25 gennaio 2009: il giro più pazzo del mondo, nell’Imperiese

“Il mondo non è tutto al 15%”: così sentenziò, tempo fa, Pietro, il mio psicomeccanico a distanza, il mio spacciatore di componenti e di consigli. Rimproverava, come sempre, il mio scarso entusiasmo per gli allenamenti in pianura e sul falsopiano. Ebbene, mi duole, ma devo ammettere che aveva ragione da vendere. Il mondo non è tutto al 15%: non bisogna infatti dimenticare il 17%, talvolta il 20%, persino il 22%, per non farci mancare nulla. E se poi proprio vogliamo dare fiducia al verbo del GPS Garmin, addirittura il 23%…

Vatti a fidare delle acque chete. Quelle personcine pacate e tranquille, da cui mai immagineresti di doverti difendere: poi, quando meno te l’aspetti, ti volti un attimo e tracchete, ti ritrovi con la lama di un coltellaccio da macellaio in mezzo alle scapole. Così, accade che, verso la fine di un’uggiosa settimana lavorativa, ci si scambi qualche e-mail, cosa fai sabato e domenica, mah io così, tu cosà, e già si sa che indagarsi reciprocamente significa che, in fondo in fondo, questo fine settimana noi s’ha poca voglia di pedalare ciascuno per conto proprio. Attacca Mik con una proposta ciclistica ligure in compagnia di loschi figuri, soprattutto, figuri troppo veloci per i miei gusti; mi ritiro in difesa, no no, poi mi fate morire ed io vi faccio penare, preferisco andar per conto mio. Rilancia Mik con la secessione dal gruppo dei loschi figuri: si potrebbe pensare un itinerario al caldo, vista mare, tranquillo. Sognando di raggi di sole e tepore sulla pelle, la sventurata rispose: peggio che mai, disse di sì, e, non contenta, cedette come sempre l’incombenza della scelta dell’itinerario. Vero, sono reduce da qualche scottatura, ma sarebbe meglio parlare di ustione di terzo grado, riportata nel corso delle ultime scorribande ciclistiche al seguito di Matteo; però, appunto, in quelle occasioni c’era di mezzo Matteo; naturale, quindi, che la scelta delle strade fosse caduta sulle più orride mulattiere ove l’asfaltatura più recente risaliva all’epoca delle Guerre Puniche. Stavolta però la regia spetta a Mik, che in fondo è un omino con la testa sul collo, e poi via, è un ingegnere… Ecco, maturando questa certezza, metto già il primo piede nella fossa e comincio a sollevare il secondo. Casco del tutto nel trappolone quando il marrano mi propone, a chiosa di tutta la messinscena, la partenza da casa mia alle sei e mezza: anzi, mi commuovo pure; ottenere, senza peraltro aver chiesto nulla, che il ciclista più ghiro dell’intero Piemonte si scinda dal materasso a siffatto orario notturno, è cosa che quasi mi scioglie in lacrime di gioia. Me tapina, sono avviata verso il patibolo e nemmeno me ne accorgo! E chissà, pensandoci col senno di poi, quanto sogghigna sotto i baffi il maledetto…

Così, alle sei e mezza, puntualissima, sono davanti al portone d’ingresso, con la bici già smontata. Per l’occasione, e per pietà verso l’auto di Mik, ieri sera alla Ridley ho fatto persino la doccia: diciamo che ho tirato via quei due tre etti di fango e sale caricati durante le recenti, timide uscite nelle inospitali desolate gelide lande piemontarde. Insomma, “pulito” è un’altra cosa, ma così può andar bene, direi. Anche Mik spacca il minuto. Scopriamo che alla sua Y non piacciono i comandi Shimano: va bene che il manubrio con le corna è orribile… Però, rifiutarsi di accoglierlo nell’abitacolo mi pare troppo! Un po’ di pazienza, un colpo di qua ed uno di là, e alla fine la bici è parcheggiata sul sedile posteriore. Si parte.

Interminabile viaggio tra due mondi, quello al di qua e quello al di là del Colle di Nava. Fino a Ceva, in autostrada, nebbia; da lì al colle, neve, neve ed ancora neve, muri a bordo strada, cappucci sui tetti, sui comignoli, sulle coperture dei portoncini, sui piloncini votivi, sui gradoni delle cave che danno alla parete della montagna un curioso aspetto a striscie; neve che sembra soffice ma ormai è gelata lì da chissà quanto tempo, per chissà quanto tempo. Uno spettacolo quasi irreale. I colori qui sono scomparsi: è tutto bianco, grigio o nero. Anche se lassù, sulle cime delle montagne che incorniciano la vallata, si vede appena appena un po’ di rosso. E’ il sole che sorge.

