25-26 giugno 2021 – BICI E PIEDI IN VALLE PO

Da qualche mese, per due giorni alla settimana lavoro in un ufficio di Revello, paesino a pochi km dall’imbocco della Valle Po. Mi ci trovo bene per tanti motivi: lasciando da parte quelli di carattere professionale, c’è il fatto che la segretaria a me assegnata è una dolcissima e pingue Labrador, Sharon… E che il luogo si presta a parecchi itinerari di camminata e di corsa in montagna, con partenza ad un tiro di schioppo. Strade sterrate e sentieri di mezza montagna sopra Martiniana Po, Gambasca e Sanfront; la zona della Colletta di Isasca più verso Saluzzo e poi, ovviamente, l’alta Valle Po, che in questa stagione è la più appetibile.

Una seria commercialista, nel mese di giugno, in pieno periodo di dichiarazione dei redditi, non schizzerebbe via dall’ufficio poco dopo le sei e mezza, qualunque sia la sua destinazione. Ma io con la serietà ho sempre fatto a pugni. Oggi c’è la bici che mi attende in auto, incastrata con un po’ di sacrificio dentro la vecchia Opel Corsa, parcheggiata in vista dalla finestra della stanza in cui lavoro, che non si sa mai. Poco oltre le sei e mezza, scappo via, con il telefonino appeso all’orecchio ed un cliente che mi parla, ma a cui non riesco a prestare troppa attenzione.

La destinazione della breve trasferta in auto è la piccola area picnic di Calcinere, quota 750 m circa. E’ comoda ed è il mio punto di riferimento per le incursioni ciclistiche e podistiche in valle. Ci si può cambiare d’abito senza occhi indiscreti, anche se questa sera nella piazzola accanto è parcheggiato il camper di una coppia di maturi signori. Pazienza. So già di aver dimenticato almeno un paio di cose, nel bagaglio: la maglia della divisa da bici ed il telo termico. Rimpiazzo la prima con una maglietta quasi elegante “borghese” che tengo sempre in auto per gli imprevisti: non è certo tessuto tecnico, ma più o meno servirà allo scopo. Quanto al telo termico… Spero di non averne bisogno. Lo zaino è comunque ben fornito di abbigliamento invernale.

Il programma prevede di salire a Pian del Re in bici, legare la bici con il pesantissimo catenone Konig a qualche appoggio abbastanza sicuro e salire a piedi fino al Monte Meidassa, che dovrebbe essere a quota tremila o poco più. In realtà, dubito di riuscire ad arrivarci, perché a fine giugno ci sono spesso ancora nevai abbastanza estesi, una delle tante cose di cui io ho il terrore di giorno, figuriamoci di notte. Tuttavia, ho deciso di andare a mettere il naso e vedere com’è la situazione.

Mangiucchio un po’ di pane e formaggio, che, dopo essere rimasti in auto tutto il giorno sotto il sole, sono morbidissimi. Adoro il formaggio sciolto, anche se non so quanto possa essere ancora commestibile. In ogni caso, il mio stomaco incenerisce e non protesta.

Prendo il portafoglio per togliere bancomat e patente, onde evitare di lasciarli incustoditi in auto. E faccio l’inquietante scoperta: non ci sono… Realizzo immediatamente di averli lasciati nel piccolo portafoglio che mi porto dietro nello zainetto quando esco a correre o in bici, il quale ovviamente è rimasto a casa. Non sarebbe poi una faccenda così drammatica, se non fosse che il serbatoio della Corsa è quasi a secco e che, domattina, dovrò percorrere una settantina di km fino a casa. Ho cinque euro, ma in moneta… Non vanno bene per il distributore automatico di carburante. Pazienza: come sempre, quando non ho alcuna soluzione per un problema, scelgo di metterlo da parte ed infischiarmene, almeno finché non sarà indispensabile affrontarlo. Alla peggio, ho la bici: se l’auto mi abbandonerà, tornerò a casa pedalando.

Salgo in sella poco oltre le sette. Nel borsello sul manubrio ho due pile frontali; nello zaino una giacca invernale ed un’altra antivento in goretex e cappuccio, gambali e manicotti, guanti invernali, copricapo in pile, una maglia di lana per la discesa, parecchie batterie di ricambio per le luci e qualche cosa da mangiare. Pesa una tonnellata, il sacco.

