Nella migliore delle ipotesi, rischio un bivacco senza riparo a temperatura tutt’altro che confortevole; nella peggiore, potrei anche dare motivo di giubilo agli avvoltoi che popolano la zona…

Amen, Gian, è andata così, lascia perdere. Non ce la faresti mai. Tira dritto, e poi si vedrà. Gambe in spalla, lungo gli interminabili saliscendi della Route Napoleon, in un paesaggio spettrale di un giorno dall’aspetto pesantemente autunnale. La strada corre lungo la ferrovia e s’intreccia con essa, costringendomi a pericolose evoluzioni per stabilire l’angolo migliore con cui attraversare i binari: il ricordo dell’incontro ravvicinato con l’asfalto, occorso dopo che avevo avuto la bella pensata d’infilare la ruota anteriore nella fessura, è ancora fin troppo vivo. Bagnata fino al midollo, provo un po’ di tristezza e disappunto, ma mi sento, ora, molto più sollevata. Mi adeguo e proseguo la mia lenta marcia verso Castellane, lenta per il peso dei bagagli, per le difficoltà di equilibrio sul bagnato, per l’indolenza di chi non ha orari né fretta.

Nel piccolo abitato di Barréme, mi rifugio sotto lo spiovente di un tetto, per mettere su le fascette ed il giacchino rifrangente ed assicurarmi che le luci siano pronte all’uso. La luce sta calando, prima del tempo, per colpa delle nuvole; meglio che provveda a rendermi visibile. Un boccone del buon pandolce francese: lo stomaco reclama… Rabbrividisco; i capelli mi si appiccicano al viso. Ancora in sella, per chissà quanti km. Non ho idea di quanto disti Castellane da qui, né di quali paesi si debbano ancora attraversare prima di arrivarci; d’altronde, non ho alcuna voglia di scavare nello zaino per estrarne la cartina. Non si può sbagliare, qui, basta andar dritto. Continuo la marcia lungo il corso del torrente “L’Asse”; torrente, o fiume, non lo so, non vorrei mancargli di rispetto. Interminabili i saliscendi verso La Tulliere; poi, una salita interviene a risvegliare un po’ il mio animo e le mie gambe intorpidite. Splendida salita tra pini marittimi e radi cespugli, in un paio di tornanti conduce ad uno splendido passaggio attraverso una gola, ancora strati di roccia poggiati l’uno sull’altro, inclinati, schiacciati. Nella luce cupa della sera, con la pioggia che ha appena perso un po’ d’intesità, questo luogo è ancor più tetro ed affascinante insieme; l’unico rumore è quello delle gocce sul cappuccio, sulla mia giacca, ma sembra di sentire la roccia stridere, crepitare, contorcersi nello sforzo del movimento. Solo radi cespugli osano avventurarsi sulle pareti irregolari, a striscie, e danno l’effetto si una vasta superficie a puntini scuri. Meravigliosa solitudine della sera. Non posso fare a meno di ripensare al lavoro, in particolare a certi episodi davvero disgustosi in cui mi trovo coinvolta, di tanto in tanto, per quella parte del mio lavoro che consiste nell’amministrare condomini; episodi rari, per fortuna, ma che sul momento pesano e lasciano l’amaro in bocca, per la prepotenza, la boria, la maleducazione che prorompono con la violenza dell’acqua che travolge una diga. Beh, ci ripenso per contrasto: lascio a quella gente le inutili miserie, la voglia inarrestabile di attaccar briga sempre e comunque, ci sia o meno il pretesto, la rabbia da masticare giorno dopo giorno, perché chi è causa del suo mal pianga se stesso; non potranno mai provare, loro, la bellissima beatitudine che vivo io in questo momento, nonostante tutto, nonostante la pioggia, il freddo. Questo è ciò che conta, è la mia vita; tutto il resto è un male necessario…

Ancora un cenno di vita, un pugno di case, Taulanne. Un’altra breve salita, fino al Col de Lèques. “Tac, tac”, il rumore ritmico continua ed è l’unico suono che resta a farmi compagnia. E’ ormai quasi buio: da quassù si vedono, molto più in basso, le luci di un paese ben più corposo di quelli attraversati sinora. Sarà senz’altro Castellane. Mi fermo allo scollinamento: sudata e fradicia come sono, è bene che mi copra, anche se la discesa durerà magari solo pochi km. Ormai cadono poche, rade gocce; là dove lo strato di nubi è meno spesso, sembra di intravedere la luce fioca della luna. Assieme a me, si ferma, sul colle, una lunga auto scura, elegante. Ne scende una donna che tenta la sorte presso il bell’albergo proprio lì accanto: niente da fare, chiuso. L’auto se ne va. Attraverso i vetri della finestra di un locale, proprio dirimpetto all’albergo, intravedo le sagome disegnate dalla luce; si sente musica. Che splendido posto da lupi è questo.