Bagnasco, Garessio, Ormea, il bivio per il Colle di Caprauna, quello per Viozene: tutte strade di cui le mie ruote hanno già calcato l’asfalto; da ogni via parte un itinerario ed un ricordo che l’accompagna, o più ricordi. Ma non oggi, non qui, in bici: troppo freddo ed inospitale. Superiamo il colle, che sa poco di colle, piatto com’è; in discesa, è subito mare, anche se il mare da qui è ancora lontano. Almeno la temperatura ha cambiato di segno: quando raggiungiamo Chiusavecchia, il nostro punto di partenza, ci sembra ancora di aver freddo, ma è questione di pochi minuti, poche pedalate e via. Primo bivio per Lucinasco: salita molto dolce, ideale per riscaldarsi. Ci si riscalda sul serio: io son partita agghindata come Bibendum, ma dopo un paio di chilometri son già ferma a levare la giacca. Ho dimenticato il berretto di pile, ma direi che non ne sentirò la mancanza. Cielo azzurro e sole limpido sono ottime premesse. Un po’ meno lieta la scoperta che faccio un attimo dopo: rilancio, mi alzo sui pedali… E il manubrio ruota in giù. Non è possibile… Eppure stamattina ho bevuto solo il caffè! Senza fermarmi, provo ad afferrare la piega e tirarla verso di me: è proprio vero, è allentata. Oh cappero, e adesso che faccio? Va tutto bene finché si sale… Ma in discesa? Dovrei avere, nel borsello portaoggetti, una brugola. Ricordo che va bene per le viti della sella, non per quella del collarino reggisella; guardando così, a stima, secondo me non va bene nemmeno per le viti del manubrio. Bah, ci penserò in cima. Intanto mi godo la salita e le gambe che girano, frullano, leggere leggere. Era da tempo che non mi sentivo così! Ma è troppo presto per giubilare, siamo appena all’inizio. Magari è solo l’effetto di sollievo dopo il lungo viaggio in auto: per quanto Mik sia cauto con il volante, il mio pancino non può fare a meno di patire, sempre, le curve.
A proposito: Mik è avanti a me, non molto; è evidente che la sta prendendo molto ma molto comoda anche lui. Anzi, di tanto in tanto si volta indietro: non ci posso credere, eppure sembra proprio che mi stia aspettando! Un evento del genere ha portata epocale… Cerco di affrettarmi per raggiungerlo, così, senza un motivo preciso, per il semplice fatto che è scortese prolungare l’attesa di chi ci attende. Siamo ormai alla fine della prima salita quando lo affianco e gli comunico, candidamente, che ho un piccolissimo problema tecnico… In cuor mio, speravo che le brugole le avesse lui; infatti è così. Ne ha addirittura tre, una delle quali fa proprio al caso mio. Ci fermiamo all’ingresso di una bellissima borgata, accanto ad un parapetto di mattoni che apre la vista su una splendida vallata e su una cima imbiancata, un manto talmente lindo ed intatto da sembrare un lenzuolo di lino steso con cura; un distacco netto tra la montagna ed il cielo blu, come si vede solo nelle foto dei puzzle del Cervino. Case di pietra, due anziani che scambiano chiacchiere dalla strada alla finestra del primo piano, un micio che protesta tutto offeso, un’Ape parcheggiata. Mik armeggia sicuro sulle viti del mio manubrio, tutte e quattro ben allentate, con bonario rimprovero: qualsiasi assemblaggio di pezzi, dopo un periodo di assestamento, andrebbe controllato. E magari, aggiungo tra me e me, non maltrattato con l’acqua della doccia, il sapone di Marsiglia e lo Chante Clair, non soggetto a malaugurati esperimenti di regolazione… Vabbuò, per questa volta l’abbiamo scampata. Risalgo in sella con il proposito di procurarmi, al più presto, uno di quei simil-coltellini svizzeri che, al posto delle lame le tenaglie la bussola il cacciavite la macchina del caffè espresso, hanno le brugole di ogni possibile misura.
Ci troviamo in un intrico di stradine che convergono tutte qui, al ponticello. Che ne dice il Garmin? Sulle prime, pare suggerisca di scendere subito a destra. Idea che mi atterrisce: la prima stradina a destra è una rampa ripidissima, dall’aspetto poco rassicurante, che chissà dove va a finire. Mi spaventa la fortissima pendenza, eccessiva per me che ho il terrore delle discese e sono ancora molto malferma sulla bici nuova. Purtroppo non ho molta scelta: o resto appollaiata quassù, oppure cerco di ricacciare il terrore in fondo allo stomaco e seguo Mik. Meno male che, dopo pochi metri, il GPS cambia idea. Mi tocca un’inversione di marcia ed una ripartenza in salita su un muro: ma è sempre meglio di quell’orrido salto nel vuoto; torno su con lo slancio dell’euforia.
Dopo un’altra incertezza, il Garmin prende una decisione chiara, gettandoci lungo una discesa un po’ meno truce, quanto ad inclinazione. C’è un cartello che indica un santuario, non ho ben capito dove, ma non importa: devo badare a dove metto le ruote. Mik annuncia che il programma cartografico su cui ha tracciato l’itinerario di oggi si rifiutava ostinatamente di far passare il giro per di qua: comincio a capire il perché… Buche enormi, crateri lunari; pietre, ghiaia, sassi di tutte le fogge e dimensioni, da farci una mostra dei minerali; pozze che sembrano peschiere; fango, fogliame. Disegno la traccia più assurda ed irregolare possibile nel tentativo di evitare le insidie peggiori; ad ogni pedale sospinto, mi aspetto che la bici scivoli o si impantani, che una pietra tagli il copertone. Mi sento orrendamente instabile: mi sa che lo intuisce anche Mik, che, in un sommo sforzo di pazienza, fa il possibile per restare nei paraggi. Più che una discesa, questa è una lunga strada in costa; anzi, più che lunga, è prolungata nella mia percezione dalla fatica che sto facendo per uscirne viva. A contorno di tutto ciù, un concerto di esplosioni vicine e lontane, latrati di cani da caccia, nascosti chissà dove nel folto del bosco. Speriamo che si rendano conto che di qui non passano solo i cinghiali.
Nonostante la situazione a dir poco tragica, non mi sento ancora in vena di disperarmi: più che altro, mi vien da ridere. In fondo, prima o poi tutto ciò finirà… Non saranno mica tutte così, le strade, oggi! Già, illusa…

