25 e 26 ottobre 2008: Gran Trail Rensen + Maratona 42.000 Passi in Valle Susa – Secondo giorno

La sveglia trilla alle sei: drammaticamente troppo presto. Sono ancora nel profondo dei sogni, benché abbia dormito sette ore buone: benedetto il cambio dell’ora!
Mi ci vuole qualche istante per raccapezzarmi: ho un mal di testa formidabile, manco avessi gozzovigliato in qualche cantina langarola ieri sera; è evidente che un trail da 70 km fa più o meno lo stesso effetto di una sbronza, per quanto io non abbia mai sperimentato l’esperienza della ciucca. Chissà l’effetto sulle gambe?

Dopo attenta riflessione e con somma cautela, provo ad alzarmi dal letto: giù una gamba, poi l’altra, poi faccio un bel respiro e provo a mettermi in piedi. Oplà: incredibile! Mi gira un po’ la testa, questo sì, ma le gambe sembrano rispondere! Bene, la prima prova è fatta; adesso si tratta di muovere un paio di passi. Ce la farà la nostra eroina? Uuuuuno, duuuuue, la porta della camera da letto è raggiunta. Niente male, come traguardo! A questo punto, prendo coraggio e mi dirigo verso la cucina; sì, direi proprio che la deambulazione è buona, insomma, accettabile. In complesso, mi sento più o meno come se fossi reduce da un incontro molto ravvicinato con un TIR a due rimorchi, carico di tondini di ferro; però, a parte questo dettaglio del tutto irrilevante, sto bene.

E’ il momento della resa dei conti. Tra poco più di tre ore, devo essere al via. Devo correre una maratona. La domanda, ora che sono di fronte alla dura realtà, sorge spontanea: “Ma a me… Chi &%$/£ me l’ha fatto fare?”. Eh, lo sapevo, che al momento cruciale avrei avuto qualche ripensamento. Mi sarei posta delle domande, e mi sarei anche data le inevitabili risposte. Lo sapevo; infatti, con buon anticipo ho curato di precludermi qualsiasi via di fuga: ho pagato la quota di iscrizione ed ho diffuso a mezzo mondo, quello reale e quello virtuale, la notizia della mia bella pensata. Gran Trail Rensen il sabato, maratona la domenica. Per carità, lo so bene da sola, che al mondo non può fregar di meno, delle mie mattane corsaiole; ma io mi vergogno troppo a rinunciare a qualcosa di cui ho già annunciato il progetto…

Ieri sera avevo preparato una bella vasca di yogurt con miele e caffè, ma riesco a mangiarne solo una minima parte: sono ancora troppo suonata, anche per aver fame. Meglio non insistere: in fretta e furia, mi vesto, mi preparo, salto in auto sotto gli occhi allibiti di un’anziana vicina di casa che mi vede partire prima delle sette, in una coltre di nebbia fittissima, in pantaloncini corti. Ma dico io, santa donna, sei in pensione, non puoi startene a dormire?

Fino a metà strada, non ho tempo né modo di preoccuparmi della corsa: troppo impegnata a capire dove metto le ruote; c’è una nebbia che si taglia con la motosega! Sentirò poi più tardi, alla radio, che qualche genio ha avuto la bella pensata di immettersi proprio sulla Tangenziale Sud di Torino contromano…

Viaggiando in direzione Val di Susa, finalmente, la nebbia si dirada, lascia spazio ad una splendida giornata di sole. E si vede già lassù la sagoma della Sacra di San Michele, e più avanti l’inconfondibile vetta del Rocciamelone.

Arrivo ad Avigliana alle sette e mezza; il luogo di distribuzione dei numeri di gara è segnalato in modo eccellente, tanto che non riesco a perdermi nemmeno io. Saremo in tutto tre gatti: io e la mia mania di essere sempre in anticipo! Parcheggio, attraverso la piazza a piedi: ahimè, inutile che menta a me stessa; le gambe fanno male, eccome! Se non altro, sono i muscoli che “tirano”, ma caviglie e ginocchia sembrano a posto, per ora. Ritiro chip e numero, torno verso la Opel: direi che per un’oretta posso ancora dormicchiare!

Riemergo, invece, verso le otto, messa in agitazione dal brusio che intorno comincia a crescere. Il grosso dei podisti sta arrivendo; la piazza si riempe in un attimo, decine di auto da cui scendono grappoli di corridori in assetto di guerra. Li sento discutere di tempi, tattiche e naturalmente dei millecinquecento motivi per cui non faranno oggi una buona gara: mi sto curando la sciatica, ho la tendinite, ieri sera sono rientrato tardi, ho l’unghia incarnita… Tutti uguali! Beh, a dire il vero, un buon motivo che giustificherà la mia defaillance ce l’ho anch’io: ma meglio che non lo dica, non ci crederebbe nessuno.