La discesa è più lunga, e fredda, del previsto. Accendo una lucina anteriore giusto per rendermi visibile, ma riesco ancora ad intuire la strada senza bisogno dell’intera luminaria. Tremo di freddo, sento le mani irrigidite, il volto congelato. Giù a Castellane sarà bene trovare un riparo, cambiarsi, mangiare qualcosa con calma, prima del lungo viaggio notturno. Chissà: se riuscissi a pedalare tutta la notte, o almeno buona parte, domani potrei comunque arrivare in zona utile per salire al Turini. Se davvero la pioggia fosse cessata… Di stelle ancora neanche l’ombra, ma i raggi della luna sembrano avere ormai imposto la loro presenza.
Arrivo in paese a sera inoltrata; pochi avventori nei dehors dei bar, poca gente a passeggio. Con fiuto degno del miglior segugio da tartufo, individuo immediatamente l’indicazione per la toilette. Un locale abbastanza ampio da farci entrare anche la bici, ed abbastanza pulito da potercisi cambiare. Indosso il pile leggero e, per il momento, la giacca ed i guanti; sbocconcello la torta con le uvette ed i canditi, un po’ di frutta secca, un Lion già pronto tra i denti, quando riparto. Direzione Grasse, subito in salita. Queste soste continue, metti la giacca, leva la giacca, cominciano ad innervosirmi… La luminaria ora fa bella mostra di sé, ma, ben presto, torno alla sola lucina per farmi vedere. Uno squarcio nelle nuvole permette alla luna di illuminarmi il cammino, tanto che, al lento passo della mia ascesa, posso fare a meno dei faretti e della frontale.
Il brusio della città, i cani che latrano, i rumori pian piano si spengono, mentre salgo al buio e gioco a distinguere le cime degli alberi dal cielo nero. Che rabbia, se solo avessi avuto meno paura, se solo avessi saputo che il tempo si sarebbe rimesso al buono… Ma sarà poi davvero così?

La discesa è breve ed ingannevole; segue un lungo tratto di saliscendi blandi ed estenuanti. Quel che più mi preoccupa, però, è la nebbia. Pochi chilometri fa sembrava semplice foschia, un effetto della pioggia appena caduta e dell’asfalto forse ancora caldo, chissà. Ma ormai da un po’ stento a vedere dove metto le ruote: in salita, può anche andare, ma, sul piano ed in discesa, la vita diventa davvero amara. I miei occhi da incallita miope vedono malissimo al buio; vedono malissimo nella nebbia… Se poi facciamo un minestrone delle due circostanze avverse, per me è davvero troppo. Mentre così rimugino, sento il rombo di un motore alle spalle, a gran velocità: l’auto mi sorpassa, mi schiva, ma ho la netta sensazione che chi guidava si sia accorto di me quando mi era già quasi a fianco. Sembro un albero di Natale, con tutti i rifrangenti che ho addosso, e con la luce rossa posteriore, ma è chiaro che, nella nebbia, tutto ciò serve a poco.
Non posso certo fermarmi qui, in mezzo al nulla. Decido che è il caso di procedere ancora un po’, sia pure con gli occhi in mano per tentare d’intuire la strada. Non immaginavo che la Route Napoleon fosse così frequentata, nottetempo, e che esistesse un qualche limite di velocità minimo dei novanta all’ora, anzi cento in caso di visibilità ridotta. Non capisco: io non vedo un tubo, e questi sfrecciano senza alcun riguardo.
Un’altra auto mi schiva per un pelo; questa volta non è più una sensazione: nel momento in cui il cuore salta un paio di battiti, mi rendo conto di essermela cavata, questa volta, davvero per il rotto della cuffia. Vampata di calore… No, così non ha senso andare avanti. Anche perché non andrei avanti a lungo. Il prossimo Schumacher notturno mi renderà parte integrante dell’asfalto della splendida Route; destino anche glorioso, se vogliamo, ma vilmente ne farei a meno.