Una rampa in discesa, più feroce delle precedenti, ci scarica in una borgata, da cui ci allontaniamo subito svoltando a sinistra. Finalmente, sotto le ruote c’è dell’asfalto. Poca distanza, un altro paese, un cartello, Ville San Pietro. Un momento, io qui ci son già stata! E me ne ricordo, eccome, se me ne ricordo. Qui, oltre il paese, la strada si impenna con rampe ben più sadiche del 15% e va a finire a San Bernardo di Conio, o Conio, non sono più sicura; comunque, sulla strada che scende dal Colle d’Oggia. Meno male che è il Garmin a mettere buonsenso: non dobbiamo entrare in Ville, bensì imboccare la salita sulla sinistra, prima dell’abitato. Benissimo. Di norma, chi lascia la via vecchia per la nuova, dice il proverbio, non fa un affare; però la via nuova, per quanto sconosciuta, non può certo essere peggiore della vecchia e nota! Qui si sale, pendenze severe, ma è ordinaria amministrazione. Almeno, così pare…
La strada principale passa accanto ad una borgata, arroccata sopra le nostre teste. Buonsenso vorrebbe che si seguisse, appunto, la via maestra. Peccato che il Garmin sia di diverso avviso e ci intimi di svoltare a destra, su per una rampa che arriva in mezzo alle case, accatastate l’una sull’altra, tanto che tra vicini ci si può prestare lo zucchero ed il caffé da finestra a finestra. Beh, chiaro, qui ci si ferma, non si può mica proseguire, a meno di non fare irruzione in un salotto! No, non è esatto. Siccome al peggio non c’è mai limite, la stradina va ad arenarsi in una rampa di cemento che sale perpendicolare rispetto ad essa. Ci sporgiamo oltre l’angolo del muro e ci tocca storcere per benino il collo: la pista di cemento sale su, con pendenza inqualificabile. Per un attimo guardo Mik con l’aria di chi domanda “Ma ci sei o ci fai?”. La stessa cosa passa probabilmente per la testa di una vecchina che si affaccia sulla soglia della casetta di fronte a noi. Sarà la fatica, ma io per un attimo quella casetta me la vedo come la casa fatta di marzapane e canditi nella favola di Hansel e Gretel, o qualcosa del genere, reminiscenze di un’infanzia già abbastanza lontana: anche se quella vecchina, tutta curva, tutta sdentata, con il fazzoletto in testa annodato sotto il mento ed il bastone da passeggio in mano, mi pare tutto fuorché una strega cattiva. Un po’ fetente, però, lo è: ci invita sghignazzando a salire su in bici… Mik, dotato di scarpe da mountain bike e soprattutto di gambe da capriolo, schizza su con la bici per mano; io mi trascino camminando con il busto tutto proteso in avanti; aggrappata al manubrio, spingo su la Ridley che non m’è mai sembrata così pesante, domandandomi con insistenza quand’è che la sveglia suonerà per liberarmi da questo incubo. Spero di non rovinare troppo le tacchette, che sto usando a mò di ramponi. L’asfalto termina in una curva a novanta gradi così com’è iniziato; ancora qualche metro a piedi e trovo un tratto quasi piatto, cioè, sotto il 15% di pendenza, per risalire in sella e ripartire. Un altro paio di staffilate nelle gambe e, sbuffando come una locomotiva, salgo fino alla fine di questo scherzo della forza di gravità che è stato il viaggio nel centro del borghetto. Com’era ovvio, ci reimmettiamo nel punto in cui saremmo giunti, senza rischiare la morte per ipossia, se solo non avessimo dato retta a quel cassone del Garmin. Ma qui Mik ci cova: sono convinta che lo sapeva benissimo… “Ecco, siamo andati a finire esattamente dove saremmo sbucati tirando dritto”, sbotto con un filo di voce; mi risponde lui, sornione: “…dici?”. Se non gli infilo la pompetta in mezzo ai raggi, è solo perché mi spiacerebbe troppo rovinare quella meraviglia di viso, sarebbe un delitto contro Madre Natura; però, l’impulso di causargli inestimabile dolore fisico è fortissimo…

