25 e 26 ottobre 2008: Gran Trail Rensen + Maratona 42.000 Passi in Valle Susa – Primo giorno

Qualche tempo fa, era uscito al cinema un film comico, con Jim Carrey dal titolo “Una settimana da Dio”. Non essendo un’amante del grande schermo, e neanche del piccolo, non ne conosco la trama, ma potrei rubare il titolo e trasformarlo a mio uso e consumo: un fine settimana da Dio… Anche perché un’intera settimana così, mi sa che non ce la farei a sopportarla!

Cominciamo dall’inizio, cioè da sabato, anzi da venerdì. Rosicchio un’ora all’orario d’ufficio, alle sei di sera chiudo i battenti e salto in auto; destinazione, Arenzano, dove domattina alle 4 partirà il Gran Trail Rensen: 70 km, 4.000 m di dislivello in salita, come al solito è tutto quel che so riguardo il percorso. Anzi no: so anche che pare essere una prova molto dura, addirittura, si vocifera, più delle Porte di Pietra.
Prima di entrare in autostrada, però, è d’obbligo una sosta in panetteria, dove faccio incetta di pizza rossa ed un bel pezzo di focaccia alle olive, per cena. Le mangerò in viaggio… Manco a dirlo, prima ancora di arrivare al casello, ho già le ganasce in azione. E’ quasi un gioco di prestigio, rallentare, aprire il finestrino, prendere e riporre il biglietto, ingranare la marcia e ripartire, il tutto ovviamente con la sola mano sinistra, perché la destra è impegnata a reggere un etto di pizza col pomodoro: non ci si può permettere di far crollare la pizza, altrimenti è un macello!
Solite domande di rito, mentre incamero risorse energetiche per domani ed ascolto la radio: ho preso tutto il materiale obbligatorio? Giacca, fischietto, borraccia, riserva di pappatoria, telo termico, berretto.
Poco prima di Mondovì, attacca a piovere. Perfetto: se prima ci si vedeva poco, adesso non si vede proprio più un tubo. Ma questo è il problema minore: il guaio grosso è che, se stasera piove, domattina i sentieri saranno un unico pantano. E camminare sarà impresa ardua! Per la serie, cominciamo bene… Le mille curve della To-Sv, con asfalto bagnato, inducono alla prudenza; vedo qualche pilota poco accorto e troppo sportivo che pattina vistosamente prima di ripiegare saggiamente su una velocità più adeguata alla situazione. Per fortuna che ho già finito la pizza… E che, in vista del mare, non piove più. Anzi, brillano le luci di Savona che, al buio, pare persino una bella città, come del resto Genova. Non me ne vogliano i locals, ma io detesto le città; più son grandi e peggio è!
Di galleria in galleria, raggiungo Arenzano, dove vago per un po’ alla ricerca del locale dedicato alla corsa ed alla distribuzione dei pettorali. Il passaggio di alcune borse sospette, tutte uguali, mi fa capire che non sono lontana: abbandono la Opel su una piazzetta, risalgo la corrente delle borse e sbuco sul lungomare, dove trovo la mia meta. Un’accoglienza che mi lascia sorpresa ed anche un po’ stordita: c’è un sacco di gente che mi saluta calorosamente ed io, vergognosa, di molti di loro non ricordo il nome! Tutti mi chiedono come va; la mia risposta è sempre la stessa: “Ho paura!”. In effetti è proprio così; ho paura, sono tesa, preoccupata, come sempre in queste circostanze. Trovarmi in mezzo ad una folla di corridori duri e puri, dall’aspetto molto più adatto alla situazione rispetto a me, mi incute timore e mi mette ansia. Vorrei scappare subito subito, sbrigate le formalità del ritiro del numero di gara e del controllo dello zaino, ma è meglio di no: meglio drizzare le orecchie, perché gli organizzatori stanno parlando del percorso, delle sue caratteristiche, dei punti critici, dei ristori. Mi sforzo di prestare attenzione, ma non sono mai stata una brava spettatrice; nemmeno a scuola riuscivo mai a stare attenta! Infatti, più che le parole, colpisce la mia attenzione la parlata buffissima ligure. Sento di discese difficili, di tratti attrezzati con corde fisse: giusto per mettermi tranquilla. Uno dei papà di quest’avventura (Lorenzo, il nome… O sbaglio? Non vorrei farmi una gaffe!) mi rassicura sullo stato dei sentieri, sulle previsioni meteo e… Dice che sta per andare a fare un’ultima ricognizione! Stakanovista incallito, non andrà nemmeno a dormire! Resto a bocca aperta: è sempre difficile rendersi conto di quanta gente si faccia un mazzo quadro per organizzare l’altrui divertimento! Beh, divertimento forse non è proprio la parola giusta; in uno sport così, si soffre, ci si fa del male, si raccolgono enormi soddisfazioni e cocenti delusioni, ma divertimento è un termine fuori luogo, non c’entra proprio nulla.
Mi perdo a scrutare i corridori presenti in sala: qualche volto noto, qualcuno di cui conosco il nome e la storia – c’è il mitico Orso dell’Himalaya, c’è il podista coi riccioli d’argento delle Porte di Pietra, ci sono altri che di certo ho già visto, ma non so più dove; del resto, sono talmente tesa in questo momento, che il cervello collabora meno del solito.