Mi avvio pian piano, con cautela e rapporto morbido. Circa 18 km da qui a Pian del Re. Il Monviso troneggia sulla valle, azzurro chiarissimo nella luce della sera, con i suoi immancabili baffi di nuvole. In questa stagione c’è luce fino a molto tardi: potrei persino riuscire ad arrivare su prima che sia del tutto buio.

Lo zaino è pesante e scomodo: devo assolutamente trovare una soluzione alternativa per trasportare la catena, prima di massacrarmi la schiena già sofferente. All’altezza del bivio per Oncino, mi fermo, la levo dallo zaino e la arrotolo alla bell’e meglio intorno al manubrio: pare una sistemazione discreta. Riprendo la salita. Per ora la temperatura è gradevole. Poche auto salgono verso Crissolo: confido che, oltre il paese, non ci sarà più anima viva o quasi.

Di solito, preferisco raggiungere Pian del Re salendo da Ostana, dalla rampa ripidissima di località Ciampetti, ma questa sera, visto anche il carico e l’obiettivo successivo, opto per la strada principale. Salgo con cautela, ma mi sembra di stare abbastanza bene. Avrei bisogno di un pezzetto di cordino o fil di ferro per fissare meglio la catena: se trovassi anche solo qualcosa per terra… Ma no, quando c’è bisogno di un pezzetto di monnezza, figuriamoci se lo si trova.

La maglietta borghese è tutto fuorché comoda. Man mano che salgo, la temperatura raffredda e le maniche ed il collo larghi sembrano fare da autostrada per gli spifferi di vento. Ma l’unica alternativa che ho è la giacca invernale, decisamente eccessiva.

Attraverso Crissolo, dove mi supera un pick up del Soccorso Alpino: bene, almeno so che ci sono. Andando verso l’alto, rincorro la luce del giorno che se ne va. La vetta del Monviso è incendiata e nascosta dagli sbuffi di nuvole. Come previsto, da qui in poi non c’è quasi più nessuno. Nei pressi delle piccole frazioni successive, ci sono parecchie auto parcheggiate, ma non un’anima in vista.

La nebbia che avevo visto con un po’ di preoccupazione nella parte alta della valle si è ormai diradata. Supero con un po’ di fatica, per via del peso dello zaino, i tratti più ripidi fino a Pian della Regina, dove una sequenza di grossi camper è già in assetto da notte, ed affronto gli ultimi tre km verso la mia meta intermedia. Tira vento e fa proprio freddo; la maglietta si appiccica alla pelle gelata. Coraggio, manca poco ed il Monviso è qui sopra, immenso e meraviglioso.

A Pian del Re, per prima cosa indosso la giacca invernale da bici e poi vado alla ricerca di un posto per sistemare la bici in mia assenza. Un robusto recinto di legno fa al caso mio. Il catenone è lungo a sufficienza per legare sia il telaio che entrambe le ruote senza bisogno di smontare nulla. C’è ancora un po’ di luce e sono già le dieci e mezza. La pila frontale è fissa sul capoccione, ma spenta, per ora. Mi avvio sul sentiero che sale al Colle Traversette, ma dopo poche decine di metri torno giù: ho dimenticato di riaccendere il GPS e vorrei avere una misura precisa della salita. Riparto, con cautela, mentre il buio pian piano avvolge e fa sparire ogni contorno. Un po’ d’ansia, è inevitabile, ce l’ho: in fondo, l’essere umano è un animale diurno ed ha la vista come senso principale. La mia è già menomata di suo. Immersi nel buio spesso della notte in alta quota, se ne deve fare in buona parte a meno. Si percepiscono impressioni di movimento, ombre. In compenso, ogni minimo fruscio diventa un frastuono. Il rumore dell’acqua che scorre negli innumerevoli ruscelli è un frastuono assordante. Salgo piano, so che sarà lunga. Il sentierone del Colle Traversette è enorme, molto evidente: quasi impossibile perdersi, ovviamente a patto che la notte sia limpida e senza nebbia. Con la nebbia, ci si può perdere ovunque. Presto attenzione alle tacche rosse e gialle, molto evidenti e numerose. Dietro di me, le infinite luci della pianura. Davanti, per ora, un muro nero.