Approfitto del centro commerciale sulla piazza per andare a buttar l’occhio in qualche vetrina: così almeno mi allontano da qui, che mi viene il nervoso! Pessima idea… Salgo su con la scala mobile, non per scelta ma perché non vedo alternativa, se non l’ascensore, peggio ancora; faccio il mio giretto… Poi imbocco con noncuranza la scala in discesa ed a momenti precipito! Già, non m’era mai successa una cosa del genere; vedo d’improvviso il vuoto davanti a me e mi sbilancio in avanti, pur avendo entrambi i piedi ben fissi sullo scalino. Riesco per qualche strano caso ad aggrapparmi al mancorrente di gomma, ma arrivo giù con il cuore in gola… E’ già il secondo brutto scherzo delle vertigini, o qualcosa di simile, in due giorni!

Faccio finta di niente, torno all’auto per sistemare le ultime cose, soldi documenti e telefono nel marsupio. Un po’ di stretching prima di trovare il coraggio di togliere la giacca, ovviamente presa in prestito dall’abbigliamento ciclistico, come del resto la maglietta, quella della Randonnée 8000; c’è gente che gironzola già da un’ora in canotta e mi mette i brividi!

Sono le nove e qualche minuto; ora di prendere il coraggio a quattro mani ed avviarsi alla partenza, a circa un km, poco più, da qui. Parto corricchiando, più che altro per scaldarmi: c’è il sole, ma a quest’epoca si iberna! Seguo la corrente di podisti, mi porterà verso la giusta destinazione. Poco dopo, ecco un viso noto: mi affianca Michelangelo, pronto per correre la Stravigliana, prova da 10 km che partirà una decina di minuti dopo la Maratona. Scambiare qualche parola mi fa dimenticare, per un attimo, il male alle gambe. La sensazione, più o meno, è quella di avere i quadricipiti pizzicati con due gigantesche mollette da bucato; in più, i polpacci sono induriti, hanno la stessa consistenza sia che io tenga la gamba a riposo, sia che la contragga. In queste condizioni, non ce la potrò mai fare; sarà tanto se arriverò al km 10, poi partiranno i crampi; succede quando sono più o meno fresca e riposata, figuriamoci oggi!

Va bè, sarà quel che sarà. Ancora un po’ di stretching, poi via in griglia, mentre il presentatore declama il curriculum di alcuni dei favoriti per la vittoria. C’è gente di tutti i tipi, quello magro magro alto alto, quello tutto muscoloso, quello un po’ culone… Idem per le donne; a quanto pare, non sono l’unico peso massimo! Anzi, per la verità, ci sono certuni e certune che non so davvero come facciano a correre per 42 km… Come sia umanamente possibile… Eppure, per esperienza, so che quei tipi lì ce la faranno, e di certo meglio di me!

Il momento del via arriva all’improvviso: non ho ancora acceso il lettore Mp3 e sono già in corsa. Ci saranno duecento persone? Mah, non so. Il grosso del gruppone va via subito; io mi impongo di restare calma, calmissima, e cerco subito di individuare qualcuno che tenga la mia stessa andatura, da usare come riferimento. C’è un signore non più giovanissimo, divisa bianca, fascia intorno alla testa e lingua inarrestabile; potrebbe fare al caso mio. Dietro non c’è più nessuno! E qui inizia la preoccupazione: non devo farmi staccare troppo, perché poi chissà se e come i bivi sono segnalati e presidiati; se resto in fondo, e sola, rischio poi di sbagliare strada. E vado subito in affanno, combattuta tra il tentativo di restare a breve distanza da qualche compagno di sventura e la paura di esagerare, tenendo un ritmo che non sento di poter sopportare.