Esco quasi con sollievo: non posso però andare a nanna prima di aver visto il mare. A dispetto del mio patrimonio genetico mezzo savonese, non amo il mare, se non in un particolare momento dell’anno: l’inverno, meglio ancora se di sera. Stasera c’è un tepore invidiabile, 16 gradi secondo uno dei pannelli luminosi che ho visto poc’anzi. Me ne vado con il mio pacco gara ed il mio zaino a calpestare un po’ la sabbia, guardare le luci di Genova lungo la costa e quelle delle imbarcazioni sospese chissà dove là in mezzo al nero, la montagna che si intuisce solo per via di qualche casa illuminata o per i fari di qualche veicolo che ci si arrampica. E naturalmente l’acqua, così placida da sembrare olio, le onde pigre che lambiscono le punte delle mie scarpe. Aspetto l’onda più lunga, quella che arriverà a cancellare le mie orme quando io, un attimo prima, avrò fatto un salto indietro… Ma l’onda lunga non arriva, si vede che non è orario, si vede che il venerdì è prefestivo anche per il mare. Pazienza. Potrei, a pensarci bene, prendere il sacco a pelo e venire a dormire qui… E lo farei, davvero, anche se la notte in spiaggia è umidissima, anche se è scomodo dormire sulla sabbia o sui sassi; mi riporta alla realtà il timore che un’idea del genere equivalga un po’ ad andare in caccia di guai. Non che dormire in auto sia molto più sicuro, ma almeno c’è una sorta di guscio metallico intorno, ci sono delle serrature.

Meglio che mi avvii: sono le nove passate; la sveglia suonerà poco dopo le due e mezza – le due e quaranta mi pare un compromesso adeguato. Il crepitio dei sassi levigati sotto le scarpe, uno sguardo alle barchette ritirate una accanto all’altra sulla sabbia, poi via verso l’auto. Il più vicino parcheggio dove non vedo traccia di pedaggio né di limite orario è quello di fronte alla stazione: occupo il posto più defilato possibile, proprio sotto il cartellone pubblicitario di una palestra – palestra? Ma muovete il deretano ed andate a correre, altro che palestra! – sbircio un po’ il contenuto del pacco gara… E si accende una luce rossa? Ossignur, eppure giuro che non ho toccato alcoolici, ma non c’è nulla nella mia auto che faccia una simile luce rossa! Attimo di panico, scavo nella borsa… E’ un portachiavi luminoso! Gian, mettiti a dormire che è meglio, sei nervosa come se avessi tracannato l’intera produzione della Lavazza di un anno. Detto, fatto; abbasso il sedile, mi copro un po’ col sacco a pelo – non mi ci infilo, farei la sauna – e sono già nel mondo dei sogni.
La sveglia squilla scrollandomi senza pietà alcuna dal più profondo del mio profondissimo sonno. Il bello dei risvegli in auto in Liguria, però, è che non fa freddo… Anzi! Anche stamattina, o meglio stanotte, c’è un incredibile tepore. Apro un occhio, poco convinto, poi l’altro; la stazione è tutta illuminata, ma in giro non c’è un’anima. Tanto meglio: mi cambio in fretta, ripetendo mille volte l’inventario delle cose necessarie di oggi; faccio colazione sbafando metà della vaschetta di insalata di riso, con uovo sodo e piselli, che mi sono preparata ieri. Sarà che ieri ho mangiato come un camion degli spurghi, ma adesso non mi riesce proprio di aver fame: meglio non insistere, anche se so che poi la pagherò. Metto vaschetta e cucchiaio nello zaino: in fondo, manca ancora un’ora al via; magari, prima di quel momento, la fame arriva.

Abbandono la Opel e mi avvio verso il lungomare: credevo fosse presto, invece c’è già parecchia gente. Chi si presenta bardato dai capelli agli alluci, chi in pantaloncini corti e maglietta. Ci sono addirittura alcuni bar aperti, a quest’ora! Incontro diversi partecipanti del forum di Quotazero, uno per tutti il fortissimo Antani, intento a tracannare un beverone dall’aspetto poco invitante e dal gusto, pare, ancora peggiore. Ancora qualche cucchiaiata di riso, da ingoiare controvoglia, poi via verso la piazzetta di partenza, dopo le ultime rassicurazioni sulla situazione meteo. Per ora, stelle in cielo non se ne vedono… Ma almeno non piove. La tendenza dovrebbe essere verso il miglioramento nel pomeriggio.