Illumino con la luce della pila frontale un paio di occhi gialli in lontananza. Non ho idea di che animale possa essere, ma non penso si tratti di un camoscio o uno stambecco, che in questa zona è possibile incontrare abbastanza spesso. Si allontana lungo una traiettoria a semicerchio, ma mi tiene d’occhio e non si spaventa per la luce. Proseguo per la mia strada, tra pensieri fantasiosi. La calma del passo fa da contrasto con il genere orripilante delle immagini inverosimili. Un lupo? Non penso proprio che i lupi attacchino l’essere umano, quindi se fosse un lupo andrebbe bene. Una lince? Ammetto la mia ignoranza, non so se questa specie viva così in alto, ben oltre i 2.000 m di quota. Forse sì. Un orso? Un po’ troppo veloce e leggiadro negli spostamenti e poi non ho mai sentito parlare di orsi sulle Alpi Occidentali. Se lo fosse, mi ghermirebbe e mi farebbe a brandelli con le sue unghie. Ma in ogni caso qui non avrei modo di sfuggirgli né alcuna possibilità di riparo, quindi tanto vale proseguire e non pensarci.

Mi giro di scatto e vedo un mezzo cerchio color rosso fuoco, quasi un occhio minaccioso. La luna! Me n’ero completamente dimenticata. Vero, dovrebbe essere piena o poco meno! Spunta da dietro la montagna, sale rapidamente, enorme, bellissima. Che spettacolo e che gioia! Continuo a salire, ma mi giro spesso ad osservarla.

Oltre un traverso a pendenza moderata, la salita riprende drastica a tornantini. Ci si infila nella parte stretta di vallone che porta verso le casermette ed il Colle Traversette. Scorgo, in alto, una luce, anzi due. Possibile? C’è altra gente oltre a me, qui, adesso? Così pare. Due persone stanno scendendo. Le incrocio qualche decina di metri dopo. Sono due escursionisti saliti al Buco di Viso, che tornano giù. Mi chiedono dove stia andando; accenno alla Meidassa, anche se ho qualche dubbio. Ci salutiamo e ciascuno prosegue per la sua strada, ma poche decine di metri di dislivello più in alto la mia salita finisce in modo inaspettato. Non avevo visto traccia di neve fino lì… Invece c’è, eccome se c’è. Un nevaio ampio, con superficie gelata che sembra marmo. E mò che faccio? Accenno qualche timido passo sulla neve. Non è che ci sia questo gran pericolo, per carità, ma a me la neve fa paura già di giorno. Illumino con il fascio della frontale la zona: non capisco dove vada il sentiero. La direzione non può essere che una, ma io ho bisogno della traccia evidente per sentirmi sicura. Incasinarsi quassù, a quasi 2.700 m, in piena notte, potrebbe non essere una buona idea. Anche perché tira vento e, nel giro di pochi minuti, sono già mezza ibernata. Farmi raccattare dal Soccorso Alpino sarebbe quantomeno imbarazzante.

Con il cuor di leone che mi contraddistingue, decido di mettere in atto il piano B. Torno giù a Pian del Re e risalgo un’altra volta. Così, dovrei mettere insieme circa 1.300 m di dislivello, all’incirca quelli che pensavo di salire già in origine.

Comincio a scendere senza vestirmi, il che non è troppo saggio. Rombi lunghi, cupi e vicini in sottofondo: sembrano scariche di pietre. La vallata è inondata dalla luce azzurra della luna, al punto che davvero si potrebbe fare a meno della pila. Procedo inciampando, come mio solito, qualche volta di troppo: il mio precario equilibrio, di notte, soffre ancor di più. Le superfici piatte dei frammenti di roccia sui pendii riflettono la luce e sembrano specchi d’acqua; i fiorellini bianchi fatti a campanella rovesciata sono quasi rifrangenti. E sul sentiero si incontrano decine di salamandre, nere ed immobili, al punto che bisogna fare attenzione a non schiacciarle.

