25 aprile 2009: Turini andata e ritorno

Capita molto, ma molto di rado che il tarlo del dubbio s’insinui a tentar di sforacchiare la corazza del mio convinto ateismo. Succede, ad esempio, quando Mik mi offre, sua sponte, più o meno, di partire da casa alle cinque e un quarto del mattino. Cioè, per lui, del fondo della notte fonda. Allora un dio da qualche parte esiste… E mi ama! Che Mik stia mettendo giudizio? O che stia perdendo il senno pure lui? Dipende dai punti di vista. Fatto sta che questa volta siamo in due, Max ed io, contro uno a voler saltare in auto ad ore antelucane, per raggiungere Nizza, anzi precisamente Saint Laurent du Var, ad un orario sensato per riuscire a pedalare duecento e rotti km col favore della luce. E di qui a laggiù ci vogliono almeno tre ore, anzi di più. Certo, da sola o con il buon Max sarei partita alle quattro e mezza… Ma suvvia Gian, sforzati, fai un piccolo esercizio di diplomazia. Conta fino ad unmilionesettecentotrentamilaventisei e respira forte. Ci vuol pazienza, con i ciclisti…
Saltiamo in sella alle otto e mezza circa, lagnandoci già per la temperatura, che speravamo ben più confortevole. Tira un vento freddo che fa rizzar la pelle d’oca sulle parti scoperte: poche, per quanto mi riguarda… Ormai ho imparato che quest’anno il caldo me lo posso sognare; quindi, Costa Azzurra o no, ho comunque scelto i pantaloni ¾ felpati ed i manicotti. Si parte tra i capannoni: supermercati, magazzini di mobili, elettrodomestici, bricolage, chi più ne ha più ne metta, un sole un po’ velato a scaldar la schiena. E slalom tra i crateri di questo disgraziatissimo asfalto, tentando di seguire la ruota di Mik ma non troppo: ho sempre paura di far qualche mossa azzardata e toccare la bici di chi mi precede. Verrebbe fuori un bell’ammucchio, per carità! Almeno non all’inizio del giro!
Siccome poi lo spirito è forte ed asceticamente votato alla bici, ma l’occhio è debole ed ogni tanto cade, capita per caso che io osservi un particolare che mi fa temere, per il povero Mik, un accadimento irreparabile prima di sera… Ma taccio, per non preoccupare inutilmente il malcapitato, che tanto non potrebbe far nulla per risolvere il problema.
Vaghiamo un po’ senza meta tra le rotonde, a caccia di un fantomatico ponte che effettivamente poi esiste; passato il Var e gli insidiosissimi binari, svoltiamo a sinistra. Tra un po’ si dovrebbe incontrare il bivio che ci porterà via dallo stradone: lo spero bene, perché di pianura e di vento ne ho già abbastanza. Al primo tentativo, finiamo nel cortile di un’officina Renault: ritenta, sarai più fortunato; torniamo indietro di poche decine di metri, contromano sullo stradone, ed imbocchiamo, questa volta, la retta via. Una bella strada secondaria, con rampe di tutto rispetto e tornanti che in un attimo ci portano su in alto, in vista della piana del fiume; strappi e tratti a pendenza più dolce, in un’alternanza che fa soffrire in modo ignobile le gambette. Mik è già sparito nel nulla, mentre Max come sempre ha pietà di me ed evita di scappare via.
Saliamo tra fiori e profumi, in fondo gli unici cenni di una primavera che anche qui stenta a dare segni di vita; Castagniers è il primo piccolo centro abitato che attraversiamo. Di tanto in tanto, Mik si raccoglie in paziente attesa nei pressi di qualche bivio… Chissà perché non raccoglie il mio suggerimento di portarsi dietro la Settimana Enigmistica! Potrebbe approfittarne per allenare, oltre ai garretti, anche le meningi.
L’ascesa è allietata, o forse al contrario turbata, da un intenso profumo di sugo, qualcosa tipo ragù, ben poco francese: sarà qualche italiano con la casa in Costa Azzurra, che fa tanto stile, ma chi caspita è che cucina il sugo di carne a quest’ora del mattino? Allora non sono l’unica amante delle colazioni pesanti… Solo che io, vegetariana convinta, stamattina alle quattro e mezza mi sono spazzolata i tortelli ricotta e spinaci.
Salite brevi, discese brevi, giungiamo ad Aspremont, piccolo e grazioso paese ormai illuminato da un bel sole tiepido; da lì altro bivio, sinistra, lunga e blanda discesa fino ad un paesello che è una contraddizione in termini: Chateauneuf-Villevieille. Il Chateau a dir la verità non lo vedo, ma son troppo impegnata a guardare dove metto le ruote. Attraversiamo l’abitato, scendiamo ancora, ma Mik ordina l’altolà: il GPS sentenzia che siamo fuori strada. Andiamo avanti, torniamo su? La seconda; qualche centinaio di metri e torniamo nel paese. Un cartello un po’ ambiguo indica Bendejun, che è sulla nostra rotta; certo che questa strada è tale per modo di dire. E’ minuscola, dissestata e sporca di sabbia e pietrisco: se ne accorge ben presto Max. Un sibilo inconfondibile: gomma a terra. Maremma! Pausa imprevista ma, devo ammettere, anche gradita; il sole c’è, anche se incerto, e riscalda un po’ le ossa. Qualche auto, qualche bici, che traffico per una stradina così! E poco più avanti, posto rimedio al fattaccio, superiamo un cortile da cui si lancia all’inseguimento un cagnone: feroce all’apparenza, mi lecca la mano non appena gliela porgo per accarezzarlo.
Ormai siamo in “zona Turini”, beh, quasi: Coaraze è ancora distante dalla vetta, ma è uno dei paesi che richiamano immediatamente uno dei versanti della salita. Lunga e dolce marcia di avvicinamento verso Peira Cava, bella ascesa nel paesaggio tipico di queste “montagne di mare”, bianche di terra e verdi di vegetazione rigogliosa e clima secco. Quasi sempre… Anche oggi il giro della cima ce lo possiamo scordare: si vede già da qui, che la neve c’è ancora, troppo bassa.