Come una sorgente d’acqua nel deserto, compare un grosso caseggiato, abitato a giudicare dalle auto parcheggiate nell’antistante spiazzo, e, subito dopo, una pensilina del bus: piccola, confortevole, con tanto di panca, due assi di legno parallele. Sarà il mio rifugio per la notte, almeno per parte di essa. Appoggio la bici, scavo nello zaino, ne estraggo il telo di sopravvivenza, un esemplare già più volte usato e ripiegato. Me l’avvolgo intorno al corpo, in modo da coprire tutto il possibile, e mi siedo con le gambe stese sulla panca, la schiena contro il muro. Tutt’intorno, solo nebbia, buio ed il fischio prolungato, ad intervalli, di qualche volatile, come un’interminabile cantilena.

Abiti bagnati, appiccicati alla pelle, freddo pungente della notte: se non siamo a quota mille metri, poco ci manca. Il telo termico fa quel che può, ma tremo come una foglia. Mi addormento, mi risveglio in preda al tremore, torno ad addormentarmi, chissà per quanto; mi fa male la schiena, per non parlare del posteriore; cambio posizione, mi metto seduta, i piedi ormai non li sento più. Così rannicchiata nel mio covo, che in questo momento è la mia confortevole casetta, sono già sprofondata in una specie di torpore della volontà: so che dovrei sporgermi, controllare se per caso la nebbia si fosse un po’ diradata, valutare l’ipotesi di rimettermi in marcia. Ma non ce la faccio ad alzarmi in piedi. Manca la scintilla. Le auto sfrecciano davanti alla pensilina, distante dalla strada qualche metro: ogni volta è un rombo improvviso, uno spostamento d’aria che solleva e scompagina il telo termico e mi conficca una lama di gelo nei muscoli e nella ciccia. Oso appena il naso fuori: il caseggiato ed il piazzale illuminato non si vedono quasi più… Solo un alone di luce giallognola. Ed è qui, davvero, a due passi. Il fischio, il rombo, il rumore improvviso delle frasche, di tanto in tanto. Saranno lunghissime queste ore, fa così freddo. Non ho fame, non ho male, se solo riuscissi a dormire, è bellissimo qui. La sensazione degli alpinisti, alle prese con le quote alle quali il cervello fa una fatica sovrumana a connettere, dev’essere qualcosa di vagamente simile. Io, che non ho il fisico, lo provo già qui, ad altitudini da collina… Riesco alla fine a raccogliere quel tanto di volontà che basta a cambiare posizione: mi arrotolo nel telo termico come un salame, testa compresa; mi distendo sulla panca di legno, su un fianco; appoggio la testa. Più nulla.