Dopo aver fatto un po’ troppo il galletto sulla prima salita, e dopo la giusta punizione divina, giunta sotto forma di cemento, tiro un po’ i remi in barca. E’ meglio che mi ricordi con chi ho a che fare: tentar di tenere il passo di Mik, sia pure a mezzo servizio com’è oggi, poverello, ancora tormentato da una bronchite più florida che mai, è follia allo stato puro, è presunzione degna di Icaro. Lascia che vada, Gian… Attenderà in cima! Riprendo il mio passo di asino stanco, controllo di tanto in tanto il manubrio che ora è perfettamente immobile, tengo d’occhio l’asfalto, onde evitare di finire in qualche voragine, dove rischierei di perdermi. La seconda strada muschiata della giornata: in mezzo cresce una bella scia di muffa, l’ideale per farci un bel presepio.
Deve esserci, ad un certo punto, un bivio: questa strada conduce al Colle d’Oggia, ne sono sicura, ma non è lì che dobbiamo andare noi. Mik è stato immensamente saggio almeno da questo punto di vista: non oltre quota ottocento metri, e sempre su versanti a mare. Ecco il bivio ed ecco il mio compare intento a vestirsi: puah, vestirsi, roba da mammolette! A che serve oggi, che ci saranno dieci gradi, cioè almeno quindici più che a casa? Tiro dritto; il bosco scompare, la vista si allarga sulla vallata; due case in costruzione, uno scempio in un luogo così bello e selvaggio… Ma devo ammettere che sono dei capolavori! E non ho ancora alzato lo sguardo: quando lo faccio, a momenti mi manca il fiato. Quanto meraviglioso azzurrissimo mare! Ci siamo proprio sopra, vicinissimi. Uno spettacolo talmente stupendo da mettermi persino in buona disposizione d’animo verso la discesa, che, per fortuna, qui sembra abbastanza facile. Stradina stretta, poco trafficata, passa in mezzo a pochi gruppi di case, poi sopra e sotto l’autostrada. Sarebbe ancor meglio, dice Mik, se non ci fosse l’autostrada: beh, devo dire che invece a me anche quel capolavoro di equilibrio grigio non sembra affatto stonare, anzi. Io che ho il terrore dell’altezza, non posso che guardare da sotto in su, con timore reverenziale, quei piloni infiniti, e pensare che, meno male, quando guido l’auto sospesa lassù nel vuoto, non mi rendo conto del salto che c’è sotto di me. Chissà com’è stato possibile pensare che qualcosa del genere fosse possibile…
Scendo scendo sotto il sole caldo, godendomi l’aria sulla faccia che una volta tanto non fa male alle ossa tant’è gelida, anzi, è dolce e tiepida come una coccola. Scendo e penso che sarebbe bellissimo, adesso, arrivare giù, attraversare l’Aurelia e scendere giù a mettere i piedi nudi nella sabbia. Una tentazione fortissima… Ma non è professionale, no, per niente; con sforzo sovrumano, quando la stradina si immette nella trafficatissima via di costa, supero Mik fermo in paziente attesa e tiro avanti. Gli odiati saliscendi, l’odiatissimo traffico di auto moto e pullman. L’unico aspetto piacevole dell’Aurelia è la fauna ciclistica che fa quasi sentire “in famiglia”, anche se poi la maggior parte di “loro” non ha nulla a che spartire con “noi”, perché “loro” sono bestiacce da quaranta all’ora in pianura e dribbling dell’automobilista con insulto, mentre “noi” ci rassegnamo a portare qui i nostri copertoncini proprio solo quando non ne possiamo fare a meno, quando dobbiamo concatenare una salita con un’altra. Che poi, di “noi”, Mik in realtà sia un ibrido, uno che va fortissimo sia sui muri che sui tavoli da biliardo, beh, quella è un’altra storia… Io sono razzista, preferisco ragionare per categorie. E godermi i raggi del sole sulla schiena ed il colore del mare che oggi pare proprio arrabbiato, schiumoso, corrugato da un vento che qui non si sente. Pochissimi km e poi bivio: a destra, verso Civezza. Salita dolce dolcissima e, pure qui, calda. Il Garmin GPS protesta, dice che non siamo sulla strada giusta: oh ma chissenefrega, stai zitto, trabiccolone. Non importa se non siamo sulla retta via: questa salita mi piace, è rilassante, è luminosa, è profumata. E’ proprio questo a cui stentiamo ad abituarci oggi: i colori ed i profumi, le distese di margherite e di petali gialli in mezzo agli ulivi. Sarà dura, questa sera, tornare a vivere in bianco e nero.
Le gambe sembrano riprendersi un po’: verso Civezza mi sento ancora una volta leggera, per quanto leggera può essere una specie di petroliera sui pedali, ma l’importante è crederci… Non c’è altra spiegazione, tutto ciò è proprio l’effetto del caldo, del sole. Su al Nord, a casa, in questo periodo, stento a calciarmi fuori dal cortile in bici e, quand’anche ci riesco, non vedo poi l’ora di rientrare. Qui, invece, potrei andare avanti fino ad esaurimento delle risorse alimentari… E, con un etto di libidinosissimo cioccolato bianco con miele e nocciole nello zaino, prima di esaurire le risorse, arrivo fino a Capo Nord!