Ci saranno più o meno cento persone, occhio e croce, al via. Uno fra tutti, il grandissimo Marco Olmo, lì a due passi, che parla con un altro grande di queste corse, Pablo Barnes, argentino, o almeno così ho sentito dire. Resto lì come un baccalà a fissarlo, Olmo, di continuo illuminato dai flash di macchine fotografiche; confesso che mi piacerebbe da matti chiedergli di poter fare una foto con lui… Ma temo che farei la figura dell’idiota, o quantomeno della noiosa ed inopportuna; meglio lasciar perdere.
Devo essere talmente suonata che, di tanto in tanto, qualcuno viene a salutarmi da vicino, perché da lontano si sbraccia, ma io non lo vedo. In effetti, non vedo l’ora di partire: almeno, fine della tensione!
Matteo mi aveva detto, qualche giorno fa: “…i primi 10 km sono in pianura”. Spero tanto che sia una notizia falsa e tendenziosa, ahimè invece no, è proprio vero. Beh, 10 km è eccessivo, ma c’è comunque un buon tratto tutto da correre, pessima notizia per me che, in questo tipo di gare, non amo correre. La nota positiva è che, essendo all’inizio del percorso, non ho ancora le gambe inchiodate, quindi ci posso anche riuscire.
Il via è quasi indolore, niente musica, niente conto alla rovescia, che sono molto coreografici ma mettono tensione (e probabilmente, dati l’ora ed il luogo, comporterebbero il lancio sincronizzato di vari oggetti contundenti da tutte le finestre del paese). Si parte di corsa, ma non troppo, almeno, non tutti. Infatti trovo ben presto il mio ritmo ed il mio gruppetto, in particolare un corridore valdostano ed un simpaticissimo Genovese, non più giovanissimo, alla prima esperienza di trail così lunghi. Un tratto lungo la passeggiata, un altro sulla spiaggia, un altro ancora in galleria, dove un tempo passava il treno. Un po’ di strada lungo l’Aurelia, fino al bivio per l’abitato di Lerca: qui siamo ancora su asfalto, ma per fortuna si sale un po’ e si smette di correre. Per carità, si potrebbe anche correre, se uno non fosse sovrappeso e con il fiato corto… Direi che è meglio non esagerare, anche perché siamo appena all’inizio e, a quanto pare, sarà una lunga giornata di tregenda.
Attraversiamo borgate addormentate, dove si sente solo il latrato dei cani, stupiti pure loro dalla presenza di tanti strani individui con un terzo occhio luminoso in mezzo alla fronte. Ci han detto che i proprietari sono stati tutti avvisati di tener chiusi i loro animali… Ma mi sa che, tra un po’, qualche indigeno che non gradisce la sveglia ad ore antelucane li libera, i cani, e ce li sguinzaglia contro! Poco male, io adoro i cani…

Un po’ di asfalto, poi un tratto di salita su un sentiero di mattoni, scivoloso: sarà questo, il significato di quel termine che ho sentito pronunciare spesso ieri sera alla riunione? Potrebbe, anche perché mi viene in mente, a ben pensarci, il titolo di un album di De Andrè, “Crêuza de mä”, e allora sì, tutto quadra.
In fondo, il temuto tratto di corsa iniziale potrebbe avermi fatto bene. Di solito, il primo tratto di salita significa affanno, cuore che batte all’impazzata, invece questa volta no. C’è da dire che per ora si alternano tratti di strada asfaltata in mezzo alle case, tratti di sentiero in piano, e che qui e là mi lancio ancora a correre un po’, trascinata anche dai miei compagni di viaggio. Siamo ancora in quella fase in cui si chiacchiera, si ride, si scherza; ciascuno racconta le proprie esperienze ed i propri guai passati, presenti, futuri; chi è qui con il furgone e la moglie ed il cane, chi arriva da vicino, chi da un po’ meno vicino; ci si informa sui tempi realizzati alle varie corse, si scopre che più o meno si è stati tutti negli stessi posti. E’ curioso; la mia sensazione è che questo dei trail sia un movimento sportivo nato da non molto tempo, non ancora così noto, tanto che quasi ci si conosce tutti, o in buona parte, e ci si ritrova nelle varie occasioni, almeno nell’ambito di due o tre regioni vicine. Se penso che ho partecipato in tutto a sette trail e, volta per volta, ho riconosciuto un bel po’ di persone e sono stata a mia volta riconosciuta… Ed è bellissimo!