Non è più completamente buio. Un pallido barlume sembra allargarsi oltre il telo termico. Apro un occhio, lo richiudo, torno nel mio limbo. Dovrò aprirlo ancora due volte per riemergere finalmente ad un accettabile livello di coscienza. E’ ora, Gian, è l’alba.
Portarmi in posizione seduta mi costa una fatica indicibile, oltre ad un buon numero di improperi vari. Ossa, nervi, muscoli, tutto irrigidito in posizione innaturale, tutto congelato. Polpacci e piedi, in particolare, sono di marmo, gelidi ed immobili. Li poggio a terra così come sono: mi sfrego e scaldo le mani, poi passo a massaggiare energicamente le gambe. Parecchi minuti di sforzo per sentire il sangue affluire fin giù, per riuscire a piegare le caviglie. Freddo intenso nella schiena, al torace, senso di nausea, un gustaccio in bocca, un crudele mal di testa, neanche mi fossi data ai bagordi. La luce è fioca, potrebbero essere all’incirca le sei; la nebbia s’è diradata appena appena, ma, con il chiaro del giorno, si ragiona già un po’ meglio. Per ora non ho fame; la sola idea di mettere qualcosa sotto i denti mi ripugna. Alla colazione provvederò strada facendo; le provviste non mi mancano.
Risalgo in sella, in equilibrio precario, così come sono, senza levare nulla di dosso, ancora mezza congelata. E’ inutile ricoprirsi di strati, se il primo, quello alla pelle, è umido. Quanto vorrei un accappatoio… La visibilità pian piano migliora, anche se il sole non è ancora sorto oltre il confine delle montagne. La foschia disegna particolari di paesaggi da sogno, che sarebbero degni di fotografia, se solo questo inutile rottame che mi porto appresso si dimostrasse collaborativo. Un albero, isolato, in mezzo al campo; tronco possente, tentacoli ancora nudi, sfumati nel grigio quasi rosa. Resto a bocca aperta. I cascinali emergono uno ad uno dai contorni sfocati. Le mani sono rigide sul manubrio; spero di non trovarmi a dover frenare all’improvviso; non so se ne sarei in grado. Leggero falsopiano, una curva, la strada segue una profonda insenatura nella montagna. Ora sì, è il caso di fermarsi e levare qualche strato: e magari mangiare anche un boccone, visto che lo stomaco comincia a dar cenni di pretesa. Diradata la nebbia, si annuncia una splendida giornata. L’ambiente ha ormai i tratti del mare: terra bianca e sabbiosa, vegetazione da clima caldo. La discesa verso il paese di St Vallier de Thiey impone però ancora la giacca. Nello zaino, intanto, il caos ha raggiunto il suo apice; ormai prendo e ripongo alla rinfusa, senza più alcuna attenzione per la disposizione razionale del bagaglio. Accade così che il sacco appoggi sulla schiena con un bubbone e resti pendente da una parte o dall’altra. Scruto la traccia della strada lungo la montagna: quel che vedo, per ora, è ancora tutto all’ombra; solo qualche spicchio gode già dei primi raggi. Però, qualche raro ciclista è già all’opera, buon segno. Ieri, nel mio lungo viaggio, ne avrò incontrati in tutto un paio…