Da Civezza, come già ha annunciato Mik, sbuchiamo sull’ultima discesa che abbiamo appena percorso; facciamo quindi un giro, tornando in parte sui nostri passi. Ancora una volta, scendiamo in faccia al mare, corriamo un po’ di Aurelia, facciamo il pieno di sole. Da San Lorenzo al Mare, svoltiamo in direzione Pietrabruna. Ancora ignara, anche qui mi beo del calduccio di questa salita non troppo impegnativa, in perfetto accordo con la mia voglia di fatica “bella”, piacevole, per oggi. Ma, proprio mentre sono impegnata in un funambolico tentativo di recuperare il cioccolato nella tasca posteriore dello zaino, Mik annuncia: “Dovremmo fare un anello e tornare di qua… Però è meglio se la facciamo in salita”. La facciamo? Che cosa, dove? Ci metto un attimo a realizzare cosa stia farfugliando questo squilibrato che mi ritrovo accanto: alla nostra sinistra, parte una mulattiera che si impenna su su verso chissà dove. Ok, va bene, accetto passivamente anche questo: giro il bilico, invoco San Trentaquattroperventisette e mi ci butto, sperando che il suolo non respinga la mia ruota anteriore. Sarebbe imbarazzante un’impennata proprio qui. Una rampa, un’altra rampa, un’altra ancora; i muscoli cominciano a far male proprio sopra le ginocchia, come se bruciassero, come se dovessero strapparsi, ed è qui che mi pento e mi dolgo degli eccessi nutelleschi… Più forte della forza di gravità è solo la testardaggine di andare ancora su, perché il piede a terra non s’ha da mettere, proprio no. Mi torna in mente la proverbiale tirchieria ligure, che vuole strade così spietatamente ripide per risparmiare l’asfalto con cui congiungere le località abitate, ma quassù chi ci sale, con quale mezzo? Uliveti a perdita d’occhio, fiori, un paesello lassù che pare lontanissimo… Ma, di questo passo, ci arriveremo ben in fretta! All’improvviso, una ventina di metri avanti a me ed una decina sopra di me, vedo Mik che fa segno di fermarsi: eh no bello mio, se mi dici qui che abbiamo sbagliato strada, giuro che ti sopprimo, e non sarà un’eutanasia… No no, per niente eu-!!! Torna giù cauto, mi mostra dov’è che dobbiamo andare: sarà peggio quel che ci attende? Non importa, per me non c’è scelta, io giù di qua non torno. Detto, fatto, si tira avanti. Addento un bel pezzo di cioccolato bianco e torno qualche metro indietro, per poter ripartire approfittando di una pendenza al di sotto del 15%. Avviarsi e riagganciare i pedali, in queste circostanze, è sempre un terno al lotto; infatti, riesco ad agganciare il sinistro solo al termine della rampa. Ne seguono ancora alcune, poi di punto in bianco vedo un omino in giacca rossa fermo avanti a me: ci metto qualche istante a realizzare, il cervello ottenebrato dalla mancanza di ossigeno, che è Mik vestito da discesa. Da quella mulattiera maltenuta, passiamo, per fortuna, su una bella strada abbastanza ampia, che ci porta in direzione Costarainera. Un paio di km dolcissimi, vista mare, un tepore adorabile verso la Cipressa: che voglia di quella spiaggia… Non sono il tipo da spiaggia io, ma cinque minuti cinque con la schiena al sole, oh se mi ci metterei.
La discesa dalla Cipressa, per quanto facilissima sulla carta, mi crea come al solito qualche problema; la bici nuova per certi versi mi dà molta sicurezza in più rispetto al passato, ma per altri è ancora un oggetto estraneo a me, su cui non riesco a sentirmi tranquilla; mi manca ancora, oltre all’equilibrio che mi mancherà sempre, la familiarità. Faccio infuriare un po’ di automobilisti: quanto vorrei trovarmi nella direzione contraria, con queste belle rampe poi…