Già qui, nel tratto iniziale, i volontari che assistono la corsa sono tantissimi. Ci avvisano che l’asfalto sta per finire: beh ma non è che a me facesse proprio così ribrezzo…
Quando inizia, la prima salita, fa subito sul serio. Ormai non c’è più la pacchia delle luci delle borgate; tocca accendere le frontali ed addentrarsi nel bosco.
Ancora in gruppo, ci arrampichiamo su per una serie di tornantini e tratti più dritti, ma dalla pendenza severa, tanto che qualcuno, all’improvviso, annuncia di volersi fermare al prossimo bar. Poi, qualcuno si ferma, qualcuno si fa da parte, ci si dirada.
Si sale verso il Monte Rama: così dice il corridore genovese, mio compagno di viaggio in questo tratto. Le segnalazioni non mancano, ma in molti tratti il sentiero non è facile da intuire, anche se le nostre luci illuminano, avanti, le fettucce rifrangenti che sventolano e danno quasi l’idea di avere davanti altri corridori. In realtà il gruppo ora si è sgranato; una o due persone ci sono, ma parecchio più avanti.
Questa salita ha un aspetto rassicurante: si annuncia lunga e pare avere una pendenza sostenuta ed abbastanza costante, l’ideale per me che ho bisogno di poter prendere un mio ritmo, per andar bene. Ciò che mi mette in difficoltà, come al solito, è il buio, un po’ perché faccio davvero fatica a mettere a fuoco i particolari del sentiero ed un po’ perché fissare sempre e solo il cerchio di luce della frontale, a lungo andare, è alienante.
Qualche goccia, due o tre: che sia l’umidità che il vento scuote giù dalle fronde degli alberi? E’ una speranza che condivido con il mio compagno di viaggio… Ma alzo il naso al cielo; fin qui non ci avevo nemmeno fatto caso, ma, a pensarci bene, non si vedono stelle. E, man mano che si sale, il vento si fa più arrabbiato e freddo: tiro su i manicotti, chiudo la zip del gilet. Inutile nascondere la testa sotto la sabbia; questa è pioggia, bella e buona. A tratti, qualche goccia, poi un po’ più intensa, ma non tanto da mettere la giacca impermeabile: altrimenti, si rischia una sudata e ci si infradicia esattamente come se si prendesse la pioggia.
Calpesto foglie e sassi insidiosi perché umidi, e funghetti spuntati qua e là e foglie viscide. Ad un tratto, mi trovo davanti ad una pozza che mi pare un po’ più grande delle altre, un po’ troppo: per un pelo, presa dalla foga della salita, non ci salto dentro! Il sentiero svolta a sinistra… Ma scoprirò poi, al punto acqua più avanti, che qualcuno, nella pozza, c’è finito davvero.

Il punto di assistenza compare inaspettato e, devo ammettere, confortante. Continua a piovere, tira vento e quassù, all’uscita del bosco, come se non bastasse, c’è un nebbione fitto tale che non si vede più nulla. Il Genovese ed io riempiamo le borracce e via, verso l’ignoto. Ringrazio davvero di non essere sola, qui: ho le lenti degli occhiali appannate e, con la nebbia, non vedo assolutamente nulla, nemmeno dove metto i piedi. Come possano esserci tutte queste cose insieme, vento violento e gelido, pioggia, nebbia, lo ignoro, eppure è proprio così! Dovremmo essere a Prà Riundo e percorrere un tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri: dovremmo, ci crediamo sulla fiducia perché non vediamo nulla. Infreddoliti, ci fermiamo per indossare le giacche: non vorrei essere nei panni di chi è partito in pantaloncini; e dire che, alla partenza, siamo stati ben ammoniti circa le condizioni della temperatura in quota!
Sono preoccupata, seriamente. Se il meteo dovesse restare così tutto il giorno, dubito che riuscirò ad arrivare alla fine del trail. Già qui sto battendo i denti dal freddo, anche se il GoreTex protegge bene; forse è più la tensione nervosa, l’urlo ossessivo del vento nelle orecchie, cattivo, che ti prende a schiaffi ogni volta che abbandoni un tratto di sentiero riparato. E’ aspro, l’ultimo tratto della salita del Rama; è qui che inizia appena appena a fare chiaro e che, nel grigio della nebbia, si delineano all’improvviso guglie di roccia che creano un’immagine tetra, minacciosa, eppure splendida. Dai Gian, tanto qui non hai scelta. Vai avanti, qualche santo sarà.

Incespico un po’ di volte sulle rocce scivolose, prima di giungere in cima; per la seconda volta nella mia carriera di trail runner malriuscita, metto le dita su un lumacone… Povera bestia lui, ma che schifo!!! Beh, però al CCC questo mi aveva portato fortuna…