Mi godo un voluttuoso Lion mentre arrivo alle prime propaggini di Grasse. Addio dolci saliscendi e strade ampie, deserte, silenziose. Da qui in poi, e fino a Ventimiglia, sarà il caos, mi ci devo rassegnare. A Grasse, poi, cominciano i miei guai stradali. La mia priorità, in questo momento, è scendere al mare, in un qualsiasi punto tra Cannes ed Antibes, che mi sembrano le due località costiere più vicine e logiche. Peccato che io non disponga di una cartina della città, e peccato che questo luogo sia un vero e proprio labirinto. Incroci, deviazioni, rotonde a profusione, da affrontare con la mente ancora ottenebrata dalla notte che mi ha inflitto, se possibile, ancor più stanchezza, anziché donarmi un po’ di riposo. Diligentemente, seguo le indicazioni per Cannes, con un occhio pronto a schivare pedoni, portiere di auto spalancate all’improvviso, partenze e svolte fantasiose. Dopo aver percorso una distanza che mi sembra interminabile, mi ritrovo in faccia ad un cartello più che mai eloquente: Cannes… Ma con il divieto per pedoni e biciclette. Bene, perfetto. Dove diamine vado adesso? Tento la sorte imboccando una strada in discesa che mi sembra andare nella giusta direzione… Ma non è così. Qui vado a finire chissà dove. Pegomas, ma non è sulla mia rotta. Torno sui miei passi, che vuol dire in salita: amo il caldo e l’ho tanto desiderato, ma c’è una sola circostanza in cui lo detesto, ed è questa, il caldo asfissiante del traffico e dell’asfalto cocente in città. Nel mio scarno francese, provo a chiedere lumi: dove vado per arrivare al mare? Un simpatico arzillo vecchietto dalle gote rosse mi suggerisce di seguire la strada di fronte a noi, “tout droit”, e mi fa il nome di una località che, per quanto io proceda “tout droit”, non vedo indicato da nessuna parte. E poi, qui, distinguere un paese dall’altro è un rebus… E’ un continuo, paesi, viali, capannoni, parchi commerciali, un inferno. Tout droit ancora; torno a leggere l’indicazione per Cannes, un cartello in campo verde ed uno, più piccolino, in campo bianco. Quest’ultimo mi dà fiducia: di lì dovrei poter passare anche in bici, almeno spero. Spero… Ma mi sbaglio. D’un tratto, senza sapere bene come ci sono finita, mi ritrovo su qualcosa che ha tutta l’aria di essere una specie di svincolo, a carreggiate separate, anche se non ho visto l’ombra di cartelli di divieto. A destra, le deviazioni per l’autostrada; dritto… Dritto, eccolo lì, il cartello di divieto, visibilissimo, ma qui in un punto che non mi serve più a nulla. Esito un attimo: e mò? Se procedo, rischio che mi becchi la Gendarmerie e mi faccia un tombino così. Se giro indietro, rischio che un’auto mi centri – già non ci si aspetta di vedere un ciclista in superstrada, figuriamoci poi contromano – e mi spedisca a miglior vita. Procedo. Tre minuti tra i più emozionanti della mia vita, pedalando a più non posso, con tutto il mio carico di bagaglio, contro il guard rail, sulla superstrada a tre corsie verso Antibes. Imbocco senza dubbio la prima uscita, che guardacaso è proprio Antibes e mi rigurgita in mezzo a capannoni, rotonde e cavalcavia senza forma. Seguo ancora, fedelmente, la direzione di Antibes: mi tocca un’altra salita, breve ma impegnativa, ancor più per il fatto che non ho idea di dove andrò a finire. Forse per questo, le gambe pestano con rinnovata rabbia sui pedali. Del mare, ancora nessuna traccia; in compenso, supero un paio di boulangerie che spandono nell’aere profumi a dire poco assassini. Giro a vuoto, in preda a crescente esasperazione, ancora per un’eternità, prima di trovarmi finalmente al cospetto del mare: semafori, caos, ferma, riparti, attenzione all’ambulanza, pedoni, rumori, sete… Quando la misura è davvero colma, tento l’ultima carta. Sempre con il mio stentato francese, imploro un viandante di indicarmi la via per Nizza. Lì per lì, il distinto signore mi risponde, un po’ sorpreso dalla stessa ovvietà della sua affermazione, che devo viaggiare con il mare alla mia destra; poi, compreso che il mio problema è proprio quello, raggiungere il mare, m’insegna un passaggio che mai e poi mai avrei trovato da sola, attraverso il vecchio borgo. Quando mi trovo, finalmente, a pedalare quasi spedita sul lungomare, è come se mi avessero levato di dosso un macigno. Come se qualcuno si fosse offerto di portarmi lo zaino. Così, smaltita la tensione, mi torna in mente che non metto piede in bagno da ieri sera, a Castellane, e come prima cosa m’infilo in uno dei torrioni di plastica distribuiti strategicamente lungo la pista ciclabile. Poi, via la maglia a collo alto; passiamo alla versione estiva, maniche corte e gilet. Il sole è caldo, limpidissimo, ma l’aria che soffia dal mare suscita ancora qualche brivido. L’acqua è placida, onde pigre, dolcissime come il tepore del giorno che si fa pieno. Non posso distrarmi più di tanto, anzi, qui conviene tenere occhi ed orecchie ben aperti, perché la pista ciclabile è invasa da ogni sorta di veicolo più o meno convenzionale: bici, pattini, monopattini, carrozzine. Senza contare chi va a spasso e chi s’allena di corsa. Qui ci sarebbe materia per uno studio sul caos: ciascuno segue una propria traiettoria del tutto casuale e slegata dalle traiettorie altrui, sbanda e scarta e svolta senza la minima cura per chi sopraggiunge alle spalle, eppure non vedo scorrere nemmeno una goccia di sangue. Una cosa che mi sconcerta. Come sarà mai possibile?