Al Col St Roch arrivo un po’ affaticata, ma non posso permettermi di andare in crisi: anche perché il colle per noi è finto; è un quadrivio, ma noi dobbiamo imboccare la strada che continua a salire. 8 km a Peira Cava, 15 al Turini, anche se l’ascesa vera è più breve; i chilometri finali prima del colle sono lunghi, interminabili saliscendi. Insomma, il solito colle finto.
Ci tocca, purtroppo, una sgradita sorpresa: a quanto pare, oggi quassù è in corso un rally, o qualcosa del genere. Il colle è affollatissimo di auto e spettatori, alcuni interessati all’aspetto sportivo dell’avvenimento, altri ben più ispirati da quintali di costine e cascate di vino e birra. Anche la più squallida delle piazzole casca a pennello per un picnic! Proseguo e taccio; la mia pena è un po’ alleviata dai tornanti che da qui si susseguono stretti e secchi, solo un basso parapetto in pietra a nascondere un po’ l’effetto del vuoto, la vallata che si apre ampia. Taccio perché non mi va di ammettere la fiacca, nemmeno a me stessa. E mi distraggo scaricando la stizza sulle auto che intasano questo paradiso, qui dove speravo di trovare un po’ di pace; un sacco di gente che con la montagna non ha nulla a che vedere, che porta quassù le proprie chiappe solo perché ci ha messo sotto un motore, che starebbe meglio a far grasso ad un tavolino del Mc Donald’s o tra gli scaffali di qualche megamercato di pianura… Ovunque, ma non qui! Odiosi perché vogliono rubarmi la mia strada, perché vorrebbero prendersela a suon di clacson e gestacci, ma no, mi spiace, io sto qui e non mi sposto. Da Peira Cava in avanti, poi, metà della carreggiata è occupata dai gazebo delle squadre che assistono ciascuna auto in corsa: accozzaglia di persone in tuta da meccanico, attrezzi, compressori, cerchi, pneumatici, braciole, bottiglie di vino, di Coca, marmocchi urlanti. Povero il mio Turini… Se potessi ti scrolleresti di dosso tutto questo ciarpame, lo so, tutti giù a fondovalle li faresti rotolare. Come ornamento per le tue pendici, quassù, solo la neve che ancora resiste ai raggi di un sole finalmente tiepido. Lo so, sono intollerante. Anche questa gente, in fondo, è qui per divertirsi, come me: ma io non porto quassù fumo e frastuono, al massimo si sente solo il mio respiro affannoso, anzi ogni tanto, quando marca proprio male, non si sente quasi più nemmeno quello.
Max va a caccia di una pompa che possa gonfiare un po’ meglio la camera d’aria sostituita dopo la foratura: con tutto questo armamentario d’attrezzi in giro, ci sarà ben qualcosa che fa al caso suo, no? A quanto pare, no… Proprio niente che si adatti alla valvolina. Procediamo con quattro occhi per uno, tanta è la gente che si muove a mò di gregge di pecoroni a destra ed a manca, senza guardare nulla; poi ci sono anche le auto che vanno su e giù tra i box. Tutto ciò, per arrivare in cima e sentirci dire che no, non possiamo scendere dalla strada che avremmo voluto imboccare. Chiusa per rally. Andiamo bene… Siamo perplessi. Mik, per inciso, è pure mezzo ibernato, chissà da quanto tempo ci aspetta quassù. Che fare? Non resta molta scelta, se non tornare indietro. Prospettiva che mi turba soprattutto perché tocca riattraversare la bolgia infernale, in discesa stavolta. Amen… S’ha da fare, non indugiamo, si parte, con qualche rischio in più di prima, perché ora la velocità è superiore. Nel marasma, siamo ignorati o, peggio, trattati con fastidio dai conduttori dei bolidi fracassoni – fracassoni sia gli uni che gli altri. Il Col St Roch è una liberazione… Da lì in poi, le strade nostra e del rally si dividono. Torniamo alla quiete, ripercorriamo i nostri passi, e si sa che il ritorno è sempre più breve, più rapido, meno doloroso: ormai la strada la si conosce, non fa più paura. Scrutiamo gli orologi per capire se, una volta tornati nei pressi del punto di partenza, avremo ancora il tempo di aggiungere un’appendice, magari un’altra salita. A ritroso, Coaraze, Bendejun, Chatoneuf-Villevieille, Aspremont, Castagniers, Saint Jeannet. Ed io sto, con mia gran sorpresa, molto meglio di quanto non mi sentissi questa mattina, o anche solo poche ore fa. Saranno più o meno le sei del pomeriggio, il sole è ancora alto e tiepido sulla pelle.