Un attimo dopo il lumacone, ecco la croce, la vetta. Qui arriva il bello, cioè il dramma: la discesa attrezzata con le corde. Ci sono, anche qui, volontari ad ogni angolo: noi corridori faremo fatica, ma loro, che quassù passano ore ad aspettare nella nebbia ed al freddo, loro sono i veri eroi!
Scendo con una lentezza esasperante, battendo, strisciando e graffiandomi ovunque; però, inaspettatamente, reagisco meno peggio di quanto pensassi, nel senso che almeno questa volta non mi lascio prendere dal panico. La verità è che potermi appendere ad una corda mi dà grande sicurezza; infatti, mi ci aggrappo. Dove non ci sono le corde, scivolo, scendo a quattro zampe, ne faccio una per colore; meno male che c’è già un po’ di flebile luce. Com’è ovvio, mi supera mezzo mondo; mi supera anche Isacco, ormai immancabile, pure lui, a questi appuntamenti.
Le mie difficoltà continuano ben oltre il tratto attrezzato. Cammino come se fossi su un tappeto di cristallo, anche perché riesco a scivolare su qualsiasi pietra su cui appoggi il piede. Mai come oggi sono utili i guantini da bici! Avrei già le mani massacrate, se no. Intanto si fa giorno sul serio e, pian piano, anche la discesa diventa un po’ più trattabile. Non che si riesca a correre, questo no, almeno per me; però, se non altro, posso aumentare un po’ il ritmo. Man mano che si scende, cambia la vegetazione, compaiono gli alberi, castagni soprattutto, ricci sul sentiero, molli di pioggia.
In un tratto asfaltato, la corsa da 70 km incrocia quella da 35: ci si saluta e ci si incoraggia a vicenda. Tanti mi salutano per nome: alcuni li riconosco, altri no, ma è colpa del fatto che le mie cellule grigie sono in tragica carenza di ossigeno! Provo a corricchiare un po’, visto che questo tratto è in piano; meno male che poi si riprende un sentiero sulla sinistra, così mi sento autorizzata a smettere!
Si arriva, dopo un tempo interminabile, ad un ponticello ed una leggera risalita: i miei compagni di viaggio in questo tratto rimuginano sul cancello orario, che è proprio qui, in località Campo; dovremmo essere al km 24. E siamo ampiamente in orario: in vantaggio, anzi, di un’oretta e mezza. Ne prendo atto, come al solito, perché viaggio senza orologio.

I volontari del ristoro idrico ci informano che a questo punto ci attendono quattro km di salita dura, mille metri di dislivello in un botto e circa cinque e mezzo di discesa fino al ristoro di località Gava, dove troveremo anche qualcosa di solido da mettere sotto i denti.

Riparto in fretta e furia, mentre gli altri corridori giunti lì con me si attardano qualche momento al ristoro. E di certo non mi volto più indietro. Salita al Monte Argentea, quota poco più di 1.000, come ci hanno annunciato. Da un po’ ha smesso di piovere, ma il cielo è ancora grigio e minaccioso. Dopo un breve tratto di asfalto, imbocco un sentiero sulla destra, che si preannuncia subito ripido. Prendo un passo tranquillo ma costante, inizio a fare mentalmente la calcolatrice: dunque, km 24, ne mancano 9,5 al ristoro, quindi laggiù saremo quasi a metà strada. Piano, Gian, che è ancora lunga.

Il paesaggio ora ha assunto connotati di vera montagna. Il sentiero corre dapprima lungo un pendio sassoso, tagliato da gradoni, grigio com’è tutto grigio in questa giornata. Dovrebbero essere più o meno le nove, ma èimpossibile regolarsi con la luce. Anche perché, man mano che si sale, ci si avvicina alla coltre di nebbia: mi sembra assurdo che la nebbia sia sulle cime anziché giù in basso, ma è così. Salgo e raccatto qualche avversario che accusa un po’ la salita: bene, significa che almeno qui, su questo terreno, ogni tanto posso dire la mia! Raggiungo uno, due, tre escursionisti; intanto riprende a piovere, rinforza il vento che mai ci ha abbandonato, e fa freddo. Tengo un po’ in mano la giacca, meditando se indossarla o no; poi rinuncio, in fondo non piove così forte, meglio sopportare, almeno per un po’.
Verso la fine, quando già la nebbia ha avvolto tutto tutt’intorno, la salita si impenna prepotente: mi ritrovo a salire con il naso incollato al sentiero, ad aggrapparmi a qualsiasi cosa che mi permetta di fare forza almeno con le braccia, visto che i piedi scivolano ostinatamente nel fango. E’ difficilissimo trovare un appoggio; le scarpe non fanno alcuna presa, c’è troppo fango, tutto molle, viscido, e non parliamo poi delle rocce. Supero una ragazza che scopro essere anche lei parte del forum di Quotazero, Elena: cavoli, e lei che temeva di non farcela, guarda qui dov’è già arrivata!
Mi arrampico alla bell’e meglio guardando in su, ma è inutile, non si vede niente; non riesco a valutare dove sia la vetta, finché non mi ritrovo davanti una madonnina e più nulla su cui arrampicarmi. Qui prendo una cantonata; tiro dritto e mi fermo subito, davanti ad un baratro. Meno male che Elena ed il suo compagno di viaggio intuiscono il sentiero: più veloci di me, scendono tranquilli, mentre io, di fronte ad un’altra discesa ripida e scivolosa, perdo la solita eternità. Ma ormai sono rassegnata…
Nella nebbia si materializza una costruzione, un rifugio. Riempo la borraccia e via, in discesa verso il Passo Gava, dove c’è il ristoro: ci arrivo relativamente in fretta, senza grandi difficoltà, anche se qui le gambe cominciano a farmi capire che non è il caso di insistere con la corsa. In questo tratto, passano a grappoli i corridori della 35, per uno strano intreccio di percorsi che non ho ben capito: mi fa impressione il fatto che quasi nessuno di loro abbia lo zaino. Stanno viaggiando tutti in pantaloncini, maglietta e basta: ma come diavolo hanno fatto, lassù nella nebbia?