Svolta a sinistra, si torna verso San Lorenzo al Mare, qualche tranquillo chilometro di Aurelia con il mare questa volta a destra: bellissimo, ancora nervoso, con le onde che si infrangono su quel che resta della ferrovia, schizzano fino alla strada, emanano profumo di sale. Qualche nuvola, verso l’orizzonte, disegna sull’acqua aloni d’ombra bianchi.
Ancora una volta il bivio a sinistra: quello che abbiamo imboccato prima, ma adesso non giriamo più per la rampa. Proseguiamo fino all’abitato di Pietrabruna, e già così non è affatto facile: ad un primo tratto di strada quasi piatta, fino all’incrocio con la stradina da cui Mik preannuncia che torneremo, segue una bella salita ardua, anche qui con pendenze di tutto rispetto, nascosta, isolata, malconcia, muschiata, pure lei. Non ho idea della direzione che abbiamo preso; posso solo, salendo sul versante destro della valle, intuire una sorta di anfiteatro ed una linea che pare una strada, dall’altra parte, in mezzo alla vegetazione fitta di ulivi e piante selvatiche. Non mi aspetto che questa salita sia già conclusa, ma nel mezzo del paese trovo Mik di ritorno. Prudente, mi interpella: “Ti faccio vedere una salita, mi dici se la vuoi fare o no”. Allungo il collo dietro l’angolo di un edificio, vedo una lista di asfalto, si fa per dire, che sale vergognosamente ripida: no, stavolta no, mi spiace, io non ho ucciso nessuno per meritarmi tutto questo. Basta, mi rifiuto. Cerchiamo piuttosto una fontanella, che sono a secco. Ci infiliamo nelle minuscole viuzze in mezzo a questo pugno di case, Pietrabruna; viuzze in pietra, pizzicate tra case alte, accatastate, cresciute l’una sull’altra; chissà cos’aveva bevuto il geometra che ha redatto il piano regolatore di un luogo così!