Qui ci separiamo: Max preferisce tornare subito verso l’auto, a St Laurent du Vars, mentre Mik ed io abbiamo in mente di aggiungere al giro ancora un’appendice. Raggiungere Vence… E magari salire al Col de Vence, meno di dieci km per, boh, 900 m di dislivello da qui? Sepoffà. Anche perché non ho ancora alcuna voglia di rientrare; mi sento come se potessi ancora procedere indefinitamente. Finché non mi si esauriscono le scorte di pappatoria e non mi assale la fame! Evento più che possibile, visto che oggi ho mangiato decisamente poco per i miei gusti.

Arrivare a Vence non è un problema; c’è qualche km di saliscendi, molto blando, niente di che, solo un po’ di traffico, il sole già basso sulla schiena. Nel paese, come da copione, ci perdiamo: dove diamine è finito il bivio per il colle? E chi ne ha la più pallida idea… Proseguiamo un po’ verso Grasse, poi torniamo indietro; stavolta, in questo senso, addocchiamo il cartello. E troviamo la strada: 9 km, col sole che va giù. Mik sparisce subito: non faccio in tempo a raccomandargli di non attendermi in cima… E’ il caso che io mi dia una mossa, perché qui stasera si fa notte. La pendenza qui non è mai accentuata, ci sarà qualche tratto al 7-8%; vero che sono stanca, ma è anche l’ultimo sforzo. Anzi no, non è nemmeno vero che sono stanca; dovrei esserlo, ma al momento mi sento benone. Strada ampia, curvoni dolci che si vedono su contro la collina brulla; i cartelli chilometrici che si susseguono tutto sommato abbastanza in fretta, -8, -7, -6… Ombre sempre più lunghe, colori caldi ed intensi, vento che qua e là s’infila nella valle e soffia e mette i brividi. E fame, tanta fame: vorrei farne a meno, invece mi trovo, a pochi km dalla cima, a dover addentare una barretta che avrei voluto conservare per la corsa di domani. Mi alzo in piedi sui pedali, vorrei accelerare un po’ ma senza esagerare. Alla penultima curva incrocio Mik che scende: meno male, ci ha pensato da solo, a non restare ad ibernare lassù. Al colle manca poco, meno di un km: ci salgo per toccata e fuga, tira vento e fa un gran freddo; mi vesto, di gran carriera, ridiscendo verso Vence.

Come d’accordo, Mik mi aspetta in paese. Ora si pone il problema di rientrare all’auto, a Saint Laurent du Vars. Dovrebbe esserci una via diretta da qui… Già, ma chissà dove! Il sole ormai sta per salutarci; è ora di sbrigarsi, se vogliamo evitare di farci venir buio addosso. Ma si sa, che chi lascia la via vecchia per la nuova, spesse volte nel liquame si ritrova. Basterebbe ripercorrere la strada fatta all’andata, dopo aver salutato Max, ma no, noi abbiamo fretta e ci lanciamo giù per una stradina che, in mezzo alle case, scende verso il mare. O meglio; ci sembra che scenda verso il mare. Invece no: scende, un bel po’, e poi risale. Fantastico! Ridiamo per non piangere, frustiamo i muscoli ancora un po’, risaliamo fino ad una strada più ampia, che mi sa di retta via, finalmente. E chiediamo, questa volta, informazioni! Sì, siamo a buon punto; un losco figuro che parla italiano ci illumina: cinque km e saremo a Saint Laurent. Cinque km di discesa, vento improvvisamente rabbioso, prime gocce di pioggia e nuvoloni neri ancor più neri al tramonto, che preparano per noi la giornata di domani. Correremo sotto il diluvio, così ha promesso MeteoFrance, che non mente mai, soprattutto quando annuncia sfiga. Ma ora non ha grande importanza; conta che abbiamo faticosamente riguadagnato l’auto, con oltre 190 km e enne mila m di dislivello nelle gambe, boh, e che non ci resta che concederci una lauta cena a base di pane, Gorgonzola, Asiago, yogurt, dolce con la crema e Coca Cola. Il Gorgonzola è il segreto dei campioni… Ma non ditelo a nessuno!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!