Già da lontano si vede il rifugio con il ristoro. Ho fame e non troppa voglia di barrette; meglio che mi fermi due minuti e butti giù qualcosa di consistente.
Il tavolo imbandito è una meraviglia, c’è di tutto: frutta secca di vario tipo, soprattutto l’ananas che a me piace da matti; parmigiano, focaccia, panini con il salame, e poi le bottigliette di Powerade da portare via: fantastico! Manca solo la Coca Cola, ma non si può avere tutto dalla vita. Scelgo la versione della bibita color puffo, più per il colore che per altro; la berrò più tardi. Riparto, non senza aver accarezzato due cagnoni che fanno supervisione; la signora del ristoro mi dice che ci rivedremo, perché la corsa da 70 km ripassa da qui: ah sì? Non lo sapevo! Quindi, se ho ben capito, il percorso lungo fa un anello che parte ed arriva alla Gava e poi prosegue altrove, non so dove.
Via al Passo della Gava, dove c’è il bivio tra i sentieri. Il volontario lì sopra mi dice “Hai l’onore di veder passare il primo della tua corsa”: “Spero sia Olmo”, rispondo… No, è Barnes. Non me ne voglia il signor Barnes, ma c’è differenza tra un campione ed un mito… Ed Olmo è IL mito! Un attimo dopo, mentre io attacco la salita a sinistra, ecco la maglietta arancio di Barnes che arriva dall’altro sentiero e la sua voce, fresca e riposata come se fosse appena partito. Mi dice il volontario, “Ha 24 km di vantaggio su di te”: beh, che ti devo dire? La cosa importante – come mio solito, scoperta per caso – è che questo anello è lungo 24 km, quindi, se al ristoro precedente si era circa al km 33, quando torneremo qui saremo al 57, quindi ne mancheranno 13. Con queste cifre che rimbalzano in mente, mi avvio di buon passo su per questa salita che, al pari delle due precedenti, mi ispira simpatia. Anche qui si sale secchi, anche qui non subisco alcun sorpasso ma anzi riacchiappo tre avversari, tra cui il Genovese con cui ho viaggiavo ad inizio gara. Lo vedo lì davanti, mi ci avvicino con i miei soliti passetti brevi e frequenti, votati al massimo risultato con il minimo sforzo; lo acchiappo proprio sulla cima, al Monte Reixa, come sempre immerso nella nebbia più fitta, dopo quattrocento metri circa di dislivello dal ristoro. Infatti il rifugio appare all’improvviso. Poi un tratto di sentiero ampio, qualche saliscendi, dove viaggio in compagnia del Genovese e dell’altro corridore conosciuto ad inizio gara, di Collegno. Incrociamo un corridore del percorso lungo che torna indietro: accenna al fatto che ha sbagliato strada… In effetti, anche Barnes, quando l’ho intravisto all’inizio di questa salita, diceva di aver sbagliato!

La discesa qui è lunga, ma non particolarmente difficile; infatti, non solo questa volta non perdo terreno, ma riesco a staccare un po’ i due colleghi. Si scende fino al bosco ed alla strada asfaltata, al Passo del Faiallo; ne percorriamo un tratto, dove approfitto per mangiare. Non corro, ma mantengo un buon ritmo; i due inseguitori sono poco indietro, ma, per fortuna, un tratto di risalita su sentiero mi consente di recuperare un altro po’ di vantaggio. Intanto, sembra che la giornata voglia sistemarsi e che anche le mie gambe non diano ancora segni di insofferenza. La salita arriva al Bric del Dente, poi il sentiero torna a scendere giù verso l’asfalto: da sopra, si vedono le vetture dell’assistenza. Mi affretto, anche se qui il fondo non è dei migliori per aiutare le mie povere caviglie; spunto sulla strada: “Dall’ambulanza, a sinistra”, mi dicono. E, all’ambulanza: “attenzione perché qui il sentiero è scosceso”. Infatti, da qui, i due o tre km per me più drammatici dell’intero percorso. Il sentiero è ripido e da qui si vede, a picco, l’intera vallata, qualche cima più in basso.