Eppure è bellissima la piazzetta in faccia alla chiesa, con la fontana in legno. Tento di immortalare qualche scorcio tra i muri, incrocio lo sguardo di un’anziana dietro ai vetri di una finestra, distolgo il mio sguardo che per un attimo pare a me stessa troppo invadente. Guardo giù, il cunicolo che porta via dalla piazzetta; no no, non si scende da lì; torniamo un po’ indietro lungo la strada da cui siamo saliti. Ma poco: poi svoltiamo a destra, verso Borgomare. Un altro calvario, un’altra mulattiera tutta buche in mezzo agli ulivi ed a sparute case abitate chissà se, chissà da chi. Rampe che qualche secolo fa hanno conosciuto l’asfalto, rampe in cemento che fanno da letto a rigagnoli cristallini, rampe che mi fanno soffrire in salita e peggio ancora in discesa. Ma quanto sono inospitali i Borgomaresi, o Borgomarini, o Borgomarittimi che dir si voglia? Mi torna in mente il timore, espresso da qualche ciclista di cui ho letto tempo fa: lamentava di aver paura ad uscire da solo, perché, in caso di incidente, avrebbe potuto restare senza soccorso. Cavoli, se capita qualcosa a noi, qui, ci troveranno solo all’apertura della prossima stagione dei funghi!
Procediamo a rilento, per forza; non è solo la durezza della pendenza, è anche il fatto che la strada è impervia, insidiosa, ed io sono tutt’altro che sicura di me stessa; ho i nervi a fior di pelle per la paura di scivolare, di finir per terra per una ragione o per l’altra. Borgomare spunta, come una liberazione, all’improvviso: quando la nostra mulattiera si immette nel paese, rinuncio a voltarmi e leggere cosa indicano i cartelli che, arrivando qui, ho visto solo da dietro. Probabilmente recano il simbolo del teschio con le due ossa incrociate. Va bè, siamo fuori: la discesa, anche stavolta, è più umana, anche se pure qui ci toccano un paio di guadi. La nota positiva, se non altro, è il fatto che i freni Cantilever della Ridley non fanno una piega: se i cerchi son bagnati, la frenata rende esattamente come sull’asciutto. Meglio di così…

Scendo con le gambe indurite e penso che, da un lato, la voglia di pedalare oggi è davvero infinita, l’entusiasmo alle stelle… Ma, dall’altro, i muscoli cominciano ad averne abbastanza d’essere maltrattati così. Ci vorrebbe una bella salita lunga e dolce: ma non oso chiedere a Mik cosa ci attenda adesso. Preferisco restare ancora un po’ nella beata ignoranza…

Questa volta il tratto di Aurelia, seppur breve, non è più così piacevole. Ci ficchiamo dentro Imperia, che significa traffico, auto parcheggiate, pedoni, semafori. E noi non riusciamo ad adeguarci all’usanza ligure del salto del semaforo per i ciclisti. Un breve anda e rianda per un errore di direzione, poi finalmente ci togliamo dal caos e riprendiamo a salire. Via dalla pazza folla. Punto una serpentina d’asfalto nero che sale appiccicata alla montagna: Mik mi rassicura, “Non dovrebbero più esserci sorprese adesso”. Ma, chissà perché, nell’istante stesso in cui lo sento pronunciare queste parole, rimpiango di non essere un uomo e, quindi, di non poter afferrare a piena mano ciò che di solito si afferra saldamente per scaramanzia. Lo faccio virtualmente: so che la fine del mondo è vicina…