A Cagnes sur Mer, la confusione raggiunge l’apice del delirio. La strada lungo il mare è chiusa ai veicoli e dedicata ai turisti: significa che lo stesso marasma che prima era confinato alla pseudo pista ciclabile, qui è estero all’intera sede stradale. Non mi azzardo a cercare altre vie; ora che ho il mare qui accanto, il mio faro nella notte, non ci penso nemmeno, ad allontanarmi. Con una rassegnazione che stupisce anche me, forse merito o colpa della stanchezza, mi tuffo nella folla, a passo d’uomo, con uno o anche entrambi i pedali sganciati, tenendo tutto sommato a freno l’istinto omicida. Di tanto in tanto, quando uno degli innumerevoli marmocchi mi taglia la strada a tre centimetri dalla ruota anteriore, rischiando di buttarmi a terra, rimpiango di avere lo zaino pieno di vettovaglie e vestiti sporchi anziché dinamite, ma faccio buon viso a cattivo gioco. Certo che la tabella di marcia, se mai è esistita in questo viaggio, va a farsi benedire; procedo a velocità da passeggio. In fondo, c’è un aspetto positivo in tutto ciò: se riesco a mantenere questa calma olimpica, significa che la paura incontenibile, residuo dell’incidente di Capodanno, è ormai solo un lontano ricordo. Approfitto di una fontanella, presa d’assalto dai podisti, volgendo poco rispettosamente le spalle ad una cerimonia ufficiale che si sta celebrando davanti ad un monumento ai Caduti: che strano… Pensavo che il 25 aprile fosse festa solo da noi! Ma ormai la profondità della mia ignoranza non mi sorprende più.

Lungo un’unica, interminabile pista ciclabile, che attraversa qua e là la strada imponendo sosta e precedenza ad ogni incrocio, mi ritrovo accanto all’aeroporto di Nizza. Con tanto di spettacolo gratuito; non avevo mai visto così da vicino il decollo di un aereo passeggeri! E qui c’è un gran viavai di ali, rombo assordante di motori, eleganti bestioni di metallo tirati a lucido. La pista ci passa accanto, ma non solo: continua, fino a Nizza ed oltre, una lunghissima fetta di strada, sia pure un po’ risicata, protetta dal traffico di auto. A patto, ovviamente, di non avere fretta. Qui di bello c’è solo il mare, a destra. Tutto il resto a me sa d’inferno, non potrei restarci per più di un veloce, inevitabile passaggio in bici.

Beaulieu, poi Cap d’Ail. E’ il momento della verità: il Turini ormai è un miraggio; se dovessi sciropparmi la strada dalla costa fin lassù, e ritorno, mancherei senza dubbio anche l’ultimo treno della sera. E non ho troppa voglia nemmeno di andare al Col de Castillon, da Mentone. Però, una salita vorrei ancora aggiungerla: se non altro, per vedere un po’ come stanno le gambe, dopo tutti questi chilometri, questa fatica, questi strapazzi. Appena prima di arrivare a Cap, mi fermo sul lungomare, appoggio la bici a terra: un attimo di tregua, uno spuntino, perché ormai la fame è continua, incessante. Leggo il messaggio di Matteo, pure lui in bici, impegnato in un giro da 180 km: si sminuisce, come sempre, ma io so bene che sono molto più blandi i miei quattrocento km a ritmo da tartaruga, rispetto ai centoottanta percorsi alla sua velocità. E poi, so bene che lui fa collezione di salite con pendenze che hanno poco da invidiare ad una via ferrata, mentre io, nella mia lunga traversata, credo di aver collezionato si e no tremila metri di dislivello. Anche se una stima, con tutti quei saliscendi, è pressoché impossibile.
Per un attimo, resto imbambolata sul basso parapetto di cemento, a guardare la costa ed il blu del mare. Sarebbero luoghi splendidi, se avessero la stessa densità di costruzioni e popolazione del Sahara. Afferro senza grandi speranze la macchina fotografica, che ho abbandonato per qualche minuto in pieno sole. Inaudito: rinfrancata e riscaldata, funziona…

A Cap d’Ail, imbocco il bivio a sinistra per La Turbie. La salita che mi mancava potrebbe essere questa. Sei km di ascesa non poi così impegnativa, ma comunque severa per le mie gambe provate e per le mie spalle segate dallo zaino. La schiena grida vendetta, ma non è ancora finita; non si può indulgere così alle lamentele del corpo. Mortificazione della carne: chi se la procura con il cilicio, chi con un buon dieci per cento di pendenza. Se la realtà non è un dieci per cento di pendenza, in questo momento per me conta, come si fa con le temperature, la pendenza percepita, che in certi punti rasenta il quindici. Caldo finalmente cocente: peccato solo che la borraccia sia già vuota… Pazienza, troverò acqua in cima. O in discesa, a Mentone, oppure alla stazione, a Ventimiglia. Non ha importanza. Pesto sui pedali, m’impongo calma e rassegnazione. La salita è bellissima, una linea a zig zag sulla parete della tonda collina. Più indietro, sulle montagne, s’addensano nuvoloni dall’aria poco confortante, ma oggi, almeno oggi, la cosa non mi tange. Goccioloni di sudore colano giù lungo la fronte e le braccia: il primo vero caldo della stagione si fa sentire, anche se io sono lucertola nell’animo ed adoro i picchi di temperatura. E poi, vengo dal regno della nebbia d’inverno e dell’umida calura appiccicaticcia dell’estate…