Il senso di vuoto è forte; mi sforzo di guardare solo il sentiero, ma talvolta non posso fare a meno di alzare lo sguardo e subito sento la testa che gira, la sensazione di dover cadere in avanti, anche se magari mi sto muovendo a quattro zampe. E’ l’unica cosa che posso fare, scendere a ginocchia piegate, mani spesso appoggiate a terra, perché sento che la testa va giù, verso il pendio scosceso. Dietro, le voci dei due colleghi: ma, a quanto pare, la difficoltà non è solo mia, perché, anche più avanti, non mi raggiungeranno.
Provo anche a distrarmi, a fare qualche foto, tutto per tenere a bada il panico, sperando che questo tratto di sentiero abbia fine, sperando di tornare giù, in mezzo al bosco, chiuso e protettivo. In effetti ci si arriva, per fortuna; compaiono alcune case, sperdute, che si raggiungono solo via sentiero: davvero una vita fuori dal mondo…
Raggiungo due corridori, una coppia; quando s’accorgono di me, allungano il passo: beh, poco importa, io di certo non li inseguo. Anzi, trovo un getto d’acqua e mi fermo a riempire la borraccia: non sapevo che, di lì a poco, sarei arrivata al ristoro idrico di Fiorino. Infatti, quando ci arrivo, uno dei volontari mi offre l’acqua, ma rifiuto: ne ho già, e poi ho ancor sempre la bevanda blu puffo!
Passo davanti al tavolino e tiro dritto: meno male che mi fermano e mi spediscono lungo il sentiero giusto, a destra. La coppia di prima è ferma al ristoro: voilà cari miei, adesso si sale e non mi beccate più! Come si è crudeli, anche nelle retrovie… Una guerra tra poveri!
Qui ci si arrampica in mezzo alle borgate, un po’ su sentiero un po’ su asfalto. Vedo alcune splendide viti con alcuni invitanti grappoli di uvetta, magari già un po’ passa, ma son sicura che sia dolcissima lo stesso: la tentazione è forte… Ma poi rinuncio, non è roba mia, meglio tirare avanti. Faccio arrabbiare un bellissimo Labrador passando intorno a casa sua: poi asfalto, un lungo tratto molto ripido, che mi fa sentire la mancanza della bici da corsa.
Si sale così per circa duecento metri di dislivello, ed io già spero che questa sia la salita seria… Invece no: si torna a scendere, si perdono quegli stessi duecento metri, poi il bivio per l’abitato di Sambuco. Altra strada asfaltata, bella ripida, e poi, dal paese, via su sentiero. Questa sì, è la volta buona. Incrocio un dialogo incomprensibile in stretto dialetto, urlato da casa a casa da due anziani; incrocio lo sguardo incuriosito di un gatto pezzato ed accarezzo sulla testa un cagnotto in cerca di affetto; poi via, su lungo il pendio, un bel sentiero a tornanti, anche questo ripido. Guardo i tetti delle case farsi sempre più piccoli e lontani; cerco di valutare il dislivello, la distanza: potrebbero mancare circa venti km… Anche qui salgo bene, senza stanchezza; anche qui si sale nel bosco, poi la vegetazione scompare; anche qui riacchiappo un paio di anime. Poi vedo, poco più su, una chioma sciolta, una persona seduta su una pietra. L’avevo visto solo in foto, ma lo riconosco subito, e lui con me: è Ennio, il geologo siciliano con cui ho scambiato un po’ di posta elettronica proprio in occasione dei trail. Ci presentiamo; lo vedo un po’ in crisi, forse più di testa che di gambe, e gli chiedo se vuol provare a seguirmi. Così fa: la salita non è più molto lunga; c’è ancora qualche tratto aspro, ma ormai ci siamo.