Di lì a poco, inizia il sorpasso della corsa da 10 km, che si sovrappone al primo quarto della maratona: i primi sfrecciano a velocità inaudita, leggeri e sinuosi nei movimenti, come se non stessero faticando per nulla; poi arrivano gli inseguitori, tra cui il buon Mik che mi incoraggia: “Solo più 39!”. Scherza, lui… Ma è proprio quello che sto pensando io: via un km, via due, via tre, ho già percorso un quattordicesimo di gara, poi quattro, tra poco il ristoro, cinque, un bicchiere d’acqua, pochi metri al passo perché altrimenti non sono capace di bere senza allagarmi la maglia. Continua la sfilata dei corridori della Stravigliana, passa la prima donna, impressionante per quant’è piccola e magra e scattante, poi via via gli altri, quelli più tranquilli, quelli meno tirati, meno assatanati nel corpo e nello spirito. Le gambe fanno male, la schiena strilla, la solita anca destra ballerina si fa sentire; il mio terrore è di sentire, da un attimo all’altro, il crampo nei polpacci o dietro le cosce, punti critici quando sono così affaticata. Ancora 36, 35, non ce la farò mai… E’ un calvario, più di testa che di gambe. E’ terribile sapere che hai ancora tutti quei km da affrontare, hai male e stai procedendo a velocità da lumaca, con un mezzo, le tue gambe, che potrebbe cedere da un momento all’altro. Ancor peggio perché, quando si conclude il percorso della 10 km, l’illusione di essere in compagnia finisce: mi ritrovo quasi sola, con tre o quattro sventurati che da un momento all’altro, lo sento, mi molleranno qua e se ne andranno.

Invece no. Approfitto della loro sosta al ristoro del km 10 – siamo ancora ad Avigliana, abbiamo percorso una sorta di anello – per prendere un po’ di vantaggio e filare via. Sempre lì, a combattere tra la tentazione di accelerare un po’, visto che il cuore sta benone ed è calmo e tranquillo come al solito, e la consapevolezza che non posso permettermi errori: oggi devo solo arrivare, davvero, è l’unico obiettivo a cui posso puntare. Non che di norma possa ambire a grandi risultati… Ma oggi no, proprio no.
Continua la mia marcia solitaria: se non altro, ora sono certa di avere qualcuno alle spalle: ma durerà? E quanto? La corsa impone lunghi estenuanti tratti in rettilineo, anche su stradoni; c’è da dire che, per ora, il servizio di assistenza è davvero eccellente. Ci sono decine di persone, tra Vigili Urbani e personale della Protezione Civile, distribuiti su ogni minimo incrocio nei paesi e lungo i tratti di strada statale, a controllare e rallentare il traffico, a fare strada anche a noi ultimi tapini, che così abbiamo sempre e comunque la precedenza. Tralascio per decenza di descrivere ciò che leggo negli occhi degli automobilisti costretti all’attesa, perché non è lusinghiero… Però, se non altro, nessuno si pronuncia; tacciono rassegnati.

E intanto i primi 15 km se ne sono andati: sono già oltre ogni più rosea previsione. Vorrei solo riuscire ad essere un po’ meno angosciata, in fondo è solo una corsa, ma ci tengo davvero molto: non alla maratona in sé, ma a questa piccola impresa dell’accoppiata trail + maratona che, a costo di sembrare presuntuosa, non è proprio cosa da tutti i giorni. Scorrono anche gli abitati: ad Almese, scopro, piccola curiosità, che il paese è gemellato con una cittadina polacca il cui nome è costituito solo da consonanti, “SCZC…”, non me lo ricordo nemmeno tutto, e chissà come si pronuncia!
Non mancano applausi ed incoraggiamenti per tutti, quando passiamo in mezzo alle case, sul porfido delle vie centrali. Per fortuna, spesso c’è qualche tratto di salita e discesa: non so, forse è solo un effetto placebo, ma la pendenza permette di cambiare un po’ il gesto della corsa e forse tiene lontani, per quanto possibile, i crampi ed affini. Ogni tanto, spunta qualche meravigliosa villa con giardino; in particolare, una, splendida, Villa dei Cedri, con due di questi alberi enormi e maestosi nel giardino.

Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla quando, pian piano, riacchiappo qualche avversario: di tanto in tanto, in lontananza, vedo un puntino saltellante che pian piano diventa una maglietta colorata ed infine, fugato ogni dubbio, un podista da superare. Immenso conforto arriva al km 21, il giro di boa: altri 21 sono ancora tantissimi, ma da quel momento in poi, il maratoneta sa che, passo dopo passo, la strada alle spalle diventa più lunga di quella che ancora c’è da percorrere. E’ quasi come andare in discesa. C’è anche il rovescio della medaglia, ci si sente invogliati ad accelerare, ma no, oggi Gian non è proprio il caso; calma, sangue freddo. Quanto reggerò ancora? 5 km, 10? Le gambe continuano a far male, ma è un dolore costante; quel che temevo, quel che era successo alla Maratona di Venezia lo scorso anno, contratture che quasi mi hanno portata a zoppicare fino all’arrivo, per ora non sembra volersi replicare.

Va bene tutto per distrarsi, le montagne, le scritte sui muri, il censimento delle cartacce di integratori, che tra l’altro può essere anche un’indagine istruttiva, si sa mai che si possa scoprire qualche nuova bomba.