Sei chilometri di fatica, ma le gambe rispondono bene. Anche a La Turbie ha colpito la cosca dei baristi; l’unica fontanella è desolatamente secca. Non mi avrete. Anzi, meglio così, tutto peso in meno da portare su. Vorrei salire ancora a Peille. Non ricordo nulla della strada che ci arriva da questa parte: l’ho percorsa solo in discesa, non saprei rendermi ben conto della difficoltà. I nove km fino al grazioso paesino sono poco più che un lungo falsopiano in salita, pedalabilissimi anche con la zavorra. Fiori di ogni genere, profumi di glicine, ulivi, luce intensa: Peille mi compare davanti, oltre una curva, senza che quasi me ne accorga. La salita dura, che ricordo io, è l’altra, quella che arriva da L’Escarene. Anche qui, fontanella secca, niente da fare. Pace: torno sui miei passi, dando fondo, con voracità insaziabile, ad una busta di frutta secca, deliziosa, misto tropicale. Nonostante i sobbalzi, le buche ed anche qualche scalino collezionati oggi, il “tac tac” della ruota posteriore è sempre uguale a se stesso.

Ridiscendo a La Turbie e, da lì, a Roquebrune e poi a Menton. Traffico intenso, ma è proprio vero che non c’è mai limite al peggio: ho vissuto oggi il caos pedonale e adesso, in mezzo ai motori, mi trovo molto più a mio agio. E poi, qui ormai è strada nota. Menton, il lungomare, la passeggiata; le madame che finalmente hanno smesso di sfoggiare le loro ridicole pellicce ed ostentano, adesso, i salami di lardo, rigorosamente lampadati però. E gli immancabili podisti, qualcuno vestito di tutto punto e con polpaccio guizzante, qualcuno con la maglietta fradicia di sudore e la faccia paonazza, disfatta di chi è prossimo al collasso. Faccio dell’ironia, io… Ma sono seriamente preoccupata, a questo punto, per la salitella tra Latte e Ventimiglia. Non tanto per le gambe, quanto per la schiena, che fa proprio male. Non c’è niente da fare, non sono proprio adatta a questo genere di viaggi, che richiedono cura e meticolosità in ogni minimo particolare, sempre, dal primo all’ultimo km; con un minimo di cura in più nell’organizzazione del bagaglio, queste sofferenze si potrebbero evitare. Eppure ormai mi conosco…

Supero la vecchia dogana: rieccomi in Italia. La salitella passa senza colpo ferire: in altre occasioni, ho patito di più… Poi la galleria, il semaforo, la rotonda: dopo poco più di 420 km, eccomi a Ventimiglia, alla stazione. 15.58, il treno per Cuneo sta partendo in questo istante: pazienza, mi rassegno a tre quarti d’ora di attesa del prossimo e mi metto pazientemente in coda alla biglietteria, con la bici per mano. Divento all’istante l’obiettivo degli sguardi furtivi degli altri viaggiatori; qualcuno si avvicina, fiero di potermi dire “…sa, vado in bici anch’io!”. Ovviamente, il mio trabiccolo di supporto alle luci desta la più sfrenata curiosità. Opera di alta ingegneria.

Trasporto le mie stanche ossa e la bici sul binario. Il viaggio di ritorno a Borgo San Dalmazzo scorre tranquillo, in compagnia di un simpatico controllore in cui, mi si permetta questo peccato d’orgoglio, credo di aver contribuito a riaccendere, proprio qui, proprio oggi, un’antica fiammella di passione per il ciclismo, lungamente sopita. Mi parla della sua vecchia bici, lo esorto a portarla a riparare e rimettere a nuovo. Chissà, magari la prossima volta lo incontrerò come passeggero, e quel giorno, nello scompartimento bagagliaio, la mia due ruote stracarica di bagagli non sarà più sola…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!