Come volevasi dimostrare: la salita è umana e tentatrice solo fino ad un certo punto. Poi, un piazzale sterrato di fronte ad un santuario è il chiaro segno che tocca lasciare ogni speranza, noi ch’entriamo. Subito ci arrampichiamo su per una stradina mignon, dove, ovviamente nel punto difficile del tornante, incrociamo un’auto che scende. Da questo momento in poi è un susseguirsi di rampe dalle pendenze pazzesche, una via l’altra, in crescendo, come la sparatoria che segna la fine di uno spettacolo pirotecnico, rapida spietata implacabile. I muscoli sopra le ginocchia urlano dal male; ho il terrore che, da un istante all’altro, possa partire il crampo. Pochi tratti che probabilmente pendono molto, ma in quella situazione sembrano piatti, concedono un minimo di respiro. Se fin qui ho potuto ridere della situazione e della mia fatica, ora non ci riesco più: ho davvero paura di non farcela, paura di dover mettere piede a terra, peggio, di dover tornare indietro da questa stessa parte, cosa che non sarei davvero in grado, né fisicamente né come testa, di fare. Mi sforzo d’essere razionale, ma ho una paura dannata. Una rampa anche in giù, appena prima di Sant’Agata, poi un’altra pugnalata nelle gambe, un tornante tra le case, un’auto che giunge alle spalle, Mik che pianta uno scatto felino che mi leva ancora quel poco di fiato residuo: incredibile, quanto sia a suo agio su queste rampe che sembrano voler schizzare diritte sopra le nuvole. Saliamo, superiamo il paese, ho male dappertutto, dove diavolo stiamo andando? E’ chiaro che siamo vicini alla fine del giro, per forza, ma quanto? Dove siamo, quanto dobbiamo ancora salire? E questa strada andrà davvero da qualche parte? Così com’è, potrebbe benissimo andare a morire in mezzo ai boschi, anche se il Garmin dice che siamo sulla rotta giusta. Il sole è ormai molto basso, la luce gialla e fioca. Mik sgambetta ancora come stamattina; io non ce la faccio più. Ed il peggio, ma proprio il peggio, mi coglie qua; una lunghissima, durissima rampa, che passa accanto a ville e case ancora in costruzione, sconnessa, odiosa, disperatamente dura. Chiamo a raccolta tutte le mie forze per spingere giù quei pedali che sembrano bloccati, quel terrore che vorrebbe farmi sganciar tutto ed accettare la resa. Istanti interminabili in cui monta la rabbia per essere qui, la paura, il rancore contro Mik che è chissà dove là davanti e che, poveretto, non poteva conoscere questi posti più di quanto li conosca io, nulla; sconforto, puro e semplice sconforto. Guardo su e vedo ancora salita, avanti ed ancora salita; non ce la faccio più, basta, alla prossima scendo, proseguo a piedi, e pazienza se il buio mi coglierà, non mi interessa. Siamo in mezzo al nulla più assoluto, solo bosco incolto ed automobili di cacciatori.

Poi la strada spiana, raggiungo Mik, confesso, per quanto possa costare al mio orgoglio, che così è troppo, anche per me. E non lo dico, ma lo credo con tutto il cuore: non ne posso più, per oggi ne ho abbastanza. Ho solo la smania di scendere. La strada che sale al Colle di Nava dev’essere quella laggiù in fondo, alla nostra destra; prima o poi dovremo per forza cominciare a scendere, e più passa il tempo, più divento impaziente, nervosa, spaventata. Se tornassi domani qui, probabilmente, ne sarei solo felice; ormai saprei cosa mi attende. Ma è l’incertezza che mi terrorizza.
Il Garmin vorrebbe a tutti i costi farci imboccare un passaggio a destra, verso valle, che non esiste: no, decido per l’ammutinamento; questa stradina da qualche parte andrà, adesso io la seguo e basta. Non accetto altre deviazioni, di alcun genere. Finalmente si scende, finalmente il fondovalle comincia ad avvicinarsi, finalmente respiro. Ulivi ed ancora ulivi, si scende, i primi brividi della sera, Pontedassio. Come sempre, man mano che si ritira l’inquietudine, forse per contrappasso sale l’euforia, ora che finalmente ho capito dove siamo, dove andremo a sbucare. La strada di fondovalle, la tanto odiata strada che sale al Nava senza salire mai: quanto la adoro stasera. Qualche chilometro di leggerissima salita che riscalda un po’ le ossa intirizzite dall’aria già frizzante della sera: ma è proprio per sola inerzia che ancora le gambe girano. Mik è davanti, parte come un forsennato: provo a tenere il passo, ma una minima risalita stronca definitivamente qualsiasi baldanzoso proposito. Le gambe si inchiodano, senza appello. Non ce la faccio più. Mi rassegno ad un passo di sussistenza, mentre Mik là davanti si volta indietro: non posso farci nulla, mi dispiace… Ho finito la benzina, anche la riserva. Inseguo ancora la mia ombra lunghissima, un sospiro di sollievo al cartello “Chiusavecchia”. Una maglia asciutta e la notte che, quasi sospesa fino a quel momento per farci un favore, crolla d’improvviso su di noi, come la scena di un palco di teatro. Sono distrutta, ho male dappertutto… Mik, quando torniamo da queste parti?

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!