Ora il mio obiettivo non è più il 42esimo km. E’ di volta in volta il ristoro successivo. Vai Gian, 4 km al prossimo ristoro, 3, 2, 1, ecco il ristoro, solo più 5 al prossimo ristoro. Non che ci sia molto da mangiare; qualche pezzo di dolce tipo panettone e qualche pezzo di mela, ma ci sono i sali, importantissimo per me. Non tanto per il beneficio dei sali, quanto per il gusto di qualcosa di diverso dall’acqua. Mi sforzo di sorridere e ringraziare sempre chi sta lì a farsi il mazzo per me e riesce, a sua volta, ad essere ancora sorridente, anche se so che in cuor suo pensa… “Ma questi quand’è che si levano dai piedi?”.

Quando manca poco al km 30, mi affianca e mi saluta un ciclista della mia stessa squadra, la Jolly Europrestige di San Mauro, con una splendida bici tirata a lucido: facciamo due parole, mi passa un altro chilometro. Ecco: al 30° km, in altre circostanze, avrei detto “Via, o la va o la spacca”, come a Reggio Emilia l’anno scorso, dove ho rischiato, son partita ed ho realizzato il mio tempo migliore su questa distanza. Oggi invece resto sospesa; adesso sì, mi accorgo che non sono solo più i muscoli a dolere, ma anche le forze a venir meno. Mi rendo conto che sto rallentando un po’, ma non posso farci nulla. Mi sorpassa una coppia che avevo passato parecchi km prima; mi restano davanti per un po’, poi lei, con una progressione splendida, accelera e va via, mentre lui cede un po’ e, dopo qualche tentativo di resistenza, resta indietro anche rispetto a me.

Io continuo a non volermi illudere, anche se penso “Dai Gian, sono ancora 10 km, come il giro che fai alle Oselle – una delle frazioni di Carmagnola dove spesso passo in allenamento -; quel giro lì lo fai anche quando sei cotta e disfatta; immagina di essere appena partita, vai piano e ce la fai!”. Quando i km che mancano sono solo più 9, ecco alcuni saliscendi graditissimi, ecco che riacchiappo un bel gruppo di fuggitivi. Intanto mando qualche SMS e telefono a mia mamma, tanto per distrarmi: “Mamma, solo più 9 km…”. E lei: “Ah, ma allora te la cavi in fretta!”. Come no, mamma, grazie della fiducia ma sto per defungere…

Al 35°, comincio a crederci davvero. Mancano 7 km, come quelli del mio giro di allenamento brevissimo quando ho poco tempo. 7 km, dai Gian, quel giro lì lo fai anche con le stampelle. E poi, adesso stai ancora bene; se proprio dovessi saltare all’ultimo, te la puoi anche finire camminando, non importa. Non so che ora sia, ma secondo me non è neppure poi così tardi. Cinque, quattro: supero un anziano corridore che ogni tanto rallenta e si ferma, poi riparte; scoprirò all’arrivo chequesto signore è classe 1938: ecco, se dovessi arrivare alla sua età, vorrei arrivarci così. Altrimenti non ne vale la pena, fermatemi prima!

-3, poi -2. Riconosco alcune insegne di aziende e bar che ho già visto alla partenza, segno che siamo davvero in dirittura d’arrivo. Avevo il dubbio che al 40° km il ristoro non ci fosse più; invece lo trovo, bevo ancora un po’ di sali, mangio un pezzetto di mela schizzando via: si sa, gli ultimi 2 km sono i più lunghi ma in realtà non contano. Le gambe non si nutrono più di energia ma di felicità: non mi sembra vero, sono state ore eterne, mai e poi mai avrei pensato di farcela, e invece eccolo lì, il cartello 41, ecco l’ultimo sorpasso di una rivale: non l’avrei voluta passare prima del traguardo, mi sarebbe sembrata una guerra tra poveri, ma lei ha smesso di correre ed a quel punto non ho potuto farne a meno. L’ultima curva davanti alla stazione, poi l’arco nero: pubblico sparuto, poche anime all’arrivo, ma non importa; non l’ho mica fatta per qualcun altro, tutta questa fatica, l’ho fatta per me stessa, solo per vedere fino a che punto sarei riuscita ad arrivare. Vanno bene anche i sorrisi di commiserazione… Io taccio ma tra me e me gongolo. 4h 37′, oltre 40 minuti in più rispetto al mio già scarso miglior tempo, ma non importa, questa volta la pacca sulla spalla me la merito tutta… E pazienza se me la devo dare da sola!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!