Vedo in lontananza le luci dei due viandanti che ho incontrato prima, ma non riesco a valutarne la distanza. Penseranno che io sia una raccontapalle, visto che non è matematicamente possibile che io abbia raggiunto la vetta… Ma pazienza, meglio una raccontapalle viva ed intera!

Approfitto della discesa per mangiare un po’ di pane; è da poco passata la mezza quando arrivo a Pian del Re. Il casermone del rifugio ha alcune finestre illuminate da luce fioca. Controllo che la bici sia ancora al suo posto, giro i tacchi e ricomincio a salire. Ora, anche le pareti della testa della valle sono illuminate, enormi e sembrano incombere quasi a voler chiudere il cielo sopra la mia testa. Una gran quantità di stelle: riconosco qualche costellazione, ma non saprei a quale nome corrisponda. Salgo di buon passo e ben più tranquilla di prima. Questa volta non incontro nessuno, né umano né animale, a parte le salamandre, che giurerei essere nella stessa identica posizione di prima. Penso che non esista alcun “altrove” in cui vorrei essere in questa notte di bellezza impagabile. Questa volta, quando arrivo al nevaio, mi cambio e levo la maglietta bagnata. Asciugo la schiena alla bell’e meglio ed indosso la giacca in goretex sotto la giacca invernale da bici, perché anche quest’ultima è umida. Berretto in pile, guanti invernali, attenzione che dallo zaino non scappi nulla e mi riavvio in discesa. Sopra di me il cielo è limpidissimo e stellato, ma dalla pianura sembra che stiano salendo cumuli di nuvole scure. Pazienza: sono ancora lontane ed io nel giro di un’oretta sarò giù. Supero ancora una volta i ruscelli che scintillano alla luna, ringraziando le scarpe impermeabili; seguo fedelmente le tacche bianche e rosse e torno a Pian del Re, più immobile e sonnacchioso che mai. Manca poco alle quattro. Sistemo ancora una volta l’abbigliamento, indossando alla pelle la maglia di lana e mettendo su anche i gambali. Levo la catena e la sistemo nello zaino: in discesa non dovrebbe dare problemi. Riorganizzo il bagaglio e salgo in sella: saranno solo 18 km, ma gelidi.

Mi avvio con molta cautela, ancor più di quanta già ne usi con la luce del giorno. Non è solo il buio, adesso, a dare problemi: c’è anche il sonno. Un paio di notti fa sono stata a girare in bici in Langa; in generale, in questo periodo dormo ben poco, perché la mia permanenza a nanna si accorda con le ore di buio… Insomma, tener desta l’attenzione non è semplice. E poi il freddo. Che freddo.

Tiro i freni: Pian della Regina con il locale ristorante illuminato ma vuoto, le borgate, Crissolo deserta. Incontro un paio di auto nel tratto successivo, mentre il freddo mi invade le ossa nonostante io abbia quasi solo il naso scoperto. E poi, nell’ultimo tratto rettilineo prima di calcinere, incrocio cinque o sei enormi camion bestiame, che portano, credo, le vacche al pascolo in altura. Enormi, ricoperti di luci, con i motori che sembrano soffrire e probabilmente soffrono davvero lo sforzo della salita. Mi domando fin dove contino di arrivare: Crissolo, probabilmente. Più su non è certo possibile.

Quando arrivo all’auto, mi preoccupo di muovermi piano e non far rumore per non svegliare, soprattutto per non terrorizzare, gli occupanti del camper. Certo che, signori miei, anche voi… Volete trascorrere una notte tranquilla e parcheggiate accanto a me? Mal ve ne incolse!

Non solo non mi levo gli abiti pesanti, ma riparto con il riscaldamento acceso, combattendo con il sonno e sperando che quel poco di gasolio residuo basti fino a casa. La mancanza di sonno fa sì che io veda figure inesistenti ma molto ben dettagliate lungo la strada e addirittura, attraversando un paese, un articolato e suggestivo affresco su una parete, che in realtà è solo un muro scrostato per via dell’umidità. Se non altro, ormai è l’alba e c’è un po’ di luce.

Contrariamente alle mie infauste previsioni, la Corsa, automobilina molto parca nei consumi, a casa ci arriva. Del rifornimento mi preoccuperò più tardi: ora, come i discotecari incalliti ed i turnisti, doccia calda e si va a dormire.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!