Non riesco bene a capire dove si debba arrivare: c’è qualche cima qui, ma mi pare troppo alta… Infatti, all’improvviso, deviamo giù per un sentiero che piega a sinistra e scende lungo il pendio, dolce. Ennio s’è staccato un po’ in salita, ma in discesa recupera subito. Mi chiede, “Sai quanto manca alla fine? “Mah guarda, secondo me meno di venti”. A dimostrazione di quanto fosse per difetto la mia stima, dopo una decina di minuti arriviamo in vista del Passo Gava: altro che venti, ne mancavano sì e no quindici quando me l’ha chiesto! Dal Passo, brevissima discesa al ristoro.
Al ristoro arriviamo chiacchierando, rinfrancati entrambi dalla compagnia. Facciamo un bel pieno di cibo: io ho finito la bottiglietta di bevanda blu; questa volta scelgo quella rossa, mi riempo le mani di frutta secca e focaccia, che mangio in rigoroso ordine casuale. Si torna su al passo, ci dicono, e da lì alla cima che c’è proprio sopra, il Monte Tardio. Circa 150 m di dislivello da coprire con un sentiero molto ripido: nell’ultimo tratto, mani e piedi servono tutti! Ennio è un po’ indietro, ma vado su tranquilla, certa che poi mi raggiungerà in discesa. Spunto sulla cima, trovo un volontario anche lì: eccezionali!
La discesa, nel primo tratto, è ripida e malagevole. Non so che ora sia, ma la luce si sta pian piano affievolendo. Meglio che mi sbrighi: non sarei troppo felice di arrivare giù a notte. Mai ragionamento fu più sballato… Al ristoro, mi han detto che, dal Tardio in poi, sarebbe stata tutta discesa. Così, quando arrivo giù sulla carrozzabile sterrata, mi metto a correre. E’ vero, ho pensato che quasi 13 km di discesa fossero un po’ tanti; però, se lo dicono loro…
Corro per tutto il tratto di carrozzabile; poi, d’improvviso, una freccia intima di lasciare la strada ed imboccare un sentiero sulla sinistra. Di lì a poco, si torna a salire in mezzo agli alberi: bah, sarà un saliscendi, una cosa breve… Mi sembra che, poco più su, ci sia una sella; ma non è una sella, è solo una curva, dietro la quale si vede altra salita. Ed altra salita, e altra ancora. Non c’è nulla di terribile, per carità; il fatto è che ormai mi ero convinta di dover scendere; questa inversione di tendenza proprio non me l’aspettavo. E poi tra non molto sarà buio, e qui si continua a salire, salire e ancora salire; ma dove cavolo andiamo a finire? E’ un misto di stanchezza, rabbia, paura quello che mi assale. E’ ovvio che, se l’itinerario continua a prendere quota, rimarranno ben pochi km per la discesa, e quindi la discesa stessa sarà terribile. E mi toccherà affrontarla col buio, perché, per quanto mi sforzi di marciare il più in fretta possibile, continuo a trovare salita. Poi un po’ di discesa, sembra che finalmente sia il momento, e invece no, ancora no. Ormai sono talmente agitata, preoccupata per quello che mi attende, che parlo ed impreco da sola. Poco avanti a me ci sono due persone, ma non riesco a raggiungerle; lancio invettive a chi ha avuto la malaugurata idea di inserire questo tratto di sentiero… In realtà, tutto questo è assurdo; l’anno prossimo, se nulla cambia, saprò già cosa mi attende e saprò già di non dovermi angosciare. Ma adesso guai, il festival delle cattive sensazioni; fame, sete, paura. Le luci del mare sono là, sembra di toccarle, eppure io continuo ad allontanarmene; ormai affronto ogni risalita con rassegnazione; non ci spero nemmeno più, che ci sia una discesa… Se non fosse per le segnalazioni e le fettucce, avrei il dubbio di aver sbagliato strada.

Poi la temuta discesa arriva… Ed è proprio come me l’aspettavo: scoscesa, difficile, orrenda. Peggio ancora perché, adesso, l’unica luce è quella della frontale. Io vedo male e sono pure stanca; inciampo, scendo pianissimo, e penso che al traguardo ci sarà già Matteo che aspetta e mette le ragnatele, e penso “Chissà a che razza di ora arrivo giù”, insomma, qualsiasi cosa buona per alimentare la mia rabbia. Continuo ad augurare le disgrazie più truculente a chi ha pensato di inserire, come unlima discesa, questo attentato alla spina dorsale dei corridori… Ben immaginando di chi possa trattarsi!
Qui sì, qualcuno mi sorpassa e va, ma non c’è nulla da fare, sono in crisi nera. Ho la sensazione che questi 13 km siano diventati il doppio, sono insofferente, ho solo voglia di arrivare giù, eppure mi sembra che le luci siano ancora troppo troppo lontane… Non ci arriverò mai!

Liberazione, improvvisa: il sentiero finisce su un’altra strada carrozzabile; stiamo a vedere che è finita sul serio! Sono talmente felice d’essere uscita da quell’incubo, che non c’è più stanchezza che tenga; mi metto a correre, con un po’ di cautela perché non so esattamente quanto manchi. Poco più tardi, arrivo all’asfalto, dove, ovviamente in presenza di un bel po’ di gente, mi inciampo ed arrivo ad un pelo dal piantare una facciata per terra; mi ricompongo, fingo noncuranza e via. Supero ancora un paio di corridori, più un altro gruppetto poco sotto, lungo le famose “creuze”. Ultima coltellata per i garretti, una scalinata: ancora un po’ di corsa nel paese, poi la sorpresa, ecco Matteo in bici; come sempre felicissima di vederlo, anzi, stavolta ancor di più perché significa che è finita! Passo sotto l’arco, con tanto di fotografo personale, Granpasso di Quotazero. Quattro chiacchiere: sono troppo troppo felice anche per articolare un discorso sensato! Cosa posso dire, se non che questo trail mi è piaciuto da morire? Ok, le discese sono state un calvario, ma ho pagato volentieri questo prezzo, in cambio di salite che sono davvero salite, ideali per me. Non mi sento stanca, no, per niente; sono solo tanto contenta.
Al ristoro, un bicchiere di macedonia… E gli auguri dei presenti: sembra proprio che lo sappia mezzo mondo… Domani sarò alla Maratona di Avigliana! Una piccola follia in cui non spero più di tanto, ma garantito che ci proverò, e ce la metterò tutta prima di mollare! Ma adesso via, alla doccia, a casa, che stanotte, con il cambio d’ora, si dorme un’ora in più!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!